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26 febbraio 2016

Un piacere straziante

Non c'era nulla che Jamie potesse fare o dire a cui io non rispondessi con una reazione sproporzionata, compresa la sua casuale chiacchierata telefonica con Billy. Ero costantemente instabile. Non c'era riposo. Era come se vedessi una ragazza per la prima volta. O per l'ultima. Accerchiato da ogni parte, in un modo o nell'altro.
*** 
LUI   Sono stato per molti anni senza la compagnia di una donna e di tutto ciò che l'accompagna. Questo è un colpo di scena sorprendente e non necessariamente nel mio interesse. Qualcuno ha scritto «Un grande amore arrivato troppo tardi è fonte di infiniti malintesi».
LEI   Un grande amore? Può spiegarsi meglio, per piacere?
LUI   È una malattia. È una febbre. È una specie di ipnosi. Posso spiegarlo solo dicendo che voglio stare solo con lei in una stanza. Voglio trovarmi sotto il suo incantesimo.
LEI   Be', mi fa piacere. Mi fa piacere che lei abbia ciò che vuole. È una buona cosa.
LUI   È straziante.
LEI   Perché?
LUI  Cosa pensa? Lei è una scrittrice. Vuole fare la scrittrice. Perché un uomo di settantun anni dovrebbe trovarlo straziante?
LEI   (con delicatezza) Perché lei ha di nuovo tutto questo sentimento e non può fare il passo successivo.
LUI   Esatto.
LEI   Ma questo le fa piacere, no?
*** 
Me ne andai senza avere il coraggio di toccarla. Senza avere il coraggio di toccarle il viso, anche se era stato alla mia portata per tutto il tempo in cui avevo fatto quella che lei chiamava la mia requisitoria. Senza avere il coraggio di toccare i capelli lunghi che erano alla mia portata. Senza avere il coraggio di metterle una mano sulla vita. Senza avere il coraggio di dire che ci eravamo già incontrati. Senza avere il coraggio di dire le parole che un uomo mutilato come me potrebbe dire a una donna desiderabile di quarant'anni più giovane di lui senza coprirsi di vergogna perché è vinto dalla tentazione di un godimento che non può provare e di un piacere che è morto.

(da Il fantasma esce di scena* di Philip Roth. Einaudi, 2010. Traduz. Vincenzo Mantovani. pp. 103-112)
* Le citazioni così riportate non rispettano l'ordine d'apparizione del libro.

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16 febbraio 2016

La Natura e la Storia in Ferito a morte di Raffaele La Capria

Ho scritto, qualche giorno fa: certi libri non vogliono lasciarci andare. È retorica, me ne rendo conto, ma soprattutto è una bugia perché le storie non appartengono a nessuno; si lasciano sfogliare con lo stesso incanto della prima volta, per poi ricomporsi e offrirsi al lettore successivo con la promessa di un'intimità esclusiva. È difficile immaginare che quell'emozione sia già stata vissuta da qualcun altro, vicino o lontano nel tempo, così simile e così differente da noi. È un po' la presunzione dell'innamorato, quando crede che niente di così intenso come il sentimento che prova sia mai esistito. Eppure succede, succede ogni volta. Allora è meglio dire (meglio ammettere): certi libri non vorremmo lasciarli andare.
Perché sei rimasto, che cosa ancora ti trattiene? E potevo dirgli la cosa assurda? Potevo dirgli: ritrovare uno solo di quei giorni intatto com'era, ritrovare una mattina per caso uscendo con la barca me stesso al punto di partenza — e rimettere tutto a posto da quel punto.
La lettura di Ferito a morte è stata una delle più insolite di tutta la mia vita. Perché si è svolta con un ritmo lento, lentissimo, che non corrisponde al mio. La verità è che avrei voluto che non finisse mai. Ma è stato difficile entrare nella storia: ho letto l'incipit più di una volta, senza venire a capo di nulla. Ho proseguito per qualche pagina, cercando di individuare un appiglio al quale aggrapparmi. Giunta al terzo capitolo sono tornata indietro e ho ricominciato, dall'inizio. La prosa di Raffaele La Capria mi sfuggiva, per lo stesso motivo mi attirava sempre più a sé. 

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Il libro si apre sul finire di un sogno, ed è questa la sensazione che ci avvolge, che ci accompagna fino alla fine: un dolce stordimento, come nell'attimo che passa tra la veglia e il sonno. Come se, in un caldo mattino estivo, non avessimo ancora aperto gli occhi. O magari solo un po', con la luce che filtra appena dalle palpebre socchiuse. Qualche suono, troppo lontano. Quasi un altro mondo, di là. E Massimo, ogni volta lo stesso sogno, ogni volta è sempre più fatica distinguere l'uno dall'altro: il mondo in cui vive, fatto di vere giornate tutte uguali, e l'altro mondo, quell'unica, bella giornata. Il sapore, proprio, della bella giornata. E poi la Grande Occasione Mancata. Una domanda, la stessa da allora: è possibile, per un solo istante, arrivare a perdersi, e perdersi per sempre? 
Domani e poi domani quei giorni continueranno a splendere per conto loro, come se io fossi ancora qua o come quando morirò, ora o tra mille anni indifferenti e uguali, per ogni domani separati da me, irrecuperabili come il suo sguardo.
La poesia, disarmante, di alcuni passaggi. La bellezza e l'intelligenza di una scrittura innovativa, antica e comunque attuale. La potenza evocativa di parole che sono immagini, che basta allungare una mano. E allora scrivere diventa qualcosa di più, diventa: te lo mostro, quello che voglio dire. Un romanzo corale, fatto di voci che si alternano e si confondono, e anche Massimo, smarrito nel tempo di un ricordo infinito, si racconta in terza persona. Io, lui e lei, e loro, ancora: che differenza fa?
Quel bacio imprevedibile, troppo esperto, quell'ardore negli occhi, e già dentro di me qualcosa come una reticenza, un presentimento. I suoi capelli vivi sul mio viso, luminosi nella notte, il suo odore con quello del mare dentro, del mare che striscia sui ciottoli freddi, fin quasi ai nostri piedi.
Napoli, la Gran Madre Napoli, la vera protagonista di tutti i romanzi di Raffaele La Capria. Una città «che ti ferisce a morte o t'addormenta, o tutt'e due le cose insieme». La Foresta Vergine, odiata e amata; temuta, sconfitta, sempre sognata. La Natura che disobbedisce alla Storia. L'unico modo per salvarsi? Scappare dallo spettro dell'indulgenza, in una città senza Vesuvio e senza estati, senza quel mare che ti racconta la tua vita e quella di tutti gli altri prima di te, uguali a te, comunque diversi, diversamente vittime, sempre carnefici. Ma scappare «è una specie di rottura con la realtà, un'evasione dalla Storia, e solo la Storia ha senso». Allora non c'è scampo, per chi nasce nella Foresta. Solo: sopravvivere.
Mangiare, qui, non è una forma di suicidio? (...) la Foresta Vergine fin dentro le budella.
La verità è che Ferito a morte è un libro che non finirà mai, perché credo che mai smetterò di leggerlo. 



*** 
Ferito a morte, Raffaele La Capria. Mondadori, 2001.

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12 febbraio 2016

(Un po' più) dell'incipit di «Ferito a morte»

La spigola, quell'ombra grigia profilata nell'azzurro, avanza verso di lui e pare immobile, sospesa, come una fortezza volante quando la vedevi arrivare ancora silenziosa nel cerchio tranquillo del mattino. L'occhio fisso, di celluloide, il rilievo delle squame, la testa corrucciata di una maschera cinese — è vicina, vicinissima, a tiro — La Grande Occasione. L'aletta dell'arpione fa da mirino sulla linea smagliante del fucile, lo sguardo segue un punto tra le branchie e le pinne dorsali. Sta per tirare — sarà più di dieci chili, attento non si può sbagliare! — e la Cosa Temuta si ripete: una pigrizia maledetta che costringe il corpo a disobbedire, la vita che nel momento decisivo ti abbandona. Luccica lì, sul fondo di sabbia, la freccia inutile. La spigola passa lenta, come se lui non ci fosse, quasi potrebbe toccarla, e scompare in una zona d'ombra, nel buio degli scogli. Adesso sta inseguendo la Grande Occasione Mancata. Per lunghi oscuri corridoi sottomarini, ombre come alghe viola, e gelo in tutto il corpo. Man mano che si abitua a quel morto chiarore distingue le poltrone del salotto, il lungo tavolo di legno scuro, il paralume verde, il divano, la macchia di caffè sul cuscino giallo. La spigola dev'essere scomparsa in qualche angolo buio, dietro quel cassettone o nella stanza di là, sotto il letto dove lui ora sta dormendo. Ma non importa più, ormai ci siamo, eccola La Scena. Si ripresenta sempre identica: lo sguardo di Carla che splende come un mattino tutto luce in fondo al mare, e lei così vicina — anche il battito del cuore! — vicina, con l'occhio marino aspettando. E poi offesa? stupita? incredula? prontamente disinvolta comunque, eccola di nuovo seduta sul letto pettinandosi, per sempre lontanissima, che tenta di superare l'imbarazzo. Lui la guarda mentre lei si pettina i capelli raccolti sulla nuca, bionda coda di cavallo oscillante — luminosi come sulla spiaggia nella notte di Capodanno! — lui senza vita e un sorriso umiliato che copre il desiderio di morire. E i ragazzi, t'immagini le facce? le risate? le chiacchiere, se sapessero. Lui, solo, con la Grande Occasione Mancata, e tutti i loro occhi aperti sulla Scena.
(di Raffaele La Capria Mondadori, 2015)



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5 febbraio 2016

Scrittori allo specchio: Fernando Pessoa e Bernardo Soares

Articolo di Andrea Siviero
Uno, molti: l'universo pessoano.
Quando si tratta di concetti complessi e sfaccettati, la sintesi e l'efficacia è propria solo delle immagini. Quando si tratta di Fernando Pessoa, ad esempio, ci sono dei dipinti del pittore portoghese António Costa Pinheiro (1932-2015) che sono riusciti a condensare nello spazio limitato di una tela interi saggi di approfondimento sull'universo letterario del Poeta. Uno di questi dipinti è il celebre “Heterónimo”.
In quest'opera Pessoa è immortalato in posizione seduta, illuminato in modo che l'ombra sia proiettata su una parete bianca alle sue spalle. Ma ciò che appare subito evidente è che sulla parete bianca non vi è proiettata un'unica ombra, ma tre presenze colorate: ognuna la rappresentazione ingrandita della silhouette del Poeta.

Heterónimo-pessoa
António Costa Pinheiro, Fernando Pessoa – Heterónimo, 1978, olio su tela

Se la forma dell'ombra ne richiama l'origine, è il colore che ne determina l'unicità e la differenza. Ma a chi appartiene questa unicità e differenza? Agli eteronimi nati dalla penna del poeta portoghese, naturalmente. Ognuno di questi, infatti, nonostante appartenga alla dimensione dell'immaginazione, si distingue da Fernando Pessoa nel possedere una personalità e una poetica totalmente indipendente e riconoscibile. Nell'opera di Costa Pinheiro, quindi, le tre ombre sono di colori diversi proprio perché sono uniche e differenti le poetiche degli eteronimi. In particolare l'identificazione del singolo eteronimo è possibile osservando l'immagine che si riflette nelle lenti degli occhiali di ciascuna figura: una nave per l'ingegnere navale futurista Álvaro de Campos (blu); un busto per il medico e poeta classicista Ricardo Reis (violetto); un paesaggio con una palma per il poeta bucolico e naturalista Alberto Caeiro (verde).
E Bernardo Soares dov'è? Dov'è “l'aiutante contabile nella città di Lisbona”? Dov'è Soares il metafisico, l'uomo alla finestra, impiegato di giorno e scrittore nel tempo libero? Dov'è l'eteronimo forse più noto, l'autore del Libro dell'inquietudine? Nel dipinto di Costa Pinheiro apparentemente non c'è.

Uno specchio che sottrae.
«Su Fernando PessoaEra un uomo che conosceva le lingue e componeva versi. Si guadagnò pane e vino mettendo parole al posto di parole, fece versi come si fanno i versi, cioè, riordinando le parole in un certo modo. Cominciò col chiamarsi Fernando, uno come tanti. Un giorno gli venne in mente di annunciare l'imminente comparsa di un super-Camões, un Camões ben più grande di quello antico, ma, essendo una creatura notoriamente discreta, che aveva l'abitudine di camminare lungo i Douradores in impermeabile chiaro, cravatta a nastrino e cappello senza piume, non disse che il super-Camões era lui stesso. Meno male. In definitiva, un super-Camões non è che un Camões più grande, e lui si riservava per essere Fernando Pessoas, fenomeno mai visto prima in Portogallo. Naturalmente, la sua vita era fatta di giorni, e dei giorni noi sappiamo che sono uguali, ma che non si ripetono, ragion per cui non sorprende che uno di quei giorni, passando davanti a uno specchio, Fernando vi avesse colto, di sfuggita, un'altra persona. Pensò che si trattasse piuttosto di un'illusione ottica, di quelle che accadono sempre senza che vi prestiamo attenzione, o che l'ultimo bicchiere di acquavite gli avesse fatto male al fegato e alla testa, ma, per precauzione, fece un passo indietro per confermare se, com'è voce corrente, gli specchi non si sbagliano quando mostrano. Questo, per lo meno, si era sbagliato: c'era un uomo li a guardare dall'interno dello specchio, e quell'uomo non era Fernando Pessoa. Era persino un po' più basso, aveva il viso tendente al bruno, tutto ben rasato. Con un movimento inconsapevole, Fernando si portò la mano al labbro superiore, poi respirò con sollievo infantile, i baffi c'erano. Molte cose ci si può aspettare dalle figure che appaiono nello specchio, tranne che parlino. E siccome questi, Fernando e l'immagine che non era la sua, non sarebbero rimasti li in eterno a guardarsi, Fernando Pessoa disse: "Mi chiamo Ricardo Reis". L'altro sorrise, annui con il capo e scomparve. Per un attimo, lo specchio rimase vuoto, nudo, ma subito dopo spuntò un'altra immagine, quella di un uomo magro, pallido, dall'aspetto di chi non avrà molta vita da godersi. A Fernando gli parve che questi avrebbe dovuto essere il primo, però non fece commenti, disse solo: "Mi chiamo Alberto Caeiro". L'altro non sorrise, si limitò ad annuire impercettibilmente, concordando, e andò via. Fernando Pessoa se ne rimase li ad aspettare, aveva sempre sentito dire che non c'è due senza tre. La terza figura tardò qualche secondo, ed era un uomo sul genere di quelli che hanno salute da dare e da vendere, con l'aria inconfondibile di un ingegnere laureato in Inghilterra. Fernando disse: "Mi chiamo Álvaro de Campos", ma stavolta non aspettò che l'immagine scomparisse dallo specchio, si allontanò lui, probabilmente stanco di essere stato tanti in così poco tempo. Quella notte, alle prime ore del mattino, Fernando Pessoa si svegliò chiedendosi se quel tal Álvaro de Campos fosse per caso rimasto nello specchio. Si alzò, ed era proprio la sua faccia quella che c'era. Disse allora: "Mi chiamo Bernardo Soares", e se ne tornò a letto. Fu dopo questi nomi e qualcun altro che Fernando pensò fosse giunta l'ora di essere anch'egli ridicolo e scrisse le lettere d'amore più ridicole del mondo. Quando ormai era già molto avanti nei lavori di traduzione e di poesia, mori. Gli amici gli dicevano che aveva un grande futuro davanti, ma lui non deve averci creduto, tanto che decise di morire ingiustamente nel fiore dell'età, a 47 anni, s'immagini. Un attimo prima di spegnersi, chiese che gli dessero gli occhiali: "Datemi gli occhiali", furono le sue formali ed estreme parole. Fino a oggi nessuno si è mai interessato di sapere perché li volle, così si continuano a ignorare o disprezzare le volontà ultime dei moribondi, ma sembra alquanto plausibile che la sua intenzione fosse di guardarsi in uno specchio per sapere, infine, chi c'era. Non gli diede tempo, la parca. Tra l'altro, nella sua camera lo specchio neanche c'era. Questo Fernando Pessoas non giunse mai ad avere realmente la certezza di chi fosse, ma è proprio per via di questo dubbio che noi riusciamo a sapere un po' di più chi siamo...».
José Saramago racconta Fernando Pessoa come un uomo che si guarda allo specchio e si scopre “una moltitudine”. Tre di questi personaggi che il Pessoa di José Saramago vede nello specchio non hanno neppure il suo stesso aspetto fisico: sono veri e propri altri-da-sé, entità indipendenti. Solo uno: Bernardo Soares – il quarto in ordine di apparizione – è l'immagine in cui il Poeta riconosce i suoi stessi tratti somatici. 
Saramago ritrae Soares come immagine speculare di Pessoa perché non è un personaggio completamente indipendente dal suo creatore come sono gli altri eteronimi. I punti di contatto sono molti. Il primo, il più banale, è una sovrapposizione tra la vita vera del Poeta e quella fittizia di Bernardo Soares. Anche se, a differenza degli altri eteronimi, Fernando Pessoa non ha lasciato dati esaustivi sulla biografia esatta di Soares, ciò che è noto è che sono entrambi impiegati di concetto, umili e dimessi, uomini solitari che trascorrono buona parte del proprio tempo libero in camere d'affitto, uniti dalla passione per la scrittura. Il secondo punto di contatto, più interessante, riguarda la coincidenza tra la personalità del Poeta e quella dell’aiutante contabile di Rua Dos Douradores. Nella celebre Lettera ad Adolfo Casais Monteiro sulla genesi degli eteronimi Fernando Pessoa ammette che Bernardo Soares «È un semieteronimo perché, pur non essendo la sua personalità la mia, dalla mia non è diversa, ma ne è una semplice mutilazione. Sono io senza il raziocinio e l'affettività». E cosa rimane allora dell'uomo Fernando Pessoa «mutilato» del raziocinio e dell'affettività? «C'è da credere che un Pessoa senza il raziocinio e l'affettività consista essenzialmente nell'attività dell’osservazione. Pessoa si mutila dunque di questa facoltà e con essa crea Bernardo Soares ponendolo a una finestra a guardare.», suggerisce Antonio Tabucchi ¹. Nell'atto di guardare il mondo dalla finestra di una stanza di Rua Dos Douradores che «ha le imposte che si possono aprire nei due sensi, sul fuori e sul dentro 2», Bernardo Soares vive un'inquietudine metafisica, esprime tutto il Mal-de-viver che appartiene al Pessoa «lui-stesso», e lo riversa con puntigliosità nella redazione di un diario intimo. E allora, mentre gli altri eteronimi sembrano essere nati dalla penna del poeta portoghese come tentativi di superare o quantomeno accettare il mal-de-viver con un esperimento di spersonalizzazione e di simulazione, nel caso di Bernardo Soares Pessoa ha affidato consapevolmente una parte della propria personalità alle pagine del Libro dell'inquietudine. Tuttavia, la coincidenza tra Pessoa e Bernardo Soares, che sfocia nella suggestione dello «scrittore allo specchio», scompare quando ci si spinge a guardare dove arrivano i due percorsi letterari: Fernando Pessoa ha tentato di lottare e di resistere al Mal-de-viver seppur arrivando a moltiplicarsi in diverse personalità indipendenti; Bernardo Soares, invece, desiste e continua ad abbandonarsi totalmente all'inquietudine. 

Per quanto riguarda la suggestione dello «scrittore allo specchio», nel caso di Fernando Pessoa tutto si gioca attorno a due sottili distanze: la prima quella tra il Poeta e il suo semieteronimo, che come si è visto in precedenza contiene punti di contatto e sensibili differenze; la seconda distanza è la quella che separa il concetto di alter ego letterario da quello di eteronimo. Se nel caso dell'alter ego l'autore si nasconde nel testo generando un personaggio che si muove esclusivamente nello spazio letterario, nel caso dell'eteronimia l'autore coesiste con il suo personaggio anche nel mondo reale. Quest'ultimo concetto è più chiaro se si pensa agli altri eteronimi di Pessoa, in particolare Álvaro de Campos e Ricardo Reis, che hanno avuto l'occasione di partecipare all'attività culturale portoghese tra gli anni Dieci e Trenta del Ventesimo secolo fondando riviste d’avanguardia e interagendo tra loro e con Fernando Pessoa ortonimo. Nel caso di Bernardo Soares la vicenda si fa più complessa perché la sua poetica è piuttosto affine a quella del Pessoa ortonimo e anche perché è un eteronimo postumo (i suoi scritti sono stati ritrovati tra gli appunti che Pessoa ha accumulato per buona parte della sua vita letteraria e mai pubblicati finché egli era in vita) che non avuto la possibilità di un'indipendenza maggiore dal suo creatore. Lo stesso Fernando Pessoa dev'essersi interrogato sulla natura di Bernardo Soares e il termine semieteronimo da lui appositamente coniato per identificarlo risulta perfetto perché racchiude in sé entrambi gli aspetti: essere la trasfigurazione di una parte dell'autore in forma letteraria e allo stesso tempo essere un personaggio con una propria indipendenza. 

In conclusione, definire Bernardo Soares l'alter ego di Fernando Pessoa è probabilmente inesatto. Tuttavia è una suggestione che ha stimolato l'immaginazione di molti. Come si è visto lo scrittore José Saramago ha interpretato questa singolarità tra gli eteronimi di Pessoa fornendo a Soares un aspetto identico a quello del suo creatore, proprio come se fosse un'immagine riflessa allo specchio. 
Personalmente mi piace immaginare che anche il pittore Ántonio Costa Pinheiro sia giunto a una conclusione simile. E allora mi piace immaginare che nel dipinto "Heterónimo" sia raffigurato anche Bernardo Soares; per me è compreso nella figura piccola, in basso, nell'origine delle ombre: egli si confonde nel ritratto di Fernando Pessoa. 



*** 
¹ Prefazione all'edizione del Libro dell’Inquietudine curata da Antonio Tabucchi e Maria José de Lancastre. Pag.9. Feltrinelli, Milano.  
2 Ivi, pag.7.

Libri consultati e citati nell'articolo:
Il libro dell'inquietudine, Fernando Pessoa. Feltrinelli, 2000. Traduzione di Antonio Tabucchi.
Un baule pieno di gente. Scritti su Fernando Pessoa, Antonio Tabucchi. Feltrinelli, 2000.
Quaderni di Lanzarote, José Saramago. Einaudi, 2010. Traduzione di Rita Desti.

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