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29 aprile 2016

Racconti edizioni: una nuova casa editrice per lettori estremi

Quando Friedrich Nietzsche concepì il famoso aforisma "Dio è morto" il punto non era Dio, e neanche tanto la morte. Era un modo per porre luce su una questione, una mancanza, ancor più complessa. Allo stesso modo, "il racconto è morto" è una frase che non vuol dire niente: la letteratura è nata racconto, in quelle storie che passavano dalla bocca del padre all'orecchio del figlio, e non può morire finché noi continuiamo a vivere. È solo una provocazione che tiene accesa la discussione su una mancanza. Ma mancanza di cosa? 

Qualche giorno fa è apparso su VICE Magazine un articolo di Vanni Santoni dal titolo: Perché in italia abbiamo paura dei racconti? Lo scrittore fiorentino è arrivato alla conclusione che un vero mercato del racconto non esiste, tranne qualche rara eccezione. E Rossella Milone ha aggiunto: «gli editori pubblicano poche raccolte, i lettori si disabituano a leggerle, gli editori ne riducono ulteriormente quantità, tiratura e promozione, e via così». È un circolo vizioso alimentato da cattive abitudini, una mancanza dei lettori che nasce (non solo, ma anche) da una mancanza degli editori. Ma il racconto non è morto, anzi: un vuoto editoriale può diventare un'opportunità se colmato con un po' di coraggio. E una coraggiosa incoscienza sembra il motore di Racconti edizioni, una nuova casa editrice indipendente che fa capo a Emanuele Giammarco e Stefano Friani.  
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Chi c'è dietro il progetto Racconti edizioni?

EMANUELE Non è la prima volta che la domanda ci viene posta in questi termini. Non vuole essere una critica, in alcun modo. Varrebbe la pena chiedersi perché siamo abituati a indicare sempre un dietro le quinte. Certo è che sembra appropriata come espressione per una casa editrice, intendiamoci, ci sentiamo molto back-office e speriamo che a parlare siano i libri e gli autori; che sappiano rappresentarci meglio di come faremmo noi stessi. Detto ciò fondamentalmente in ufficio siamo in tre. Ci dividiamo il lavoro secondo esigenze e impariamo l’uno dall’altro o contestualmente insieme. Stefano Friani, Emanuele Giammarco e Leonardo Neri, il nostro prode gestore dei social media e a breve del sito, nonché l’espressione esteticamente più gratificante dell’intera operazione Racconti. Ma i confini di Racconti sono labili come quelli d’Europa. Giulia Marzetti si sacrifica per noi facendoci da ufficio stampa e provvedendo a farci molti complimenti immeritati, come Giulia Giovannini, che tiene le redini di alcuni contatti web: sono due professioniste che sfruttiamo senza pudore. Ma Racconti sta diventando, come avremmo voluto, un albero pieno di ramificazioni. C’è George F. Kaplan per il progetto grafico, Enzo Sferra e Claudio Palmieri che ci hanno fatto da illustratori per le bellissime copertine. Innumerevoli santi in paradiso come Francesco Pedicini, Piero Rocchi, Mattia Carratello, Monica Aldi, la girovaga Gioia Guerzoni, il nostro prof. e mentore Luca Formenton. Dobbiamo ringraziare tutti. Come avremmo fatto senza di loro?

STEFANO Io ed Emanuele veniamo entrambi da filosofia, ma lui frequentava solo le lezioni sui tedeschi, mentre io bighellonavo al bar e ogni tanto andavo a quelle sugli illuministi inglesi. Non ci siamo mai incrociati a quanto pare. Ci siamo conosciuti al master in Editoria della Sapienza e sulle prime ci siamo annusati, anche un po’ in cagnesco se vuoi, salvo poi scoprire una passione comune (Corrado Guzzanti) e diventare amici prima e compagni d’avventura poi. Un anno e mezzo fa, io di ritorno da Torino all’Einaudi e lui da Milano al Saggiatore, ci siamo presi una sbronza epocale e ci siamo detti: «Facciamo una casa editrice». Ne paghiamo ancora i postumi.

Com'è nata l'idea di avviare una casa editrice dedicata ai racconti?
EMANUELE Come più volte sostenuto da lungimiranti addetti al settore attraverso i soliti tecnicismi: ogni operazione editoriale, che sia o meno buona, prende l’avvio in sostanza da un elevato tasso alcolemico unito a preterintenzionale fase di cazzeggio. L’idea era quella di far parte di questo mondo affascinante, non voglio nascondermi: prima di tutto l’amore per i libri. Da qui è nato un dialogo che ha visto protagonisti noi e molte delle persone che abbiamo avuto il piacere di conoscere durante i nostri percorsi universitari, al master della Sapienza in Editoria, giornalismo e management culturale, e durante i nostri tirocini al Saggiatore, per quanto riguarda me, ed Einaudi per quanto concerne Stefano. Nessuno di loro è riuscito a fermarci, perché anche quando si tentava di metterci giustamente in guardia traspariva sempre l’idea di qualcosa di affascinante dietro le difficoltà. Nello specifico l’idea dei racconti, credo di poter dire, era già nell’aria. Esistono migliaia di case editrici e qualcuno prima o poi doveva prenderla al balzo. Con questo non voglio sminuire la fase di progettazione, che è stata lunga e vissuta con timore e fatica, ma neanche farmi carico di un’idea geniale e rivoluzionaria. Semmai riformista – se non rivoluzionaria – è la volontà di due ragazzi in preda alla crisi economica di provarci e di alcuni professionisti di dargli retta. Questo merito me lo prendo tutto anche perché arriveranno i momenti duri.

STEFANO I racconti si meritavano una casa editrice a loro dedicata. Che poi abbiano avuto la sventura di finire sotto la nostra egida è un altro discorso!
Da lettori non forti, ma estremi, il racconto ci offre il massimo col minimo sforzo. Posso dire di conoscere o quantomeno d’aver letto Javier Marías dopo una giornata passata negli ingranaggi infernali della metro di Roma in compagnia del suo Mentre le donne dormono e senza dovermi cimentare in uno dei suoi romanzoni. Naturalmente non tutti gli autori riescono egualmente sulla breve distanza come sulla lunga gittata, per non dire del fatto che ogni libro ha una sua storia e una sua irripetibilità; e quindi la mia è la pia illusione di uno che è dominato dall’ansia di non aver letto mai abbastanza.
Fatto sta che i racconti hanno un loro pubblico di lettori, i loro aficionados e la nostra è inaggirabilmente anche una scommessa sul futuro. I racconti saranno la forma letteraria che reggerà meglio l’urto che le nuove tecnologie – così perversamente sociali – hanno sulla nostra solitudine e sul modo in cui curiamo il nostro spazio (si può dire foro senza che qualcuno mi meni?) interiore. Come ha scritto Hartmut Rosa, la cifra della modernità è l’accelerazione. L’uomo occidentale non ha mai avuto così tanto tempo libero eppure la percezione è opposta: siamo costretti sempre a inseguire il nostro tempo. Siamo alienati, scissi, non più padroni dei nostri giorni. Siamo assediati dall’aggressione martellante delle e-mail, delle notifiche, dalla richiesta continua di una competitività insostenibile a lavoro, da una costante erosione dei momenti di pura solitudine e checché se ne dica la lettura è uno spazio decisamente antisociale. Il fatto che il tempo da dedicargli si contragga così drammaticamente ci spinge verso una soluzione di brevità che deve però preservare l’aspetto letterario: il racconto (non i distillati eh).

Come sceglierete gli autori da pubblicare? Avete intenzione di seguire un filo conduttore o vi baserete sul vostro istinto?
EMANUELE Siamo cresciuti con l’idea del filo conduttore, il serpente di libri borgesiano-calassiano, lo spirito illuminista di certe realtà come Einaudi, il Saggiatore, Laterza, le varie nicchie alla Sur, Iperborea, la narrativa americana di Minimum Fax. Dopodiché ci sono tutti i limiti, direi quasi epistemologici, di un discorso del genere. Stabilire, cioè definire, i margini è un’operazione difficile nonché pericolosa; i nostri limiti sono strutturali e neutrali: la lunghezza. Dopodiché, tornando indietro un’altra volta, bisogna sempre seguire l’elemento umano, il gusto, la volontà di toccare certi temi che ci accomunano e che vorremo approfondire, il fascino per il diverso. Se la scelta al di qua del catalogo non procede da questo elemento – definitelo come volete: spontaneo, umano, sentimentale, ingenuo – allora si corre il rischio più grande a mio parere: l’impossibilità di comunicare qualcosa, qualsiasi cosa. Leggiamo, ne discutiamo e ci convinciamo, va così. E la cosa grandiosa è che i rimandi fra un testo e l’altro spuntano fuori anche dopo e soprattutto dopo che abbiamo deciso di pubblicarli. Lì sta la conferma che quanto si è fatto ha un senso, perché significa che la casa editrice è prima di tutto viva e poi certa di sé. Che procede secondo uno sviluppo auto-cosciente.

STEFANO Sull’idea di editoria siamo volutamente démodé: non vogliamo inseguire mode passeggere o altre tradizioni editoriali, la nostra è quella che ci piace di più, quella in cui siamo cresciuti. Avevamo in mente di creare una casa per i racconti, una casa che potesse accogliere sia grandi classici come Eudora Welty o Virginia Woolf sia giovinastri irriverenti come Stephen Graham Jones, Altaf Tyrewala o Philip Ó Ceallaigh. Per questo la veste grafica ha un tocco austero e non ricerca colori sparati. Il bianco rimanda biograficamente sia alle nostre vicende editoriali sia alla nostra vocazione illuministica. La carta ruvida vuole trasmettere il messaggio che siano libri fatti per rimanere, oggetti da toccare, da possedere. Con i bozzetti in copertina e in bandella poi vorremmo restituire il clima del libro e l’immagine dell’autore, ma anche ciò che siamo: un laboratorio.

Qualche anticipazione sui titoli in uscita?
EMANUELE Come dice Nino Frassica: Non è bello ciò che è bello, ma che bello, che bello, che bello. Philip Ó Ceallaigh (pronuncia: filip o chelleig) sarà il nostro numero uno con Appunti da un bordello turco. Ne parlavamo l’altro giorno: è davvero interessante quanto è evidente che la sua narrazione provenga tutta dal suo bagaglio personale (Philip è un giramondo instancabile) e quanto d’altro canto tutto ciò non sia così “pressante”; la sua visione del mondo non è mai la stessa identica dei protagonisti, per esempio, ma traspare fra l’uno e l’altro come un mosaico. Credo che si stia parlando di quella cosa lì, il tocco universale degli scrittori con la «S» maiuscola. I suoi racconti sono ambientati in Romania, Turchia, Stati Uniti ma sempre ai «margini», come dice lo strillo, cioè dove le cose succedono veramente. Ha un uso del discorso indiretto libero che trovo stimolante, e la portata di ciò che racconta – tassisti misogini, traditori bugiardi, artisti granguignoleschi, scrittori puttanieri – non ha bisogno di troppi ghirigori sintattici per risultare fresca e avvolgente. Rohinton Mistry segue al numero due con Lezioni di nuoto. Qui tutto ruota attorno a questo complesso residenziale di Bombay dove i protagonisti, gli abitanti del compound, si guardano, si giudicano, si raccontano l’un l’altro. Noi attraversiamo tutte le prospettive grazie a quella suprema di Mistry, che risulta disincantato abbastanza da risultare toccante, lontano e vicino allo stesso tempo. Ci sono tutte le sfumature leggere dei piccoli gesti, dei capitomboli, delle disavventure quotidiane. Tutti ingredienti per piacere a molti. Il terzo è Éric Faye con Sono il guardiano del faro. Qui la lingua si fa più alta se vogliamo, ma non mi fa impazzire come termine, quindi non vogliamo poi tanto. I luoghi in cui si svolgono i racconti sono fantastici, li definirei «secchi», di quella secchezza dei quadri di De Chirico, per intenderci. Treni, fari, foreste, spiagge greche, frontiere murate; assumono i contorni di un sogno in cui il viaggiatore, o l’io narrante, riflette sulla condizione dell’uomo nel mondo. In tutto questo però non manca l’ironia.

STEFANO Sono libri a cui teniamo moltissimo, che sentiamo quasi come figli e che abbiamo curato come tali. Chiedo scusa a tutte le persone reali che ho trascurato in quest’ultimo periodo per stare dentro ai libri, per inseguire il viaggiatore di Faye, per ridere di Rustomji-lo-spilorcio e sganasciarmi dietro a certe elucubrazioni di Philip. Se mi (ci) vedete con delle occhiaie mostruose, sapete perché.

Al progetto della casa editrice è collegato un blog, Altri animali. Perché questo titolo? In che modo il blog supporterà la vostra attività?

EMANUELE Passo la linea a bordocampo a Leonardo Neri.

LEONARDO La scelta del nome è stata un parto sofferto. Alla fine però, nella nostra creatura abbiamo trovato qualcosa che rendesse tutta la polivalenza a cui vorremmo ispirarci: da un lato l’alterità umana contro la bestialità;  per un verso qualcosa di distaccato, di altro dalla casa editrice vera e propria, per un altro l’estensione naturale di questa. Soprattutto l’idea che pur essendo animali come tutti gli altri vogliamo proporre qualcosa di diverso, che potrà piacere o meno, ma che comunque sarà diverso. L’idea di associare un blog al progetto nasce dalla volontà di creare una comunità attorno alla casa editrice. Un gruppo di persone che apprezzi i contenuti proposti e che cerchi di dialogare con noi, anche polemizzando o comunque provando a costruire quel dibattito che fonda qualsiasi processo culturale. Nella vita quotidiana di Racconti abbiamo uno scambio continuo, ci confrontiamo e battagliamo su qualsiasi argomento e posizione. Ci piacerebbe ricreare questo clima laboratoriale anche coi lettori di Altri animali e trasmettere loro quello che succede durante la progettazione editoriale. L’idea è che se impareranno a conoscere i nostri criteri, allora potranno comprendere meglio e apprezzare le nostre scelte. Un altro obiettivo fondamentale, poi, è quello di incentivare la rivalutazione della forma breve che abbiamo assunto come mantra. Per questo, il martedì  proponiamo una rubrica di racconti selezionati da noi.

Perché, secondo voi, i lettori non riescono ad apprezzare i racconti?
EMANUELE Che i lettori non apprezzino i racconti per me è come dire che i lettori non apprezzano la lettura. Non c’è alcuna ragione perché un limite come quello della lunghezza possa impedire il piacere a priori. La lunghezza sarebbe un limite fisico, temporale, ma la brevità? È stupendo perdersi in un romanzo, giungere fino ai vicoli più loschi della loro architettura, come è bello aspettarsi che lo sguardo diretto verso un unico scorcio ci racconti un intero universo. Ci può piacere o meno quell’universo, forse, ma una prospettiva ci deve essere per forza: senza prospettiva non c’è un universo che possa piacere o meno. Se ne frequento una troppo spesso forse è meglio provare a cambiare, che senso ha non frequentare a priori tutte le modalità della narrazione? Mi sembra un limite troppo formale (il racconto è appunto una forma più che un genere). Mi posso aspettare una cosa del tipo «non mi piace la fantascienza» (e comunque avrei da ridire, sarebbe più corretto affermare: «non frequento spesso la fantascienza») ma non: «non mi piace il fatto che una narrazione possa essere breve». Ci sono delle ragioni storiche, ovviamente, come è storico il fatto che il blues sia nato in America e la dodecafonia in Europa. Ma credo che in un mondo dove un ragazzo della Garbatella si veste come un rapper di Brooklyn non è molto credibile addossare ragioni storiche per la non fruizione di una forma letteraria antichissima – che tra l’altro ha dei picchi esorbitanti tanto in scrittori italiani quanto in letterature straniere che, sempre in Italia, piacciono da morire. Piuttosto ci saranno ragioni storiche incancrenite in ragioni economiche, industriali, editoriali ecc. Il modo in cui sono stati trattati è abbastanza inspiegabile; non credo che il bildungsroman costituisca una forma letteraria più attuale dei racconti in tutta sincerità.

STEFANO Normalmente si cita il fattore immersione come quello cruciale. Il lettore vuole perdersi nelle pagine e nelle pieghe di un libro e il romanzo o la novella rappresentano un investimento di tempo assai maggiore, ma che è ripagato dalla costruzione di un mondo teoricamente più abitabile dal lettore. La short story avendo il vantaggio/limite della brevità permette e promette la stessa soddisfazione d’un romanzo nello spazio minore possibile; ma indubbiamente, a meno che non si tratti di una serie di racconti correlati tra loro – come potrebbe essere il caso delle Lezioni di nuoto di Mistry o di un altro dei famigerati, fatica a immergere e soffondere il lettore nella stessa aura. Anche se, da lettore di racconti, devo dire che avere accanto al letto una raccolta di racconti bellissima e poter sbocconcellare come un cioccolatino proibito un racconto di Hemingway o chessò di Quiroga prima di andare a dormire è una cosa assai più gratificante rispetto al dover prendere e riprendere un romanzo.

Come vi spiegate la diffusione delle short stories in America? In che cosa si differenziano i lettori americani da quelli europei?

EMANUELE È una domanda complessa che mette in gioco diversi tipi di possibili spiegazioni. Ragioni storiche, ragioni antropologiche, ragioni editoriali. Un mix di tutte queste ragioni? È una questione da progetto di dottorato… È vero forse – un grande forse – che gli americani, come gli inglesi, amano fare uso, riferirsi, appoggiarsi a storie brevi più di quanto facciano i continentali; storie che sembrano fornire una sorta di base narrativa per il loro background morale e culturale, il loro serbatoio di esempi. È un po’ vaga come spiegazione e sacrifica la complessità propria della letteratura come messa in discussione e elevazione a problema, ma certamente è coerente con quel tipo di mentalità empirista di matrice anglofona che preferisce partire dagli esempi piuttosto che dai princìpi. Forse questa predisposizione filosofica e sociale ha permesso una fruizione in generale più semplice del formato breve; formato che, sia chiaro, si è poi evoluto in tutte le infinite sfaccettature proprie di una lingua letteraria, diciamo così, come progressiva messa in crisi di quell’originaria narrazione simile alla parabola o alla favoletta morale. Ma davvero a noi continentali, o a noi italiani nello specifico, non piacciono i racconti? Calvino nomina esplicitamente la short story come sua forma principe e la brevità come qualità tipica della penna italiana. Poi noi l’abbiamo chiamati «romanzi brevi» ma ci sono straordinari esempi di grandi narratori di racconti. Noi crediamo innanzitutto – ma è appunto un credo – che i racconti siano stati trattati male editorialmente, per difficoltà oggettive, in molti casi, ma difficoltà da cui non si è riusciti a venir fuori anche per pigrizia. I racconti vestono male il libro: questa sembra la difficoltà numero uno. Spesso non vengono pensati per un libro ma escono sparuti e solitari nelle riviste – amate in America, praticamente scomparse o poco lette da noi – e quindi raccoglierli diventa un’operazione che necessita di ingegno, tempo, voglia, progettualità (cose che sappiamo non appartenere troppo ai grandi editori). La soluzione nella maggior parte dei casi è la più semplice: l’immagazzinamento. Si immagazzinano tutti i racconti in un unico volume e che succede? Succede la stessa cosa che accade a mio padre, che è l’incontrastato leader nel collezionismo di «cofanetti» di qualsiasi tipo: si accumulano, si stipano, e poi non si ha mai il tempo di andare a leggere, a spiluccare, a godere veramente del prodotto. Non c’è vera fruizione, non c’è assorbimento della lettura. In ogni immagazzinamento manca il sostrato culturale che rende le cose migliori, manca la memoria, il fare proprio ciò che si legge, perché manca il tempo materiale e perché si crede di avere tutto a portata di mano. Ma, ripeto, ci sono mille ragioni possibili.

STEFANO Provo a rispondere anche se è una domanda complicatissima e temo di non avere gli strumenti. Comunque ne farei più una questione angloamericana che non esclusivamente statunitense (anche se poi il racconto va fortissimo anche altrove, in Sudamerica per esempio). Agli inizi del Novecento, nel mondo anglosassone, gli autori di racconti erano gli scrittori che guadagnavano di più (giuro!). Le short stories erano la forma d’intrattenimento principe prima dell’invenzione del cinema. Zweig e O. Henry per esempio non se la passavano male e scrivevano soprattutto racconti che venivano pubblicati sulle riviste, sui giornali. Avanti veloce sino agli anni Ottanta e la forma riceve un impulso non indifferente dal cosiddetto minimalismo; c’è stato un periodo negli Stati Uniti in cui tutti seguivano le orme di Carver e riuscivano persino a pagarsi le bollette. E poi le riviste, il New Yorker per dire ha sempre dato uno spazio enorme ai racconti e arriva effettivamente nelle case degli statunitensi, non è una roba elitaria come i nostri corrispettivi dell’epoca e odierni (ma questo dell’accesso alla cultura e alla lettura è un discorso che va esteso anche ad altri ambiti oltre al racconto e ha a che fare con la lingua e l’alfabetizzazione… insomma si corre il rischio di tracimare).
Da noi, da sempre succedanei e a ricasco degli amici transalpini, sui giornali si pubblicavano i romanzi d’appendice e la forma breve principe è sempre stata la poesia. Anche se poi ci sono pure le Novelle per un anno o le Novelle rusticane e se vogliamo possiamo risalire fino a Boccaccio. Mi pare fosse Emanuele Trevi a dire che l’editoria italiana ha strangolato la naturale tendenza degli scrittori italiani a cimentarsi con la forma breve – sia essa poesia o racconti – per incasellarla e regolarizzarla nella forma romanzo. A prescindere da queste riflessioni spurie, la domanda mi risulta insormontabile. Non saprei dire perché noi siamo così e loro colà: quello che so, da inveterato ottimista, è che le cose possono cambiare. Ce lo insegna Rocky nel finale di Rocky IV.

Quali sono gli autori che vi hanno fatto appassionare al "genere"?

EMANUELE Sulle questioni biografiche mi trovo un po’ in difficoltà. Ho una memoria pessima soprattutto per quanto riguarda il mio vissuto personale. Vorrei dire una cosa, però: la letteratura dei racconti è la stessa grande letteratura dei romanzi, e come tale ha seguito tutti i grandi «generi» letterari, tutte i grandi temi. Il racconto in generale è una forma della narrazione che non si pone limiti contenutistici di sorta. William Wilson tocca il tema del doppio come Lo strano caso del Dr Jekyll e di Mr Hyde, Kafka è Kafka nei racconti come nei romanzi incompiuti. Poi come dici tu si ha la sensazione che esista il «genere racconto» e questo è dovuto al fatto che esistono dei veri maestri del genere: Maupassant, Čechov, Cheever, Hemingway i classici dell’orrore come Poe, Lovecraft, Jackson e quelli della fantascienza come Dick e Clarke. Si tende a identificarli per la «bizzarria» che abbiano scelto il racconto come loro modalità principe della narrazione; ma è del tutto legittimo e normale. Di conseguenza non riesco a frazionare il gusto per la lettura in autori da racconto e autori da romanzo. Leggo Calvino nei racconti brevi e riesco ad apprezzarlo proprio come nei racconti lunghi e lo stesso per tutti grandi autori che non sono considerati «di genere». E se si va a controllare ce ne sono tantissimi; tanti che è praticamente inutile nominarli. Gente di Dublino mi è piaciuto molto prima che mi ponessi la domanda se fosse o meno da considerarsi un libro di racconti.

STEFANO Sto invecchiando mi sa: i primi racconti che ho letto di mia spontanea volontà e che ho amato sono stati quelli della Gioventù cannibale (l’antologia prima e poi Aldo Nove e Niccolò Ammaniti), Valerio Evangelisti, Benni, Tondelli e poi Bukowski, Welsh, Lovecraft. Da queste letture adolescenziali traluce un certo percorso d’inquietudine, credo. Leggevo tanta roba di politica e filosofia, quindi per la narrativa mi rimaneva poco tempo e i racconti colmavano benissimo quello spazio. Ricordo un’estate in cui l’incubo più grande era il mare salentino e passavo ogni momento libero a macinare pagine di racconti di Lovecraft nella penombra di camera mia. Non mi sono abbronzato granché.

Il vostro preferito? So che sceglierne uno è difficile ma proviamo a far cambiare idea a chi ancora fa fatica ad avvicinarsi ai racconti. Un titolo che non lasci scampo. Cosa consigliamo?

EMANUELE Sui preferiti passo. Mai stato bravo. Ne scelgo uno come dici tu, per invogliare alla lettura. The Lottery di Shirley Jackson; ne esiste una versione Piccola biblioteca Adelphi con altri due racconti se non sbaglio (l’ultimo che si dovrebbe chiamare Il ventriloquo è ancora più agghiacciante). Consiglio di lasciarsi trasportare dalla narrazione fino all’ultima pagina, di assecondare il ritmo cadenzato, di fare un passo alla volta. Non posso andare oltre, si tratta di una lotteria «tradizionale» in un paese imprecisato degli Stati Uniti, ma il vero luogo in cui si svolge tutto è la nostra coscienza.

STEFANO E sei riuscito, non so come, a evitare di dire che c’è il twist più bello della storia della letteratura! Visto che sta a me rispondere e come Emanuele ho una serissima difficoltà a identificare una qualche classifica, ti rispondo con un racconto fantastico in tutti i sensi: Il naso di Gogol’. Un bel giorno un tale si sveglia senza naso ed è costretto a inseguirlo per le strade di Pietroburgo con tutta una sequela di sventure grottesche, impossibili da figurarsi. Dovessimo scomparire come i dinosauri dopo un futuribile olocausto termonucleare, tra qualche milione di anni gli scarafaggi leggerebbero comunque Gogol’. 



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(Racconti edizioni debutterà al Salone del libro di Torino. L'appuntamento è per sabato 14 maggio, ore 17:00, presso l'area Incubatore. In sala lo scrittore Christian Raimo)

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26 aprile 2016

Lince rossa e altre storie di Rebecca Lee

Leggere questi racconti mi ha fatto venire in mente la prima volta che sono andata in bicicletta. Per evitare di cadere cercavo di mettere in pratica gli insegnamenti dei grandi, tutti nello stesso momento: stai dritta, guarda avanti, reggi il manubrio, usa due mani, non frenare con i piedi. Non riuscivo a valutare il peso di ogni consiglio (frenare con i piedi si può, in alcune occasioni) e questa insicurezza non mi permetteva di sentire la strada. In realtà non facevo che imitare gli altri, i maestri, volendo però trovare la mia stabilità. Mi ci è voluto del tempo per capire che avrei dovuto affidare alla teoria solo una parte del mio modo di guidare. In Rebecca Lee ho ritrovato un po' di quella rigidità: la mano tesa sull'impugnatura e lo sguardo concentrato, puntato verso l'obiettivo. Ma se l'obiettivo di ogni scrittore è conquistare il lettore, il trucco è fare in modo che lui non se ne accorga (lui, il lettore), farlo sentire uno spettatore qualsiasi di un evento bellissimo. Per catturarmi, Rebecca Lee ha messo in atto ogni pratica da manuale. Ma quegli stessi modelli che hanno guidato la sua scrittura hanno stemperato la sua capacità comunicativa e aggiunto un po' di confusione allo sviluppo di alcune storie. Seguire le regole è necessario, ma poi diventa un problema se manca la spinta, il coraggio di lasciarsi andare.

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I primi quattro racconti di Lince Rossa e altre storie sono molto belli. Si avverte, in ognuno di essi, quel senso di malinconia un po' necessaria, di quel vivere a più strati che tanto ci tormenta. Le donne di queste storie sono in una condizione di sospensione emotiva. Non è incapacità di agire ma una difesa, più o meno ragionata, un modo di prendere la giusta distanza e analizzare i dettagli della vita che accade. In Da qui al sole, forse il mio racconto preferito, questa chiave di lettura diventa una vera e propria tecnica di sopravvivenza. Margit è una bambina che non riesce a motivare la sua infinita tristezza. I genitori, vittime ignare di un imminente divorzio, sono così preoccupati che decidono di chiedere aiuto a uno specialista. Lo psicologo, il Dottor Roland Boland Pine, è un tipo un po' eccentrico ma si rivela molto efficace. Fa accomodare Margit su una grossa poltrona di pelle nera e le dà un consiglio per affrontare nel modo giusto i problemi che sembrano senza soluzione:
Bisogna saper prendere le distanze da ogni situazione. Crescere è solo questione di acquisire prospettiva. A volte ti basta semplicemente saltar fuori per un momento, sollevarti di un metro da terra. O molto di su. È come se ci fossero delle zattere sospese nell'aria, degli appigli, da qui al sole, Margit, su cui possiamo poggiare i piedi. Capisci?
Tutte le donne di Rebecca Lee sembrano seguire il consiglio del Dottor Pine, come se si fossero sedute, in momenti differenti, sulla stessa poltrona di quello stesso studio. Donne molto diverse, per estrazione sociale, provenienza e carattere, eppure molto simili: tutte sospese, in attesa di qualcosa per cui valga la pena resistere. Certe volte un motivo c'è, certe volte se ne trova uno, certe volte sembra non arrivare mai. Il punto è, sempre, tornare a guardare giù con uno sguardo nuovo. Imparare a dare importanza a ciò che è importante, e sorprendersi di una nuova consapevolezza: non siamo noi a definire l'equilibrio dell'universo. E allora tutto diventa più sopportabile, anche il dolore: «accucciati, tieniti forte, ora soffrirai un po', ma non troppo

Leggere Rebecca Lee è stato davvero piacevole: nelle curve percorse d'istinto, quando la teoria è stata messa un po' da parte, ho scoperto una scrittrice brillante. In alcuni passaggi eravamo perfettamente connesseAvrei voluto soltanto, proprio in virtù delle capacità che le riconosco, che fosse meno accademicaAvrei preferito, anche, che fosse meno concentrata sulla forma e più sulla sostanza. Molto spesso quello che dovrebbe funzionare non è detto che funzioni veramente. E viceversa.



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Lince rossa e altre storie, Rebecca Lee. Edizioni Clichy, 2016. Traduzione di Sara Reggiani.

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23 aprile 2016

Regaliamo(ci) un libro nella giornata internazionale del libro

libri

Non hai bisogno di altri libri, lo sai. Riesco a vedere i tuoi scaffali pieni di roba che non hai ancora letto. Ma non riesci a resistere: quel romanzo, quello proprio quello, sembra essere ciò che aspettavi di leggere da una vita. Succede, mica te la sei andata a cercare. Ti capisco. Tu eri lì, nella libreria sotto casa, un giorno qualunque di una settimana qualunque. Stavi cercando quel manuale di statistica aziendale che ti farà superare l'esame alla prossima sessione e t'è caduto l'occhio. Non è che uno può decidere dov'è che cadrà il suo occhio. 

L'occhio, amico, «ha ragioni che la ragione non conosce».

Dobbiamo trovare una scusa, dobbiamo aggirare il problema. Per esempio la giornata internazionale del libro che, guarda caso, cade proprio oggi: il 23 aprile. Noi c'inventiamo un gioco che si chiama io compro un libro a te e tu compri un libro a me. Non sarà originale ma funziona. Mica si può rifiutare un regalo, no? E poi facciamo che nessuno saprà chi ha regalato cosa a chi finché il pacco non arriverà a destinazione. 

Vuoi partecipare? Ecco quello devi fare: 
   1. prendere parte all'evento; 
   2. compilare una lista e metterci dentro dieci libri che desideri;
   3. aggiungere il tuo nome, il cognome e il tuo indirizzo;
   4. inviarmi una mail con tutti i dati — entro il 25 aprile.

Io mando la tua lista a un'altra persona (selezionata con un metodo infallibile molto prossimo al caso) e invio a te i desideri di un altro partecipante. Tu scegli un libro dal suo elenco e glielo spedisci. Puoi presentarti attraverso un biglietto o restare anonimo, puoi comunicare al destinatario perché hai scelto proprio quel libro oppure lasciare che sia lui a scoprire ogni dettaglio della storia che gli hai regalato. Sarai tu a scegliere. Poi devi solo aspettare il tuo regalo arrivi, così lo scartiamo insieme. Tira dentro i tuoi amici, che più siamo e più ci piace.

Un libro per un libro. E anche oggi la tua anima è salva, lettore.



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12 aprile 2016

Very Southern People: Quentin Compson

glimpse-hogan

L'Anderson Memorial Bridge collega Allston, un quartiere di Boston, a Cambridge. È stato costruito nel 1913 per sostituire un vecchio ponte levatoio. La colata di cemento armato che si affaccia su Charles River è definita da una serie di mattoni rossi. Sul muro che sorge nella parte orientale del ponte, su una piccola targa di ottone incastonata nella pietra, c'è scritto:

QUENTIN COMPSON
Drowned in the odour of honeysuckle.
1891-1910

Quentin Compson, annegato nell'odore del caprifoglio.


Questa è una tra le immagini letterarie più belle (e drammatiche) di sempre, e voglio provare a spiegarvi perché. Innanzitutto: Quentin Compson non è mai esistito, è uno dei personaggi di William Faulkner. Appare in due racconti, A justice e That evening sun (1931), e nel romanzo Assalonne, Assalonne! del 1937. Ma è attraverso le pagine de L'urlo e il furore che Faulkner riesce a mostrarci appieno la personalità di Quentin, trasformandolo in una delle voci più rappresentative della southern literature. Lo spirito del Sud è in antitesi con se stesso e Quentin sembra contenere ogni contrasto del luogo a cui appartiene: la rabbia e la tristezza, il desiderio e la paura, il coraggio e la viltà. Più che un personaggio Quentin è un concetto, un'astrazione; è la necessità di agire e la forza che viene a mancare, un'idea di castrazione emotiva senza soluzione. Ne L'urlo e il furore Quentin è una delle quattro prospettive di una stessa storia. Il suo monologo occupa lo spazio di un giorno, il 2 giugno 1910, e racconta la maledizione di una famiglia come sintomo di una predisposizione genetica al peccato. 

La  maledizione ancestrale è uno dei cardini della narrativa faulkneriana. In Assalonne leggiamo:
(...) come se ci fosse una fatalità e una maledizione sulla nostra famiglia e Iddio in persona si occupasse di farla compiere e di far vuotare il calice fino all'ultima goccia, fino alla feccia. Sì, fatalità e maledizione del Sud e sulla nostra famiglia, quasi per il fatto che il nostro antenato avesse scelto di stabilire la sua discendenza in una terra riservata al Fato e già oppressa dalla sua maledizione, anche se non fosse stata proprio la nostra famiglia, i progenitori di nostro padre, i quali erano incorsi nella maledizione molti anni prima ed erano stati costretti dal cielo a stabilirsi nella terra e nell'epoca già maledetta. 
In queste poche righe ci sono tutti gli elementi che fanno della southern literature quel racconto così speciale e complesso che stiamo provando a capire insieme: 
- la religione (Iddio, il cielo), 
- il Fato (la fatalità, la maledizione),
- il peccato (il calice, la feccia),
- la famiglia (padre, antenati, discendenza), 
- la terra (il Sud).
La maledizione non può essere sconfitta perché trae origine dal territorio, la maledizione è il territorio, contaminato dalla storia di quegli uomini che hanno combattuto nel sangue e nel fango, e dal sangue e dal fango il fato raggiunge le nuove generazioni, macchiandole della stessa colpa. Ogni forma d'innocenza è un'illusione.
Le donne non sono mai vergini. La purezza è uno stato negativo e perciò contronatura.  
Jacob Loeb interpreta Quentin Compson nel film The sound and the fury (diretto da James Franco)

Prima che nascesse L'urlo e il furore, l'idea di Quentin aveva già preso posto nella mente di Faulkner. Calendimaggio è un racconto che l'autore scrisse, disegnò e rilegò personalmente nel 1926. È «una storia d'amore scritta e illustrata per la donna del cuore», e la donna del cuore era Helen Baird, che accettò il dono ma rifiutò la proposta di matrimonio. Dal dolore per l'amore non corrisposto, Faulkner attinse diverse volte negli anni successivi, in maniera più o meno consapevole, per scrivere alcuni dei suoi romanzi. Il protagonista di Calendimaggio è Sir Galwyn di Arthgyl, un cavaliere che intraprende un viaggio alla ricerca di una donna che gli è apparsa in sogno, nello specchio di un torrente: «un volto giovane, tutto roseo e bianco dai lunghi capelli lucenti, simili a una colonna d'acqua splendente nel sole». Accompagnato da due figure (che si rivelano essere Fame e Sofferenza), Sir Galwyn vive diverse esperienze prima di arrivare a comprendere cosa si nasconde dietro il volto della ragazza sognata.
«Che cosa sarò allora?»
«Non sarai nulla.»
«Neppure un'ombra?»
«Neppure un'ombra?»
(...)
«Allora non sarò più quella cosa che gli uomini chiamano Sir Galwyn di Arthgyl?»
«No, non sarai più quella cosa che gli uomini chiamano Sir Galwyn di Arthgyl.»
«Ma se sarò un'ombra, come potrò conoscere quella cosa che gli uomini chiamano la fame e la sofferenza?»
«Fame e sofferenza non sono state al tuo fianco già da prima di quanto tu non possa ricordare? Non hanno cavalcato alla tua destra e alla tua sinistra durante tutti i tuoi viaggi e tutte le tue battaglie?»
(...)
«Ma allora io non ero un'ombra.»
«Come sai che non eri un'ombra?»
Sir Galwyn è una prima stesura di quello che sarà Quentin Compson. Come il cavaliere di Arthgyl, Quentin è affascinato dalla morte. Anzi, da tutto ciò che la morte potrebbe rappresentare: il nulla eterno. Se l'esistenza procede in modo inesorabile, Quentin vive lo scorrere del tempo come una conseguenza della malattia. È il fato che incombe, al passo del ticchettio di un orologio.
Il babbo diceva che l'uomo è la somma delle sue sventure. Un giorno ti vien da pensare che la sventura prima o poi si stancherà, ma allora la tua sventura è il tempo, diceva il babbo. Un gabbiano attaccato a un filo invisibile teso nello spazio. Ti porti nell'eternità il filo della tua frustrazione. Allora le ali sono più grandi, diceva il babbo, ma chi sa suonare l'arpa?
Il tempo, la terra e il sangue. La Maledizione. E poi arrivava il caprifoglio. Il profumo del caprifoglio invadeva la stanza di Quentin tutte le notti. Lui correva alle finestre, le spalancava, sperando che andasse via. E invece quell'odore gli si appiccicava addosso, gli entrava nella testa, gli rubava ogni respiro. Da allora, e per tutto il tempo a venire. «È la natura che ti fa soffrire». 
non piango Caddy
spingi vuoi?
vuoi che lo faccia?
sì spingi
mettici una mano anche tu
povero Quentin non piangere
ma non riuscivo a smettere mi teneva la testa sul seno umido e duro sentivo il suo cuore battere lento e deciso adesso e non a precipizio e l'acqua gorgogliare tra i salici nel buio e le ondate di caprifoglio sospinte dalla brezza avevo il braccio e la spalla piegati sotto di me
cos'è che stai facendo?
Il caprifoglio è un ricordo, violento e implacabile, che vince ogni razionalità. È Caddy, l'altra metà di un amore che Quentin non è riuscito a difendere. Contaminato, anche quello, come tutto il resto. Sorella Morte. Ogni volta, ovunque lui fosse, il caprifoglio tornava a tormentarlo, a ricordargli che la salvezza non esiste, perché non esiste una vera possibilità di scelta. Se la letteratura di quei luoghi avesse un profumo, non riesco a immaginare niente di altrettanto evocativo, di così malinconico, come quello del caprifoglio.

Questa è la vita: agitarsi senza sosta per conquistare ombre senza sostanza.




***
Libri citati
L'urlo e il furore. Einaudi, 2014. Traduzione di Vincenzo Mantovani.
Assalonne, Assalonne! Adelphi, 2001. Traduzuone di Glauco Cambon.
Calendimaggio. Red edizioni, 1989 (fuori catalogo!) Traduzione di N. Della Casa.
Illustrazione è di Alessandra Hogan

Bonus video: Faulkner ritira il premio Nobel (1949)

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29 marzo 2016

Gli scarti che siamo: la teoria di Jonathan Miles

C'è questa donna, si chiama Sara. Sara Tetwick ex Tooney ora Masoli. Due cognomi, come appendici, per ogni marito. Ma ora, nel deposito LifeSolution H24, c'è solo Sara. Sara raggiunge il box n. 592 per recuperare una bistecchiera lasciata lì qualche tempo prima. Armeggia col catenaccio, alza la serranda e viene sopraffatta dalla quantità di scatoloni che occupano la stanza. Neanche ricordava ce ne fossero così tanti. Cosa ci sarà dentro? E dove sarà la bistecchiera? Sara si avvicina e sposta qualche scatola più piccola per farsi spazio. Osserva gli oggetti con uno sguardo che è nuovo e antico: appena qualche secondo è il tempo che impiega a distinguere i vestiti di quand'era ragazza, il manubrio rosa della bicicletta di sua figlia Alexis e tutte le sue bambole. C'è una scatola sul fondo. C'è scritto Brian con una calligrafia che Sara non riconosce. Poi però ricorda, e ricorda che quando successe — quando Brian Tooney morì nell'attentato terroristico dell'11 settembre — di tutte queste cose se ne occupò sua sorella. Queste cose. Perché è questo, no? Di questo stiamo parlando: cose. «Sono solo cose». Sara continua a ripeterselo, quando esamina il contenuto della scatola. I primi a comparire sono gli occhi di Brian, nella foto del necrologio apparso sul giornale del giorno in cui morì. Rileggere l'articolo le dà una sensazione strana: non è più arrabbiata, adesso, anche se lui l'aveva tradita e lei l'aveva scoperto, anche se lui era morto prima che lei potesse chiedergli il conto. È come se avvertisse una leggera pressione, un dolore che c'è sempre stato da qualche parte dentro di lei ma che non aveva mai saputo riconoscere. Nella scatola non manca niente: foto di loro insieme, felici da qualche parte. Sara che abbraccia Alexis, Alexis sulle spalle di Brian, Brian sulla pista da ballo nel giorno del loro matrimonio. Ci sono i biglietti dello spettacolo che videro a Brodway nel 1998. Ci sono i gemelli di Brian, un paio di annuari e una boccetta di acqua di colonia di Carolina Herrera. Sara apre la bottiglia, ne spruzza un po' sul polso e non può fare a meno di ammetterlo: in quel profumo, in quel box da 59 dollari al mese, Brian continua a esistere. Sara non aveva mai sentito la sua presenza, così forte, in un altro luogo. Perché lui non se n'era mai andato: era rimasto lì, dentro quelle scatole.

Gli scarti di una vitaLe cose che abbiamo, che restano anche dopo di noi. 
È questo che siamo? Questo diventiamo? 

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Sono solo alcune delle domande a cui prova a rispondere Jonathan Miles. Il libro è composto da tre vicende indipendenti; tre personaggi percorrono strade diverse (delineate da intenti critici differenti) ma arrivano tutti alla stessa conclusione: gli scarti ci rappresentano. E ci rappresentano anche nostro malgrado. Attraverso storia di Talmadge e Micah, lo scrittore ci suggerisce quanto l'accumulo, e il relativo spreco, siano sintomi di uno stile di vita saturo e morboso. Il punto è: non è degno di essere definito civile un popolo che non avverte come pressante il problema della scarsità delle risorse. L'iper-civiltà diventa non-civiltà. Poco prima della metà del romanzo, Micah spiega perché ha deciso di vivere del cibo trovato nei cassonetti. È una scelta drastica, quanto mai applicabile, ma è interessante capire il senso del discorso, e il discorso fa più o meno così:
Hai mai visto un allevamento di polli? (...) Tengono le galline a testa china tutto il tempo, così il petto viene ipersviluppato. Gli tagliano il becco perché se non lo fanno le galline si beccano a morte per lo stress. Usano le luci artificiali per alterare il ciclo sonno-veglia così le galline mangiano il più possibile, tutto il tempo. Diffondono musica soporifera da sala d'attesa per impedire alle galline di ribellarsi. Le imbottiscono con dosi massicce di antibiotici perché altrimenti, in quelle condizioni diciamo... artificiali, le galline morirebbero. Ma molte muoiono lo stesso, per questa cosa chiamata ascite. È quando il cuore e i polmoni non riescono a sostenere una crescita così rapida. Le galline crescono a morte, ok? Troppo e troppo in fretta.
A Elwin, il protagonista della terza storia, spetta il compito più ardo: portare la questione a un livello superiore, tracciando un filo che lega il nostro presente al futuro di quelli che verranno. Perché se è preoccupante il pensiero di quanto di noi resterà nel mondo, ancor più allarmante è immaginare quanto di questo mondo resterà alle nuove generazioni. Elwin è un linguista coinvolto in un progetto governativo per la messa in sicurezza di una discarica di residui nucleari nel New Mexico. Come dice suo padre, quando l'alzheimer non gli appanna troppo i pensieri: «lo scopo della vita è essere un buon antenato». Elwin deve studiare un messaggio che resista nel tempo; deve trovare un modo per avvertire l'umanità e difenderla dalle scorie del progresso. Ma Elwin non è capace di proteggere neanche se stesso dalla contaminazione degli scarti.  È vittima degli avanzi di un matrimonio fallito, dei buchi nella memoria di suo padre e dei chili di troppo che non riesce a smaltire. Ha vissuto accumulando negatività e ora è costretto a sopportarne il peso. Ha permesso che gli scarti diventassero la sua vita e la sensazione di obsolescenza che prova è insopportabile.
Elwin lo guardò, le guance rigate di lacrime, gli occhi già arrossati. «Che me ne faccio», lo supplicò, «di tutta questa roba

Scarti è un libro molto ambizioso, che utilizza la questione ecologica per criticare il sistema-società in senso lato. È un libro di denuncia, che qualche volta cade nella sua stessa trappola, prendendo un po' le sembianze di un manifesto politico. Ma nel complesso è un esperimento riuscito: è un romanzo di sentimenti autentici, grandi ideali e un finale tutto da scoprire.



***
Scarti, Jonathan Miles. Minimum fax, 2015. Traduzione di Assunta Martinese.

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25 marzo 2016

Un giorno lui non c'era. Poi c'era. Poi non fu più.

Fu una cosa troppo breve, troppo rapida, troppo svelta. 
Mi ricordo come mentre lo portavamo giù per le scale e fuori sino al carro fermo in attesa io tentai di addossarmi tutto il peso della bara per dimostrare a me stessa che lui c'era davvero, lì dentro. E non ne ero sicura. Io ero una degli intimi, eppure non potevo, non volevo credere a qualcosa che pur sapevo non poter essere se non così. Perché io non lo vidi mai. Vedi? Ci accadono certe cose che l'intelligenza e i sensi rifiutano proprio come lo stomaco rifiuta quanto il palato ha accettato ma la digestione non può inglobare — casi che ci paralizzano quasi per qualche intervento impalpabile, come una lastra di vetro attraverso la quale osserviamo tutti gli eventi concatenati traspirare come in un vuoto sordo, e scolorirsi, svanire; sono spariti, ecco, lasciandoci immoti, impotenti, privi di risorse; fissi, tanto da poter morire. Così ero io. 
Sì. Un giorno lei non c'era. Poi c'era. Poi non fu più.
 (da Assalonne, Assalonne! di William Faulkner. Adelphi, 2001. Traduz. Glauco Cambon. p. 210)


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8 marzo 2016

«Io non leggo le donne»: di questi lettori un po' integralisti

Oppure: «io preferisco la scrittura maschile (maschia, direbbe qualcuno)». Quante volte vi siete scontrati con frasi del genere? La verità è che questi sono luoghi comuni e, come tutti i giudizi privi di fondamento, possono essere spazzati via in pochi secondi. Basta rifletterci, e porsi le domande giuste. Perché alcuni lettori considerano la scrittura femminile in un'accezione negativa? Perché giudicano il gruppo in base al singolo. Perché, vittime di un'esperienza sommaria, decidono che un solo esemplare basti a descrivere l'intera specie. 

scrittrici-donne

Una volta, quando anch'io assecondavo la superficialità di questo pensiero, uno scrittore mi disse: «la classificazione uomo/donna in letteratura non ha motivo d'esistere perché gli scrittori sono uomini e donne in un'altra dimensione». Questa frase, nella sua semplicità, è spiazzante tanto è vera, e ve lo dimostro. Facciamo un gioco: ipotizziamo che ci sia una scrittura maschile e una femminile. Passiamo in rassegna gli scrittori che abbiamo conosciuto nei nostri anni di olimpioniche letture, scegliamone qualcuno, e attribuiamo loro il sesso in base al tasso di femminilità contenuto nei loro libri. Contiamo le differenze tra attributi stilistici e anatomici. Azzardo: la metà non corrisponde.

* IL GIOCO DELLE COPPIE *

Ernest Hemingway
Hemingway era un uomo che scriveva come un uomo. I ruoli accessori che lasciava interpretare ai personaggi femminili, la durezza dei suoi protagonisti e la scrittura, ruvida e essenziale, fanno di Ernest, con i suoi eccessi di deliziosa letteratura filo-maschilista, un vero scrittore alfa. 

Percentuale di femminilità: 0%
La citazione: «Il dolore non deve avere importanza per un uomo

Alice Munro
Alice Munro è una delle scrittrici più femminili che esistano. Non vuol dire soltanto che le sue storie trattano di donne ma l'autrice si esprime con uno stile che, secondo le convenzioni, rispecchia quello che ci aspetterebbe da una donna: una scrittura raffinata, languida e avvolgente, quasi materna. 

Percentuale di femminilità: 100%
La citazione: «Ricordati sempre: Quando un uomo esce da una stanza, si lascia alle spalle tutto quel che c'è dentro; una donna, invece, si porta appresso tutto quel che c'è avvenuto.»
Facile? Complichiamola un po'.

John Cheever
Lo scopo della scrittura di John Cheever era puntare una luce sulla complessità delle relazioni umane. In ogni casa, in ogni famiglia, in ogni letto: entrava in punta di piedi e metteva a nudo le emozioni con delicatezza, rispettando la fragilità di ogni intimità svelata.

Percentuale di femminilità: 60%
La citazione: «La vita è troppo spaventosa, troppo sordida e angosciosa. Ma noi non siamo mai stati come loro, vero tesoro? Vero?»

Joan Didion
Le donne di Joan ci hanno insegnato che sbagliare è umano. Abbiamo imparato che è importante restare in contatto con la parte femminile, e anche un po' con quel senso di apparente fragilità che la descrive. Per rendersi conto di non essere indistruttibili. E da lì, ripartire.

Percentuale di femminilità: 50%
La citazione: «Avere quel senso del proprio valore intrinseco che costituisce il rispetto di sé significa avere potenzialmente tutto.»

David Foster Wallace 
Quando non sceglieva il ruolo del buffone (per divertire il lettore), o del genio incompreso (per divertirsi del lettore), David Foster Wallace era uno scrittore di una sensibilità estrema, a volte destabilizzante. Generoso e onesto, si concedeva in ogni pagina senza risparmiarsi mai.

Percentuale di femminilità: 70%
La citazione: «Non puoi uccidere il tempo col cuore»

Flannery O'Connor
La vita non ha protetto Flannery da alcun dolore, ma Flannery è riuscita a trasformare la sofferenza in energia, ed è questa la qualità principale che le riconosco. La sua scrittura, rigorosa e brillante, trasmette una gran forza, una presa da far invidia al più robusto tra gli uomini. 

Percentuale di femminilità: 40%
La citazione: «Donna! Ti guardi mai, dentro? Ti guardi mai, dentro, per vedere quel che non sei?» 
Truman Capote
Se l'orientamento sessuale influisce in qualche modo sulla scrittura, quello di Truman ha incrementato il talento in modo esponenziale. Capote è uno scrittore camaleontico, capace di grande sensibilità e di estremo vigore. A sangue freddo e Colazione da Tiffany: direste mai che sono due libri nati dalla stessa penna?


Percentuale di femminilità: ?

La citazione: «Avete torto. È una montatura. Ma, in un altro senso, avete ragione. Non è una montatura perché è una montatura autentica. È convinta di tutte le idiozie in cui crede. Impossibile dissuaderla. Io ci ho provato, con le lacrime agli occhi. [...] Provateci, qualche volta. Fatevi dire da lei qualcuna delle cose in cui crede. E intendiamoci bene» continuò, «mi è simpatica, la ragazzina. È simpatica a tutti, ma c'è anche moltissima gente che non la può sopportare. A me è simpatica. È simpatica davvero, la ragazzina. Sono sensibile, io, ecco perché. Bisogna essere sensibili per apprezzarla, bisogna avere una vena di poeta. Ma voglio dirvi la verità. Potete farvi a pezzi per lei, e lei vi servirà merda su un piatto.»

Mettiamo da parte le percentuali, che sono il risultato di un'evidente forzatura. Il messaggio è chiaro: le donne pensano, agiscono e vivono come gli uomini. Allo stesso modo le autrici, come gli autori, scrivono. E scrivono spinte dalle stesse pulsioni, con gli stessi mezzi e assecondando le stesse intenzioni dei colleghi. Sesso debole, scrittura debole: non ne abbiamo abbastanza? Ciò che distingue gli scrittori, che siano maschi o che siano femmine, è la sensibilità, il livello tollerabile di emotività. Ma non è una caratteristica collegabile al sesso. Non a priori, almeno. 


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