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27 maggio 2016

Ti racconto un racconto – L’isola a mezzogiorno di Julio Cortázar

Articolo di Andrea Siviero

(Non mi sono fermato a un certo punto: ho spoilerato il finale. Ma questo è un racconto particolare: l’inquietudine che lascia al lettore è celata nella sua architettura, nel suo meccanismo di orologeria. In fondo è un racconto a più livelli: quello che mi sono limitato a raccontare per esteso è solo il livello più visibile.


Un aereo della linea Roma-Teheran sorvola tre volte a settimana le isole greche. Marini, uno steward, si accorge che ogni volta, attorno a mezzogiorno, l’aereo sorvola sempre la stessa isola. Se ne accorge un giorno mentre «era cortesemente inclinato sui posti di sinistra e stava sistemando il tavolino di plastica per posarvi sopra il vassoio del pranzo […] quando nell’ovale azzurro del finestrino entrò il litorale dell’isola, la frangia dorata della spiaggia, le colline che salivano verso l’altopiano desolato». La visione dell’isola è una folgorazione, Marini non riesce a staccare gli occhi dall’oblò dell’aereo finché l’isola non è più visibile. L’innamoramento è tutto nel primo sguardo; e che sia innamoramento per un altro essere umano o per un luogo poco importa: il passo successivo è il corteggiamento. Così fa Marini. Ad ogni passaggio sull’isola raccoglie sempre nuovi dettagli, impara a riconoscerla tra le mille isole greche «l’isola aveva una forma inconfondibile, come una tartaruga che avesse appena tolto le zampe dall’acqua»; descrivendola a un radiotelegrafista ne scopre il nome: Xiros; grazie ad alcuni libri impara a conoscerne la geografia e la storia. Presto l’isola a mezzogiorno diventa una vera e propria ossessione per lo steward «volare tre volte a settimana su Xiros era tanto irreale quanto sognare tre volte a settimana di volare a mezzogiorno su Xiros». L’isola assume i contorni metafisici del sogno, la realtà inizia a sgretolarsi in un’ossessione innocente, ma incontrollabile. Per Marini diventa naturale immaginarsi sull’isola, tra i pescatori che osservano il passaggio nel cielo blu «di quell’altra irrealtà». Il passo successivo per Marini è raggiungere davvero l’isola. Allora programma una vacanza, un collega accetta di prestargli la parte di denaro che gli serve per il viaggio, e così lo steward, mentre sta osservando per l’ennesima volta l’isola a mezzogiorno, già si vede a contrattare l’affitto di una casa con un pescatore chiamato Klaios. Ma l’ossessione per l’isola, che a quel punto sarebbe dovuta evaporare con la realizzazione del sogno di essere lì, non si esaurisce: Marini si ambienta in fretta, inizia a imparare qualche parola in greco, riesce a farsi capire, aspira a diventare uno del posto. Un giorno è in spiaggia, ha ormai deciso di restare lì per sempre con Klaios e gli altri pescatori, sta pensando a come convincerli: «una sera o l’altra, quando ormai lo avessero conosciuto bene, avrebbe parlato di rimanere e di lavorare con loro»; è ancora una volta mezzogiorno: «guardò il suo orologio e poi, con un gesto d’impazienza, lo strappò dal polso e lo mise nella tasca del costume. Non sarebbe stato facile uccidere l’uomo antico, ma lì dall’alto, vibrante di sole e di spazio, sentì che l’impresa era possibile». Ma è il richiamo della realtà a manifestarsi nel ronzio dei motori dell’aereo. L’aereo della compagnia di Marini sta attraversando lo spazio di cielo sopra l’isola quando si avvita su se stesso e precipita in mare. Marini si getta in mare cercando di salvare disperatamente un sopravvissuto. Gli abitanti dell’isola accorrono alla spiaggia e trovano soltanto il cadavere di uno sconosciuto.

***

Alcuni racconti di Cortázar seguono un modello matematico noto con il nome di anello di Möbius. «Le superfici ordinarie, ossia le superfici che nella vita quotidiana siamo abituati ad osservare, hanno sempre due facce, per cui è sempre possibile percorrerne idealmente una senza mai raggiungere l'altra, se non attraversando una linea di demarcazione costituita da uno spigolo (chiamato "bordo"): si pensi ad esempio alla sfera, al toro, o al cilindro. Per queste superfici è possibile stabilire convenzionalmente un lato "superiore" o "inferiore", oppure "interno" o "esterno". Nel caso del nastro di Möbius, invece, tale principio viene a mancare: esiste un solo lato e un solo bordo. Dopo aver percorso un giro, ci si trova dalla parte opposta. Solo dopo averne percorsi due ci ritroviamo sul lato iniziale. Quindi si potrebbe passare da una superficie a quella "dietro" senza attraversare il nastro e senza saltare il bordo ma semplicemente camminando a lungo ¹». Per Cortázar non esistono due facce opposte della realtà separate da un bordo che occorrerebbe forare per passare da una parte all’altra; i piani della realtà possono essere raggiunti procedendo sempre sulla stessa superficie. Così un uomo che osserva un’isola dal finestrino di un aereo può essere incredibilmente traslato nel piano della realtà rappresentato dall’isola stessa. Per obbedire al modello matematico il passaggio è segnato da uno slittamento, mai da una rottura. Così, nel caso de L’isola a mezzogiorno è l’immaginazione di Marini a permettere lo slittamento dall’aereo all’isola. Fino a qui niente di strano. Ma la vita sull’isola è così vivida nei suoi dettagli (il nome dei pescatori, l’esattezza nella descrizione dei luoghi, degli odori, delle sensazioni) che non può essere pura immaginazione: l’immaginazione non può arrivare a una descrizione così minuziosa dell’esperienza: ecco l’altra faccia dell’anello di Möbius. Cortázar utilizza gli strumenti del linguaggio per ricreare lo slittamento di piani. Il risultato è inquietante: qual è allora la realtà? L’aereo? L’isola? Entrambe? Sono entrambe irrealtà come suggerisce a un certo punto il racconto?

Julio Cortázar (1914-1984) è considerato un maestro del racconto fantastico. L’isola a mezzogiorno è contenuto nella raccolta Tutti i fuochi il fuoco (Einaudi) traduzione italiana a cura di Ernesto Franco.


¹ citazione da wikipedia. 
Progetto grafico di Aleksej Polyvyanyj.


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24 maggio 2016

Tanta era la giovinezza

Guardò il proprio scrittoio con sopra una confusione di libri, di fascicoli, di carte, i segni del lavoro. Lavorava in pieno la città, a quell'ora, sopra, sotto e intorno a lui, nella medesima casa uomini come lui lavoravano, e nella casa di fronte lavoravano e nella casa vecchissima di via Foppa che si intravedeva in uno squarcio tra le case, e dietro ancora, nella case invisibili e più in là, più in là, nella caligine, per chilometri e chilometri, lavoravano. Carte, registri, moduli, telefonate, quietanze, mani ingombre di penne, di arnesi, di matite, intente a una vita, a un incastro, a un'addizione, a un innesto, a una saldatura, a un estratto conto, a un fissaggio, sterminio di formiche frenetiche assetate di benessere eppure i loro pensieri, oh, gli veniva da ridere, tutto intorno, per i chilometri e chilometri suddetti, pensieri simili ai suoi, sconci e squisiti, per la misteriosa voce che chiama alla propagazione della specie, trasumanata in vizi strani e brucianti, perché mai nessuno aveva il coraggio di dirlo? pensieri di lei, di lei, di quella bocca speciale, di quelle labbra fatte in un certo modo, di una prospettiva di muscoli tesi, ricordi?, morbidi e fluidi, in una curvatura diversa da tutte le altre, di una piega, di una pienezza, di una concavità, di un caldo, di un umido, di una cedevolezza, di uno sprofondamento, di un abisso cocente. E i giornali parlavano di irrigidimento sovietico, interpellanze alla Camera per l'Alto Adige, assicurazioni di Nenni circa l'autonomia del PSI, incendio del cinema Fiamma, crisi della giunta regionale siciliana, che pazzesca buffonata.
 (da Un amore di Dino Buzzati. Mondadori, 2001. pp. 22-23)


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20 maggio 2016

I Cattolici di Brian Moore

Scrivo come scrivo perché sono (non sebbene sia) cattolica.

Le parole di Flannery O'Connor, che molto dicono sulla sua scrittura, altrettanto rivelano della sua personalità. La frase avrebbe funzionato lo stesso se fosse stata «sono come sono perché sono cattolica» perché la spiritualità è parte di quello che siamo; quando non ci crediamo, e anche, e soprattutto, quando ci crediamo. Ma credere non è la prova più difficile: il passo successivo è sincronizzare la vita interiore con il mondo esterno. E infatti, Flannery aggiunge: «Sono una cattolica singolarmente dotata di coscienza moderna, della specie che Jung definisce astorica, solitaria e colpevole. Esserne dotati all'interno della Chiesa significa portare un fardello, l'inevitabile fardello del cattolico consapevole».

cattolici-moore
Brian Moore, nel suo Cattolici, immagina una piccola comunità relegata su un'isola al largo della costa irlandese. Un luogo inaccessibile, quasi respingente. Le montagne, il mare e i venti contrari: la natura sembra lottare per tenere fuori tutti gli altri, dentro soltanto loro. E loro sono i monaci dell'abbazia di Muck. 
«Sapete come chiamiamo un posto come questo in Irlanda? Un posto dimenticato da Dio. Ecco dove vi trovate ora, in un posto dimenticato da Dio». 
I monaci hanno sempre vissuto nel rispetto della dottrina così come la chiesa l'aveva concepita. Ma un nuovo Concilio Vaticano, il IV, impone un cambio di rotta: Roma esige un cattolicesimo teso al secolarismo, la confessione individuale deve essere abolita e la messa tradotta nella lingua di ogni popolo. I religiosi di Muck non condividono le ragioni del cambiamento e scelgono di restare fedeli al rito tradizionale, attirando l'attenzione di turisti e televisioni di tutto il mondo. Il Vaticano invia padre Kinsella al monastero con il compito di condurre il gregge sperduto d'Irlanda sulla nuova e più retta via.

Il confronto che emerge dal romanzo di Moore è parecchio interessante: Tomás O’Malley, l'abate dell'isola, giustifica la disobbedienza della sua comunità senza troppa convinzione. Non crede sia necessario un aggiornamento delle pratiche religiose ma non ha una sicurezza così forte per contrastare le disposizioni del Vaticano. Da anni ha smesso di rivolgersi a Dio, rassegnato al decadimento di una religione che non corrisponde più a quella che sentiva da giovane, e anche solo il pensiero di unire i palmi e
 pregare è diventato insopportabile. I monaci, invece, considerano la presenza di padre Kinsella una violazione ingiustificata: il latino, dicono, è la lingua di Dio. Il mistero dell'eucarestia non ha bisogno di essere svelato, né tradotto, per essere compreso. Perché adattare la messa agli uomini e al tempo se non parla né agli uomini e né al tempo? Abbiamo bisogno di trovare una nostra identità attraverso la Fede o stiamo cercando una fede qualsiasi che realizzi un'identità collettiva? Cosa otterremo attualizzando i nostri rituali? Padre Kinsella non si pone alcuna domanda: è affascinato dalle motivazioni dei monaci ma è troppo anestetizzato dalla responsabilità del suo mandato per mettersi in discussione. 
«Penso che la messa sia, per me come per la maggior parte dei cattolici oggi, un fatto simbolico. Non credo che il pane e il vino vengano trasformati sull'altare nel corpo e nel sangue di Cristo, se non in senso puramente simbolico. Di conseguenza non credo che Dio sia davvero presente nel tabernacolo, come si pensava una volta.»
L'abate si girò e diede le spalle alla finestra, la testa inclinata su un lato, i lineamenti aquilini interrogativi.
«Non è straordinario?», disse l'abate. «Eppure voi mi sembrate un giovane molto coscienzioso.»
«In che senso straordinario, abate? È la fede di oggi.»
«O la mancanza di fede», disse l'abate. «Forse sono nato nell'epoca sbagliata. Uno non è tenuto ad avere una grande fede, giusto?»
Kinsella sorrise. «Forse no.»
Kinsella porta avanti il concetto di un Dio tra gli uomini, e in questo contesto la chiesa non è più che una casa, il luogo dove questo avviene, e la messa è solo un momento di condivisione. Non c'è niente di sacro, o mistico. Niente di misterioso. Ma senza il mistero, l'inspiegabile, può esistere una dimensione spirituale? Anche questa è una domanda che non troverà risposta, ma provare a rifletterci è un buon inizio.


***
Cattolici, Brian Moore. Edizioni Lindau, 2016. Traduzione di Pier Maria Allolio.

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5 maggio 2016

Manuale di sopravvivenza per un #SalTo16 sostenibile

Il delirio è uno stato confusionale acuto e perciò, cito wikipedia, delirare significa«uscire dalla dritta via della ragione». Non a caso, delirio è il termine più utilizzato per descrivere la patologia che si sviluppa nei soggetti che decidono di partecipare al Salone del libro di Torino. I sintomi del delirio da Salone compaiono già in fase di pianificazione, quando ci si rende conto che si dovrà fronteggiare un programma di questa portata:
Sono oltre 1.000 gli editori presenti al Salone 2016. I convegni e dibattiti in programma sono a oggi 1.222, cui andranno ad aggiungersi quelli del Salone Off. Trentasette le Sale Convegni e Laboratori, compresa le nuove Sala Romania e Sala Babel. (...) oltre 500 gli operatori internazionali accreditati all’International Book Forum, di cui più di 250 stranieri provenienti da 41 Paesi.
Ma i numeri non devono spaventarvi perché vivere il Salone non è difficile se sai come farlo. Basta organizzarsi bene e scartare senza rimpianti. Ecco perché ho creato il Manuale di sopravvivenza per un #SalTo16 sostenibile: una guida (in PDF) che potrete scaricare, stampare e portare con voi. Il meglio del Salone concentrato in un foglio A4. Ho cercato d'immaginare un'esperienza a impatto zero, piacevole senza troppo sforzo, indicando alcune tra le tante proposte. Non ho scelto gli eventi in base alla risonanza mediatica degli attori coinvolti e potreste notare qualche grossa mancanza rispetto al palinsesto ufficiale. Ho deciso di inserire gli incontri che piacciono a me, quelli a cui io parteciperei se fossi a Torino per tutta la durata della fiera. 

Cosa c'è nel manuale?
 Gli eventi: tre incontri (+1) per ogni giorno di Salone. +1 è l'evento alternativo, un'opzione che può sostituire quella, tra le altre, che meno preferite;
Informazioni di base (Quando? Dove? Come ci arrivo?);
– Qualche consiglio;
– Spazio per gli appunti;
– Tanto simpatici e abbastanza inutili omini stilizzati


CLICCA E SCARICA IL MANUALE

Il Salone del libro è un'esperienza delirante ma è anche un'occasione per incontrarci tutti nello stesso posto e vivere di quello che più ci appassiona. Cinque giorni di editoria, cultura e lettura; i postumi sono compresi nel biglietto d'ingresso. Io sarò a Torino nei giorni di sabato e domenica. Cerchiamo di sfiorarci, se capita.



(Stampa il file in fronte/retro, orientamento orizzontale, e piega il foglio due volte per ottenere tre sezioni)
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29 aprile 2016

Racconti edizioni: una nuova casa editrice per lettori estremi

Quando Friedrich Nietzsche concepì il famoso aforisma "Dio è morto" il punto non era Dio, e neanche tanto la morte. Era un modo per porre luce su una questione, una mancanza, ancor più complessa. Allo stesso modo, "il racconto è morto" è una frase che non vuol dire niente: la letteratura è nata racconto, in quelle storie che passavano dalla bocca del padre all'orecchio del figlio, e non può morire finché noi continuiamo a vivere. È solo una provocazione che tiene accesa la discussione su una mancanza. Ma mancanza di cosa? 

Qualche giorno fa è apparso su VICE Magazine un articolo di Vanni Santoni dal titolo: Perché in italia abbiamo paura dei racconti? Lo scrittore fiorentino è arrivato alla conclusione che un vero mercato del racconto non esiste, tranne qualche rara eccezione. E Rossella Milone ha aggiunto: «gli editori pubblicano poche raccolte, i lettori si disabituano a leggerle, gli editori ne riducono ulteriormente quantità, tiratura e promozione, e via così». È un circolo vizioso alimentato da cattive abitudini, una mancanza dei lettori che nasce (non solo, ma anche) da una mancanza degli editori. Ma il racconto non è morto, anzi: un vuoto editoriale può diventare un'opportunità se colmato con un po' di coraggio. E una coraggiosa incoscienza sembra il motore di Racconti edizioni, una nuova casa editrice indipendente che fa capo a Emanuele Giammarco e Stefano Friani.  
racconti-edizioni

Chi c'è dietro il progetto Racconti edizioni?

EMANUELE Non è la prima volta che la domanda ci viene posta in questi termini. Non vuole essere una critica, in alcun modo. Varrebbe la pena chiedersi perché siamo abituati a indicare sempre un dietro le quinte. Certo è che sembra appropriata come espressione per una casa editrice, intendiamoci, ci sentiamo molto back-office e speriamo che a parlare siano i libri e gli autori; che sappiano rappresentarci meglio di come faremmo noi stessi. Detto ciò fondamentalmente in ufficio siamo in tre. Ci dividiamo il lavoro secondo esigenze e impariamo l’uno dall’altro o contestualmente insieme. Stefano Friani, Emanuele Giammarco e Leonardo Neri, il nostro prode gestore dei social media e a breve del sito, nonché l’espressione esteticamente più gratificante dell’intera operazione Racconti. Ma i confini di Racconti sono labili come quelli d’Europa. Giulia Marzetti si sacrifica per noi facendoci da ufficio stampa e provvedendo a farci molti complimenti immeritati, come Giulia Giovannini, che tiene le redini di alcuni contatti web: sono due professioniste che sfruttiamo senza pudore. Ma Racconti sta diventando, come avremmo voluto, un albero pieno di ramificazioni. C’è George F. Kaplan per il progetto grafico, Enzo Sferra e Claudio Palmieri che ci hanno fatto da illustratori per le bellissime copertine. Innumerevoli santi in paradiso come Francesco Pedicini, Piero Rocchi, Mattia Carratello, Monica Aldi, la girovaga Gioia Guerzoni, il nostro prof. e mentore Luca Formenton. Dobbiamo ringraziare tutti. Come avremmo fatto senza di loro?

STEFANO Io ed Emanuele veniamo entrambi da filosofia, ma lui frequentava solo le lezioni sui tedeschi, mentre io bighellonavo al bar e ogni tanto andavo a quelle sugli illuministi inglesi. Non ci siamo mai incrociati a quanto pare. Ci siamo conosciuti al master in Editoria della Sapienza e sulle prime ci siamo annusati, anche un po’ in cagnesco se vuoi, salvo poi scoprire una passione comune (Corrado Guzzanti) e diventare amici prima e compagni d’avventura poi. Un anno e mezzo fa, io di ritorno da Torino all’Einaudi e lui da Milano al Saggiatore, ci siamo presi una sbronza epocale e ci siamo detti: «Facciamo una casa editrice». Ne paghiamo ancora i postumi.

Com'è nata l'idea di avviare una casa editrice dedicata ai racconti?
EMANUELE Come più volte sostenuto da lungimiranti addetti al settore attraverso i soliti tecnicismi: ogni operazione editoriale, che sia o meno buona, prende l’avvio in sostanza da un elevato tasso alcolemico unito a preterintenzionale fase di cazzeggio. L’idea era quella di far parte di questo mondo affascinante, non voglio nascondermi: prima di tutto l’amore per i libri. Da qui è nato un dialogo che ha visto protagonisti noi e molte delle persone che abbiamo avuto il piacere di conoscere durante i nostri percorsi universitari, al master della Sapienza in Editoria, giornalismo e management culturale, e durante i nostri tirocini al Saggiatore, per quanto riguarda me, ed Einaudi per quanto concerne Stefano. Nessuno di loro è riuscito a fermarci, perché anche quando si tentava di metterci giustamente in guardia traspariva sempre l’idea di qualcosa di affascinante dietro le difficoltà. Nello specifico l’idea dei racconti, credo di poter dire, era già nell’aria. Esistono migliaia di case editrici e qualcuno prima o poi doveva prenderla al balzo. Con questo non voglio sminuire la fase di progettazione, che è stata lunga e vissuta con timore e fatica, ma neanche farmi carico di un’idea geniale e rivoluzionaria. Semmai riformista – se non rivoluzionaria – è la volontà di due ragazzi in preda alla crisi economica di provarci e di alcuni professionisti di dargli retta. Questo merito me lo prendo tutto anche perché arriveranno i momenti duri.

STEFANO I racconti si meritavano una casa editrice a loro dedicata. Che poi abbiano avuto la sventura di finire sotto la nostra egida è un altro discorso!
Da lettori non forti, ma estremi, il racconto ci offre il massimo col minimo sforzo. Posso dire di conoscere o quantomeno d’aver letto Javier Marías dopo una giornata passata negli ingranaggi infernali della metro di Roma in compagnia del suo Mentre le donne dormono e senza dovermi cimentare in uno dei suoi romanzoni. Naturalmente non tutti gli autori riescono egualmente sulla breve distanza come sulla lunga gittata, per non dire del fatto che ogni libro ha una sua storia e una sua irripetibilità; e quindi la mia è la pia illusione di uno che è dominato dall’ansia di non aver letto mai abbastanza.
Fatto sta che i racconti hanno un loro pubblico di lettori, i loro aficionados e la nostra è inaggirabilmente anche una scommessa sul futuro. I racconti saranno la forma letteraria che reggerà meglio l’urto che le nuove tecnologie – così perversamente sociali – hanno sulla nostra solitudine e sul modo in cui curiamo il nostro spazio (si può dire foro senza che qualcuno mi meni?) interiore. Come ha scritto Hartmut Rosa, la cifra della modernità è l’accelerazione. L’uomo occidentale non ha mai avuto così tanto tempo libero eppure la percezione è opposta: siamo costretti sempre a inseguire il nostro tempo. Siamo alienati, scissi, non più padroni dei nostri giorni. Siamo assediati dall’aggressione martellante delle e-mail, delle notifiche, dalla richiesta continua di una competitività insostenibile a lavoro, da una costante erosione dei momenti di pura solitudine e checché se ne dica la lettura è uno spazio decisamente antisociale. Il fatto che il tempo da dedicargli si contragga così drammaticamente ci spinge verso una soluzione di brevità che deve però preservare l’aspetto letterario: il racconto (non i distillati eh).

Come sceglierete gli autori da pubblicare? Avete intenzione di seguire un filo conduttore o vi baserete sul vostro istinto?
EMANUELE Siamo cresciuti con l’idea del filo conduttore, il serpente di libri borgesiano-calassiano, lo spirito illuminista di certe realtà come Einaudi, il Saggiatore, Laterza, le varie nicchie alla Sur, Iperborea, la narrativa americana di Minimum Fax. Dopodiché ci sono tutti i limiti, direi quasi epistemologici, di un discorso del genere. Stabilire, cioè definire, i margini è un’operazione difficile nonché pericolosa; i nostri limiti sono strutturali e neutrali: la lunghezza. Dopodiché, tornando indietro un’altra volta, bisogna sempre seguire l’elemento umano, il gusto, la volontà di toccare certi temi che ci accomunano e che vorremo approfondire, il fascino per il diverso. Se la scelta al di qua del catalogo non procede da questo elemento – definitelo come volete: spontaneo, umano, sentimentale, ingenuo – allora si corre il rischio più grande a mio parere: l’impossibilità di comunicare qualcosa, qualsiasi cosa. Leggiamo, ne discutiamo e ci convinciamo, va così. E la cosa grandiosa è che i rimandi fra un testo e l’altro spuntano fuori anche dopo e soprattutto dopo che abbiamo deciso di pubblicarli. Lì sta la conferma che quanto si è fatto ha un senso, perché significa che la casa editrice è prima di tutto viva e poi certa di sé. Che procede secondo uno sviluppo auto-cosciente.

STEFANO Sull’idea di editoria siamo volutamente démodé: non vogliamo inseguire mode passeggere o altre tradizioni editoriali, la nostra è quella che ci piace di più, quella in cui siamo cresciuti. Avevamo in mente di creare una casa per i racconti, una casa che potesse accogliere sia grandi classici come Eudora Welty o Virginia Woolf sia giovinastri irriverenti come Stephen Graham Jones, Altaf Tyrewala o Philip Ó Ceallaigh. Per questo la veste grafica ha un tocco austero e non ricerca colori sparati. Il bianco rimanda biograficamente sia alle nostre vicende editoriali sia alla nostra vocazione illuministica. La carta ruvida vuole trasmettere il messaggio che siano libri fatti per rimanere, oggetti da toccare, da possedere. Con i bozzetti in copertina e in bandella poi vorremmo restituire il clima del libro e l’immagine dell’autore, ma anche ciò che siamo: un laboratorio.

Qualche anticipazione sui titoli in uscita?
EMANUELE Come dice Nino Frassica: Non è bello ciò che è bello, ma che bello, che bello, che bello. Philip Ó Ceallaigh (pronuncia: filip o chelleig) sarà il nostro numero uno con Appunti da un bordello turco. Ne parlavamo l’altro giorno: è davvero interessante quanto è evidente che la sua narrazione provenga tutta dal suo bagaglio personale (Philip è un giramondo instancabile) e quanto d’altro canto tutto ciò non sia così “pressante”; la sua visione del mondo non è mai la stessa identica dei protagonisti, per esempio, ma traspare fra l’uno e l’altro come un mosaico. Credo che si stia parlando di quella cosa lì, il tocco universale degli scrittori con la «S» maiuscola. I suoi racconti sono ambientati in Romania, Turchia, Stati Uniti ma sempre ai «margini», come dice lo strillo, cioè dove le cose succedono veramente. Ha un uso del discorso indiretto libero che trovo stimolante, e la portata di ciò che racconta – tassisti misogini, traditori bugiardi, artisti granguignoleschi, scrittori puttanieri – non ha bisogno di troppi ghirigori sintattici per risultare fresca e avvolgente. Rohinton Mistry segue al numero due con Lezioni di nuoto. Qui tutto ruota attorno a questo complesso residenziale di Bombay dove i protagonisti, gli abitanti del compound, si guardano, si giudicano, si raccontano l’un l’altro. Noi attraversiamo tutte le prospettive grazie a quella suprema di Mistry, che risulta disincantato abbastanza da risultare toccante, lontano e vicino allo stesso tempo. Ci sono tutte le sfumature leggere dei piccoli gesti, dei capitomboli, delle disavventure quotidiane. Tutti ingredienti per piacere a molti. Il terzo è Éric Faye con Sono il guardiano del faro. Qui la lingua si fa più alta se vogliamo, ma non mi fa impazzire come termine, quindi non vogliamo poi tanto. I luoghi in cui si svolgono i racconti sono fantastici, li definirei «secchi», di quella secchezza dei quadri di De Chirico, per intenderci. Treni, fari, foreste, spiagge greche, frontiere murate; assumono i contorni di un sogno in cui il viaggiatore, o l’io narrante, riflette sulla condizione dell’uomo nel mondo. In tutto questo però non manca l’ironia.

STEFANO Sono libri a cui teniamo moltissimo, che sentiamo quasi come figli e che abbiamo curato come tali. Chiedo scusa a tutte le persone reali che ho trascurato in quest’ultimo periodo per stare dentro ai libri, per inseguire il viaggiatore di Faye, per ridere di Rustomji-lo-spilorcio e sganasciarmi dietro a certe elucubrazioni di Philip. Se mi (ci) vedete con delle occhiaie mostruose, sapete perché.

Al progetto della casa editrice è collegato un blog, Altri animali. Perché questo titolo? In che modo il blog supporterà la vostra attività?

EMANUELE Passo la linea a bordocampo a Leonardo Neri.

LEONARDO La scelta del nome è stata un parto sofferto. Alla fine però, nella nostra creatura abbiamo trovato qualcosa che rendesse tutta la polivalenza a cui vorremmo ispirarci: da un lato l’alterità umana contro la bestialità;  per un verso qualcosa di distaccato, di altro dalla casa editrice vera e propria, per un altro l’estensione naturale di questa. Soprattutto l’idea che pur essendo animali come tutti gli altri vogliamo proporre qualcosa di diverso, che potrà piacere o meno, ma che comunque sarà diverso. L’idea di associare un blog al progetto nasce dalla volontà di creare una comunità attorno alla casa editrice. Un gruppo di persone che apprezzi i contenuti proposti e che cerchi di dialogare con noi, anche polemizzando o comunque provando a costruire quel dibattito che fonda qualsiasi processo culturale. Nella vita quotidiana di Racconti abbiamo uno scambio continuo, ci confrontiamo e battagliamo su qualsiasi argomento e posizione. Ci piacerebbe ricreare questo clima laboratoriale anche coi lettori di Altri animali e trasmettere loro quello che succede durante la progettazione editoriale. L’idea è che se impareranno a conoscere i nostri criteri, allora potranno comprendere meglio e apprezzare le nostre scelte. Un altro obiettivo fondamentale, poi, è quello di incentivare la rivalutazione della forma breve che abbiamo assunto come mantra. Per questo, il martedì  proponiamo una rubrica di racconti selezionati da noi.

Perché, secondo voi, i lettori non riescono ad apprezzare i racconti?
EMANUELE Che i lettori non apprezzino i racconti per me è come dire che i lettori non apprezzano la lettura. Non c’è alcuna ragione perché un limite come quello della lunghezza possa impedire il piacere a priori. La lunghezza sarebbe un limite fisico, temporale, ma la brevità? È stupendo perdersi in un romanzo, giungere fino ai vicoli più loschi della loro architettura, come è bello aspettarsi che lo sguardo diretto verso un unico scorcio ci racconti un intero universo. Ci può piacere o meno quell’universo, forse, ma una prospettiva ci deve essere per forza: senza prospettiva non c’è un universo che possa piacere o meno. Se ne frequento una troppo spesso forse è meglio provare a cambiare, che senso ha non frequentare a priori tutte le modalità della narrazione? Mi sembra un limite troppo formale (il racconto è appunto una forma più che un genere). Mi posso aspettare una cosa del tipo «non mi piace la fantascienza» (e comunque avrei da ridire, sarebbe più corretto affermare: «non frequento spesso la fantascienza») ma non: «non mi piace il fatto che una narrazione possa essere breve». Ci sono delle ragioni storiche, ovviamente, come è storico il fatto che il blues sia nato in America e la dodecafonia in Europa. Ma credo che in un mondo dove un ragazzo della Garbatella si veste come un rapper di Brooklyn non è molto credibile addossare ragioni storiche per la non fruizione di una forma letteraria antichissima – che tra l’altro ha dei picchi esorbitanti tanto in scrittori italiani quanto in letterature straniere che, sempre in Italia, piacciono da morire. Piuttosto ci saranno ragioni storiche incancrenite in ragioni economiche, industriali, editoriali ecc. Il modo in cui sono stati trattati è abbastanza inspiegabile; non credo che il bildungsroman costituisca una forma letteraria più attuale dei racconti in tutta sincerità.

STEFANO Normalmente si cita il fattore immersione come quello cruciale. Il lettore vuole perdersi nelle pagine e nelle pieghe di un libro e il romanzo o la novella rappresentano un investimento di tempo assai maggiore, ma che è ripagato dalla costruzione di un mondo teoricamente più abitabile dal lettore. La short story avendo il vantaggio/limite della brevità permette e promette la stessa soddisfazione d’un romanzo nello spazio minore possibile; ma indubbiamente, a meno che non si tratti di una serie di racconti correlati tra loro – come potrebbe essere il caso delle Lezioni di nuoto di Mistry o di un altro dei famigerati, fatica a immergere e soffondere il lettore nella stessa aura. Anche se, da lettore di racconti, devo dire che avere accanto al letto una raccolta di racconti bellissima e poter sbocconcellare come un cioccolatino proibito un racconto di Hemingway o chessò di Quiroga prima di andare a dormire è una cosa assai più gratificante rispetto al dover prendere e riprendere un romanzo.

Come vi spiegate la diffusione delle short stories in America? In che cosa si differenziano i lettori americani da quelli europei?

EMANUELE È una domanda complessa che mette in gioco diversi tipi di possibili spiegazioni. Ragioni storiche, ragioni antropologiche, ragioni editoriali. Un mix di tutte queste ragioni? È una questione da progetto di dottorato… È vero forse – un grande forse – che gli americani, come gli inglesi, amano fare uso, riferirsi, appoggiarsi a storie brevi più di quanto facciano i continentali; storie che sembrano fornire una sorta di base narrativa per il loro background morale e culturale, il loro serbatoio di esempi. È un po’ vaga come spiegazione e sacrifica la complessità propria della letteratura come messa in discussione e elevazione a problema, ma certamente è coerente con quel tipo di mentalità empirista di matrice anglofona che preferisce partire dagli esempi piuttosto che dai princìpi. Forse questa predisposizione filosofica e sociale ha permesso una fruizione in generale più semplice del formato breve; formato che, sia chiaro, si è poi evoluto in tutte le infinite sfaccettature proprie di una lingua letteraria, diciamo così, come progressiva messa in crisi di quell’originaria narrazione simile alla parabola o alla favoletta morale. Ma davvero a noi continentali, o a noi italiani nello specifico, non piacciono i racconti? Calvino nomina esplicitamente la short story come sua forma principe e la brevità come qualità tipica della penna italiana. Poi noi l’abbiamo chiamati «romanzi brevi» ma ci sono straordinari esempi di grandi narratori di racconti. Noi crediamo innanzitutto – ma è appunto un credo – che i racconti siano stati trattati male editorialmente, per difficoltà oggettive, in molti casi, ma difficoltà da cui non si è riusciti a venir fuori anche per pigrizia. I racconti vestono male il libro: questa sembra la difficoltà numero uno. Spesso non vengono pensati per un libro ma escono sparuti e solitari nelle riviste – amate in America, praticamente scomparse o poco lette da noi – e quindi raccoglierli diventa un’operazione che necessita di ingegno, tempo, voglia, progettualità (cose che sappiamo non appartenere troppo ai grandi editori). La soluzione nella maggior parte dei casi è la più semplice: l’immagazzinamento. Si immagazzinano tutti i racconti in un unico volume e che succede? Succede la stessa cosa che accade a mio padre, che è l’incontrastato leader nel collezionismo di «cofanetti» di qualsiasi tipo: si accumulano, si stipano, e poi non si ha mai il tempo di andare a leggere, a spiluccare, a godere veramente del prodotto. Non c’è vera fruizione, non c’è assorbimento della lettura. In ogni immagazzinamento manca il sostrato culturale che rende le cose migliori, manca la memoria, il fare proprio ciò che si legge, perché manca il tempo materiale e perché si crede di avere tutto a portata di mano. Ma, ripeto, ci sono mille ragioni possibili.

STEFANO Provo a rispondere anche se è una domanda complicatissima e temo di non avere gli strumenti. Comunque ne farei più una questione angloamericana che non esclusivamente statunitense (anche se poi il racconto va fortissimo anche altrove, in Sudamerica per esempio). Agli inizi del Novecento, nel mondo anglosassone, gli autori di racconti erano gli scrittori che guadagnavano di più (giuro!). Le short stories erano la forma d’intrattenimento principe prima dell’invenzione del cinema. Zweig e O. Henry per esempio non se la passavano male e scrivevano soprattutto racconti che venivano pubblicati sulle riviste, sui giornali. Avanti veloce sino agli anni Ottanta e la forma riceve un impulso non indifferente dal cosiddetto minimalismo; c’è stato un periodo negli Stati Uniti in cui tutti seguivano le orme di Carver e riuscivano persino a pagarsi le bollette. E poi le riviste, il New Yorker per dire ha sempre dato uno spazio enorme ai racconti e arriva effettivamente nelle case degli statunitensi, non è una roba elitaria come i nostri corrispettivi dell’epoca e odierni (ma questo dell’accesso alla cultura e alla lettura è un discorso che va esteso anche ad altri ambiti oltre al racconto e ha a che fare con la lingua e l’alfabetizzazione… insomma si corre il rischio di tracimare).
Da noi, da sempre succedanei e a ricasco degli amici transalpini, sui giornali si pubblicavano i romanzi d’appendice e la forma breve principe è sempre stata la poesia. Anche se poi ci sono pure le Novelle per un anno o le Novelle rusticane e se vogliamo possiamo risalire fino a Boccaccio. Mi pare fosse Emanuele Trevi a dire che l’editoria italiana ha strangolato la naturale tendenza degli scrittori italiani a cimentarsi con la forma breve – sia essa poesia o racconti – per incasellarla e regolarizzarla nella forma romanzo. A prescindere da queste riflessioni spurie, la domanda mi risulta insormontabile. Non saprei dire perché noi siamo così e loro colà: quello che so, da inveterato ottimista, è che le cose possono cambiare. Ce lo insegna Rocky nel finale di Rocky IV.

Quali sono gli autori che vi hanno fatto appassionare al "genere"?

EMANUELE Sulle questioni biografiche mi trovo un po’ in difficoltà. Ho una memoria pessima soprattutto per quanto riguarda il mio vissuto personale. Vorrei dire una cosa, però: la letteratura dei racconti è la stessa grande letteratura dei romanzi, e come tale ha seguito tutti i grandi «generi» letterari, tutte i grandi temi. Il racconto in generale è una forma della narrazione che non si pone limiti contenutistici di sorta. William Wilson tocca il tema del doppio come Lo strano caso del Dr Jekyll e di Mr Hyde, Kafka è Kafka nei racconti come nei romanzi incompiuti. Poi come dici tu si ha la sensazione che esista il «genere racconto» e questo è dovuto al fatto che esistono dei veri maestri del genere: Maupassant, Čechov, Cheever, Hemingway i classici dell’orrore come Poe, Lovecraft, Jackson e quelli della fantascienza come Dick e Clarke. Si tende a identificarli per la «bizzarria» che abbiano scelto il racconto come loro modalità principe della narrazione; ma è del tutto legittimo e normale. Di conseguenza non riesco a frazionare il gusto per la lettura in autori da racconto e autori da romanzo. Leggo Calvino nei racconti brevi e riesco ad apprezzarlo proprio come nei racconti lunghi e lo stesso per tutti grandi autori che non sono considerati «di genere». E se si va a controllare ce ne sono tantissimi; tanti che è praticamente inutile nominarli. Gente di Dublino mi è piaciuto molto prima che mi ponessi la domanda se fosse o meno da considerarsi un libro di racconti.

STEFANO Sto invecchiando mi sa: i primi racconti che ho letto di mia spontanea volontà e che ho amato sono stati quelli della Gioventù cannibale (l’antologia prima e poi Aldo Nove e Niccolò Ammaniti), Valerio Evangelisti, Benni, Tondelli e poi Bukowski, Welsh, Lovecraft. Da queste letture adolescenziali traluce un certo percorso d’inquietudine, credo. Leggevo tanta roba di politica e filosofia, quindi per la narrativa mi rimaneva poco tempo e i racconti colmavano benissimo quello spazio. Ricordo un’estate in cui l’incubo più grande era il mare salentino e passavo ogni momento libero a macinare pagine di racconti di Lovecraft nella penombra di camera mia. Non mi sono abbronzato granché.

Il vostro preferito? So che sceglierne uno è difficile ma proviamo a far cambiare idea a chi ancora fa fatica ad avvicinarsi ai racconti. Un titolo che non lasci scampo. Cosa consigliamo?

EMANUELE Sui preferiti passo. Mai stato bravo. Ne scelgo uno come dici tu, per invogliare alla lettura. The Lottery di Shirley Jackson; ne esiste una versione Piccola biblioteca Adelphi con altri due racconti se non sbaglio (l’ultimo che si dovrebbe chiamare Il ventriloquo è ancora più agghiacciante). Consiglio di lasciarsi trasportare dalla narrazione fino all’ultima pagina, di assecondare il ritmo cadenzato, di fare un passo alla volta. Non posso andare oltre, si tratta di una lotteria «tradizionale» in un paese imprecisato degli Stati Uniti, ma il vero luogo in cui si svolge tutto è la nostra coscienza.

STEFANO E sei riuscito, non so come, a evitare di dire che c’è il twist più bello della storia della letteratura! Visto che sta a me rispondere e come Emanuele ho una serissima difficoltà a identificare una qualche classifica, ti rispondo con un racconto fantastico in tutti i sensi: Il naso di Gogol’. Un bel giorno un tale si sveglia senza naso ed è costretto a inseguirlo per le strade di Pietroburgo con tutta una sequela di sventure grottesche, impossibili da figurarsi. Dovessimo scomparire come i dinosauri dopo un futuribile olocausto termonucleare, tra qualche milione di anni gli scarafaggi leggerebbero comunque Gogol’. 



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(Racconti edizioni debutterà al Salone del libro di Torino. L'appuntamento è per sabato 14 maggio, ore 17:00, presso l'area Incubatore)

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26 aprile 2016

Lince rossa e altre storie di Rebecca Lee

Leggere questi racconti mi ha fatto venire in mente la prima volta che sono andata in bicicletta. Per evitare di cadere cercavo di mettere in pratica gli insegnamenti dei grandi, tutti nello stesso momento: stai dritta, guarda avanti, reggi il manubrio, usa due mani, non frenare con i piedi. Non riuscivo a valutare il peso di ogni consiglio (frenare con i piedi si può, in alcune occasioni) e questa insicurezza non mi permetteva di sentire la strada. In realtà non facevo che imitare gli altri, i maestri, volendo però trovare la mia stabilità. Mi ci è voluto del tempo per capire che avrei dovuto affidare alla teoria solo una parte del mio modo di guidare. In Rebecca Lee ho ritrovato un po' di quella rigidità: la mano tesa sull'impugnatura e lo sguardo concentrato, puntato verso l'obiettivo. Ma se l'obiettivo di ogni scrittore è conquistare il lettore, il trucco è fare in modo che lui non se ne accorga (lui, il lettore), farlo sentire uno spettatore qualsiasi di un evento bellissimo. Per catturarmi, Rebecca Lee ha messo in atto ogni pratica da manuale. Ma quegli stessi modelli che hanno guidato la sua scrittura hanno stemperato la sua capacità comunicativa e aggiunto un po' di confusione allo sviluppo di alcune storie. Seguire le regole è necessario, ma poi diventa un problema se manca la spinta, il coraggio di lasciarsi andare.

lince-rossa-lee
I primi quattro racconti di Lince Rossa e altre storie sono molto belli. Si avverte, in ognuno di essi, quel senso di malinconia un po' necessaria, di quel vivere a più strati che tanto ci tormenta. Le donne di queste storie sono in una condizione di sospensione emotiva. Non è incapacità di agire ma una difesa, più o meno ragionata, un modo di prendere la giusta distanza e analizzare i dettagli della vita che accade. In Da qui al sole, forse il mio racconto preferito, questa chiave di lettura diventa una vera e propria tecnica di sopravvivenza. Margit è una bambina che non riesce a motivare la sua infinita tristezza. I genitori, vittime ignare di un imminente divorzio, sono così preoccupati che decidono di chiedere aiuto a uno specialista. Lo psicologo, il Dottor Roland Boland Pine, è un tipo un po' eccentrico ma si rivela molto efficace. Fa accomodare Margit su una grossa poltrona di pelle nera e le dà un consiglio per affrontare nel modo giusto i problemi che sembrano senza soluzione:
Bisogna saper prendere le distanze da ogni situazione. Crescere è solo questione di acquisire prospettiva. A volte ti basta semplicemente saltar fuori per un momento, sollevarti di un metro da terra. O molto di su. È come se ci fossero delle zattere sospese nell'aria, degli appigli, da qui al sole, Margit, su cui possiamo poggiare i piedi. Capisci?
Tutte le donne di Rebecca Lee sembrano seguire il consiglio del Dottor Pine, come se si fossero sedute, in momenti differenti, sulla stessa poltrona di quello stesso studio. Donne molto diverse, per estrazione sociale, provenienza e carattere, eppure molto simili: tutte sospese, in attesa di qualcosa per cui valga la pena resistere. Certe volte un motivo c'è, certe volte se ne trova uno, certe volte sembra non arrivare mai. Il punto è, sempre, tornare a guardare giù con uno sguardo nuovo. Imparare a dare importanza a ciò che è importante, e sorprendersi di una nuova consapevolezza: non siamo noi a definire l'equilibrio dell'universo. E allora tutto diventa più sopportabile, anche il dolore: «accucciati, tieniti forte, ora soffrirai un po', ma non troppo

Leggere Rebecca Lee è stato davvero piacevole: nelle curve percorse d'istinto, quando la teoria è stata messa un po' da parte, ho scoperto una scrittrice brillante. In alcuni passaggi eravamo perfettamente connesseAvrei voluto soltanto, proprio in virtù delle capacità che le riconosco, che fosse meno accademicaAvrei preferito, anche, che fosse meno concentrata sulla forma e più sulla sostanza. Molto spesso quello che dovrebbe funzionare non è detto che funzioni veramente. E viceversa.



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Lince rossa e altre storie, Rebecca Lee. Edizioni Clichy, 2016. Traduzione di Sara Reggiani.

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