Svegliarsi insieme a Christopher Isherwood

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Molti racconti cominciano con un risveglio. Nelle fiabe, però, le principesse si svegliano alla fine della trama, in funzione del lieto fine. Perciò svegliarsi prima d’iniziare a interpretare un ruolo all’interno di una storia non è di buon auspicio. Ma l’espediente, in termini letterari, è assai interessante perché permette all’autore di operare la transizione da un mondo a un altro senza coinvolgere troppo la magia. 

Franz Kafka ha usato lo stratagemma più volte: nel racconto La metamorfosi, per esempio, quello in cui Gregor Samsa si sveglia e scopre di essere diventato un insetto. Ma anche la disavventura di K., il protagonista del romanzo Il processo, comincia dalla visuale di un cuscino. Ferito a morte di Raffaele La Capria è l’esempio più perfetto di un risveglio e Il risveglio del dormiente di Wells è la storia di un uomo di nome Graham che dorme per duecento anni e, quando si sveglia, trova Londra completamente trasformata. Nella terra di mezzo, seppelliamo una marea di tentativi mal riusciti; se lo stratagemma è valido in sé, perché idoneo a innescare certe dinamiche, non è di facile applicazione. 
Della serie: come una rondine non fa primavera, una sveglia non fa mattina.

Tutto questo preambolo per dire che Un uomo solo, un romanzo del 1964 di Christopher Isherwood, si apre con un bellissimo risveglio. È il racconto di un’unica giornata di un professore omossessuale di mezza età che insegna in un college di Los Angeles. Lungo appena centocinquanta pagine, Un uomo solo contiene tutto, letteralmente: dolore, rabbia, libri brutti, libri belli, un sacco di rimpianti, altrettanti rimorsi, una scena emblematica passata sulla tavoletta di un water, qualche bicchiere di troppo, un temperino blu, parecchia vita, parecchia morte. 

Ma torniamo all’inizio, torniamo al risveglio.
Svegliarsi è cominciare a dire sono e ora. Poi ciò che si è svegliato resta sdraiato per un momento a osservare il soffitto e dentro se stesso finché non abbia riconosciuto Io, e da questo dedotto Io sono -, Io sono ora. Qui viene dopo ed è, almeno in negativo, rassicurante; poiché stamane è qui che si aspettava di trovarsi; come dire a casa propria. Ma ora non è semplicemente ora. Ora è anche un freddo promemoria; un’intera giornata più di ieri, un anno di più dell’anno scorso. [...] Ma la corteccia, questo severo controllore, ha preso intanto il suo posto ai comandi centrali e li ha verificati uno per uno; le gambe si stirano, la parte inferiore della schiena di inarca, le dita si tendono e si flettono. E adesso, all’intero sistema di intercomunicazioni viene inviato il primo ordine del giorno: IN PIEDI.
Pare che già negli anni Trenta, quando era impegnato con il romanzo Addio a Berlino, Christopher Isherwood sostenesse di voler dare al suo sguardo da scrittore un occhio cinematografico. Non a caso, la scena iniziale di Un uomo solo sembra voler emulare una sceneggiatura; ogni dettaglio è teso a mostrare da una certa prospettiva più che a suggerire, a partire dalla scelta della terza persona che ci porta appena più lontano dall’intimità del protagonista, ma non troppo distanti. Ed è questo il vero punto di forza: l’incipit non è eccezionale (non ci accoglie in chissà quale arcano anfratto inconscio, non è neanche una prova stilistica memorabile), ma lo scarto tra parola e immagine è ridotto al minimo.

Poi viene la parte migliore. Il nostro uomo è appena tornato se stesso, tenuto insieme da quel minimo di consapevolezza che è riuscito ad attingere da ogni periferia del suo corpo, e già deve affrontare la più temibile delle battaglie: il confronto con lo specchio. È il racconto di una sconfitta, naturalmente: «ciò che vede, più che un volto, è l’espressione di una difficoltà». Il narratore ci racconta la pena di un uomo che si scopre provato, nelle guance cadenti e nel naso inspessito: «l’individuo che stiamo osservando lotterà incessantemente fino al crollo. Non per eroismo. Non sa immaginarsi alternativa». Continua a fissarsi e vede una serie di visi sovrapposti che lo rappresentano in diverse stagioni della vita, tutte a dire che in qualche modo non c’è motivo di avere paura. O forse sì? In ogni caso, questo è un dilemma che dovrà attendere: deve prima lavarsi e radersi e pettinarsi. Ora sa anche come si chiama: «è diventato egli, è diventato già più o meno George».

Tornato intero, George si riappropria di tutti i risvegli precedenti. Così torna la puntuale sensazione di trovarsi all’improvviso su «un limitare scosceso, frastagliato, brutalmente interrotto» quando ricorda che anche oggi, come ogni giorno da alcuni mesi, Jim è morto. In un momento di piena coscienza inizia l’ordinaria giornata del professore, con gli sguardi sempre troppo invadenti dei vicini, una lezione all’Università a un branco di studenti impermeabili, una cena dall’amica Charlotte, con la quale ha avuto una disastrosa relazione parecchi anni prima, e un finale che chiude ogni cerchio possibile. Nel 2009, lo stilista Tom Ford non dovette allontanarsi troppo dalla traccia originale per girare A single man, il film che valse a Colin Firth la nomina al premio Oscar come migliore attore protagonista.

Al di là della rabbia che prova George a causa della morte improvvisa del suo compagno di vita, ciò che più colpisce è la sua rinuncia a ogni sorta di contatto sincero, la rassegnazione data dalla consapevolezza che nessuno sarà in grado di entrare in sintonia con lui (con il suo dolore, quindi) senza provare a dedurre, interpretare o manipolare. In realtà si mostra anche abbastanza compressivo rispetto ai limiti degli altri: è un collega cordiale, un ottimo professore, un buon amico. Perciò la sua partecipazione alla giornata ci appare quella di una semplice comparsa. In controluce, ogni suo pensiero ci racconta una verità diversa, una nuova e più triste percezione. La solitudine si codifica in un stato di odio indistinto (la parola odio e derivati compare 29 volte nel romanzo, solo 7 per rabbia, solo 3 per dolore). Ma, anche il narratore se lo chiede: «George odia davvero tutta questa gente? Non saranno un puro pretesto per odiare?».

È come se, durante il rituale del risveglio, nel paradosso della ricomposizione, fosse accaduta una sorta di scissione; come se un accenno di George, neanche troppo risolto, fosse rimasto a letto, mentre un altro George se ne fosse andato in giro a interpretare il professor George Falconer, quello «che gli altri pretendono e sono preparati a riconoscere». Ecco perché nel momento in cui Kenny Potter, uno dei suoi studenti, gli offre l’occasione di un confronto autentico, quel George che è il vero se stesso si riappropria della scena con uno slancio quasi commosso. E vorrebbe spiegarsi, in qualche modo, ma è troppo spaventato dall’idea di scoprire che Kenny non sarà in grado di capirlo. L’illusione, accompagnata da una salvifica sbronza e da un bagno a mezzanotte, aiuta il professore a compiere un ultimo atto di fiducia verso il mondo. Che, al di là del risultato, è sempre una prova di grande coraggio.


***
Un uomo solo, Christopher Isherwood. Adelphi, 2018. Traduzione di Dario Villa.

P.S. Questo romanzo mi ha curato un’inappetenza letteraria che durava da parecchi mesi quindi, in un certo senso, Isherwood è riuscito a svegliare anche me. 

Commenti

  1. Autore a me sconosciuto. Il tuo post scriptum ha fatto finire il titolo dritto dritto tra i rimedi letterari per curare il blocco del lettore.

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    1. Pare che sia un problema di massa negli ultimi mesi...

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