Del (vero) perché ho aperto un blog


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Ogni tanto qualcuno me lo chiede perciò ho un paio di risposte pronte; alcune più serie, altre più divertenti.
In realtà me lo sono chiesta spesso anch’io: perché ho aperto un blog?
È avvenuto abbastanza spontaneamente: ho scelto un nome, ho creato una pagina e ho scritto. Ho scritto di libri perché mi è sembrata la cosa più naturale che potessi fare. Ne avevo appena terminato uno, Il gene del dubbio, uno di quei romanzi che non conosce nessuno, di un autore greco dimenticato dal mondo, trovato in sconto in una cesta di un centro commerciale.
Ho sempre letto, ma non sono costante; comincio dieci libri, ne continuo tre e quattro li lascio andare. Però questo m’era piaciuto, così iniziai a buttar giù due righe sulla trama. All’epoca, era il 15 novembre del 2012, non ero così attiva sul web e non pensavo che esistessero siti creati dai lettori. In effetti stavo ancora cercando di capire che cosa fosse un blogger. Questo, però, non l’ho capito bene neanche adesso.
Ho aperto un blog perché avevo bisogno di trovare i miei simili. Riconoscermi in una specie. Avevo la necessità di parlare di letteratura, di renderla parte di una conversazione quotidiana.
Volevo qualcuno con cui discutere, più o meno animatamente, più o meno profondamente.
Volevo spiegare la differenza tra romanzo e racconto per tre ore senza pormi il problema di tenere sveglio l’interlocutore, volevo difendere la letteratura americana e portare dieci esempi sul perché David Foster Wallace è meglio di Don DeLillo, almeno secondo me.
Volevo mettere insieme persone che parlassero la stessa lingua, formare una piccola comunità. Credo di esserci riuscita perché attraverso il blog ho conosciuto tanti lettori, qualcuno l’ho anche incontrato. Ho creato un gruppo di lettura; siamo partiti in sei, ora siamo più di cento a leggere I fratelli Karamazov di Dostoevskij. Sembra impossibile, ancor più adesso che le statistiche ci ricordano che siamo creature in via d’estinzione.
Pensavo che avrei smesso subito, che avrei lasciato spegnere l’entusiasmo e, come sempre, sarei passata alla passione successiva. Invece no, invece continuo a scrivere, anche se non è semplice mettere in ordine le idee e disporle su un foglio elettronico. È qualcosa che, ad oggi, m’impegna abbastanza e mi ricompensa moltissimo.
La lettura è un’attività condotta in solitudine, ma poi dev’essere condivisa; solo attraverso il confronto possiamo consolidare le nostre certezze, o smentirle, metterci in dubbio, e crescere. Leggere un bel libro è sempre un po’ una scoperta e così, ogni volta che trovo una frase che un autore sembra aver scritto per me, vorrei dirlo a chiunque. Perché la felicità ha senso solo se c’è qualcuno che la condivide assieme a te, o no?
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Questo post è una bozza che ho scritto il 14 ottobre del 2015, almeno questa è la data che compare sullo schermo. 
Avrei dovuto inviarla a qualcuno, forse, probabilmente per un’intervista, almeno così mi sembra di ricordare. È strano che sia ancora qui così la rileggo. Lo faccio perché ho questa sensazione, che niente di quello che facciamo (o, in questo caso, di quello che non facciamo) sia dovuto al caso. 
Ed ecco che, come ogni volta che cito il caso, mi viene in mente La passeggiata dell’ubriaco, un libro di un fisico statunitense sulle leggi scientifiche del caso che mi riprometto di leggere da una decina d’anni. Anche questo: se non lo leggo è perché ho il timore di sapere che quello che facciamo e non facciamo è esattamente dovuto al caso, una consapevolezza che toglierebbe magia alle coincidenze. Così non trovo mai il tempo per leggerlo e, evidentemente, non è un caso. 
Rileggo questo post sei anni dopo averlo scritto e comincio a ricordare quello che pensavo, soprattutto quello che provavo: avevo aperto il blog da tre anni e contavo sul fatto che, attraverso la scrittura, avrei raggiunto parecchie persone. Ero anche un po’ delusa che non fosse già accaduto, che non fossi già popolare. Era un sentimento figlio del tempo che vivevamo perché in quel periodo aprire un blog voleva dire questa cosa qui: diventare qualcuno. Se parlavi di libri, qualcuno che parlava di libri. Non era tanto una questione di successo, per me, ancora meno di consenso, ma proprio di diffusione, di conoscenza collettiva. 

Mi sono chiesta spesso, anche negli anni a venire, se fosse colpa mia, dei miei libri e della mia voce. Poi ho smesso di chiedermelo e ho continuato a scrivere in modo più o meno regolare. E poi non ho più fatto neanche quello. 
A distanza di tempo la risposta mi sembra così ovvia, e mi fa sorridere sapere di averla già scritta fra le righe di questo vecchio post, anche se la vedo soltanto adesso. 
Perché ho aperto un blog? Perché avevo bisogno, perché avevo necessità, perché volevo discutere, volevo parlare, volevo, volevo, volevo. È tutto scritto lì: ho aperto un blog per me e ho scritto, da quando ho cominciato, solo per me
Volevo che qualcuno mi leggesse, certo, e tutta la questione della specie, dei ponti e delle relazioni è vera (ancora oggi penso che il gruppo degli scratchreaders sia tra le idee migliori che abbia avuto), ma non era il mio obiettivo principale. 
L’ho fatto per me, per capire me «più o meno animatamente, più o meno profondamente». 

Il consiglio più valido in quell’elenco ideale che va sotto il titolo Come aprire un blog di successo è: non scrivere nulla che tu non leggeresti. Io non ho mai pensato all’utilità di quello che scrivevo, non ci penso neanche adesso. Qualche volta sì e così nascono i miei pezzi peggiori. 
Scrivo per dare sostanza a un mormorio confuso e perpetuo, ecco perché ritorno sempre qui, perché è così importante. Parlare di libri, di quello che io sento attraverso i libri, mi dà l’illusione del controllo: il risultato è una bella pagina fitta fitta in cui cerco di spiegare perché provo quello che provo, grazie alle parole di qualcuno che sa interpretare la vita molto meglio di me. Che poi quel pensiero, scritto da me per me, possa essere condiviso da altre persone, non può essere un fatto popolare: è un evento eccezionale. 



Commenti

  1. Hai centrato il problema. Virginia Stephen Woolf, come tutti sanno, nei suoi diari affronta l'argomento del per chi si scrive, e la risposta data è la seguente "Io scrivo per me stessa, perchè scrivere mi piace, mi dà gioia". Riteneva che scrivere per gli altri dissipasse l'ingegno. Ritengo che non sia un atto egoistico, ma che non si possa fare altrimenti.
    Un saluto a tuti

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    1. Un saluto a te, Mario. Grazie mille per essere passato!

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  2. Che bel post! Ricordo anch'io dei miei primi mesi da blogger quel febbrile desiderio di sapere che qualcuno leggeva i post, l'entusiasmo iniziale, anche un tantino esagerato, al quale si accompagnavano le domande e i dubbi quando non arrivavano commenti, visualizzazioni, nuovi seguaci. Poi le cose sono cambiate, ho preso familiarità col piacere di scrivere per scrivere. E ho capito che il senso era quello: mettere nero su bianco dei pensieri per fissare qualcosa e mettere in ordine l'indistinto.
    Il tuo Start from Scratch è stata una delle realtà di blogging che ho seguito con più interesse e che continuo a tenere nei miei segnalibri, unendo anche qualche sbirciatina alle attività degli Scratchreaders. Brava, Maria!

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    1. Grazie mille, Cristina! Il tuo affetto è ampiamente ricambiato :)

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