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28 febbraio 2015

Spoon River - Il suonatore Jones

Pivano: "Comunque sono certa che non deluderai i tuoi ammiratori, perché le poesie le hai proprio scritte tu, con quella tua imprevedibile, patetica inventiva nelle rime e nelle assonanze, proprio come nelle poesie dell'antica tradizione popolare. Ma fino a che punto, per esempio, ti sei identificato col suonatore di violino (Jones, che nel '71 suona il flauto) che conclude il disco? E non voglio alludere al fatto che da ragazzo ti sei accostato alla musica studiando il violino". 
De André: "Non c'è dubbio che per me questa è stata la poesia più difficile. Calarsi nella realtà degli altri personaggi pieni di difetti e di complessi è stato relativamente facile, ma calarsi in questo personaggio così sereno da suonare per puro divertimento, senza farsi pagare, per me che sono un professionista della musica è stato tutt'altro che facile. Capisci? Per Jones la musica non è un mestiere, è un'alternativa: ridurla a un mestiere sarebbe come seppellire la libertà. E in questo momento non so dirti se non finirò prima o poi per seguire il suo esempio".

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26 febbraio 2015

Spoon River - Dippold / Un ottico

Pivano: "Ritornando alle tue manipolazioni del testo, possiamo dire che l'aggiunta di questo concetto della 'mela proibita' non detenuta da Dio ma dal potere del sistema è la manipolazione più grossa. D'altronde è passato mezzo secolo da quando Masters ha scritto queste poesie, sicché se questa galleria di ritratti la potesse riscrivere adesso non c'è dubbio che la sua vena libertaria gli farebbe inserire elementi che si è limitato a sfiorare come precorritore. Questo vale anche per l'altra grossa manipolazione che hai fatto, quella dell'ottico visto come proposta di un'espansione della coscienza. Ma proprio dal punto di vista stilistico, perché hai sentito la necessità di cambiare la forma poetica di Masters? Bentivoglio mi diceva che il verso libero di queste poesie non ti serviva, avevi bisogno di ritmo e di rima, questo è chiaro. Ma sembra quasi che tu abbia voluto divulgare, spiegare a tutti i costi". 
De André: "Sì. Mi pareva necessario spiegare queste poesie; poi c'era la necessità di farle diventare delle canzoni. Cioè delle storie e una storia non è un pretesto per esprimere un'idea, dev'essere proprio la storia a comprendere in sé l'idea".

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25 febbraio 2015

Spoon River - Trainor il farmacista / Un chimico

Pivano: "Chi ha fatto questa scelta dei temi e delle poesie?". 
De André: "Dopo aver fatto la scelta ne ho parlato con Bentivoglio al quale ho proposto di aiutarmi in questo lavoro. Tra noi ci sono state molte discussioni, come è ovvio e come è giusto. Bentivoglio tendeva a fare un discorso politico e io volevo fare un discorso essenzialmente umano. Alla fine la fatica più dura è stata, mai rinunciando a esprimere dei contenuti, quella di accostarsi il più possibile alla poesia. Fatica a parte devo dire che vorrei incontrare un centinaio di Bentivoglio nella vita: se vivessi cent'anni, un disco all'anno, sarei l'autore di canzoni più prolifico del mondo".

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24 febbraio 2015

Spoon River - Dottor Siegfried Iseman / Un medico

Pivano: "Anche per il gruppo della scienza hai trovato un'alternativa, vero? Bentivoglio mi diceva che per rappresentare il tema della scienza hai scelto il medico che ha cercato di curare i malati gratis ma non c'è riuscito perché il sistema non glielo ha permesso, il chimico che per paura si rifugia nella legge e nell'ordine come fatto repressivo e l'ottico che vorrebbe trasformare la realtà in luce e nel quale hai visto una specie di spacciatore di hashish, una specie di Timothy Leary, di Aldous Huxley. In che modo il suonatore di violino è un'alternativa?". 
De André: "Il suonatore di violino (che è diventato per ragioni metriche di flauto) è uno che i problemi esistenziali se li risolve, e se li risolve perché, ancora, è disponibile. È disponibile perché il suo clima non è quello del tentativo di arricchirsi ma del tentativo di fare quello che gli piace: è uno che sceglie sempre il gioco, e per questo muore senza rimpianti. Non ti pare perché ha fatto una scelta? La scelta di non seppellire la libertà?".

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23 febbraio 2015

Spoon River - Francis Turner / Un malato di cuore

Pivano: "Puoi spiegarmi l'idea del malato di cuore come alternativa all'invidia?". 
De André: "Se ci riuscissi. Gli altri personaggi si sono lasciati prendere dall'invidia e in qualche maniera l'hanno risolta, positivamente o negativamente (lo scemo che per invidia studia l'enciclopedia britannica a memoria e finisce in manicomio, il giudice che per invidia raggiunge abbastanza potere da umiliare chi l'ha umiliato, il blasfemo che è un esegeta dell'invidia e per salirne alle origini la va a cercare in Dio); invece il malato di cuore pur essendo nelle condizioni ideali per essere invidioso compie un gesto di coraggio e...". 
Pivano: "Possiamo dire che ha scavalcato l'invidia perché a spingerlo non è stata la molla del calcolo ma è stata la molla dell'amore?".

De André: "Ma sì, l'avrei detto io se non lo avessi detto tu".

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22 febbraio 2015

Spoon River - Wendell P. Bloyd / Un blasfemo

Pivano: "È chiaro che le poesie le hai tutte rifatte. Per esempio, nella poesia del blasfemo, tu hai aggiunto un'idea che non era in Masters, quella della "mela proibita", cioè della possibilità di conoscenza, non più detenuta da Dio ma detenuta dal potere poliziesco del sistema". 
De André: "Non mi bastava il fatto traumatico che il blasfemo venisse ammazzato a botte: volevo anche dire che forse è stato il blasfemo a sbagliare, perché nel tentativo di contestare un determinato sistema, un determinato modo di vivere, forse doveva indirizzare il suo tipo di ribellione verso qualcosa di più consistente che non un'immagine così metafisica".

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21 febbraio 2015

Spoon River - Judge Selah Lively / Un giudice

Pivano: "Allora si può dire che è questo il messaggio che hai voluto trasmettere con questo disco? Perché siamo abituati a pensare che tutti i tuoi dischi hanno proposto un messaggio: quello libertario e non violento delle tue prime ballate, come nella Guerra di Piero, quello liberatorio della paura della morte come in Tutti morimmo a stento, quello demistificante dei personaggi del Vangelo, come nel Testamento di Tito. Qual è il messaggio di questo Spoon River?".  
De André: "Direi, tutto sommato, che siamo usciti dall'atmosfera della morte per tentare un'indagine sulla natura umana, attraverso personaggi che esistono nella nostra realtà, anche se sono i personaggi di Masters".

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20 febbraio 2015

Spoon River - Frank Drummer / Un matto

Pivano: "Dal libro hai preso nove poesie, scegliendole tra le più adatte a spiegare due temi che sembravano le più insistenti costanti della vita di provincia: l'invidia (come molla del potere esercitata sugli individui e come ignoranza nei confronti degli altri) e la scienza (come contrasto tra l'aspirazione del ricercatore e la repressione del sistema). Perché proprio questi due temi?". 
De André: "Per quanto riguarda l'invidia perché direi che è il sentimento umano in cui si rispecchia maggiormente il clima di competitività, il tentativo dell'uomo di misurarsi continuamente con gli altri, di imitarli o addirittura superarli per possedere quello che lui non possiede e crede che gli altri posseggano. Per quanto riguarda la scienza, perché la scienza è un classico prodotto del progresso, che purtroppo è ancora nelle mani di quel potere che crea l'invidia e, secondo me, la scienza non è ancora riuscita a risolvere problemi esistenziali".

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19 febbraio 2015

Spoon River - La collina

Pivano: "Hai voglia di raccontarci come ti è venuto in mente di fare questo disco?". 
De André: "Spoon River l'ho letto da ragazzo, avrò avuto 18 anni. Mi era piaciuto, e non so perché mi fosse piaciuto, forse perché in questi personaggi si trovava qualcosa di me. Poi mi è capitato di rileggerlo, due anni fa, e mi sono reso conto che non era invecchiato per niente. Soprattutto mi ha colpito un fatto: nella vita, si è costretti alla competizione, magari si è costretti a pensare il falso o a non essere sinceri, nella morte, invece, i personaggi di Spoon River si esprimono con estrema sincerità, perché non hanno più da aspettarsi niente, non hanno più niente da pensare. Così parlano come da vivi non sono mai stati capaci di fare".
(25 ottobre 1971) 

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18 febbraio 2015

Spoon River: Edgar Lee Masters e Fabrizio De André

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ANTOLOGIA DI SPOON RIVER 

Nel 1914, il poeta americano Edgar Lee Masters pubblicò sulla rivista Reedy's Mirror 244 epitaffi, frammenti di uomini e donne che si raccontavano nella morte; gli stessi che, nell'anno successivo, vennero raccolti in un unico volume conosciuto come Antologia di Spoon River. Masters non lavorò solo di fantasia ma si ispirò ad alcuni abitanti di Lewistown e Petersburg, due paesi dell'Illinois. Ogni componimento è un epitaffio attraverso il quale un personaggio si rivela al lettore. Alcune anime si intrecciano, creando delle storie nelle storie; contiamo diciannove vicende che coinvolgono 248 personaggi. L'antologia è introdotta da un poema titolato La collina: un coro che si eleva dalle sponde del fiume Spoon e traccia un'unica, accorata, testimonianza di vita. 

Masters non fu un pioniere nel suo genere: molti anni primi alcuni poeti diedero forma a l'Antologia Palatinatraducendo in epigrammi piccole e grandi vicende quotidiane. Masters riprese la struttura dell'antologia greca, riadattandola al suo scopo: descrivere "il macrocosmo ritraendo il microcosmo", delineare una sorta di profilo in scala dell'America di quel tempo. Si riconosce a Masters la "scoperta del nuovo uomo medio", proposto attraverso uno stile asciutto, avulso da qualsiasi virtuosismo letterario. Cesare Pavese dichiarò: «Si direbbe che per Lee Masters la morte, la fine del tempo, è l'attimo decisivo che dalla selva dei simboli personali ne ha staccato uno con violenza, e l'ha saldato, inchiodato per sempre all'anima». 

La poesia di Masters arrivò in Italia che c'era un'altra guerra. Era il 9 marzo 1943. Cesare Pavese passò l'Antologia a Fernanda Pivano quando lei gli chiese quale fosse la differenza tra la letteratura americana e quella inglese. Fernanda lesse quei versi e se ne innamorò. Arrivò a leggere "Mentre la baciavo con l'anima sulle labbra/ l'anima d'improvviso mi fuggì" e restò folgorata. Decise di tradurla, l'Antologia tutta, per "fissarla in mente". Quando Pavese venne a sapere che la Pivano aveva tradotto gli epitaffi di Masters, convinse Einaudi a pubblicarli. Il libro di Masters passò con il nome di Antologia di S. River e, sotto mentite spoglie di santità, cominciò a circolare tra i lettori. Venne sequestrata poco dopo e rilanciata con lo stratagemma di una copertina diversa. 
Spoon River significava molte cose: la schiettezza, la fede nella verità, l'orrore delle sovrastrutture. Forse significava amore per la poesia; certo significava amore per quella poesia". (Fernanda Pivano, 1948)


NON AL DENARO, NON ALL'AMORE Né AL CIELO

Nel 1940, il 18 febbraio, nacque Fabrizio De André. Che sia stato, e sia, un cantautore, un compositore e un poeta, uno tra i più grandi artisti del nostro tempo, non sono io a dirlo: è certificato in ogni sua canzone. Appena maggiorenne, De André si imbatte nell'Antologia di Masters e ne rimane affascinato. Da adulto la rilegge, appassionandosi per la seconda volta. Quello che lo colpisce è che negli anni trascorsi tra una lettura e l'altra, la poetica di Masters non sembrava antiquata, ma attuale come lo era stata decenni prima, quando lui, Fabrizio, l'aveva conosciuta; attuale come quando lui, Masters, l'aveva scritta. 

Masters coltivò le sue storie in un clima pregno di tragedia, un tempo nel quale le piccole realtà facevano da intermezzo tra grandi alleati e grandi nemici, vecchi miti e nuovi eroi. La gente normale non era interessante, non faceva presa. Eppure era proprio quella gente che, nella sua semplicità, deteneva la "verità umana". Ma la verità non appartiene ai vivi, e Masters lo sapeva. È la morte che ci dispensa da quel velo di perbenismo e accondiscendenza che indossiamo ogni giorno, che strappa via la maschera lasciando scoperto il vero volto di ognuno. I morti non hanno paura di essere giudicati, umiliati, abbandonati o offesi. Cosa resta, dopo la morte, se non la verità di quello che siamo stati?

Nel 1971 De André incise Non al denaro, non all'amore né al cielo, un concept album nato dall'adattamento di alcune poesie dell'Antologia; eseguito insieme a Giuseppe Bentivoglio, composto insieme a Nicola Piovani. Il titolo del disco è una citazione tratta dal poema La collina, contenuto nell'Antologia. La grafia esatta, come fu riportata sulla copertina della prima edizione, è Non al denaro non all'amore nè al cielo, con l'accento errato sulla congiunzione; nelle ristampe successive l'errore è stato corretto ed è stata aggiunta una virgola.


Nove canzoni, che io vi voglio raccontare. Attraverso le note di De André e con le parole di Masters, io voglio farvi entrare nel cuore del paese. Voglio parlarvi di quel matto che aveva "un mondo nel cuore", ma non riusciva a esprimerlo a parole. Voglio presentarvi quel chimico, che non capiva perché gli uomini si combinassero attraverso l'amore. Voglio trascinarvi nelle loro sofferenze, farvi ascoltare la loro storie. Rendervi testimoni della verità. 
Io voglio portarvi a Spoon River



***

Antologia di Spoon River, E. L. Masters. 
Einaudi, 2014. Testo inglese a fronte. 
Traduzione di Fernanda Pivano. 
Contributi di Cesare Pavese.





Non al denaro, non all'amore né al cielo
Testi: Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio.
Musiche: Fabrizio De André e Nicola Piovani.
Arrangiamenti e direzione d'orchestra: Nicola Piovani.
Prodotto da Roberto Dané e Sergio Bardotti.




(Photo credits: William Willinghton / http://www.williamwillinghton.com/)

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12 febbraio 2015

Aspiranti scrittori: artisti o affamati?

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Al giorno d'oggi l'aspirante autore, o meglio l'aspirante autore-artista, o meglio l'aspirante autore-artista con lo stomaco funzionante e il portafogli vuoto, si trova faccia a faccia con un paradosso madornale. Trattandosi di un aspirante, è ovvio che non sia ancora affermato, e chi non è ancora affermato non gode di nessun tipo di popolarità. In quanto essere umano, ed essere umano col portafogli vuoto, deve mangiare. In quanto artista, dotato di un autentico animo d'artista, il suo diletto consiste nel riversare sulla carta stampata l'esultanza del suo cuore. E questo è il paradosso che si trova davanti e che deve risolvere: come e in quale modo deve cantare l'esultanza del suo cuore in modo che la carta stampata su cui l'ha riversata possa servire a procurargli il pane?
Di questo libro vi ho già parlato qualche tempo fa. È Pronto soccorso per scrittori esordienti, una raccolta di testi firmati da Jack London. Mi era piaciuto molto perché, per la prima volta, non avevo letto di scrittura in termini di esigenza personale fine a se stessa ma anche, e soprattutto, come attività finalizzata al guadagno. Un mestiere, appunto. Ai tempi di London di scrittura si poteva vivere, oggi non è proprio così, ma i concetti sono più o meno gli stessi. Mi preme ritornare sull'argomento perché rovistando tra i miei appunti ho trovato qualche citazione che potrebbe interessare a molti, più o meno esordienti.

La frase con cui ho aperto l'articolo è l'annosa questione che incombe sullo scrittore nel momento in cui si trova a dover bilanciare l'estro creativo con la sopravvivenza, che London identifica col "procurarsi il pane". È una questione di difficile risoluzione perché:
[...] il vasto pubblico gli dà da mangiare, e chiunque dà da mangiare a un uomo ne diventa padrone. E in quanto padrone, poiché deve dare una valutazione immediata della letteratura, il vasto pubblico esige una letteratura che sia immediata. [...] Però, mentre il vasto pubblico la fa da padrone per quanto riguarda la valutazione immediata, a effettuare la valutazione sostanziale è un numero diverso e molto minore di persone. Queste persone, in senso figurato, si reggono sulle spalle e sulle teste degli altri. Questi arbitri finali, adoperando il termine nel suo senso finale, si possono chiamare "critici". Non bisogna confonderli con quelli che recensiscono i libri, un certo numero di libri a settimana, per le riviste in cui gli stessi libri appaiono nelle pagine pubblicitarie. Né sono necessariamente quelli che parlano da un punto di vista professionale, e non devono per forza parlare attraverso la stampa. Ma sono quelli che, a dispetto delle orecchie sorde, hanno una buona parola per ciò che merita e stroncano le stupidaggini, e continuano ad avere buone parole e a stroncare stupidaggini finché non riescono ad attrarre una folla.
Per lo scrittore, che è il protagonista della nostra riflessione, il problema è evidente:
[...] là dove lui sognava di servire un padrone ne trova due. Deve servire il primo padrone per poter vivere, il secondo per far vivere il proprio lavoro, e quello che l'uno richiede sopra ogni altra cosa è ciò che all'altro serve poco o nulla.
E come si risolve?
Questo, caro lettore, è affar suo (...). Tu devi solo essere grato che ci sia riuscito.
È una conclusione, ammiccante e impertinente, che tanto diverte ma poco chiarisce. Dobbiamo sfogliare qualche pagina in più per trarre una sorta di decalogo del perfetto esordiente: un elenco di consigli pratici, indicazioni che lasciano poco spazio alla scrittura intesa soltanto come espressione artistica. Scrivere è un compito da assolvere con professionalità perché ci consente di sopravvivere, e dunque:
  1. Non lasciate il vostro lavoro per mettervi a scrivere, a meno che non abbiate nessuno a carico. 
  2. La narrativa rende meglio di tutto, e quando è di buona qualità si vende più facilmente. 
  3. Una storiella umoristica ben scritta si vende meglio di una poesia ben scritta, e, se la si misura in sudore e sangue, viene remunerata meglio. 
  4. Evitate i finali tristi, tutto ciò che è sgradevole, brutale, tragico, orribile... se ci tenete a vedere pubblicato quello che scrivete. 
  5. L'umorismo è la cosa più difficile da scrivere, più facile da vendere e meglio compensata. (...) Guardate Mark Twain. 
  6. Non precipitatevi a buttar giù un racconto di seimila parole prima di colazione. Non scrivete troppo. Concentrate il sudore della vostra fronte su un solo racconto, piuttosto che disperderlo su una decina di storie. 
  7. Non statevene in ozio per attirare l'ispirazione; corretele dietro con una mazza, e se non riuscite a raggiungerla, cionondimeno raggiungete qualcosa che le somiglia in modo considerevole. 
  8. Prefiggetevi una quantità di lavoro da fare ogni giorno; alla fine dell'anno avrete più parole accreditate a vostro nome. 
  9. Studiate i trucchi degli scrittori arrivati. Loro sono riusciti a padroneggiare gli stessi strumenti con cui voi vi ammaccate ancora le dita. Loro realizzano opere che recano all'interno le tracce di come sono state realizzate. Non aspettate che qualche buon samaritano venga a indicarvele; scovatele da voi. 
  10. Badate che i vostri pori siano liberi e che la vostra digestione sia buona. Questa, ne sono convinto, è la regola più importante di tutte.
Jack London è un mercenario nel suo approccio con la carta, oppure è soltanto quello che vuole farci credere, ma non è così importante perché quello che dice ci cattura a prescindere. È una visione più o meno condivisibile, ma fondata: a questo mercato pieno di scrittori che riversano le emozioni su carta, che non conoscono altro modo di esprimersi se non attraverso la scrittura, che lasciano fluire le sensazioni senza controllarle io rispondo che scrivere è prima di tutto un atto di verità verso se stessi.

Perché scrivi? Qual è il vero motivo?

Utilizzare la scrittura come valvola di sfogo è possibile, ma ogni testo concepito in questo modo dovrebbe restare un atto privato. Lo scrittore che scrive, che lo fa per essere pubblicato, deve dar conto del suo operato e fornire un prodotto di qualità. Il talento, come la passione, sono attributi necessari ma non sufficienti. Sempre più spesso leggiamo pagine colme di tragedie personali, di elaborazioni esistenziali, di conquiste e di sconfitte che lasciano poco o nulla. Sono testi egocentrici, asettici nelle loro drammaticità. Se la scrittura è un atto di verità verso se stessi, la pubblicazione è un atto di responsabilità verso gli altri. Affidare il proprio lavoro a qualcuno vuol dire confidare nell'altro, sperare che chi ci accoglierà si occuperà di noi nel migliore dei modi. Ma, per far sì che ciò accada, dobbiamo essere in grado di garantire, con umiltà, che il nostro sia un lavoro complesso, ponderato. Che non sia un semplice riflusso emozionale. Non è mia intenzione relegare la scrittura a un esercizio svolto per assecondare i gusti del pubblico, ma dico di scrivere tenendo conto che il lettore esiste. Dico di bilanciare l'estro con la tecnica. E dico anche di essere consapevoli che la scrittura è comunicazione. È un dialogo.
Riversa tutto nel tuo lavoro fino a che il tuo lavoro non diventi te stesso, 
senza però che ti si veda da nessuna parte.
È questa la strada giusta, l'unica possibile, per mitigare la fame con l'esaltazione del cuore.

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6 febbraio 2015

L'urlo e il furore di William Faulkner

Ho sempre creduto che l'inferno fosse una dimensione soltanto mia, una sorta di gabbia dalla quale nessuno potesse tirarmi fuori. E da lì, da quella prospettiva distorta, socchiudevo gli occhi affinché le sbarre fossero meno grevi. Mi focalizzavo sulla luce, su quello che riuscivo a filtrare dal mondo. Ero fiera di me perché pensavo che, nonostante tutto, mi trascinavo con disinvoltura, a dispetto degli altri che non si accorgevano di nulla. Nessuno riusciva a comprendermi perché nessuno poteva raggiungermi. Non avevo mai pensato che ci fossero altre celle, ancora più strette, più anguste, che scontavano il mio stesso peccato. «C'è una maledizione su di noi non è colpa nostra è forse colpa nostra?». Non so se la dannazione sia colpa o destino, il fato che si compie nel momento in cui mettiamo piede su questa terra. Se sia qualcosa di nostro, che ci appartiene, o che ci contraddistingue in quanto esseri umani. «Allora siamo stati tutti avvelenati». Come posso accettare che qualcuno sia colpevole del solo fatto di essermi accanto? Colpevole di volermi bene? «Tu confondi il peccato con la moralità». Qual è la differenza, quando tutti dobbiamo subire lo stesso castigo? Quando l'inferno si estende, al di là di noi, e colpisce nostra madre, nostro padre. «Hai mai avuto una sorella?» Quando la maledizione scorre nel sangue, il sangue che fluiva ancor prima di noi, prima di quelli prima di noi, prima ancora, e scorrerà attraverso di noi, oltre di noi. A prescindere da noi. Qualcosa che non ha più a che fare con me, con te, ma arriva a contagiare la casa, la terra, ogni parte del cielo. «Anche il suono pareva spegnersi in quell'aria, come se l'aria si fosse stancata di portar suoni per tanto tempo».

William Faulkner si appropria del concetto di flusso di coscienza lasciando il pensiero di ogni personaggio libero di correre in diverse direzioni. Si delinea un tratto discontinuo e confuso, così come potrebbe essere un giorno vissuto nella mente di qualcun altro. Il pensiero si contorce, si intreccia con i ricordi, viene scalzato dalla realtà, si ribella, si trasforma. Non si chiarisce mai, perché la coscienza accumula e non sottrae.

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L'urlo e il furore fu pubblicato nel 1929, l'anno del crollo di Wall Street, dell'inizio della Grande Depressione. Nello stesso anno Ernest Hemingway diede alle stampe Addio alle armi, ma mai due libri furono così diversi: se a Hemingway corrisponde uno stile scarno, asciutto e essenziale, a Faulkner dobbiamo il merito di una forma d'espressione densa e riccaLa sua scrittura, leggiamo nell'introduzione di Emilio Tadini, «ha a che fare con i gesti più elementari (...) e con le più sfrenate meditazioni sulla vita e sul mondo»Faulkner passa «Dall'iperbolico all'elementare. Dal quotidiano all'eterno. Dal lungo, avvolto, al breve, rettilineo». Il suo stile sembra trarre ispirazione dalle acque del Mississipi, sulle sponde del quale lo scrittore ha vissuto tutta la sua infanzia: il fiume avanza frastagliandosi in meandri tortuosi, poi procede ancora, lento e impetuoso, lasciando traccia del suo passaggio in ogni solco. Il romanzo accoglie la storia dei coniugi Compson e dei loro quattro figli: Quentin, Candance (Caddy) Jason e Benjamin. La vicenda, la stessa, è narrata da quattro punti di vista diversi, e questo è già più di quanto avrei voluto rivelarvi. Leggendo Faulkner sembra che nessuno, prima o dopo di lui, abbia saputo descrivere l'umanità nella sua ferocia più disperata
Continuavano ad avvicinarsi. Io aprii il cancello e loro si fermarono, voltandosi indietro. Io cercavo di dire qualcosa, e lei cacciò un urlo e io cercavo, cercavo di dire qualcosa, e la presi per un braccio, cercando di dire qualcosa, e le forme lucenti cominciarono a fermarsi e io cercai di uscire. Cercavo di strapparmela dal viso, ma le forme lucenti avevano ripreso a muoversi. Andavano su per il colle fin dove cominciava la discesa e io cercai di piangere. Ma quando mi riempii i polmoni non fui più capace di vuotarli per piangere, e cercavo di non cadere giù dalla collina e caddi giù dalla collina tra le forme lucenti e vorticose.
L'urlo e il furore è libro meraviglioso. Un romanzo cupo, oscuro, che racchiude le ossessioni e le angosce del popolo del sud. Di un'America secca, arsa, ma ancora fertile.
[...] bastava camminarci per accorgersene. (La nostra terra) aveva una specie di fecondità, immobile e violenta, che saziava, come una fame di pane. Che ti scorreva tutt'intorno, senza fermarsi a coccolare ogni misero sassolino. Come se fosse solo un espediente per far girare il verse tra le piante e anche l'azzurro della lontananza una chimera non così seducente.
L'urlo e il furore è un libro difficile. Ma se voi riuscirete a scorgere gli stessi lampi di luce che ho intravisto io, in quei vuoti d'anima. Quella verità, sporca, nuda, quella verità vera. Se arriverete a guardare l'uomo per quello che è, senza giudicarlo, dalla crepa del vostro inferno, allora anche voi, come me, non conterrete il vostro entusiasmo. Perché io sono entusiasta, entusiasta di averlo letto. Di essermi fidata e affidata, senza aver cercato alcun appiglio. Ho lasciato che ogni personaggio si raccontasse, che il suo pensiero scorresse, attraverso le pagine, a me, e di nuovo sulla carta, come un flusso continuo e inarrestabile. Come un fiume. Gli urli soffocati, i pianti straziati. Ho vissuto il momento di ogni istante. 
Se di là ci fosse almeno un inferno: la pura fiamma noi due più che morti. Allora tu avrai soltanto me allora solo me allora noi due tra l'esecrazione e l'orrore oltre la pura fiamma.
La vita è «un racconto detto da un idiota, pieno di urlo e furore, che non significa nulla», scrive Shakespeare nel Macbeth. Ma le pagine del romanzo di Faulkner, proprio quelle che in apparenza non significavano nulla, mi hanno regalato un'esperienza di lettura tra le più belle di tutta la mia vita. 



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L'urlo e il furore, William Faulkner. Einaudi, 2014. Traduzione di Vincenzo Mantovani.
Introduzione di Emilio Tadini. Postfazione di Attilio Bertolucci.


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