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29 giugno 2013

American Dust di Richard Brautigan

A dispetto del tragico episodio narrato nel libro, del quale cercherò di svelarvi il meno possibile, le pagine  di American Dust racchiudono un intenso concetto d'amicizia. Vi riporterò alcuni brani del libro in modo che possiate partecipare attivamente alla mia digressione sul tema. Solo se riuscirete a capire il rapporto tra i due personaggi potrete comprendere la necessità del protagonista di raccontare la sua storia prima che il vento porti via tutto

Due bambini, all'apparenza completamente diversi: David è un alunno brillante, un atleta impareggiabile, un figlio rispettoso, bello, bellissimo, mentre il nostro protagonista è più giovane di due anni, meno ricco, meno popolare, meno perfetto. 
David aveva due anni più di me ed era il mio amico segreto. [...] 
Io e David facevamo un sacco di cose, ma sempre noi due soli. Io non ero ammesso al suo gruppo sociale. Non mi invitava mai ad andarlo a trovare, né alle feste che organizzava. [...] Io avevo un ruolo nascosto nella sua vita. Gli piacevano i percorsi tortuosi della mia mente. Con me riusciva a parlare di cose che non riusciva a raccontare a nessun altro. 
Cos'hanno in comune? Nulla. 
Cosa li lega? La cosa più effimera che un uomo possa concepire: i sogni. 
Mi confidò che non era poi così fiducioso e sicuro di sé come pensavano tutti e che a volte era terrorizzato da qualcosa che non riusciva ad identificare.
— Ho paura, ma non capisco di cosa — mi disse una volta.
— La sento continuamente. A volte arrivo quasi a capire di cosa si tratta, ma poi, quando sono sul punto di vederla, quella cosa scompare e io resto lì, imbambolato, a chiedermi cos'era.
— Ieri notte l'ho sognata — disse. 
— Sei riuscito a vederla? — gli chiesi. 
— No, stavo quasi per vederla, ma poi quella maledetta cosa è scomparsa e mi sono svegliato tutto scombussolato e triste. È tutta la settimana che la sogno — disse — Vorrei riuscire a vederla almeno una volta. Non chiedo altro.
Quella del sogno sembra una dimensione così inconsistente, quasi trascurabile, eppure non riesco a pensare a qualcosa di più personale, di più privato, che un uomo (un bambino) possa scegliere di condividere con un'altra persona. Ripartire il proprio spazio, dividere il proprio tempo, non è poi così difficile. 
Forse la nostra amicizia si fondava sul fatto che poteva raccontarmi sempre i suoi sogni, visto che me ne parlava di continuo. Erano il nostro principale argomento di conversazione ed era sempre lui a cominciare. Ci pensai mentre pedalavamo. Ci conoscevamo da luglio e senz'altro ne avevo sentite un bel po' sui suoi sogni, specialmente sull'incubo che non riusciva a vedere. [...] Non capita spesso che un'amicizia si basi unicamente su una persona che racconta a un'altra i propri sogni, eppure quello era l'ingrediente principale della nostra amicizia e in particolare quel sogno che lo frustrava così tanto, quella cosa che lo spaventava, quella cosa che riusciva quasi a vedere ma non proprio. 
David si porta ancora oltre: supera la dimensione spensierata del sogno per condividere una parte ancor più intima di sé. L'incubo che non riusciva a vedere. La paura. David regala la sua debolezza. Chi è disposto a fare questo? Quale gesto più profondo può essere posto alla base di un rapporto d'amicizia? È un atto di fiducia totale. Di fede, sublimando il termine. 

Il bambino, diventato uomo, ripercorre insieme al lettore tutta propria la vita per arrivare a descrivere quel giorno, ma arricchisce la narrazione con così tanti elementi che sembra non volerci arrivare mai; barriere inconsce fatte di sensi di colpa, costruite con pudore, celate dietro un velo di sapiente ironia. A voler rimandare più possibile il momento, quasi che così possa non succedere più.
Vorrei che invece di proiettili mi fosse venuta voglia di hamburger. C'era un ristorante proprio di fianco all'armeria. Facevano degli ottimi hamburger, ma non avevo fame. Per il resto della mia vita penserò a quell'hamburger.


american-dust-Brautigan-libro-cover
Richard Brautigan 
American dust
Traduzione di Enrico Monti
ISBN Edizioni
2012
pp. 128
ISBN 9788876383243



Bonus track 
Un giorno l'insegnante mi chiede di restare dopo le lezioni. La quantità inaspettatamente alta delle mie letture sta cominciando ad ossessionarla. 
— Tu leggi molto — dice l'insegnante. — Perché? 
— Mi piace leggere — dico. 
— Non basta — dice l'insegnante e le brillano gli occhi. 
Questa storia comincia a piacermi sempre meno. 
— Ho parlato con tua madre. Anche lei mi ha detto la stessa cosa — dice l'insegnante. —Tu però non ti aspetterai che io ci creda, vero?
Avevo già avuto in passato degli insegnanti che imponevano una disciplina ferrea, che non ci avrebbero certo pensato due volte prima di sculacciare un alunno, ma questa stava diventando pericolosa proprio sotto i miei occhi. 
— Che cosa ho fatto di male? — chiedo. — Mi piace leggere e basta. 
— Questo è quello che pensi tu! — strilla l'insegnante, abbastanza forte da richiamare l'attenzione del preside, che viene prenderla e la porta nel suo ufficio in preda a singhiozzi isterici. Dopo un periodo di convalescenza, un mese di malattia, riposo assoluto, l'insegnante fu trasferita in un'altra scuola.


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25 giugno 2013

Del potere seduttivo di Gabriel García Márquez

Che, per chi non lo conoscesse, è quest'omone qui:

Gabriel-García-Márquez

È successo tutto una settimana fa. 
Può sembrare poco tempo, e in effetti lo è, ma lasciate che vi racconti com'è andata.

Mi corteggiava da mesi. Io continuavo a ripetergli i motivi per i quali non saremmo mai potuti andare d'accordo: «Non sei il mio tipo», cercavo di fargli capire «Io ho bisogno di altro, mi conosco, sono attratta da personaggi completamente diversi. Mi dispiace». Lui non mi dava tregua. Stava lì a guardarmi. Sorrideva, quasi fosse una sfida. «Lasciami provare. Se le cose non andranno come credo sparirò per sempre dalla tua vita». Non sopportavo più quel silenzio paziente e granitico. Fino all'altro giorno: «Un'unica possibilità, tanto per dimostrarti che ho ragione». Mi arresi: «Andiamo». Un sorriso diverso questa volta, pieno e raggiante.


***

Mi portò a Macondo, un strano villaggio immerso nella foresta colombiana. «Vedi?», gli dissi «Già non andiamo d'accordo. Io odio questi luoghi! A me piacciono le città fredde e caotiche. Adoro lo smog, le luci a led e i palazzoni di sessanta piani. Hai già perso.». Niente, non voleva lasciarmi andare. Mi indicò una casa, la nostra destinazione. Conobbi i suoi amici: José Arcadio Buendía e Ursula IguaránJosé Arcadio Buendía. Ripetevo quel nome continuamente; mi sembrava che ogni sillaba fosse una nota musicale. José Arcadio Buendía. José. Arcadio. Buendía. Non lo dissi a Gabo, sapevo che si sarebbe preso gioco di me.

Josè Arcadio parlava velocemente, non riuscivo a stargli dietro. Mi raccontò di come lui e Ursula avevano fondato Macondo, degli zingari e delle loro invenzioni straordinarie. Mi parlò della sua voglia di scoprire, del bisogno viscerale di vedere, di sapere. Le sue pupille erano due tizzoni ardenti. Ogni parte del suo corpo bruciava. Era impossibile staccargli gli occhi di dosso. Mi presentò i suoi figli. Erano tre. Quattro in realtà. Mi spiegò che Rebeca era una Buendía a tutti gli effetti; era diventata sua figlia prima ancora che arrivasse al villaggio, piccola e sola, con la sua scatola di legno stretta tra le braccia. Non capii sul momento cosa significasse esattamente "essere un Buendía". «Sembra un concetto molto affascinante» mi limitai a dire.

Jose Arcadio era il maggiore. Bello e fiero. Un uomo vero, come amava definirsi. Ma come spesso succede, la mia attenzione non si fermò sui muscoli di Arcadio e proseguì oltre, su Aureliano, sul secondogenito. Scorgevo nei suoi occhi sfuggenti una tale passione per la vita che mi paralizzò. Aveva la frenesia della ricerca nel sangue, come suo padre. Amaranta ci fissava da lontano. Non si avvicinò neanche una volta. Non riuscì a trattenersi però, quando entrando in casa le dissi che secondo me lei aveva il nome più bello di tutta Macondo. «Forse anche più di Rebeca» aggiunsi. Le si spalancò un sorriso sul viso che neanche la luna poté eguagliare.

Restai a cena. Una tavola stracolma di cibo come non ne avevo mai viste prima. Voci su voci, e urla, e grida si sovrapponevano incessantemente; una tale baraonda in quella stanza che ebbi l'impressione di aver cenato insieme a un intero reggimento di soldati. Uscii un attimo sul portico, avevo bisogno d'aria. Macondo di notte era qualcosa di spettacolare. La vegetazione indisciplinata rivestiva il paesaggio di profumi intensi e selvaggi. Primitivi. Unici. Gabriel mi raggiunse e mi chiese cosa ne pensassi di quel mondo abbandonato dal tempo. «Non so cosa dire» risposi. Era vero, non sapevo cosa stessi provando; non riuscivo a comprendere quei personaggi così bizzarri, chiassosi e grossolani. Che si amavano forte, che si amavano rumorosamente. «Vuoi andare via?» mi sussurrò. «Vorrei andare. E vorrei restare. Non riesco a capire. Aspettiamo ancora un po'». 


***

Rimasi a Macondo altri cento anni. Mi persi nei tatuaggi di Arcadio e passai ore a studiare le pergamene di Melquíades, avvolta dalla costanza di Fernanda e dalla dedizione di Santa Sofia de la PiedadMi innamorai della fierezza del colonnello Aureliano, del suo cuore di ghiaccio, della sua anima di fuoco. Mi incantai a guardare la purezza di Remedios la bella, la ragazza che andò in cielo senza passare dalla terra. E seppi delle farfalle gialle, di quell'amore consumato appena. Lessi il destino della famiglia nei tarocchi di Pilar Ternera.
Non c'erano misteri nel cuore di un Buendía che le fossero impenetrabili, perché un secolo di cartomanzia e di esperienza le avevano insegnato che la storia della famiglia era un ingranaggio di ripetizioni irreparabili.
Vidi uomini e donne nascere e morire, negli stessi occhi, nella stessa carne, e capii quanto fossi stata fortunata. Compresi che tutto quello a cui avevo assistito:
era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.
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Large Flowering Sensitive Plant - The Temple of Flora
Robert John Thornton (1768 - 1837)


Lui continua a guardarmi, anche adesso. Sorride. Ha vinto e lo sa. Non è il mio tipo, questo non è cambiato e probabilmente non cambierà. Ma quello che mi ha fatto provare, tutto ciò che ho vissuto, anche quello non cambierà mai.


(Recensione tanto poco convenzionale di Cent'anni di solitudine di Gabriel García Márquez).

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24 giugno 2013

Sunset Limited: un libro, un film

Una stanza e due uomini. Questo è bastato a Cormac McCarthy per dar vita al suo libro. NERO e BIANCO (distinti in base al colore della pelle) intavolano una vera e propria partita a scacchi dove pedoni, alfieri e torri non sono altro che le diverse credenze dei protagonisti legate alla religione, ai modi di viverla e ai motivi per non seguirla. NERO è un illuminato da Dio, un ex carcerato che, a seguito di un scontro avvenuto proprio in prigione con un altro uomo, aveva rischiato di perdere la vita e invece, come spesso accade, aveva trovato la fede. BIANCO è un professore ateo, disilluso e stanco; relegato ai bordi dell'esistenza decide che l'unico modo per porre fine a una vita alla quale non sente più di appartenere è quello gettarsi sotto il Sunset Limited, il treno passeggeri che collega New Orleans e Los Angeles. NERO, trovandosi in stazione nello stesso istante, assiste alla scena, salva BIANCO e lo porta a casa sua. Qui, occhi negli occhi, la sfida ha inizio.

Sunset Limited è un film televisivo del 2011 interpretato e diretto da Tommy Lee Jones e tratto dall'omonima sceneggiatura di Cormac McCarthy, adattata per il piccolo schermo dallo stesso autore. 

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SUNSET LIMITED di Cormac McCarthy
Traduzione di Martina Testa
Einaudi
2010
pp. 116
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THE SUNSET LIMITED di Tommy Lee Jones
Sceneggiatura di Cormac McCarthy
Genere: drammatico
2011
91 min















NERO, da quando si è convertito, crede di essere costantemente in missione spirituale; è convinto che ogni persona raggiunta da Dio sia obbligata a trasmettere a sua volta il messaggio ricevuto e che attraverso l'episodio del Sunset Limited gli sia stato affidato un nuovo incarico: illuminare l'oscurità di BIANCO, a prescindere che quest'ultimo richieda o meno il suo intervento. Perché per NERO non esiste persona che non voglia essere salvata, non esiste persona che non cerchi Dio; tutti, consciamente o inconsciamente, hanno bisogno di credere. C'è chi, secondo lui, è così fortunato da rendersene conto e chi invece non riesce a farlo e deve essere aiutato.

BIANCO ha creduto in tantissime cose nella sua vita, ha sperato con così tanto ardore da prosciugarsi. Ha puntato sulla cultura pensando erroneamente che la conoscenza lo avrebbe portato a raggiungere pace e stabilità e ha scoperto invece che sapere è solo un modo più acuto di soffrire. È un dolore più consapevole, quindi ancor più devastante.

Ad occhi spalancati assiste alla degradazione del mondo e non capisce come facciano gli altri a non vedere, perché è così, gli altri non vedono quello che vede lui, altrimenti l'intera umanità dovrebbe decidere di scomparire. Non è una questione di fede, è consapevolezza. Cosa c'entra Dio in tutto questo? Dio, se avesse voluto manifestare la propria presenza, sarebbe dovuto intervenire prima, prima che gli uomini si corrompessero a tal livello, prima che ogni valore, ogni ideale, venisse annientato. 

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BIANCO: E lei vuole aiutare chi è nei guai?

NERO: Sì.
BIANCO: E perché?
Il nero piega la testa da un lato e lo osserva.
NERO: Non sei ancora pronto.
BIANCO: Allora mi dia solo la risposta più breve.
NERO: 
È questa la risposta più breve.

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BIANCO: È un eretico o no? 
NERO: Non più di quanto dovrebbe esserlo chiunque. Anche chi ha una fede grande così. Non sono uno che dubita. Però sono uno che fa domande. 
BIANCO: E che differenza c'è?
NERO: Bè, secondo me chi fa domande vuole la verità. Mentre chi dubita vuole sentirsi dire che la verità non esiste.

Non è possibile guardare in faccia il male, voltarsi, e continuare a vivere come se niente fosse. 
BIANCO l'aveva visto, il buio, e non poteva più tornare nella luce.

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BIANCO: La comunanza di cui lei parla è basata solo e soltanto sul dolore. E se quel dolore fosse veramente collettivo invece che soltanto ripetitivo, il suo peso basterebbe a staccare il mondo dalle pareti dell'universo e a farlo precipitare in fiamme in mezzo a quel po' di notte che saprebbe ancora generare prima di ridursi a un nulla che non è neppure cenere.

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21 giugno 2013

L'incipit de «Il barone rampante»

Fu il 15 di giugno del 1767 che Cosimo Piovasco di Rondò, mio fratello, sedette per l'ultima volta in mezzo a noi.  Ricordo come fosse oggi. 
Eravamo nella sala da pranzo della nostra villa d'Ombrosa, le finestre inquadravano i folti rami del grande elce del parco. 
Era mezzogiorno, e la nostra famiglia per vecchia tradizione sedeva a tavola a quell'ora  nonostante fosse già invalsa tra i nobili la moda, venuta dalla poco mattiniera Corte di Francia, d'andare a desinare a metà del pomeriggio.  
Tirava vento dal mare, ricordo, e si muovevano le foglie. 
Cosimo disse: — Ho detto che non voglio e non voglio! — e respinse il piatto di lumache. Mai s’era vista disubbidienza più grave. 
(di Italo Calvino - Mondadori, 2010)

Questione di feeling, giocando di prime impressioni.
Inviatemi i vostri incipit preferiti; raccoglieremo i più belli in questa rubrica.

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17 giugno 2013

Sulla stupidità: un saggio di Robert Musil

Divaghiamo un po', parliamo di stupidità. Sulla stupidità (o sull'inconscio) è un saggio che nasce da una conferenza tenuta a Vienna da Robert Musil  l'11 marzo del 1937. Strano, eh? Pensare di assistere ad un discorso (rigoroso e preciso tra l'altro) basato su un argomento così apparentemente privo di ogni attrattiva intellettuale innesca sicuramente un'immediato sorriso ma anche, a ragione, una bella dose di curiosità. 

Cosa ci sarà mai da dire sulla stupidità? Com'è che uno scrittore così autorevole come Musil (che, non dimentichiamo, ha scritto il tomazzo L'uomo senza qualità; 1791 pagine fitte fitte, mica romanzetti da take away!), un autore pregno di un talento come il suo, decide di impelagarsi a cercare senso e significato di qualcosa dal più misero spessore? Eppur lo fa, e lo fa anche bene. Molto bene. Tant'è che a fine lettura, interdetti e scombussolati, resterete lì a domandarvi com'è che nessuno si occupi più dell'argomento. C'è da aggiungere, ad onor di cronaca, che Musil non fu il solo a parlare di stupidità. Prima di lui, Johann Eduard Erdman (allievo di Hegel) tenne una conferenza nel 1866 e provocò enorme ilarità quando rivelò l'argomento del discorso.

Cos'è la stupiditàVi svelo il finale e vi anticipo che una risposta precisa e univoca non c'è; l'autore prova, attraverso ipotesi e associazioni, a definirne contorni e contenuti.

Stupidità come: creazione.
Esiste una sana incoscienza che guida talvolta i nostri gesti più arditi e riusciti; c'è chi la chiama istintività, chi la definisce imprudenza, qualcuno si appella anche alla fortuna, ma a nessuno è mai venuto in mente di associarla alla stupidità. Nel nostro immaginario un'azione stupida è un comportamento da non adottare, un atteggiamento sbagliato, un gesto che distrugge e non crea nulla. Non è esattamente così. 
Musil ci ricorda che già Erasmo da Rotterdam, nel suo Elogio alla follia, scrisse che "se non fosse stato per certe stupidaggini l'uomo non sarebbe neppure venuto al mondo." La stupidità acquisisce, in quest'accezione, un'importanza fondamentale. La stoltezza viene posta addirittura alla base della creazione.

Stupidità come: furbizia.
Si pensava, già parecchi secoli fa, che in alcune situazioni fosse più prudente non mostrarsi intelligenti.

Può darsi che questa prudenza fosse dettata da situazioni in cui per il più debole era realmente più intelligente non essere considerato intelligente, perché la sua intelligenza poteva minacciare l'esistenza del più forte. Per contro, la stupidità sopiva la diffidenza. La "disarma", come si dice oggi.  [...] Per il potente il debole che non può è meno provocatorio del debole che non vuole.
Stupidità come: provocazione.
Un passaggio molto interessante è quello in cui Musil considera la possibilità che la stupidità possa essere istigatrice di crudeltà efferata, quasi di sadismo.
Anche la stupidità, si obietterà, non è sempre tranquillizzante. Può essere provocatoria, come dicevo. Per farla breve, di solito eccita l'impazienza e in rari casi la crudeltà. [...] La tangibile assenza di resistenze rende selvaggia l'immaginazione come l'odore del sangue il piacere della caccia; attira in un vuoto dove la crudeltà semplicemente si spinge "troppo in là", perché non trova più limiti.
E infine, coup de thèâtre, stupidità come: arteSfruttando alcune pratiche della psicologia analitica, l'autore ci dimostra come la stupidità, intesa come ingenuità intellettiva, possa diventare addirittura fonte di poesia.
La semplice stupidità è spesso una vera artista. Invece di rispondere alla parola-stimolo con un'altra parola, secondo la pratica (junghiana) una volta molto comune, risponde con intere frasi. Si dica quel che si vuole, queste frasi hanno in  qualcosa di poetico. 
Trascrivo, dopo aver indicato la parola-stimolo, alcune di queste risposte:
            - Accendere il fuoco: il fornaio accende la legna.
            - Inverno: è fatto di neve.
            - Padre: una volta mi ha buttato già dalle scale.
            - Nozze: servono a divertirsi.
            - Giardino: in giardino il tempo è sempre bello.
            - Religione: quando si va in chiesa.
[...] L'ingenuità e la corposità di queste risposte; la sostituzione di idee elevate con semplici storielle; l'importanza data narrando particolari superflui, a circostanze accessorie e a orpelli; la condensazione abbreviante; tutte queste sono pratiche arcaiche di poesia.
Insomma: stupido è belloFacciamone uno slogan che può sempre tornare utile.



sulla-stupidità-Musil-libroRobert Musil
Sulla stupidità
Traduzione di Cristina Guarnieri
La Vita felice
2013
pp. 105
ISBN 9788877994851
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16 giugno 2013

Un caffè con: Blaga Dimitrova

Ieri ho partecipato al laboratorio gratuito Scrivere un racconto organizzato dalla scuola di scrittura creativa Il Mestiere di ScrivereBello, bello, bello. Si è parlato degli elementi essenziali di un racconto, della struttura, del ritmo, della voce, abbiamo approfondito lo stile di Hemingway, di Carver e di Cortazar, abbiamo letto Calvino e abbiamo discusso di GaddaSuggerimenti molto utili per chi volesse cimentarsi in questa pratica, sia a livello professionale che amatoriale; per il puro gusto di scrivere, che non è meno importante.

Comunque, oggi CaffèNon è scontato che un appassionato di romanzi sia allo stesso tempo un cultore della poesia perché parliamo di mezzi di comunicazione molto diversi: il romanzo punta ad attrarre il lettore attraverso una storia composta da diversi elementi, l'obiettivo che si prefigge lo scrittore è la costruzione crescente e costante di un'emozione. Il componimento poetico si muove invece su una superficie decisamente più ridotta  che colma attraverso un potere evocativo diretto e immediato. Pensate per esempio agli haiku giapponesi nei quali l'essenzialità è l'arte stessa della poetica; è magnifico assistere a quanto una semplice combinazione di parole possa racchiudere un significato così immenso. E ridurre ancora, fino all'estremo; appena qualche sillaba attraverso la quale riuscire però a vedere il mondo intero. Oggi ho scelto, in linea con queste argomentazioni, due componimenti molto brevi di una poetessa bulgara, Blaga DimitrovaUna manciata di parole, una potenza espressiva fuori dal comune.

Blaga-Dimitrova
(Bjala Slatina, 2 gennaio 1922 – Sofia, 2 maggio 2003)
Nessuna paura
che mi calpestino.
Calpestata, l'erba
diventa un sentiero.
(ERBA, 1974)


Cercami nelle parole 
che non ho trovato
(TESTAMENTO, 1994)


Buona giornata.

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12 giugno 2013

La luna e sei soldi di William Somerset Maugham

Prendere e andareSenza certezze, senza destinazione. Partire, alla ricerca di qualcosa che possa placare l'inquietudine, l'angoscia inspiegabile che prende alla bocca dello stomaco. E cos'è quest'agitazione se non la consapevolezza di condurre una vita che non ci appartiene? Prendere e andareUna ricorsa affannosa verso un obiettivo che non riusciamo ancora a distinguere. Un pensiero, il dubbio che qualcos'altro ci stia aspettando al di là dell'abitudine. Qualcosa di indefinito, qualcosa di magnifico. Non è una questione di coraggio, non è neanche una scelta; quando qualcosa ti arde nelle viscere non puoi star tanto li a domandarti quale sia la decisione giusta da prendere: il tuo corpo ha già scelto. Prendere e andareNessun senso di colpa, nessun rimpianto. Il cuore pompa più forte e non è paura; è vita che risuona nel petto, è energia che torna a fluire.

Charles Strickland non ha colpa e non ha rimpianti; la luna nel palmo di una mano, sei soldi in tasca e un sogno nel cuore: dipingereNon c'è obbligo o affetto che riesca a distoglierlo dalla sua vocazione, è una chiamata alla quale non può fare a meno di rispondere. Non c'è spazio per nient'altro nella sua vita. L'amore è una distrazione, un impiccio, un capriccio del corpo. Strickland è un artista prima di essere un uomo.

La luna e sei soldi è la biografia revisionata e corretta di Paul GauguinÈ un libro che parla d'arte, di passione per l'arte, del talento che non si possiede ma dal quale si è posseduti, della genialità che scorre nelle arterie, che si invischia col sangue.
Dal pavimento al soffitto le pareti erano coperte da una strana e complicata composizione. Era una meraviglia indescrivibile, misteriosa, che gli toglieva il fiato e gli dava una sensazione che non era in grado di comprendere o analizzare, un senso di timore reverenziale e insieme di gioia quale potrebbe provare un uomo che assista agli inizi di un mondo. Era una visione tremenda, sensuale, appassionata; eppure c'era in essa anche qualcosa di orrendo, qualcosa che gli faceva paura. Era l'opera di un uomo che aveva scavato nelle profondità nascoste della natura e aveva scoperto segreti stupendi e spaventosi a un tempo. Era l'opera di un uomo che conosceva cose che era sacrilegio per gli uomini conoscere. Aveva qualcosa di primordiale e terribile. Non era umana.
A me è piaciuto anche se, ad onor del vero, mi preme aggiungere ancora qualcosa. Ho un rapporto molto strano con la scrittura di Maugham; è un autore che ha uno stile impeccabile (qui lo definivo rassicurante) ma questa perfezione mi impedisce di entrare davvero in contatto con i suoi personaggi e, di conseguenza, di avvicinarmi a lui. Mi dilungo ancora un po' e vi riporto uno stralcio dal suo breve saggio Come scrivo i racconti nel quale l'autore stesso commenta, abbastanza risentito, il modo in cui i critici giudicavano i suoi testi:
C'è un epiteto ricorrente, al proposito, che mi ha sempre stupito; i miei racconti vengono infatti definiti, con sconcertante puntualità, "puliti". In fondo potrei anche andarne fiero, perché la pulizia è comunque più lodevole della sporcizia. Ma l'etichetta viene in genere usata in senso dispregiativo. E allora, essendo sempre ansioso di imparare - e, ove possibile, di emendarmi -, ho provato a chiedermi cosa intendessero, i miei critici. 
Naturalmente nessuno pretende di piacere a tutti, anzi è fondamentale che la nostra scrittura, attraverso la quale riveliamo quanto abbiamo di più intimo, ripugni a chi, incontrandoci per strada, ci detesterebbe. Se così fosse, questo tipo di reazione dovrebbe lasciarmi del tutto indifferente. Ma quando per qualche ragione l'opera di un autore irrita non uno, ma tanti, far finta di nulla diventa difficile. Evidentemente nei miei racconti c'è qualcosa che a un sacco di gente non va proprio giù, ed è questo qualcosa che vituperano tramite quel blando apprezzamento sulla "pulizia".

Io penso che a non andare sia la forma, troppo definita. E vorrei far notare (forse peccando di eccessiva auto indulgenza) che questo stesso rimprovero non ha mai trovato voce in Francia, dove i miei racconti hanno avuto un successo di critica e di pubblico molto maggiore. Col loro senso della misura e le loro menti geometriche, i francesi esigono una forma precisa, e se c'è una cosa che non tollerano sono i testi frammentari, dove i temi si affacciano senza trovare soluzione e i crescendo finiscono nel nulla.

D'altro canto, qui da noi questa stessa precisione non è vista di buon occhio. Dal punto di vista formale i nostri grandi romanzi lasciano sempre un po' a desiderare, ma questo, anziché spiazzare i lettori, li rassicura. In fondo, sembrano dirsi, è la vita come la conosciamo, imprevedibile e gratuita, e vederla così ci aiuta a scacciare l'idea, fastidiosissima, che due più due debba sempre e soltanto fare quattro.
Se tutto questo è vero, non mi resta che rassegnarmi a essere definito un buon artigiano per il resto dei miei giorni. 
In arte, io sono per l'ordine costituito. Mi piacciono le storie che reggono. Ho cominciato a scrivere racconti solo dopo essermi fatto le ossa sul palcoscenico, dove ho imparato a lasciar fuori tutto ciò che non ha un senso drammaturgico preciso.

Il teatro mi ha insegnato che i fatti devono concatenarsi gli uni agli altri fino a produrre la tensione che cercavo. So benissimo che questo metodo ha i suoi svantaggi - come una certa rigidità, ad esempio, che a volte può risultare sconcertante. La vita è molto meno definita. Nella vita le storie debordano, cominciano e finiscono chissà dove. 
Ecco, questa è l'impressione che il lettore potrebbe trarre leggendo i libri di Maugham (anche se in queste poche righe, in questo sfogo incontrollato e parziale, io l'ho amato): la pulizia dei suoi romanzi può arrivare, in alcuni punti, ad infondere quasi soggezione. È una sensazione difficile da spiegare. Mi sento come se fossi una bambina coi piedi a penzoloni sul bordo di un pozzo; temo di sporgermi troppo eppure qualcosa mi spinge a guardare giù, qualcosa che non riesco a vedere eppure mi pare già splendido. Questo perfezionismo mi spaventa e mi attrae allo stesso tempo. Forse perché è qualcosa che riconosco, qualcosa che sento anche mio. Probabilmente questo non era il libro giusto ma continuerò a leggere Maugham finché non riuscirò a sentirlo davvero, finché non riuscirò a vedere il fondo di questo pozzo.



la-luna-e-sei-soldi-Maugham-libro-adelphiWilliam Somerset Maugham 
La luna e sei soldi
Traduzione di Franco Salvatorelli
Adelphi
2013
pp. 240
ISBN 9788845928055
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11 giugno 2013

Vivo di più, perché vivo più grande

Ed io sono così, futile e sensibile, capace di impulsi violenti e coinvolgenti, buoni e cattivi, nobili e vili, ma mai di un sentimento che perduri, mai di un'emozione che continui e penetri nella sostanza dell'anima. Tutto in me tende poi ad essere un'altra cosa: un'impazienza dell'anima verso se stessa come un bambino inopportuno; un'inquietudine sempre crescente e sempre uguale.Tutto mi interessa e nulla mi prende; fisso le minime contrazioni del viso di colui con cui parlo, colgo le intonazioni millimetriche del suo modo di dire; ma nell'udirlo non lo ascolto, penso ad un'altra cosa, e quello che meno ho colto della conversazione è stata la nozione di ciò che è stato detto, da parte mia o da parte di colui con cui ho parlato. Così, a volte, ripeto a qualcuno ciò che già gli ho ripetuto, gli chiedo di nuovo ciò a cui lui ha già dato una risposta; ma posso descrivere, in quattro parole fotografiche, il sembiante muscolare con cui ha detto ciò che non ricordo, o l'inclinazione di udire con gli occhi con cui ha recepito la narrazione che non ricordavo di avergli fatto. Io sono due, e entrambi distanti, fratelli siamesi non congiunti.
(da Il libro dell'inquietudine di Fernando Pessoa. Feltrinelli, 2012. Traduzione di Antonio Tabucchi)




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10 giugno 2013

Il Minotauro di Friedrich Dürrenmatt

Quando leggo un libro, quando sono ad una ventina di pagine dalla fine, mi capita spesso di pensare a voi e alle vostre reazioni nel caso leggeste, nello stesso momento, la stessa storia. È un voi generale e particolareggiato insieme quello a cui mi riferisco perché ho imparato a conoscere chi bazzica tra queste sponde e riesco a distinguere, per quanto possibile, gusti e preferenze di ognuno. Quindi mi lancio in improbabili previsioni, cerco di immaginare chi potrebbe apprezzare, chi sarebbe indifferente e chi ne resterebbe contrariato. In questo caso però, pensando a il minotauro di Dürrenmatt, non ci riesco. Non riesco proprio a focalizzarvi. È una rivisitazione mitologica bizzarra, un testo così diverso che mi è impossibile azzardare ipotesi. Anche perché la particolarità non è quasi mai apprezzamento di massa ma preferenza sporadica del singolo e, di conseguenza, di difficile previsione.

Ripetiamo insieme:
Minosse, re di Creta, pregò Poseidone, il dio del mare, di inviargli un toro come simbolo dell'apprezzamento degli dei verso di lui in qualità di sovrano, promettendo di sacrificarlo in onore del dio. Poseidone acconsentì e gli mandò un bellissimo e possente toro bianco di gran valore. Vista la bellezza dell'animale, però, Minosse decise di tenerlo per le sue mandrie e ne sacrificò un altro. Poseidone allora, per punirlo, fece innamorare perdutamente Pasifae, moglie di Minosse, del toro stesso. Da questa unione mostruosa nacque il Minotauro che venne rinchiuso nel Labirinto di Cnosso. Quando Androgeo, figlio di Minosse, morì ucciso da degli ateniesi, Minosse decise che la città di Atene, sottomessa allora a Creta, doveva inviare ogni nove anni sette fanciulli e sette fanciulle da offrire in pasto al Minotauro, che si cibava di carne umana. Allora Tèseo, eroe figlio del re ateniese Ègeo, si offrì di far parte dei giovani per sconfiggere il Minotauro.
Arianna, figlia di Minosse e Pasifae, si innamorò di lui. 
E da quì c'è la storia tanto graziosa di Arianna, di Teseo, del filo. Del bene che vince sul male. Perché così noi l'abbiamo sempre pensata, questo è l'unico punto di vista al quale la mitologia ci ha abituato: Teseo è il bene, il Minotauro è il male. Chi riuscirebbe mai ad immaginare che una creatura tanto mostruosa, un essere con un corpo umanoide e bipede, zoccoli, pelliccia bovina, coda e testa di toro possa avere un'anima? Friedrich Dürrenmatt l'ha fatto. Ha immaginato, ha scritto e ha anche disegnato. Sue sono infatti parole e illustrazioni di questa visione alternativa del mito. È una gabbia anomala quella che l'autore ha ideato per la sua creatura: un labirinto a cielo aperto fatto interamente di specchi.

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Illustrazioni: Friedrich Dürrenmatt, Fonte: www.querinistampalia.it

Il Minotauro osserva la sua immagine e si conosce. Riconosce se stesso e gli altri; minotauri come lui, immagini imprigionate e moltiplicate all'infinito sul riflesso di ogni parete.
L'essere danzò per il labirinto, attraverso il mondo delle sue immagini, danzò come un bimbo mostruoso, danzò come un mostruoso padre di se stesso, danzò come un dio attraverso l'universo delle sue immagini.
In un angolo però una creatura non danza. Un volto strano, diverso: una donna. Un altro corpo, un'altra carne. Il Minotauro è spaventato, inizialmente, e attratto, successivamente; una frenesia inspiegabile, un'emozione mai provata prima. Danzarono ancora, e danzarono le loro immagini. Un ballo di gioia e di vita, un ballo di terrore e morte.

Sollevò il braccio sinistro della fanciulla, e quello ricadde, il destro, e ricadde.
Ovunque ricadevano braccia. 



minotauro-Dürrenmatt-libroFriedrich Dürrenmatt 

Il minotauro
Traduzione di Umberto Gandini
Marcos y Marcos
2011
pp. 112
ISBN 9788871685700
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6 giugno 2013

Conformarsi agli standard di settore, grazie!

È da un po' di tempo che non faccio altro che leggere e leggere e leggere. Lungi da me spargere lamentele a riguardo ma devo ammettere che ogni tanto mi piace anche spaziare e mettere sul banco qualche spunto di riflessione. Io, vi dirò, attraverso la gestione di questo spazio virtuale ho imparato anche ad apprezzare la ponderazione di branco (anche perché, solitamente, riflettendo in solitudine va a finire che mi arrovello sul problema senza cavare il rinomato ragno dall'altrettanto celebre buco). Il tema di oggi si collega a una domanda che mi sono sempre posta ma che ho lasciato macerare nell'anfratto celebrale degli interrogativi sospesi finché, leggendo La luna e sei soldi di Somerset Maugham, sono inciampata in questa frase:
Non concordo con i pittori i quali proclamano altezzosamente che il profano non capisce nulla di pittura, e può dimostrare al meglio il suo apprezzamento per le loro opere col silenzio e il libretto degli assegni. È un abbaglio grottesco vedere nell'arte nient'altro che un fatto di mestiere, comprensibile appieno solo dall'artefice: l'arte è manifestazione di emozioni, e l'emozione parla un linguaggio che tutti possono intendere.
Questioni irrisolte che tornano a galla: per apprezzare un'opera d'arte occorre avere delle competenze specifiche? Di conseguenza, per poterne parlare, per poter discutere d'arte (o di letteratura, adeguando il discorso alle nostre esigenze), bisogna aver acquisito delle conoscenze tecniche? Una sorta di titolarità in merito? E ancora, quando parliamo di conoscenza, a cosa ci riferiamo esattamente? Master e specializzazioni di settore? Corsi di approfondimento? Oppure tutto il discorso è da ricondurre alle solite liste dei libri imprescindibili? 

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Illustrazione: W.

Non parlo di discussioni ad alti livelli. Anche qui, tra noi. Ci sono delle caratteristiche, degli attributi, al di là della mera passione per la lettura, che pensate siano importanti per trattare l'argomento? Come scegliete le persone di cui fidarvi? I blog da seguire? Gli articoli da leggere? La questione può sembrare di semplice risoluzione mentre, come spesso accade, quello che riusciamo ora a scorgere è solo la punta dell'iceberg. Cerchiamo di approfondire.

L'emozione parla un linguaggio che tutti possono intendere.

Prendendo per precetto la frase di Maugham dovremmo scegliere l'emozione come elemento principale nella valutazione di un romanzo e questa non è una possibilità che mi sento di scartare a priori. Ciò però vorrebbe dire considerare "valido" ogni sorta di giudizio da chiunque espresso purché basato su un riflesso irrazionale.

Non possiamo accaparrarci il diritto di distinguere tra emozione e emozione, non esiste un'emozione più emozione di un'altra quindi, decidendo di considerare esclusivamente i sentimenti scaturiti dalla lettura, non potremmo mettere in discussione nessun parere, per quanto superficiale ci possa sembrare. Questo però significherebbe anche barattare, nella maggior parte dei casi, qualità e spessore in cambio di lacrime e commozione, due elementi di più facile reperibilità. Si rischierebbe così di dare risalto ad alcuni libri solo perché spinti da orde di festosi ed improbabili lettori, lettori emozionati (è inutile che io riporti qualche titolo per il puro gusto di infierire, lasciate andare la vostra torbida immaginazione!). Non è una forma di snobismo, è un dato di fatto. Anch'io ammetto di aver peccato di leggerezza in passato apprezzando libri esclusivamente per una storia particolarmente coinvolgente senza badare tanto al resto. Nel resto però c'è tutto: c'è la forma, c'è lo stile. C'è la ricerca, la profondità. Allora rovesciamo la questione. Niente emozione. Che a parlare siano esclusivamente esperti e critici di settore con anni di studio e competenza alle spalle. E noi? Che spazio abbiamo noi che componiamo la nostra esperienza pagina dopo pagina? È possibile escludere la componente emotiva da un oggetto, dal libro, che di emozioni ne contiene e ne elargisce di continuo?

La risposta sta nel mezzo, questo è certo. Quello che vorrei provare a stabilire con voi è proprio la collocazione ideale di questo mezzo. Il cosiddetto minimo indispensabile, l'esperienza d'ordinanza. Premesso che più è meglio è, quali dimensioni dovrebbe idealmente avere il nostro bagaglio culturale affinché ci sia concesso salire a bordo del sistema?



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