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Pagine

30 novembre 2014

L'incipit de «La metamorfosi»

Quando Gregor Samsa si risvegliò una mattina da sogni tormentosi, si ritrovò nel suo letto trasformato in un insetto gigantesco. Era disteso sul dorso duro come una corazza e, se sollevava un poco il capo, scorgeva il proprio ventre convesso, bruno, diviso da indurimenti arcuati, sulla cui sommità la coperta, sul punto di scivolare del tutto, si tratteneva ancora a stento. Le numerose zampe, miserevolmente sottili in confronto alle dimensioni del corpo, gli tremolavano incerte dinanzi agli occhi.
(di Franz Kafka - Garzanti, 2004)
Suggerito da Angelo. Io ve ne ho parlato qui.


Questione di feeling, giocando di prime impressioni.
Inviatemi i vostri incipit preferiti; raccoglieremo i più belli in questa rubrica.
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26 novembre 2014

Alice Munro: un potenziale di perfezione.

Ci ho pensato parecchio. Poi ho deciso di pensarci meno ed è andata meglio. Così ne ho letto un altro, per essere sicura. Ma sicura di che, mi sono chiesta. Sicura di non lasciarmi andare a un giudizio sommario. L'approssimazione è una cosa che non mi piace. Molte cose non mi piacciono, ma questa più di altre. Non mi piacciono le opinioni approssimative, i resoconti sbrigativi. Non mi piacciono le persone che vivono per sommi capi. È nel particolare che io ci trovo il vero, buono o cattivo che sia. 

Ho letto Alice Munro. Lei è una scrittrice canadese che ha vinto, tra le altre cose, il premio Nobel per la letteratura appena un anno fa. Lei è un'elegante ottantenne che vive a Clinton, in Ontario, ed è la maestra del racconto breve contemporaneo. È con un po' riverenza, curiosità, e tanta voglia di imparare, che mi sono preparata a questo incontro. Imparare a leggere i racconti non è cosa facile.

C'è una riflessione di Jonathan Franzen, a proposito dei racconti, che ho riportato in un articolo qualche tempo fa. Io l'ho usata per introdurvi alla scrittura di Deborah Willis ma potrebbe essere il pensiero di chiunque, chiunque scelga di leggere storie brevi. La ripropongo, poi vi spiego perché
Mi piacciono i racconti perché non lasciano spazio per nascondersi. L'autore non può tirarsi fuori dai guai con le chiacchiere: nel giro di pochi minuti raggiungerò l'ultima pagina, e se non ha niente da dire me ne accorgerò. 
La citazione, tratta dal libro Più lontano ancora, continua così:
Mi piacciono i racconti perché di solito sono ambientati nel presente, o comunque in un'epoca ancora viva nella memoria [...]. Mi piacciono i racconti perché occorre un genuino talento per intentare personaggi e situazioni originali mentre si ripete la stessa storia. Tutti gli scrittori di narrativa patiscono la mancanza di cose nuove da dire, ma gli scrittori di racconti soffrono più disperatamente degli altri. Ancora una volta, non c'è modo di nascondersi.
In queste parole c'è Alice Munro. Il testo è tratto dal capitolo Chi ti dice che non sia tu il Maligno?, nel quale l'autore si lascia andare a una dichiarazione di stima nei confronti de "la più grande scrittrice vivente del Nord America" e termina il suo intervento con un accorato: Leggete Munro! Leggete Munro!

Alice Munro è una che non si nasconde. In un'intervista dichiara:
«La complessità delle cose — delle cose dentro le cose — sembra proprio infinita. Voglio dire che nulla è facile, nulla è semplice.»
nemico-amico-amante-munro-libro-einaudiÈ questo, l'essenziale, che leggiamo nelle sue storie. La struttura del racconto — la trama — è la stessa, che ogni volta si ripete. C'è una donna (di solito molto più sveglia di tutte le persone che la circondano), che per un motivo o per l'altro lascia il luogo d'origine (che è quasi sempre la campagna canadese). Ha successo, oppure no, oppure non come sperava. C'è un uomo (che è uno scrittore, ma più di frequente un medico), che irrompe nella sua vita. Poi succede qualcosa, che è niente di eccezionale, ma che cambia tutto. Quel tutto molto spesso resta chiuso dentro di lei. La donna torna al suo paese, qualche volta, e continua a vivere, nonostante quello che è (o non è) successo. In sostanza. Ma scrivere di questo, scriverlo per sempre, è espressione di grande talento. Dal 1968, da Dance of the happy shades, Alice Munro racconta il difetto nel quotidiano, quella crepa che è un ponte tra quello che siamo e quello che avremmo potuto essere. I suoi personaggi non vivono il presente, ma sono sempre voltati indietro a ricordare quello che hanno perso, quello che hanno rischiato e quello che hanno ottenuto. Il ricordo è un elemento fondamentale nella produzione della Munro. C'è sempre, in ogni racconto, il momento in cui la protagonista si ferma e ricorda — un evento, un dolore, un amore — che la costringe a fare i conti con se stessa, e con tutto il circostante.

uscirne-vivi-munro-libro-einaudiLo stile non è feroce o aggressivo, mai incalzante, ma lieve e misurato "come una goccia di miele, una risorsa sotterranea". Così l'ho conosciuta in Nemico, amico, amante..., così la ritrovo, nelle ultime pagine di Uscirne vivi. 

Una perfezione, che però non sempre ha fatto breccia dentro di me. Ma è un problema tutto mio. È un po' quello che ho riscontrato con Peter Cameron, un po' questo bisogno di sentire la presa, il fiato corto, quel morso, e mordere, a mia volta. Ma questo non mi ha impedito di apprezzarne la capacità, la maestria. Chiunque voglia imparare a leggere — o scrivere — racconti, chiunque aspiri a capirne le dinamiche, gli spazi, i tempi e le pause, è a lei che deve rivolgersiAlice Munro ha l'impronta della scrittrice di racconti: si muove, nelle narrazioni brevi, con una disinvoltura che non ho mai riscontrato prima. Ogni storia inizia e termina nel punto esatto in cui deve cominciare e finire. Quando pensi che ora accadrà qualcosa, ma in realtà è tutto già successo. E quel tutto, è sempre qualcosa di eccezionale.



***
Uscirne vivi. Einaudi, 2014. 
Nemico, amico, amante. Einaudi, 2003.
Traduzioni di Susanna Basso.

Con la straordinaria partecipazione di:
Più lontano ancora, Jonathan Franzen. Einaudi, 2013. Traduzione di Silvia Pareschi.

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14 novembre 2014

Baricco, Smith, Wesson e io che mi chiedo perché

Io non tengo mai il conto di niente. Delle cose che faccio, di quante volte le faccio. A volte anche di quello che dico, che è pure peggio. In linea di massima ricordo la prima volta di ogni cosa, e l'ultima — l'ultima me la ricordo sempre — e il resto è tutto quello che "sta nel mezzo". Non tengo il conto dei libri che leggo, per esempio. Non so quanti ne conosco dello stesso autore. Fortuna che ai social non sfugge nulla. È così che l'altro giorno, sfogliando la mia libreria virtuale su Goodreads, ho scoperto i miei most read authors: è un'opzione che, collegandosi alle tue recensioni, ti consente di visualizzare la classifica degli scrittori che hai letto di più, indicandoti anche quanti e quali libri hai all'attivo. Niente di eccezionale, in effetti bastava fare due conti. Però io clicco.

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Alessandro Baricco, dieci libri. Dieci libri sono tantissimi. Il primo te lo lancia il caso, il secondo è la verifica di metà semestre, il terzo è l'esame di fine anno. E mettiamo anche che il quarto te lo regali la tua amica dell'università, ma il quinto? Il quinto no. Il quinto te lo vai a comprare perché ti piace. E il sesto, e il settimo, uguale. Allora me lo sono chiesta, se Alessandro Baricco sia uno dei miei autori preferiti, fosse solo per giustificare questo mio inconscio accanimento. A domanda mi sono risposta con un'altra domanda: "Baricco... quale?" 

Perché il problema è proprio questo: Alessandro Baricco è diventato tanti, e tutti diversi.
C'è stato il Baricco-scrittore, quello che raccontava cose così:
Gli erano entrate negli occhi, quelle due immagini, come l'istantanea percezione di una felicità assoluta e incondizionata. Se le sarebbe portate dietro per sempre. Perché è così che ti frega, la vita. Ti piglia quando hai ancora l'anima addormentata e ti semina dentro un'immagine, o un odore, o un suono che poi non te lo togli più. E quella lì era la felicità. Lo scopri dopo, quand'è troppo tardi. E già sei, per sempre, un esule: a migliaia di chilometri da quell'immagine, da quel suono, da quell'odore. Alla deriva.
Così:
La prima cosa è il mio nome, la seconda quegli occhi, la terza un pensiero, la quarta la notte che viene, la quinta quei corpi straziati, la sesta è fame, la settima orrore, l'ottava i fantasmi della follia, la nona è la carne e la decima è un uomo che mi guarda e non uccide. L'ultima è una vela. Bianca. All'orizzonte.
O così:
Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n'erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita. Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me, è una donna troppo bella, è un viaggio troppo lungo, è un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Perdonatemi, ma io non scenderò.
Queste cose mi piacevano. Un po' di retorica sommersa, qualche ammiccamento, ma niente che non si potesse perdonare. Ne ho anche scritto, un paio d'anni fa. Al tempo ne ero entusiasta, al tempo la sua moltitudine era ancora gestibile.

Il Baricco-professore l'ho scoperto dopo. 
Oltre ad essere il direttore della Holden, una scuola di Storytelling & Performing Arts, tiene lui stesso delle lezioni di scrittura; le sue famose Palladium lectures sono state prodotte in cartaceo, riproposte sullo schermo, e trasformate, da ultimo, in spettacoli teatrali.
In generale io faccio sempre lezione con questo obiettivo: dare delle risposte che a loro volta generano delle domande. È un specie di doppio movimento: da un lato do agli studenti delle risposte, cioè li aiuto a capire com'è fatta una certa cosa, gli concedo il piacere della conoscenza; dall'altra mi sforzo di fargli capire come quelle risposte siano soprattutto delle password per accedere a nuove domande: e in questo modo gli concedo il privilegio dell'ignoranza. Così si ricostruisce la catena del sapere, che è sempre coniare risposte che contengano domande: la progressione di una formazione culturale è tutta lì. Le Palladium Lectures sono costruite con quella logica. Non conoscono Tucidide, io glielo faccio conoscere, quindi afferriamo insieme una piccola porzione di sapere: ma nel momento stesso in cui arriviamo a conoscere quel testo esso genera una riflessione sul concetto di giustizia che suona come una domanda; come l'apertura del campo di quella domanda. Analogamente, capire come mai una ragazzetta apparentemente qualunque (Kate Moss) abbia modificato in tre mesi, all'inizio degli anni 90, il concetto stesso di top model, ti fa capire molte cose su come funziona la moda ma contemporaneamente ti immette nello spazio aperto di una domanda ben più ampia: come funzionano le trasformazioni del gusto collettivo.
Quella che vi ho appena mostrato è la trasfigurazione del professore: è il Baricco-paroliere
Le parole gli piacciono, è evidente. Gli sono sempre piaciute. Lui direbbe: 

Io ci faccio l'amore con le parole

Se c'è una cosa che ho imparato leggendolo è che il suo obiettivo è affascinare il lettore, attrarlo sfruttandone l'immaginazione, risvegliando, attraverso un paio di parole chiave, l'intero universo cognitivo assopito nella sua mente. È uno scrittore fisico, Baricco.
È una specie di gioco. Serve quando hai lo schifo addosso, che proprio non c'è verso di togliertelo. Allora ti rannicchi da qualche parte, chiudi gli occhi e inizi ad inventarti delle storie. Quel che ti viene. Ma lo devi fare bene. Con tutti i particolari. E quello che la gente dice, e i colori, e i suoni. Tutto. E lo schifo poco a poco se ne va. Poi torna, è ovvio, ma intanto, per un po', l'hai fregato.
È sempre stato così. Prendiamo una frase tratta da Castelli di rabbia, il primo romanzo che ha scritto:

Un giorno Dio disegnò la bocca di Jun Rail. 
È lì che gli venne quell'idea stramba del peccato.

In un paio di battute vi ha conquistato; si è servito di un mezzo - la bocca di Jun - per raggiungere il vostro universo. Ha richiamato la fede, il vizio, la trasgressione e il senso di colpa attraverso una sola parola: peccato. Non dico che questa sia una caratteristica esclusiva di Baricco, anzi, gli scrittori utilizzano spesso tecniche del genere, ma a lui riconosco una particolare inclinazione al metodo. Anche nei libri successivi predomina questo elemento, a cui spesso associa questa sorta di fascinazione.

E poi? Cosa è successo? È successo che se n'è reso conto: ha capito di poter far presa sulle persone attraverso le parole, e questa cosa gli è piaciuta, e gli è piaciuta così tanto che è schizzato fuori dai romanzi per vestire i panni del suo ultimo personaggio: Baricco-sex symbolNon è l'unico ad aver subito questa trasformazione: ci sono attori e cantanti, che, di punto in bianco, vengono baciati da Venere e assumono un'improvvisa — e immotivata — carica attrattiva; se prima erano persone interessanti per quel che facevano, poi diventano affascinanti per come appaiono. Delle vere e proprie icone, senza motivo. Ricordo un'intervista di Pierfrancesco Favino nella quale il giornalista domanda all'attore come vive il suo essere uno degli uomini tra i più belli del mondo. Favino ride, dicendo che lui non pensa di esserlo, che non lo è mai stato, che si è sempre considerato un tipo e che non capisce cosa, da un giorno all'altro, l'abbia fatto diventare così desiderabile.

Fatto sta che Alessandro Baricco è diventato bello; al fascino dello scrittore si accompagna un uomo brizzolato dallo sguardo stropicciato e vissuto, uno che ha capito tutto della vita, ma non ha intenzione di svelartelo perché devi arrivarci da solo. Allo stesso tempo, io avverto un calo nella sua produzione; la qualità dei suoi romanzi si cimenta in una relazione inversamente proporzionale con le sue apparizioni in video (esempio). Ed è a questo punto che io mi sono posta il mio primo perché. Perché non ti è bastata la riconoscenza dei lettori? Perché provare a conquistare tutto il mondo? E, già che ci siamo, perché Smith e Wesson?

La Smith & Wesson è una fabbrica statunitense di armi leggere fondata nel 1852 da Horace Smith e Daniel B. Wesson. Alessandro Baricco ha preso i due cognomi, ci ha aggiunto Tom e Jerry, e ha creato i personaggi, giocando proprio sulla doppia omonimia.

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Siamo nel 1902. Jerry Wesson è un pescatore di uomini, letteralmente: raccoglie i corpi delle persone che si gettano dalle cascate del Niagara. È lì che vive, da generazioni. Tom Smith è un inventore, ricercato per frode in un paio di stati dell'Unione. A smuovere le vite dei due uomini arriva Rachel, una ragazza di ventitré anni che sogna di diventare giornalista e che ha bisogno di una notizia buona, di un lancio, che la spinga in prima pagina. E allora decide di lanciarsi, in quella zona dove nulla accade. Decide di inventarsela lei la notizia. Decide di buttarsi dalle cascate del NiagaraPer farlo ha bisogno dell'inventiva di Smith e della conoscenza di Wesson: l'inventore deve trovare un modo affinché lei possa lanciarsi senza rischiare la vita e Wesson deve studiare le diverse traiettorie dell'acqua per riuscire a recuperarla, alla fine del salto, nel più breve tempo possibile. 
Smith attiva il suo genio e decide di lanciare Rachel in una botte di birra. Grande idea! 
Postilla storica:
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Annie Taylor Edson fu la prima donna a sfidare le cascate del Niagara, gettandosi dalle cascate canadesi all'interno di un barile insieme al suo gatto. Era il 24 ottobre del 1901, e divenne l'eroina indiscussa delle cascate del Niagara. Prima di Annie Taylor, nell'ottobre del 1829 Sam Patch, che si autodefiniva il saltatore yankee, saltò da un trampolino costruito a ridosso della Cascata del Ferro di Cavallo. Iniziò da allora una lunga tradizione di persone che tentarono di gettarsi dalle cascate sopravvivendo.
E io mi chiedo di nuovo perché. Perché a vent'anni esatti da Novecento, che è un racconto breve e infinito insieme, che ancora oggi è replicato nei teatri di tutto il paese, perché venire fuori con una sceneggiatura del genere? Attenzione, non è pessima; ci sono un paio di passaggi d'effetto, qualche frase baricchiana. Ma poi? Non c'è niente. Non c'è un'idea. Non c'è spessore. Non che Baricco avrebbe dovuto inventare il salto dalle cascate per rendere un buon testo, ma avrebbe dovuto metterci qualcos'altro. Chi conoscerà Baricco per la prima volta attraverso questa storia forse non ne resterà deluso, ma io, che di libri ne ho letti dieci, non riesco ad accontentarmi. 

Allora me lo sono chiesta, se Alessandro Baricco sia uno dei miei autori preferiti. E continuo a chiedermelo, mentre cerco di capire se e quando riuscirò a vederlo di nuovo, lo scrittore.



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11 novembre 2014

Un caffè con: Jorge Luis Borges

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Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986)

Ti offro strade difficili, 
tramonti disperati 
la luna di squallide periferie. 
Ti offro le amarezze di un uomo 
che ha guardato a lungo 
la triste luna. 
Ti offro quel nocciolo di me stesso 
che ho conservato, in qualche modo 
il centro del cuore che 
non tratta con le parole,
né coi sogni 
e non è toccato dal tempo, 
dalla gioia, dalle avversità. 
Ti posso dare la mia tristezza, 
la mia oscurità, la fame del mio cuore.
Cerco di corromperti con l’incertezza, 
il pericolo, la sconfitta.

(Con cosa posso trattenerti, 1934)

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8 novembre 2014

La scuola del racconto: l'arte di scrivere, imparando a leggere

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Al volo, che siamo già in ritardo.
Giovedì 6 novembre, in allegato al Corriere della Sera, era possibile acquistare la prima uscita de La scuola del racconto, elemento di una collana composta da 12 volumi dedicati all'arte della lettura come mezzo per imparare a scrivereIo ne sono venuta a conoscenza soltanto ieri ma sono riuscita comunque a recuperarlo. Nel caso, niente paura: è possibile richiedere i numeri in arretrato attraverso il sito del Corriere.

L'idea di fondo è interessante:
[...] Imparare a scrivere dai grandi autori è semplice: basta leggerli nel modo giusto, scoprendo percorsi creativi e tecniche attraverso l’analisi guidata delle loro opere.
Mi premeva però capire in che modo era stato sviluppato il progetto perché un'ottima teoria non si accompagna sempre ad una pratica altrettanto valida. 
Ho letto il primo libro, L'arte di leggere, e ve lo posso consigliare senza esitazioni di sorta.
I volumi presentati nella raccolta - ci tiene a sottolineare il curatore, Guido Conti - sono prima di tutto manuali di lettura, in secondo luogo sono manuali di approccio all'opera di uno scrittore e solo come terza "tappa" del percorso propongono di fare tesoro degli strumenti acquisiti.
Ci piace, no? In fondo è un po' il nostro grido di battaglia: "Leggere, per imparare a scrivere".
Observational learning; rintaniamoci in un angolo di casa Bulgakov ad osservare Cuore di cane che prende vita, spulciamo tra gli appunti di Kafka e andiamo alla scoperta dei più piccoli segreti di Poe: destrutturiamo, analizziamo, incorporiamo.

Giovedì 13 novembre, in edicola, ci aspetta Maupassant.
Come possiamo mancare all'appuntamento?
La tecnica non precede il racconto, semmai è la storia che ha bisogno della tecnica per essere prima costruita e poi compresa nel modo migliore.


La collana, al completo:
6 NOVEMBRE   L'arte dello scrivere – Anton Cechov
13 NOVEMBRE   Scrivere e riscrivere – Guy de Maupassant
20 NOVEMBRE   Dall'idea alla pagina – Nathaniel Hawthorne
27 NOVEMBRE   La nascita del personaggio – Giovannino Guareschi
4 DICEMBRE   Suspence e thriller – Edgar Allan Poe
11 DICEMBRE   Scrivere una favola – Hans Christian Andersen
18 DICEMBRE   Il gioco dell’umorismo – Cesare Zavattini
24 DICEMBRE   L'architettura delle novelle – Giovanni Boccaccio
31 DICEMBRE   La costruzione del giallo – Gilbert Keith Chesterton
8 GENNAIO   Le forme della scrittura breve – Michail Bulgakov
15 GENNAIO   La satira politica e di costume – Carlo Collodi
22 GENNAIO   Dall'apologo all'aforisma – Franz Kafka

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7 novembre 2014

Prendila così di Joan Didion

Tra scrittore e lettore si crea una relazione nella quale ognuno spera di ottenere quello che più desidera. Io la vivo quasi come un rapporto d'amore: mi piace essere cercata, corteggiata. Mi piace innamorarmi un po' del mio scrittore. Questo è il motivo per il quale sono portata a leggere più autori che autrici. Sono scelte di cui ho acquisito piena consapevolezza soltanto negli ultimi anni. La questione è che nei romanzi scritti da uomini io riesco a trovare molto più spesso quello stimolo, quel gioco, che mi spinge ad andare avanti. 

Ho sempre fatto fatica ad appassionarmi alla letteratura femminile. Mi sono resa conto di essere arrivata a discriminare quasi a priori. Poi Joan Didion mi ha fatto capire che il problema non era solo mio: il problema è che la femminilità bisogna saperla raccontare. L'autore mi affascina e poco mi delude. Allo scrittore, a torto o ragione, perdono di più. L'autrice è una donna. L'autrice sono io: sono io la donna che scrive, sono io la protagonista. E da una donna, ancora più che da un uomo, io mi aspetto che capisca. Che non riduca tutto a bene o male, a lacrime e cuore, a cielo e fango. Che non banalizzi, soprattutto. Non mi capita spesso di sentirmi parte dei libri che leggo quando a scriverli è una donna che racconta di un'altra donna. Me ne distacco, non ne faccio parte. Non mi riconosco. Non sono io. 

Prendila-così-Joan-Didion-saggiatoreLa protagonista di Prendila così è Maria Wyeth. La donna scrive dalla clinica neuropsichiatrica nella quale si trova, raccontandoci le colpe dei perché e le conseguenze dei come che l'hanno condotta in quel luogo, in quel momento, a girare l'ennesima scena della sua vita. Ogni capitolo è un lampo, un fulmine che si scaglia contro il lettore con una forza distruttiva. Maria è devastata e devastante. Maria è disarmante. Maria è affascinante. Maria non è perfetta, anzi. Maria permette troppo spesso agli altri di scegliere al suo posto; lo sforzo di opporsi richiederebbe un dispendio di energie che non possiede. Tanto tutto passa, è solo questione di tempo. Ma poi che differenza farebbe? Cambieranno gli attori, ma gli schemi resteranno sempre gli stessi. 
Lui avrebbe detto qualcosa e lei avrebbe detto qualcosa e prima che uno di loro se ne rendesse conto si sarebbero trovati a recitare un dialogo così familiare che esauriva la fantasia, bloccava la volontà, permetteva loro di lasciar cadere parole e intere frasi per giungere comunque alla fredda conclusione.
La storia di Maria è tanto amara quanto reale, possibile. Nessuno ne esce vincitore. Qualcuno perde, qualcuno no. Qualcuno ne esce indenne. Qualcuno ne esce più forte. Come nella vita, il bianco non è sempre e solo bianco. 

Joan Didion mi ha affascinato. Mi ha cercato, mi ha trovato. Mi ha lasciato senza fiato. Avrei detto di aver letto un libro di un uomo, ma è stato meglio: ho letto una donna, che ha scritto anche di me.
Era assolutamente identico ad allora. Appariva intatto, mentre lei non lo era più.


***
Prendila così, Joan Didion. Il Saggiatore, 2014. Traduzione di Arianna Dell'Orto.

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5 novembre 2014

Kindle Unlimited: l'ultima freccia scagliata da Amazon

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Cosa?
Kindle Unlimited è un nuovo servizio che ti permette di leggere quanto vuoi, scegliendo tra oltre 15.000 titoli in italiano e 700.000 in altre lingue. Esplora liberamente nuovi autori, libri e generi, tra cui narrativa, romanzi rosa, gialli e thriller e molto altro. Puoi scaricare fino ad un massimo di 10 titoli per volta e leggerli su tutti i dispositivi Kindle e su telefoni o tablet Android, iPad, iPhone, PC e Mac.
Dove?
Non è necessario avere un dispositivo Kindle per utilizzare Kindle Unlimited. Installando le nostre Applicazioni di lettura Kindle gratuite puoi leggere su smartphone, tablet e pc. Con Kindle Unlimited porti con te ogni parola, ogni frase, ogni storia, ovunque tu vada.
Come?
Kindle Unlimited è disponibile a 9,99 EUR al mese. L'iscrizione a Kindle Unlimited si rinnova automaticamente ogni mese. Alla scadenza del periodo di prova (gratuita per 30 giorni, NdR), l'iscrizione viene convertita in abbonamento a pagamento. Puoi cancellarti in qualsiasi momento (se si decide di cancellare la propria sottoscrizione, i libri spariranno dalla libreria allo scadere del periodo di abbonamento, NdR).
Perché? Per ingordigia.

Amazon, con il lancio di Kindle Unlimited, ha infiammato parecchie voci.
Io mi chiedo: è questa la freccia che affonderà l'editoria?

Oggi ho ricevuto la mail nella quale amazon mi informa della possibilità di affiliarsi a questo nuovo servizio, concedendomi 30 giorni di prova gratuita. Non sono qui per spartire ragioni quindi inizio subito con un'ammissione di colpa: io ho un Kindle e, d'obbligo, compro ebook principalmente da amazon. Per i cartacei mi rivolgo altrove. Prima li ordinavo anche da amazon, adesso no. Non so, tornassi indietro, se acquisterei il mio dispositivo da loro. Mi trovo bene, ma non sono più sicura di essermi rivolta al mercante giusto.

Amazon è in mezzo alle polemiche da diversi mesi: tra condizioni di lavoro discutibili inflitte ai dipendenti e agevolazioni fiscali sostanzialmente improprie, il colosso statunitense sta creando sempre più scompiglio. Ma avanza, nonostante tutto; continua ad accaparrarsi fette di mercato sempre più gustose, e di torta, per gli altri, ne resta ben poca. Negli altri ci sono i punti vendita, le librerie, e tutti gli altri pesci di taglia modesta che nuotano, a fatica, nel mare dell'editoria.

Di amazon si è parlato anche alla presentazione di Come finisce un libro - Contro la falsa democrazia dell'editoria digitale, ultima fatica di Alessandro Gazoia (minimum fax, 2014). Il sottotitolo mi viene in aiuto per riassumere alcuni concetti che abbiamo approfondito durante l'incontro: non è tanto questa o quella iniziativa, non è il Kindle Fire e non sarà Kindle Unlimited a provocare danni irreversibili, ma è il sistema Amazon il problema; un circuito chiuso, soffocante, dal quale, una volta entrati, è difficile uscire. Al di là di ogni questione etica o sociale, tralasciando anche la distorsione che sta assumendo il fenomeno del self-publishing. 

I fatti: Amazon applica ai testi digitali percentuali di sconto abbastanza importanti, ma gli ebook che offre sono in un formato (.mobi) che può essere letto solo da alcuni dispositivi, supporti che crea e vende il sistema stesso. Oppure su smartphone, attraverso app che fanno sempre riferimento ad amazon. L'unico modo per leggere un libro sul vostro kindle che non sia un .mobi è convertirne il formato. Questo è possibile solo nel caso in cui il testo non sia protetto da DRM, cosa assai improbabile se avete scelto di leggere l'ultimo libro di Camilleri o il romanzo più famoso romanzo di Philip Roth. Convertire un file .mobi coperto da sistemi DRM è illegale. Ed ecco allora che l'unica cosa da fare è quella di tornare alla fonte. Nella sostanza, non c'è una vera scelta.

Amazon è il virus e anche il vaccino

Se sono contraria a Kindle Unlimited è una cosa che ancora non ho capito. Non mi interessa, come servizio, perché non corrisponde alla mie esigenze di lettura ma, per contro, mi rendo conto che può essere una grande opportunità. Mi chiedo quanto quest'ultima innovazione influirà sul mercato. Mi chiedo se la concorrenza riuscirà a reggere quest'ennesima batosta. E cosa comporterà, per noi. Non lo so. Le uniche cose che mi vengono in mente, ora, sono le parole che il mio professore di macroeconomia spendeva a proposito del monopolio:

«Il benessere, nelle mani di una sola persona, diventa interesse».



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4 novembre 2014

L'incipit dell'Iliade

Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l'ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco
generose travolse alme d'eroi, 
e di cani e d'augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l'alto consiglio s'adempía), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de' prodi Atride e il divo Achille.
E qual de' numi inimicolli? Il figlio
di Latona e di Giove. Irato al Sire
destò quel Dio nel campo un feral morbo,
e la gente pería: colpa d'Atride
che fece a Crise sacerdote oltraggio. 
(Traduzione di Vincenzo Monti).
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