-->
Seguimi su Facebook Seguimi su Twitter Seguimi su Google+ Segui i miei scatti su Instagram

Pagine

25 dicembre 2014

In mezzo a una serie di false partenze

[...] Il giorno prima la madre l'aveva chiamato per dirgli che stava pensando a lui. Voleva anche informarlo del fatto che i magi erano arrivati sani e salvi a Betlemme. Il viaggio dei magi era una pantomima che veniva messa in scena ogni anno, una tradizione della sua infanzia. Vedendo i magi girare per la casa, Potter e i suoi fratelli e sorelle capivano che il Natale era imminente. Le statuine cominciavano il loro tragitto dal davanzale sopra il lavello della cucina e la stagione delle feste si chiudeva ufficialmente il giorno dell'Epifania, quando infine arrivavano alla mangiatoia, sopra il caminetto; la madre preparava una bella cena con cui festeggiavano i tre sapienti, e con quella le vacanze finivano e arrivava il momento di riprendere la vita normale. La madre toglieva subito tutte le decorazioni e buttava via l'albero. E lo faceva ancora, anche se nessuno viveva più in casa con lei. Potter se la immaginava girare quatta quatta per la casa buia e silenziosa e far avanzare i magi di qualche centimetro, giorno dopo giorno.
(da Il suo vero nome di Charles D'Ambrosio. Minimum fax, 2008. Traduzione di Martina Testa)


LEGGI TUTTO >>

20 dicembre 2014

Shotgun Lovesongs: il sound di Nickolas Butler

Io in America non ci sono mai stata. È una mancanza che sento, che ogni volta mi prometto di colmare. Però la penso, l'America, la penso sempre: la cerco nei libri che leggo, in ogni film che guardo, e me la immagino in un grande collage stipato nella mia mente, fatto di istantanee che non ho ancora scattato, di paesaggi che non ho ancora visto. Me la immagino spaccata in due. L'America dei grattacieli e dei fast food, dei cartelloni pubblicitari e delle insegne al neon. La vedo in mille luci e in milioni di persone. L'America che va veloce. Poi c'è dell'altro, che quasi non c'entra niente: le strade infinite, le montagne immense. Legno, sassi e polvere. Rosso e arancione. Giallo, come il grano. Blu, come il cielo che si infrange sulle praterie. È l'altra America, per me. L'America che canta i suoi ideali, nella quale ognuno si sente, davvero, parte di un tutto.

È l'America che ho sentito anche in Nickolas Butler, nel suo Shotgun Lovesongs, e non c'è altro modo in cui io possa spiegarvi il libro che non sia questo: ve lo devo far ascoltare. 

Little Wing è una cittadina del Wisconsin. È uno di quei paesi nei quali tutti conoscono tutti, e il tuo vicino di casa è anche il tuo migliore amico. È un luogo dove c'è ancora la responsabilità dell'altro, quell'essere sinceramente legato a qualcuno e preoccuparsi per lui come fosse un fratello. Henry, Lee, Ronny e Kip sono nati e cresciuti a Little Wing. Appartengono a quella città come gli alberi e le case, come le strade e i banconi fatiscenti dei bar. Henry non saprebbe immaginarsi in nessun altro luogo, Ronny vorrebbe fuggire più lontano possibile. Ha tentato, qualche volta, ma non c'è mai riuscito. Forse non ne era poi così convinto. Kip sente di avere sempre qualcosa da dimostrare. E poi c'è Lee, il ragazzo di provincia che ha portato la sua voce in ogni angolo del mondo. È lui quello col talento, quello che non è straniero in nessun luogo. Ma tanto si allontana, tanto più sente il bisogno di tornare. Come una forza, che lo respinge e lo attrae. Little Wing è il suo posto nel mondo e, per quanto limitato e asfissiante, non c'è altro luogo che sia più casa. 
Quando non ho nessun posto dove andare, torno qui. Torno qui e dal niente tiro fuori qualcosa. Posso vivere ai limiti della sussistenza; non c'è niente da comprare, nessuno da impressionare. Da queste parti tutto ciò che importa alla gente è la tua etica sul lavoro e la tua gentilezza e la tua competenza. Torno qui e ritrovo la mia voce come qualcosa che mi è scivolato dalle tasche, come un souvenir sepolto a lungo. E ogni volta che ritorno sono circondato da persone che mi amano, che si occupano di me, che mi accolgono sotto una tenda di calore. Qui riesco a sentire le cose, il mondo pulsa in maniera diversa, il silenzio vibra come una corda pizzicata milioni di anni fa; c'è musica tra i pioppi tremuli e gli abeti e le querce e persino tra i campi di mais essiccato. Come fai a spiegarlo a qualcuno? Come fai a spiegarlo a qualcuno che ami? Cosa succede, se poi non capisce?
***
C'è una complicità che nasce dalle piccole cose. Come quando si è bambini, e ogni gesto sembra la ragione stessa dell'esistenza. È una questione d'onore, di lealtà: è la forma più pura dell'amicizia. Sentiamo di appartenere a qualcuno, e che qualcuno ci appartiene, in un modo che è così e basta, che non si può neanche spiegare. È quell'essere qualsiasi cosa, ma esserlo insiemeIn un vicolo di quartiere, o sul tetto del mondo. Che non significa guardare sempre nella stessa direzione. Urlando, imprecando, o ascoltando, in silenzio, aspettando che il dolore diluisca, in quei momenti dove non siamo più in grado neanche di indovinarlo, il nostro orizzonte, è sapere che quel qualcuno troverà il modo di portarci indietro. 
Ma i tramonti. Fu lì che capii per la prima volta che Lee era diverso da noi, che forse era persino destinato a diventare famoso. Perché nei dieci o venti minuti prima che il sole si estinguesse completamente a ovest, ci chiedeva sempre di restare in assoluto silenzio. E non so perché, ma noi gli davamo retta, gli obbedivamo. E ci sedevamo lì, a bere le birre dei nostri padri e a guardare il cielo camaleontico, per ascoltare lo show di Lee. «Lo avete sentito?» diceva, il che non era una vera domanda quanto un'affermazione. «Sentite quel suono, quella nota? Giuro su Dio, quel colore lì, quel rosa. Quando quel rosa inizia a impallidire davvero, è come se emanasse questa nota, non riesco a descriverla, è morbida e alta. E lo sentite quell'arancione? Non l'arancione marmellata, ma quello color pesca? Lo sentite? Cavolo, non vedo l'ora che arrivino i blu! I blu e i viola! E poi quell'ultima nota lunga, nera e bassa, quella nota riverberante di basso che dice: «Vai adesso, buonanotte. Buonanotte America, buonanotte». 
***
Poi le cose si complicano. Quando si cresce, e le esigenze non sono più le stesse. Una crepa, impercettibile, è un abbraccio che non ha più calore. Quello che ho guadagnato in tutti questi anni lo devo soltanto a me, a come ho lavorato, a quello che ho sofferto. Come puoi fare parte di questo, adesso? Come puoi capirlo, tu, che hai sempre preteso troppo dalla vita? Che sei diventato quello che sei, in un mondo diverso, lontano da me? È un sentimento che ha a che fare con un sacco di cose: è gelosia per tutto quello che l'altro ha ottenuto, per i successi che diventano lo specchio nel quale aleggiano i nostri fallimenti. È voglia di spogliarsi e indossare i panni di un altro, per sapere come ci si sente, almeno per una volta, ad essere una persona che fa sempre la cosa giusta al momento giusto. Ma è paura, soprattutto: il timore di non reggere il confronto. Perché le nostre mogli, i nostri mariti, i nostri figli, se fossero costretti a scegliere, sceglierebbero ancora noi?
Pensiamo che il mondo sia fermo, che rotoli sotto i nostri piedi, giorno e notte, con la pioggia e col sole. E poi, un giorno, cadi dal pianeta e scivoli nell'oltre-spazio e tutto quello che pensavi fosse vero, tutte le leggi che tenevano insieme la tua vita prima, tutte le regole e le norme che tenevano le cose al loro posto, sono andate. E niente ha più senso. La gravità non esiste più. L'amore non esiste più. 
*** 
Eppure non puoi farne a meno, anche a dispetto di te stesso. Anche quando ti sembra sbagliato e vorresti riuscire a buttarti tutto alla spalle. Quando pensi di aver ragione, perché non te lo meritavi. Quando perdonare significa rinunciare a una parte di tePerò succede: noi perdoniamo. Urlando e imprecando, di nuovo, ma torniamo. Perché? Cosa ci lega così tanto a qualcuno
Non sono sicuro di aver mai trovato la risposta giusta. Penso sia stata colpa di quelle mattine, di quei ragazzi. Del fatto di esserci sentiti come se fossimo separati da tutto quello che conoscevamo, come se fossimo migliori del posto che ci aveva fatti. Eppure, allo stesso tempo, essere innamorati di tutto quello. Innamorati dell'idea di essere i re di provincia, dritti su quelle torri in bancarotta, con lo sguardo rivolto verso il futuro, in cerca di qualcosa: forse felicità, forse amore, forse fama.

***

Lasciamo perdere Borges e Sartre, per una volta. Rimandiamo i drammi esistenziali all'anno che verrà. Leggiamo un libro che sia pieno di cose che ci riguardano, quei piccoli problemi del vivere. Leggiamo un libro che non ci avvilisca ma che ci riscaldi. Crediamoci, che le cose possono finire anche bene. 
Ogni tanto, che male può fare?

shotgun-lovesongs-butler

***
Shotgun Lovesongs, Nickolas Butler. Marsilio, 2014. Traduzione di  Claudia Durastanti.




Un Natale pieno di grandi soddisfazioni del vivere.
Vi aspetto qui, a gennaio.
Un abbraccio.

LEGGI TUTTO >>

17 dicembre 2014

Il suo vero nome: i racconti di Charles D'Ambrosio

Quello che vi ho detto l'altro giorno a proposito dei racconti lo penso e ne sono sempre più convinta. Non so se sia per tutti così ma così è per me: più leggo e più imparo a capire, e più capisco e più apprezzo. È proprio questione di allenamento. Ho ripreso le vecchie raccolte che ho letto, di cui non vi ho ancora parlato, e le sto riscoprendo piano piano. Ho deciso di riportarle qui, una alla volta, e studiarle insieme. Prendetelo come un percorso di apprendimento, una sorta di esercitazione. Impariamo a leggere i racconti. Ci proviamo, almeno.

Una mia amica, l'altro giorno, mi diceva: "Ho adorato quel libro perché ho avuto la sensazione che l'autore mi conoscesse. Ha dato una risposta a tutte le mie domande". Quanto spesso accade? Quante volte abbiamo apprezzato un libro perché ci siamo incontrati e riconosciuti, scoperti e svelati? Quante conferme abbiamo ottenuto dai romanzi? O smentite. Ma in ogni caso sempre e solo conclusioni. 
Alla mia amica, che tanto si sazia di certezze, i racconti non piacerebbero.

Perché funzionano proprio all'opposto: i racconti creano insicurezzeNon otterrete molte risposte, ma arriverete alla fine della storia con altre domande, altre perplessità. Vi sentirete meno sicuri, più sbilanciati. Molto più esposti. I racconti sono scomodi. Non c'è un confine preciso tra inizio e fine, spesso non c'è neanche una fine. Non c'è rassicurazione, perché è un campo di battaglia a cielo aperto. Da dove proviene quel disagio che vi stordisce, vi piega e vi affascina? Non sarete più in grado di distinguere quello che è storia e quello che non lo è. Vi riconoscete, in quella parte di voi stessi che più vi confonde, che più vi corrisponde.

Il-suo-vero-nome-d-Ambrosio-minimumfaxOgni scrittore ha il suo stile. È così nei romanzi, ma ancora di più nei racconti. In Charles D'Ambrosio, per esempio, ho riscontrato un modo di raccontare che non è paragonabile a nessuno degli autori che ho letto fino ad ora. Ho visto il suo nome accanto a quello di Carver, ma io non ci vedo alcun legame. Sto imparando, e allora posso anche sbagliare, ma se penso a Carver, se dovessi riassumerlo in una sola parola, mi viene in mente il termine sottrazione. Minimalismo direbbero alcuni, altri invece non sarebbero d'accordo. Ma di questo, e di Carver, parleremo più avanti. Quello che mi interessa è il concetto del togliere, del ridurre. D'Ambrosio aggiunge, moltiplica 

Il racconto, l'abbiamo detto più volte, ha un respiro circoscritto nello spazio di una situazione; c'è una fine, la fine sospesa, che corrisponde al momento in cui lo scrittore di racconti di solito si ferma e passa il testimone al lettore. D'Ambrosio no. D'Ambrosio non si ferma. Immaginate il binario di una stazione ferroviaria, immaginate che finisca a un certo punto. Ci siete quasi, non riuscite a vederla ma lo sapete. Avete imparato a sentirla arrivare, la fine. Siete pronti. Ma D'Ambrosio vi spiazza perché prolunga le rotaie, aggiunge una curva, e voi siete di nuovo in corsa. Per poco, quanto basta per arrivare alla stazione successiva. 

La punta, che è il primo della raccolta Il suo vero nome, è uno dei racconti che più lo caratterizza. Kurt è un ragazzino di tredici anni che passa le sue serate ad accompagnare a casa i grandi che hanno bevuto troppo. I grandi sono amici della madre, che organizza feste nelle quali beve troppo anche lei. Kurt è stato avviato al "mestiere" da suo padre e, essendo ormai un veterano nel settore recuperi, sa che per svolgere la sua missione nel migliore dei modi non deve permettere che l'ubriaco cada nel buco nero, quel groviglio di tristezza e autocommiserazione dal quale, una volta dentro, non sarebbe più in grado di tirarlo fuori. La signora Gurney è la vittima di turno, l'anima che Kurt deve portare in salvo. Durante il tragitto la pena della donna prende il sopravvento: accade qualcosa, che è un po' come sporgersi a guardare il fondo di un pozzo. Dopo qualche esitazione, Kurt riesce a condurre la signora Gurney a casa, nel suo letto, dove si addormenta quasi subito. A questo punto il racconto si ferma, per continuare in un'altra direzione. Kurt torna a casa agitato e confuso. La festa è in pieno svolgimento: c'è ancora l'alcol, c'è ancora la musica e c'è ancora sua madre, che continua a fare avanti e indietro come un animale in gabbia. Kurt sale in camera, ma non riesce a dormire. Allora tira fuori una lettera di suo padre da sotto il materasso, esce fuori, si siede sull'altalena e inizia a leggerla. Questo è il nostro binario: quello che parte da Kurt, attraversa la madre e, per mezzo della signora Gurney, arriva fino al padreIl padre è la nostra fermata, è quella presenza ingombrante che abbiamo sentito durante tutto il viaggio. È quel punto, lo stesso dal quale molti scrittori sono partiti, o fuggiti. È Seymour Glass, è Hemingway. È così tanta vita che noi, leggendola da sempre, non riusciamo ancora a colmare. 

Anche la migliore delle conclusioni di D'Ambrosio si trascina dietro la rassegnazione di quel malgrado tutto di cui ci parlava Flannery O'Connor. Quell'urlo represso di chi si rende conto che le cose, alla fine, non potevano andare diversamente. Forse in questo c'è anche un po' di Yates.
Gli sembrò di assistere a una qualche epifania miracolosa all'incontrario, come se il sole nascente e il nuovo giorno non avessero donato la vista al mondo ma gliel'avessero tolta, lasciando ogni cosa esposta e nuda.


***
Il suo vero nome, Charles D'Ambrosio. Minimum fax, 2008. Traduzione di Martina Testa.

LEGGI TUTTO >>

10 dicembre 2014

Paolo Cognetti e i racconti: qualche frammento di realtà

Avrei dovuto dirvelo subito perché mi sono tanto intestardita con i racconti. Vi ho parlato di Alice Munro, vi ho anticipato di D'Ambrosio. Non vi ho ancora detto di Harold Brodkey, di quella particolare gradazione di mattoni rossi con la quale ha costruito la sua storia più bella. Sto rileggendo sia Salinger che Carver. Ma perché? Per colpa, causa e merito di Paolo Cognetti

Lui lo avete sentito nominare tante e tante volte, ne sono certa. Forse l'avete conosciuto grazie a Sofia (Sofia si veste sempre di nero); forse li avete visti entrambi tra i dodici finalisti al Premio Strega dello scorso anno. Oppure l'avete scoperto attraverso le sue raccolte di racconti, che sono venute prima, e sono Manuale per ragazze di successo e Una cosa piccola che sta per esplodere. E allora no, allora lo avete intravisto nei boschi: avete seguito le note de Il suonatore Jones e l'avete trovato lì, ai piedi di un albero, Il ragazzo selvatico.

LEGGI TUTTO >>

7 dicembre 2014

In proporzione al frastuono e alla frenesia del mondo

Stavo sfogliando Poesia e Vita di Goethe, quando mi venne sotto gli occhi la frase seguente: "Questo disgusto della vita ha cause tanto fisiche quanto morali...". Fui sufficientemente stimolato per continuare a leggere. "Ogni comodità della vita si fonda sul regolare accadimento di fenomeni esterni. I mutamenti del giorno e della notte, delle stagioni, dei fiori e dei frutti, e ogni altro piacere ricorrente che ci vien dato, onde si possa e debba goderne, sono le molle principali della nostra vita terrena. Più siamo sensibili a queste gioie e più siamo felici; ma se questi fenomeni mutevoli ci si offrono e noi non ci badiamo, se siamo indifferenti a sì lusinghiere sollecitazioni, allora sopravviene il più abietto male, il morbo più sozzo: consideriamo la vita come un intollerabile fardello. Si narra di un inglese che s'impiccò per non dover più vestirsi e spogliarsi ogni giorno." Continuai a leggere con insolita commozione.
Il titolo che Goethe aveva dato alla pagina seguente era "Stanchezza della vita". Esattamente. Radix malorum è il tedio della vita. Quindi la frase: "Non c'è cosa che provochi questa stanchezza più della ricorrente passione d'amore". Profondamente deluso, deposi il libro. Tuttavia, non potei fare a meno di vedere come diversamente ciò m'avrebbe colpito un anno fa e quanto fossi mutato. Allora, avrei potuto trovare tutto ciò esatto, ma non particolarmente degno di nota. Avrei potuto essere divertito da quell'inglese, ma non commosso. Il suo tedio, però, relegava nell'ombra quella "passione d'amore" e subito egli prese posto ai miei occhi accanto a quell'assassino Bernardine in Occhio per Occhio, il cui disprezzo per la vita eguagliava il suo disprezzo per la morte, onde non voleva uscir dalla cella per subir sentenza capitale. Sentirmi così attratto da quei due era la prova di quanto fossi cambiato.
(da L'uomo in bilico di Saul Bellow. Mondadori, 1986. Traduzione di Giorgio Monicelli)



LEGGI TUTTO >>

4 dicembre 2014

Festa d'amore di Charles Baxter

Io non lo so se ho mai preso parte a un girotondo, secondo me no. Sono sempre stata una bambina troppo celebrale e poco pratica. Detta così suona anche bene, se non fosse che al tempo non era un attributo molto popolare. Secondo me un girotondo non l'avevo mai fatto. Poi Charlie, Charles Baxter, mi ha teso la mano e mi ha condotta nel giardino del signor Bradley. C'era un matrimonio da festeggiare. Gli ospiti formavano un cerchio attorno agli sposi. Io mica ci volevo andare. Io mica mi ci vedo a girare, così, senza un motivo. Ma Charlie mi ha detto che gli servivo. Mi ha detto che stava scrivendo un libro, e in quel libro c'erano quelle persone, ma anche moltissime altre. Che forse c'ero anch'io. Voleva raccontare l'amore. Io avrei dovuto soltanto stare al passo. Divertirmi, e prendere parte alla festa. È quello che ho fatto: sorridere agli ospiti, sorseggiare champagne, e farne parte.

Festa-d-amore-Charles-Baxter-libro-mattioliPerché questo è, Festa d'amore: un girotondo. Un intreccio di mani e pensieri. Ogni personaggio è collegato all'altro da un fatto che li rende complici, amici. O nemici, o amanti. O tutte queste cose messe insieme. E a turno, uno dopo l'altro, si fanno spazio, entrano nel cerchio, e iniziano a raccontarsi. A raccontare l'amore. Ma tutto l'amore, anche quello che non si vede, anche quello che finisce e quello che non è mai iniziato. Anche quello morboso, quello che non riesci a farne a meno. Quello che non ha funzionato. Tutto è amore, mi dicono, anche questo strano modo che abbiamo di giocare, tenendoci per mano, tornando sempre allo stesso posto, da dove siamo partiti.

Tutti i denti della ruota si incastrarono in quel pomeriggi,  
tutti gli ingranaggi insieme, connessi in quell'unico momento.

Festa d'amore è un concerto improvvisato di voci stonate. Festa d'amore è un quadro, un'accozzaglia di luce e colore. E poco importa se qualche frase me l'aspettavo, se sono inciampata in un paio di stereotipi e se non sempre mi sono adeguata al gruppo: in quel girotondo c'ero anch'io. Baxter tiene il tempo, scandisce il ritmo del nostro ballo, incitando ognuno di noi a entrare nel cerchio e a mostrare se stesso. Il tempo di un giro. Poi toccherà a qualcun altro, e sarà ancora amore.

feast-of-love-film-freemanNel 2007 Robert Benton ha diretto Feast of Love, una commedia sentimentale sui diversi aspetti dell'amore quale fenomeno magico, misterioso e talvolta doloroso. Morgan Freeman, la punta di diamante, interpreta Harry Stevenson. Anche lui è nel cerchio. Ha un suo modo, però, di girare. È un fare silenzioso, ma il passo è pesante, quasi assordante. È uno dei miei ospiti preferiti. Forse penserete che sia troppo. Forse lo è. L'amore può essere anche troppo, alle volte. Ed ecco che cado anch'io in un luogo comune. Sarà l'argomento che ci rende tutti un po' banali, un po' uguali, all'apparenza. Ma provate a sfogliare qualche pagina, a seguire il verso delle parole. Potreste rendervi conto che c'è meno di quel che pensate, e un po' di più di quel che cercate.
Questo è tutto ciò che ho do dire sull'argomento, per ora. Come dice Chloé, su certe cose è meglio non indagare. Se vuoi qualcos'altro da leggere, leggi lo spazio bianco che rimane su queste pagine. Ci sono io li, in quel bianco.


***
Festa d'amore, Charles Baxter. Mattioli 1885, 2014. Traduzione di Nicola Manuppelli.

LEGGI TUTTO >>