Sottoscrivi il feed Seguimi su Facebook Seguimi su Twitter Seguimi su Google+ Seguimi su Tumblr Segui i miei scatti su Instagram

Pagine

18 maggio 2015

#SalTo15: una cosa divertente che non farò mai più

(fino all'anno prossimo)

Ieri ero in coda e pensavo. Non ricordo cosa stessi facendo, se mi ero unita a una processione che invocava l'accesso al bagno, in fila per assistere a una presentazione sovraffollata e rumorosa, o se stavo provando a comprare una bottiglia d'acqua a temperatura ambiente tarata sul clima tropicale. Mi ricordo che stavo fissando delle piastrelle — il che, probabilmente, mi porta a riconsiderare la prima tesi — e pensavo. Pensavo a cosa avrebbe pensato David Foster Wallace del Salone del libro di Torino. Ora, lo so che può sembrarvi strano, tendenzialmente patologico, che io parli così spesso di Dave, però, se vi fermate a riflettere meglio, non lo è così tanto. Quando leggete qualcuno, e lo leggete in più occasioni, vuol dire che il suo punto di vista sulle cose vi interessa parecchio. Significa che in qualche modo vi sentite in sintonia con quel pensiero. Come un amico, che conoscete da poco, ma col quale già sentite che potreste intendervi alla grande. Cosa avrebbe scritto David del Salone del Libro di Torino? Mi sono venuti in mente i suoi lavori di non fiction, primo fra tutti, l'irriverente Una cosa divertente che non farò mai più


13 maggio 2015

L'anno del pensiero magico, il monologo di Joan Didion.

Ti ho mai detto una bugia? 
Ti ho mai mentito in tutta la tua vita?
Quando dicevo: sei al sicuro, ci sono io, era una bugia o ci hai creduto?
Una bugia è forse solo una storia alla quale l'ascoltatore si rifiuta di credere?
È questa l'unica definizione di bugia?
O ci hai creduto?
Nelle ultime pagine della mia copia ci sono un paio di note scritte a penna. Una donna, ne sono sicura. Ha una grafia piacevole, rotonda e piena, quella che avrei voluto avere io qualche tempo fa. Mi ci sono allenata tanto, negli anni. Volevo che fosse morbida, espansiva e sorridente. Ora ho una bella scrittura, così mi dicono, ma non è rotonda. È poco felice. Per quanto mi sforzi, non riesco a trattenere le lettere, come se dovessero inevitabilmente strizzarsi, acuminarsi. Come se qualcosa di aguzzo e brutale venisse fuori dalle mie stesse parole. Questo, se scrivo lentamente. Di fretta sono una furia incomprensibile.


8 maggio 2015

Ernest Hemingway: un debito di riconoscenza.

Tutti hanno sentito parlare di Ernest Hemingway ma non tutti l'hanno letto davvero. Uno dei motivi che posso azzardare per giustificare questa tendenza è che forse non può suscitare grande curiosità qualcuno che è sempre stato imposto. Hemingway è un autore didattico e questo, nel paese dei paradossi, non è un punto a favore. E poi c'è quella fissa per la pesca che non lo rende molto popolare. Io ho provato a conoscerlo partendo dai suoi romanzi, avvicinandomi con tanto rispetto e poca convinzione, ma l'ho lasciato quasi subito. Ho continuato a leggere altri autori, altri americani, cercando di ignorare quei rimandi continui che mi spingevano verso qualcosa che sembrava imprescindibile. Poi però ho cominciato a leggere racconti, coltivando una vera e propria passione per le short stories. E anche lì, Hemingway. La riconoscenza di tutti gli scrittori che avevo imparato ad amare aveva un solo comune denominatore. A quel punto non era più neanche una scelta, o un'imposizione. Era più un pareggiare i conti. 

C'è un documentario del 1999, curato da Roberto Luraschi e Sabina Negri, dal titolo "Fernanda Pivano racconta Hemingway", trasmesso da Rai Storia nel luglio del 2012Nell'intervista Nanda parla un po' dello scrittore, un po' delle sue donne — Hemingway si è sposato quattro volte — della guerra, dell'Africa, di quello che successe, di come lui tornò che non era più lo stesso. A un certo punto, ricordando il giorno del suicidio, la Pivano si riferisce a lui dicendo: «Il cervello dello scrittore che ha cambiato il modo di scrivere di tutto il mondo»C'è un bagliore di commozione negli occhi di Nanda. Parla molto lentamente, ci mette qualche secondo in più prima di iniziare una nuova frase, quasi come se la parola giusta fosse una, solo quella, e ci volesse tantissimo tempo per trovarla. Ma perché questo scrittore è così importante? Com'era il mondo, prima?


28 aprile 2015

I racconti di Salinger e quel non senso che assomiglia alla vita.

Qualche tempo fa contattai uno scrittore per proporgli qualcosa che assomigliasse a un'intervista. Non l'avevo mai fatto e non l'ho più fatto da allora. Lui, lo scrittore, lo seguivo da un po'. Avevo letto un paio di libri che aveva scritto e l'ultimo mi era piaciuto molto. La mia idea non era quella di tirar giù un classico botta e risposta, ma quello che volevo provare a fare era sviluppare una discussione fluida, che tenesse anche conto delle tematiche del libro, che mi interessavano parecchio. Avevo in mente di parlare, più in generale, delle scelte dei lettori. Avevo la sensazione che lui fosse a sua volta un gran lettore, ed ero sicura di poter trarre dalle sue parole qualche spunto di riflessione che mi avrebbe regalato diverse opportunità di confronto. Gli dissi che volevo costruire questa cosa con lui, trovare il modo di far emergere quello che più ci premeva raccontare. Il problema è che la discussione prese una direzione diversa da quella che avevo immaginato. Il senso dell'intervista ci lasciò quasi subito, mi dissi che non ero stata in grado di strutturare le domande nel modo giusto. In realtà, me ne resi conto qualche giorno più tardi, già dal primo scambio di battute la mia posizione era cambiata: non mi interessava più condividere con gli altri quello che mi stava dicendo perché mi sembrava così importante che volevo tenerlo per me. Questo però non gliel'ho detto.