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28 aprile 2015

I racconti di Salinger e quel non senso che assomiglia alla vita

Qualche tempo fa contattai uno scrittore per proporgli qualcosa che assomigliasse a un'intervista. Non l'avevo mai fatto e non l'ho più fatto da allora. Lui, lo scrittore, lo seguivo da un po'. Avevo letto un paio di libri che aveva scritto e l'ultimo mi era piaciuto molto. La mia idea non era quella di tirar giù un classico botta e risposta, ma quello che volevo provare a fare era sviluppare una discussione fluida, che tenesse anche conto delle tematiche del libro, che mi interessavano parecchio. Avevo in mente di parlare, più in generale, delle scelte dei lettori. Avevo la sensazione che lui fosse a sua volta un gran lettore, ed ero sicura di poter trarre dalle sue parole qualche spunto di riflessione che mi avrebbe regalato diverse opportunità di confronto. Gli dissi che volevo costruire questa cosa con lui, trovare il modo di far emergere quello che più ci premeva raccontare. Il problema è che la discussione prese una direzione diversa da quella che avevo immaginato. Il senso dell'intervista ci lasciò quasi subito, mi dissi che non ero stata in grado di strutturare le domande nel modo giusto. In realtà, me ne resi conto qualche giorno più tardi, già dal primo scambio di battute la mia posizione era cambiata: non mi interessava più condividere con gli altri quello che mi stava dicendo perché mi sembrava così importante che volevo tenerlo per me. Questo però non gliel'ho detto.


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24 aprile 2015

Last days of California di Mary Miller

Jess ha quattordici anni. È in viaggio con suo padre, sua madre e sua sorella maggiore, la bellissima e problematica Elise. Sono diretti in California per assistere alla Seconda Venuta di Cristo. «Presto le sofferenze cesseranno», Fratello Marshall ne è sicuro. Il padre di Jess, un credente granitico e risoluto, ha deciso di lasciare l'Alabama e portare tutta la famiglia in California: lì si incontreranno le anime salve, quelle che hanno vissuto nella rettitudine in attesa del Giorno del Giudizio. Il viaggio è, tra le altre cose, una buona occasione per convertire più persone possibili. 

Ogni capitolo di Last days of California è dedicato a un giorno, e ogni giorno la ragazzina ci presenta gli interpreti che prendono parte a questo cammino di fede. Alternandosi tra pompe di benzina e fast food, nutrendosi di quel cibo ricco di grassi che riempie di niente, la famiglia percorre chilometri di asfalto polveroso osservando i propri pensieri affollarsi sul finestrino. 

Il romanzo on the road di Mary Miller abbraccia due dimensioni: il microcosmo, la famiglia, nella quale tutti sono troppo concentrati su se stessi per vedere i problemi degli altri, «questa famiglia sta andando alla deriva», e il macrocosmo, la comunità, i fratelli. La religione come minaccia e come scampo. Questa è la trama che ho preferito, la strada parallela che costeggia la storia di Jess. Un argomento a cui avrei voluto l'autrice desse maggior risalto, perché il libro mi è piaciuto, ma avrebbe potuto essere migliore.

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Mary Miller nasce come scrittrice di racconti e questo, nel suo romanzo d'esordio, si percepisce. Gli scrittori di racconti hanno un passo diverso rispetto a quello dei romanzieri. Loro ci mettono sempre il punto tra un passaggio e l'altro, come a fermare un pensiero che sembra bastare a se stesso. Ogni capitolo di Last days of California, ogni paragrafo che contiene, rivela una piccola storia, qualcosa che si conclude ma che non si esaurisce mai. Questo è un modo di raccontare che mi piace moltissimo. E mi piace l'intelligenza con la quale la Miller sceglie le parole, il taglio con cui le stesse aderiscono ai personaggi. I personaggi mi piacciono meno perché, se la scrittura della Miller è fresca e interessante, i protagonisti ricalcano qualche stereotipo che abbiamo già incontrato parecchie volte in altrettanti libri.

Sebbene la prima attrice del romanzo sia Jess, l'adolescente che vive la sua epifania in un pellegrinaggio a cui non sente di appartenere, il percorso che più mi ha affascinato è stato quello di suo padre. È lui, secondo me, che compie un vero processo di rinnovamento. Jess ammette di non essere di sicura, non sempre e non del tutto, ma prega, prega quasi ogni giorno, e lo fa perché ha il timore di essere punita se e quando, quello che forse esiste, si paleserà. Nonostante sia piena di paure e contraddizioni, Jess è molto più consapevole di suo padre che c'è, ma è come se mancasse in ogni momento.
Ogni volta che mi tocca, con la mano fa su e giù, su e giù, come se gli risultasse difficile mantenere il contatto per più di un secondo alla volta. 
Il padre, rivolgendo tutto se stesso a questa missione, aveva perso ogni percezione, ogni desiderio. Pensando che crederci, crederci tutti insieme, fosse abbastanza. Di cos'altro aveva bisogno la sua famiglia? E lui? 

In alcune realtà la religione ha molto a che vedere con il fanatismo. L'esasperazione esalta lo spirito, ma è una fiamma che brucia senza risplendere. È come se l'atto di credere fosse più che sufficiente, come se togliesse loro — loro, i religiosi fanatici — parte di quella responsabilità che hanno verso se stessi, come custodi della propria vita. Fidarsi (e affidarsi) è l'unico compito che sentono di dover assolvere perché, se si comporteranno bene, Qualcuno si prenderà cura di loro. Sono persone certe della causa a cui si sono votati e in nome della stessa si sacrificano totalmente, al punto da scordarsi di esistere, al punto che neanche morire è così importante. Sono accecate da una luce, seppur fioca, di un'ipotetica ricompensa, che si presenta sempre più grande, sempre più inimmaginabile. 
È questo il mio problema, non ho immaginazione, non oso immaginare niente al di fuori di quello che conosco. Come funziona il tempo, per esempio. I minuti. L'attesa. Quanto può essere lungo un giorno. La mia più grande paura è che le cose vadano avanti all'infinito, senza mai fermarsi. L'idea che qualcosa duri "per sempre" mi terrorizza, anche se fossi in paradiso e fosse tutto bellissimo. Prima o poi dovrà pur finire. Quando voglio spaventarmi, la sera a letto, mi ripeto in testa per sempre, per sempre, per sempre, per sempre finché non impazzisco. 

***
Last days of California, Mary Miller. Edizioni Clichy, 2015. Traduzione di Sara Reggiani.

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20 aprile 2015

Brevi interviste con uomini schifosi. Merito e responsabilità

L'unico modo per capire un autore è leggerlo, leggerlo ancora e il più possibile, finché non riesci a trovare le giuste connessioni, finché non sei in grado di interpretare le sue intenzioni così come lui le aveva concepite. È l'occhio che cambia, che si allena per trovare la giusta prospettiva. Da dove filtra la luce? 

In generale e ancora di più per David Foster Wallace. I lettori wallaciani si distinguono in due gruppi: ci sono quelli che vantano di capirlo senza alcun problema, che loro, e qualche altra, rara, persona sulla faccia della terra, non hanno difficoltà a rapportarsi alla narrativa dell'autore, che Wallace lo puoi comprendere solo se ragioni come lui. Questi, qualche volta, vanno in giro con una bandana, si fanno crescere i capelli e iniziano a parlare difficile. Questi, di solito, non hanno capito niente. Poi ci sono quelli che lo ammettono: leggere Wallace è complicato. Io, per esempio. È complicato perché complicato era il suo modo di esporre, direttamente collegato al suo più complesso modo di pensare. Talmente complicato che una delle critiche che più spesso gli veniva rivolta era che fosse autoreferenziale e spocchioso, che si "prendesse gioco del lettore" e che lo incantasse con la sua cultura — questa, palese e fuori discussione. Io no, per esempio. Io penso che lui volesse, più o meno consapevolmente, selezionare il suo pubblico. È un po' quello che facciamo anche noi: scegliere, capire se la persona che abbiamo di fronte può meritarci. Se sentiamo di poterci fidare, noi ci doniamo senza riserve.

C'è qualcuno, in questo caso Zadie Smith nell'introduzione alla raccolta Brevi interviste con uomini schifosi, che lo spiega meglio di me.  
Brevi interviste è di per sé il risultato di due doni enormi. Il primo di ordine pratico: il premio conferito dalla MacArthur Fellowship. Un dono di quella portata contribuisce a liberare uno scrittore dalla logica di mercato, e forse anche da quel vincolo che Dave stesso definiva post-industriale: il costante bisogno di piacere. Il secondo era un dono più complesso. Si trattava del suo talento, di una grandezza talmente smaccata da confondere le idee: perché un giovanotto così dotato dovrebbe creare opere così ostiche e complesse? Ma la prospettiva dell'economia del dono va ribaltata. In una cultura che priva quotidianamente della capacità di usare l'immaginazione, il linguaggio e il pensiero autonomo, una complessità come quella di Dave è un dono. Le sue frasi ricorrenti, meandriche, richiedono una seconda lettura. Al pari del ragazzino che aspetta di tuffarsi, la loro osticità spezza «il ritmo che esclude il pensiero». Ogni parola che cerchiamo sul dizionario, ogni tortuosa nota che seguiamo a piè di pagina, ogni concetto che mette a dura prova cuore e cervello: tutto contribuisce a spezzare il ritmo dell'assenza di pensiero - e ci vediamo restituire i nostri doni. A chiunque è stato dato assai, assai sarà ridomandato.
brevi-interviste-uomini-schifosi-wallaceBrevi interviste con uomini schifosi è, a detta dello stesso Wallace, la sua opera più inquietante. Qui, come aveva già fatto nel monumentale Infinite Jest, Dave utilizza la tecnica dell'intervista "a botta e risposta". Non vengono mai rivelate le domande: è attraverso le risposte che ipotizziamo la discussione completa. L'intervistatrice — intuiamo che è una donna, sempre la stessa — riprende i discorsi di una ventina di uomini, interrogandoli a proposito del loro rapporto con le donne. In un articolo Wallace disse che «nel corso delle interviste le è accaduto qualcosa di male, qualcosa di molto male». 

Volgari, molesti, devastati. Misogini, psicopatici, perversiComunque uomini. Uomini prede del loro stesso disagio, vittime sempre meno consapevoli del peso di un vuoto pregresso. Molto spesso le donne verso le quali gli uomini rivolgono la propria insofferenza pagano il debito di un genitore assente, distaccato, o, peggio, troppo presente. Molto spesso c'entra La Madre. Lo schifo è come una malattia, e l'unico modo per liberarsene sembra quello di contagiare più persone possibili. Contaminare ogni cosa, così che il disgusto di sé venga mitigato dall'odore nauseabondo che emanano gli altri. Ancora una volta, una lettura poco agevole, e un dono.

***

Al Nuovo Teatro Sanità di Napoli, da venerdì 17 a domenica 19 aprile 2015, la compagnia Bottega Bombardini ha portato in scena la sua prima produzione indipendente: Schifosi - l'orchestra vuota, uno spettacolo ispirato dall'opera omnia di David Foster WallaceLa regia è di Rosario Sparno e l'attore, l'unico presente sul palco, è Luca Iervolino.

Buio, il pubblico è in attesa. 
Amami ancora, fallo dolcemente. Un anno, un mese, un'ora. Perdutamente. 
Le parole della canzone, nella voce di Massimo Cordovani, ci rassicurano. Un uomo compare dietro una lavagna. Ha le cuffie, muove la testa al ritmo di quella stessa musica. Scrive: prologo. Lo spettacolo inizia.

Schifosi-orchestra-vuota-teatro
Fonte: Nuovoteatrosanita.it
Lo scopo della produzione è stato quello di assemblare le anime delle Interviste in un'unica famiglia nella quale alcune cose — le cose che di solito non si dicono — vengono fuori prepotentemente. Lo schifo si trasmette dalla madre al figlio, dal figlio al padre, dal padre alla figlia, rovesciandosi con una ferocia che è più umana della moralità con la quale veniva celato. Un'indecenza che non è tanto lontana da noi, per quanto proviamo a convincerci che non sia così.

È questa la vera malvagità, non sapere nemmeno che si è malvagi, no? 

È stata una rappresentazione avvincente, stimolante. Bella, ma bella veramente. Mi è piaciuto molto il senso con cui la compagnia ha interpretato l'opera di Wallace e altrettanto interessante è stato il modo in cui è stato concepito lo spettacolo. Iervolino mette e smette i panni di diverse identità, alternandosi in varie scene. Si fa presente nell'oscurità, ritagliandosi degli spazi nel disegno di luci di Riccardo Cominotto. E quella canzone, che tanto ci confortava all'inizio, assume un significato sempre più angosciante. 

Amarti è una fatica, mi svuota dentro. 
Qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto. 

E se tutto si riducesse al fatto che la sua visione del mondo si è ampliata, se ti dicessi questo? Che ne diresti? E di se stessa, di come considerava se stessa. Che adesso capiva di poter essere considerata come una cosa. Ti rendi conto di quanto questo le cambierebbe... strapperebbe, di quanto questo strapperebbe via? Di se stessa, di te, di quella che pensavi fosse te stessa? Strapperebbe via tutto quanto. E poi che resterebbe?


*** 
Brevi interviste con uomini schifosi, David Foster Wallace. Einaudi, 2010. 
Contributi di Zadie Smith, introduzione di Fernanda Pivano. 
Traduzione di Ottavio Fatica. Traduzione di Giovanna Granato.

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16 aprile 2015

Io leggo, senza perché

Leggere è, ancora, una delle cose che preferisco fare. Leggere mi piace sempre. Sono cambiati i miei gusti, le mie inclinazioni. Prima leggevo di più ad alta voce, adesso lo faccio meno. Ho bisogno di sussurrare, alle volte, come se volessi parlare direttamente al mio inconscio, alla coscienza, o a qualsiasi altra cosa ci sia in quel baratro conficcato tra costole e polmoni. Sono più attenta, un po' più consapevole. Credo di avere qualche possibilità in più di capire quello che leggo perché ho più occasioni di confronto. Ho letto tanto in questi anni, di più di quanto avessi mai fatto. Ma allo stesso tempo sento che mai riuscirò a comprendere tutto, mai fino in fondo e mai quanto vorrei. Più leggo, più mi sento sopraffare da tutto quello che ancora c'è da capire e che io non capirò.

È cambiato anche il mio modo di scegliere i libri, di preferire gli uni agli altri. Prima, per esempio, un libro destava il mio interesse se e nella misura in cui mi parlava di me. Mi stupivo del fatto che un autore riuscisse a descrivermi così bene, come se mi conoscesse, come avrei fatto io, se avessi avuto le parole giuste per farlo. Adesso non è più così. Adesso nei libri cerco quello che meno mi rappresenta come singolo e più mi caratterizza come essere umano. Ci sono scrittori che mi hanno spiegato che la solitudine è un'insieme di cose, è tante solitudini messe insieme. Che il mondo è un ampio respiro, anche a prescindere da me. Che io non sono il centro dell'universo, e questo non era poi così scontato. I libri che preferisco sono quelli che parlano della condizione dell'uomo, della sofferenza che ci vede tutti arrancare verso la stessa meta ma ognuno per la propria strada. Adesso ho bisogno di leggere fuori di me. Di altre storie, altri modi di esistere. Di un'essenza, diffusa e condivisa, che persiste sotto la profondità della seconda o terza superficie. 

È un discorso complesso e confuso, ma è questo il motivo per il quale io continuo a leggere, e ogni volta ne esco stanca, sconfitta e affamata. Potrei scegliere di fare qualcos'altro e non avrei alcun motivo per riconoscermi meno sensibile. Forse sarei meno me stessa, una me un po' diversa. Magari meno confusa e più sazia, piena di tutte quelle certezze che mi aiuterebbero a mentirmi meglio. Ma io le certezze non le voglio, non le ho mai volute. Io voglio sentire, ancora e nonostante tutto, che qualcosa mi sfugge. Qualcosa che è nascosto nel prossimo libro che leggerò. Mi sento parte di un mondo cupo, un male di quel vivere che riempie la storia dei secoli. E di nuovo mi sento meno sola. 

Io leggo, che è più meno lo stesso motivo per il quale preferisco l'acqua naturale a quella frizzante. Come si spiega, questo, a una persona che non legge? E perché, poi, se non è questo il modo in cui ha scelto di disporre di ? Perché dovrebbe cambiare le abitudini? Chi sono io per decidere che il mio tempo è speso meglio del suo? 

Leggere è facile. Non è vero. Leggere è faticoso e impegnativo. Leggere è un sacrificio. È una scelta. Leggere è scalare una montagna, e la ricompensa è un paesaggio magnifico, su, in cima. È un lago, per me, che si increspa appena. Ma è profondo, un abisso, tanto più pericoloso della salita stessa. 

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Potrei raccontarlo per ore, scriverne per giorni, scegliere i termini migliori per affascinarvi, vi tengo stretti fino all'ultima riga di questo articolo, ma non riuscirei a convincere nessuno a leggere un libro, nessuno che non l'ha mai fatto prima. Perché il lago, la lettura, è una proiezione di un bisogno personale. È qualcosa che non si può trasmettere. E, ancora, più provo peggio mi viene, perché insito nell'uomo è l'istinto di preservazione da ogni forma di indottrinamento. 

E allora, secondo me, prima di distribuire corde, scarponi e piccozze, sarebbe il caso di rendersi conto che ci sono persone che il lago neanche se lo immaginano, perché non sentono il richiamo dell'acqua. Persone che preferiscono restare a valle, e non c'è sempre un motivo valido, ma c'è sempre un motivo. Che senso ha regalare cibo a chi non sa cos'è la fame?



(Questo, a proposito di #ioleggoperché. Anche, ma non solo).

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15 aprile 2015

È tutto verde. Un racconto, bellissimo, di David Foster Wallace

Lei dice non mi importa se mi credi o no, è la verità, poi tu credi pure a quello che ti pare. Quindi è sicuro che mente. Quando è la verità si fa in quattro per cercare di farti credere a quello che dice. Perciò sento di non avere dubbi.  
Si rasserena e guarda dall'altra parte, lontano, ha l'aria furba con la sigaretta sotto la luce che entra dalla finestra bagnata, e io non so cosa mi sento di dire.  
Dico Mayfly [1] con te non so più cosa fare o cosa dire o a cosa credere. Ma ci sono delle cose che so per certe. So che io sto diventando vecchio e tu no. E che ti do tutto quello che ho da darti, con le mani e con il cuore. Tutto quello che ho dentro di me te l'ho dato a te. Tengo duro e lavoro sodo ogni giorno. Ho fatto di te l'unica ragione che ho per fare quello che faccio sempre. Ho cercato di costruire una casa per te, una casa di cui facessi parte, e che fosse una bella casa.  
Mi rassereno anch'io e getto il fiammifero nel lavandino insieme ad altri fiammiferi, piatti, una spugna e cose del genere.  
Dico Mayfly il mio cuore ha fatto il giro del mondo e ritorno per te ma ho quarantotto anni. È ora che la smetto di lasciarmi semplicemente trascinare dalle cose. Devo usare quel po' di tempo che ancora mi resta per cercare di sistemare tutto e stare bene. Devo provare a stare come ho bisogno di stare. In me ci sono delle esigenze che tu non riesci neanche più a vedere, perché ci sono troppe esigenze tue di mezzo.  
Lei non dice nulla e io guardo la sua finestra e sento che lei sa che io so, e seduta sul mio divano fa un movimento. Ripiega le gambe sotto di sé, ha un paio di pantaloncini.  
Dico in fondo non mi importa di quello che ho visto o che credo di aver visto. Non è più quello il punto. So che io sto diventando vecchio e tu no. Ma ora mi sento come se ci fosse tutto me stesso che va verso di te mentre di te in cambio non mi viene più niente. 
Ha i capelli tirati su con un fermaglio e delle forcine e si tiene il mento con la mano, è mattina presto, sembra che stia sognando rivolta verso la luce pulita che entra dalla finestra bagnata sopra il mio divano.
È tutto verde, dice. Guarda com'è tutto verde Mitch. Come fai a dire di provare certe cose quando fuori è tutto così verde.  
La finestra sopra il lavello del mio cucinino è stata ripulita dal violento acquazzone di stanotte e ora è una mattina di sole, è ancora presto, e fuori c'è un casino di verde. Gli alberi sono verdi e quel po' d'erba che c'è oltre i dossi rallentatori è verde e allisciata. Ma non è tutto quanto verde. Le altre roulotte non sono verdi e il mio tavolino lì fuori con le pozzanghere allineate e le lattine di birra e le cicche che galleggiano nei portacenere non è verde, né il mio furgone, o la ghiaia della piazzola, o il triciclo che sta rovesciato su un fianco sotto un filo per il bucato senza bucato sopra accanto alla roulotte vicina, dove c'è uno che ha fatto dei bambini.
È tutto verde sta dicendo lei. Lo sta sussurrando e il sussurro non è più rivolto a me lo so.  
Getto la sigaretta e volto bruscamente le spalle al mattino con il sapore di qualcosa di vero in bocca. Mi volto bruscamente verso di lei che sta sul divano in piena luce. Da dov'è seduta sta guardando fuori, e io guardo lei, e c'è qualcosa in me che non si riesce a chiudere, nel guardarla. Mayfly ha un corpo. E lei è la mia mattina. Dite il suo nome.

[1] La polisemia di questo nome, e il suo valore simbolico, sono impossibili da rendere in italiano: mayfly è l'effimera, l'insetto che nella sua forma adulta vive un giorno soltanto; may fly, inoltre, significa «può volare via». [n.d.t.]

(È tutto verde è tratto da La ragazza dai capelli strani. Minimum fax, 2011. Traduzione di Martina Testa)
Qui, in lingua originale.


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7 aprile 2015

Easter Parade: il potere terapeutico della scrittura di Yates

Sarah e Emily hanno nove e cinque anni quando le incontriamo per la prima volta. È il periodo in cui i genitori stanno divorziando. Le bambine restano con la madre e cambiano casa e città. Sarah e Emily crescono tra le deboli intromissioni del padre e l'inconcludenza della madre. Sarah diventa bellissima, Emily è riservata, schiva, meno appariscente. Sarah frequenta alcuni ragazzi prima di conoscere Tony, colui che sarà suo marito; si trasferirà in campagna e, assecondando le convenzioni, diventerà una moglie e una madre, devota alla famiglia e sempre più lontana da se stessa. Emily compirà un percorso di vita diverso: continuerà a studiare, frequenterà il college e non si sposerà. Cambierà uomo molto spesso, molto spesso saranno gli uomini a cambiare lei, fraintendendola con quello che appare a dispetto di quello che è.

Né l'una né l'altra delle sorelle Grimes avrebbe avuto una vita felice.

easter-parade-yates-minimum-scratchbookIl rapporto tra le due donne diventa sempre più precario, corroso da silenzi e fraintendimenti; quando Sarah chiede aiuto, Emily ha paura che la sorella possa rivoluzionarle la vita e la convince a non abbandonare la famiglia, raccontandosi che questo è il meglio per Sarah, e anche per sé. Allo stesso modo, quando è Emily a voler intervenire, Sarah la rassicura dicendo che non ce n'è bisogno, che va tutto bene. Sarah si rassegna e noi assistiamo a quel senso di sconfitta che le atrofizza lo spirito. Ce ne accorgiamo dal suo aspetto: i capelli si diradano, i denti marciscono, il corpo si dilata. Lei che più di Emily, più di tutti, era promessa al successo, è destinata a consumarsi sempre più velocemente.
Quando aveva nove o dieci anni, Sarah era, tra le due sorelle, di gran lunga quella più fantasiosa. Era capace di prendere uno di quei fascicoli di bambole di carta che vendevano nei negozi "tutto a dieci centesimi", ritagliare le bambole e i loro vestiti con le linguette senza mai andare fuori dai margini, e attribuire a ciascuna bambola vestita una personalità tutta sua. Decideva quale di loro fosse la più carina e benvoluta (e se aveva l’impressione che il suo vestito non fosse abbastanza bello gliene faceva un altro ideato da lei, con i pastelli o gli acquerelli).
Ogni volta che leggo Yates so quello che mi aspetta: mi preparo a conoscere un personaggio, ad amarlo, e a vederlo fallire. Cerco di prestare sempre più attenzione per provare a capire in quale istante quel protagonista, nella sua storia, avrebbe dovuto girare a destra invece che a sinistra, prendere un taxi invece dell'autobus, chiedere un bacio invece di voltarsi e andare via. C'è uno sbaglio in ogni momento. Oppure niente è uno sbaglio, se non è un errore lasciarsi andare all'evidenza di un percorso già segnatoDestini mediocri, disperati, disperatamente mediocri. Molto spesso ho l'impressione che gli uomini e le donne di Yates non sbaglino mai perché non compiono una vera scelta ma diventano vittime di una serie di coincidenze che li aggrovigliano fino a lasciarli senza respiro. Persone brillanti, che si eclissano.
Uno di quei giorni, tornando in ufficio dopo pranzo, vide un volto di donna tirato e petulante — un volto di cui chiunque avrebbe detto che stava invecchiando senza grazia (rughe attorno agli occhi e profonde occhiaie; la bocca debole che denotava autocommiserazione) — e rimase scioccata quando si accorse che era lei stessa, colta di sorpresa nel riflesso di una vetrina.
La predestinazione al fallimento è insita in ogni storia che nasce da Yates, come in quelle che danno vita ai racconti della raccolta Undici Solitudini, o come in Frank e April Wheeler, ai quali l'unica colpa che possiamo attribuire è quella di aver creduto che tutto era possibile, finché fossero rimasti insieme.

C'è molto di Yates in Easter Parade, e nelle sorelle Grimes, ancor più che nel celebre Revolutionary Road. La mamma di Sarah e Emily, Pookie, è il ritratto di Ruth, detta Dookie, la madre di Richard. Dookie è stata una scultrice sul punto di sfiorare il successo molte volte. Richard aveva tre anni quando i genitori divorziarono e fu costretto a trascorrere la maggior parte della sua infanzia con la sorella e la madre, cambiando sia città che abitazione. Come Emily. Dopo l'abbandono del marito, l'unico che avesse mai amato, Dookie fece in modo che i figli continuassero a frequentare scuole e ambienti privilegiati, così che diventassero persone distinte e raffinate, ma non riuscì a tutelarli da se stessa, dalla frustrazione che la rendeva «sciocca e irresponsabile». Come Pookie. Pookie è imbarazzante e sfacciata, ancor più quando beve e si lascia andare alle lusinghe degli uomini: ride sguaiatamente a battute che non fanno ridere e siede sulla poltrona in modo sgraziato, mostrando la sua disperazione e le sue gambe, che si svelano sempre più ad ogni sorso di gin. Emily è lì, Richard è lì, accanto alla madre, e prova vergogna per lei e prova pena per , per un destino dal quale sa che non riuscirà a sfuggire. È che a un certo punto diventa troppo tardi per intervenire, per cambiare le cose.

La rivista Esquire definì Richard — come accenna Nick Laird nell'introduzione al romanzo — «uno dei grandi scrittori meno famosi d'America». È che Yates, come Fitzgerald prima di lui, ha dimostrato che il sogno americano è un'illusione e che l'illusione serve ad innalzarti solo per farti cadere a terra ancor più rovinosamente.

Perché inoltrarsi in questo pessimismo assoluto? Perché leggere Easter Parade? Perché leggere Richard Yates? Perché Yates, attraverso i suoi libri, ci dispensa dall'ideale di perfezione col quale ci confrontiamo ogni giorno. Perché Yates non giudica i suoi personaggi, ma li osserva, li racconta, e li comprende. Come fosse un padre, anche meglio di un padre. Yates ci suggerisce che non c'è uno sbaglio, o che se c'è è congenito, insito nell'essere umano. Noi siamo destinati, a prescindere dalle nostre scelte. Ma leggendo Yates esorcizziamo la sensazione di non essere mai all'altezza, e sbagliare è tanto più comprensibile. Per riuscire a perdonarvi: è questo il motivo per il quale dovreste leggere Yates, il motivo per il quale tutti dovrebbero leggere Yates.



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Easter Parade, Richard Yates. Minimum fax, 2008. Prefazione di Nick Laird. 
Traduzione di Andreina Lombardi Bom.

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2 aprile 2015

Hannah Coulter di Wendell Berry

Ero entrata inconsapevolmente a far parte di ciò che Burley avrebbe chiamato la "comunità" della mia vita. Ero diventata un membro della comunità di Port William. Port William in tutta la sua realtà e il suo mistero, in tutte le sue luci e le sue ombre, con il suo nome che costituisce esso stesso un enigma. Per quale ragione costruire mai un villaggio sulla cima o comunque sul fianco di una collina, a mezzo miglio dal fiume, dandogli il nome di "porto"?
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Port William / Map of the town - Source: wendellberrybooks.com
Gli abitanti di Port William si sono sentiti ripetere quella domanda all'infinito e alla fine ci hanno fatto il callo. Ben Feltner, il nonno di Virgil, dava sempre la stessa risposta: "Quando hanno costruito Port William non sapevano esattamente dove sarebbe passato il fiume". Intendeva dire, credo, che Port William era sempre esistita, e che magari sarebbe sempre esistita. Penso proprio di sì. Qualcuno potrebbe sostenere che Port William non è mai rimasta per due minuti di seguito uguale a se stessa. Ma io penso che sia sempre esistita e che esisterà sempre. È un luogo immortale.
L'altro giorno cercavo di spiegare a mia madre questa sorta di malinconia che mi prende ogni volta che un posto (una casa, una strada) diventa parte della mia storia. Io la chiamo "la malinconia dei luoghi". Lei storce il naso, vorrebbe che i suoi figli fossero sempre felici, coi sorrisi rivolti al futuro e liberi da ogni male. Io le dico che la malinconia di cui parlo non è tristezza, ma è qualcosa di più caldo, di bello. Più un tepore, che scivola denso.

Quand'ero piccola vivevo a molti chilometri di distanza da dove sono adesso. Era quella la mia casa, e la considero ancora un po' così, un pezzo importante di quel puzzle che è la mia vita. Ricordo che l'ultimo giorno, prima di partire non volevo andar via. Ero riuscita a conquistare il mio posto. Mi sentivo come Hannah, dentro la comunità, e di lì a poco avrei dovuto cominciare a costruirmi da capo, di nuovo, da un'altra parte. Ho corso giù per le scale e sono scappata. Sapevo che sarei dovuta tornare indietro, prima o poi, ma volevo trovare una soluzione. E allora ho pensato che se non avessi potuto restare io in quel luogo avrei potuto portare il luogo con me. Ho passato in rassegna ogni albero, ogni pietra: osservavo ogni più piccolo granello di terra per un paio di secondi, per tenerlo dentro di me. Trattenevo il fiato, per essere sicura che non fuggisse. Ma più mi guardavo intorno, più sentivo che in quel momento, quando ero ancora lì, stavo già perdendo tutto. I dettagli da memorizzare erano troppi, e troppo complessi: solo un fiore era stelo, petali e foglie. E ce n'erano mille, di fiori, mille di ogni cosa. Il fiore mi scivolava via. Tutto mi scivolava via. Ricominciavo: tre secondi, cinque, e di nuovo i pini, e il campo di calcio, la chiesa, era tutto ancora con me.

hannah-coulter-wendell-berry-lindau-scratchbookPort William, per Hannah Coulter, è stato un approdo di salvezza. La comunità è diventata un sostegno silente e saldo, in un tempo rischiarato da lampi di gioia e nuvole di dolore. Port William ha accolto Hannah la prima volta, quando fu costretta a lasciare la sua casa e suo padre. L'ha sorretta, quando Virgil Feltner, quel marito che aveva appena imparato a conoscere, partì per la guerra senza più tornare. La comunità di Wendell Berry ha pianto con lei, patendo della sua stessa pena. «Fu l'amore, la gentilezza a tenerci insieme. Soffrivamo di ciò che ci teneva in vita». Port William ha regalato ad Hannah un nuovo inizio, Nathan Coulter, per dimostrarle che vivere una seconda volta non è solo possibile, ma necessario. Che si torna ad amare perché i corpi vengono richiamati dalla luce, e non c'è colpa in questo: non è una scelta, ma un riflesso incondizionato, dovuto alla nostra stessa esistenza. Che sono i vivi ad avere ancora e più bisogno di noi. Port William è Hannah Coulter tanto quanto Hannah Coulter è stata parte di Port William. È che un luogo diventa un'immagine così chiara di tutto ciò che hai vissuto che inizia ad assomigliarti, a vestirsi delle tue sembianze, e non c'è niente che ti rappresenti così. E non riesci più a distinguere quando finisce lui, quando finisci tu.
Mentre scrivevo a Virgil nella sua assenza e nella sua lontananza parlandogli di Port William, capii che neppure la storia di un luogo tanto piccolo può essere mai raccontata per intero o conclusa. È una storia eterna, sempre qui e ora, che non ha mai fine.


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Hannah Coulter, Wendell Berry. Edizioni Lindau, 2015. Traduzione di Vincenzo Perna.

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