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12 agosto 2014

Invito a una decapitazione di Vladimir Nabokov

A passo lento e irregolare proseguono le letture di stagione. A pizzic e muzzc, come si dice dalle mie parti. Leggo quando riesco, in quello spazio di tempo tra un secondo e l'altro. Non mi lamento. Vorrei leggere di più. Vorrei leggere tutto. I miei libri sono ammassati in scatole e cartoni. Alcuni saltano fuori dai cassetti. Uno me lo sono ritrovato sotto al cuscino l'altra notte, quasi come se la fatina della letteratura fosse venuta in mio soccorso ancor prima che ne manifestassi il bisogno. E a buon rendere, perché dopo l'ultima estrazione del giudizio, non ho più denti da offrire in pegno. 

Ma, prima che la lancetta dell'orologio si posizioni sull'attimo successivo, mi rubo questa porzione di indefinito  per parlarvi di un criminale che difficilmente scorderò, e di una richiesta particolare, un Invito a una decapitazione, che, converrete con me, non è proprio cosa da tutti i giorni.

Cincinnatus C. è in prigione in attesa che si compia la sua condannata. La sentenza è certa: morte per decapitazione. La data dell'esecuzione, presunta, si attarda. Il tempo, come una fisarmonica, si comprime al ritmo di un gesto, un passo, un suono. Ogni cosa può rivelare che il momento è arrivato, che ora è l'ora. E l'attesa, ancor più della condanna, che sconvolge la sua anima. Lo spirito di Cincinnatus si contorce contro le pareti e avvampa di paura, esasperazione, delirio, sconforto e paura, ancora. "Gran parte di lui si trovava in tutt'altro luogo". Ma il corpo no. Il corpo non tradisce alcuna emozione.

invito-a-una-decapitazione-Vladimir-Nabokov-Adelphi-libroÈ solo nella scrittura che carne e mente si flettono nello stesso movimento: una corsa convulsa nel labirinto che si insinua fuori e dentro di . Ogni terminazione nervosa si concentra nel pugno che regge la penna: è tutto lì, nelle parole che si accalcano l'una sull'altra, che hanno fretta di uscire, che si tirano fuori, a coppie, a gruppi, a valanghe. È una valanga, Cincinnatus, un'onda che si ingrossa alimentandosi di se stessa. I suoi discorsi serbano il dramma dei vaneggiamenti innescati dal panico — angoscia, Cincinnatus, angoscia! —ma, ad una lettura approfondita, acquisiscono maggior spessore e ragionevolezza.

Vladimir Nabokov è sorprendente. Sempre lo è, anche quando ci costringe a provar pena per il Professor Humbert, la vittima di Lolita. Ancora una volta lo è, in Invito a una decapitazione. Il libro è colmo di riflessioni psicologiche, di spunti esistenziali, di assaggi filosofici azzarderei. E poi è bello, nel senso stilistico del termine. Molte volte, leggendo il testo, ho sentito il bisogno di fermarmi per assaporare meglio alcune descrizioni; così vivide e piene che le immagini sembravano fotogrammi di quel che accadeva proprio davanti a me.
E come se voi, in una giornata nuvolosa, stesi supini con gli occhi chiusi, sentiste all'improvviso il buio muoversi sotto le palpebre e diventare pian piano prima un sorriso languido, poi una calda sensazione di appagamento, e comprendeste che il sole è uscito dietro le nuvole.
Affascinante è la distinzione tra trasparenza e opacità descritta nella prefazione al romanzo, curata dall'autore stesso. Cincinnatus è un personaggio complesso. È opaco. A differenza degli altri personaggi, i trasparenti, i pensieri di Cincinnatus sono avvolti da una patina di indefinito. Non è un difetto di sincerità, quello messo in rilievo da Nabokov, quanto più un riferimento ad una sfumatura inconsapevole, un riflesso involontario. Cincinnatus prova a mimetizzarsi, a fingersi traslucido, ma è una recita che non riesce a portare oltre il primo atto.
Nel pieno dell'eccitazione di un gioco, i suoi coetanei di colpo lo abbandonavano come se avessero sentito che il suo sguardo limpido e l'azzurro delle sue tempie costituivano solo un inganno scaltro.
Nell'introduzione all'edizione americana del romanzo del 1959, Nabokov afferma: 
Invito a una decapitazione è un violino nel vuoto. La gente di mondo lo riterrà uno scherzo. Le persone anziane gli volteranno frettolosamente le spalle preferendogli romanzi rosa di ambientazione regionale e biografie di personaggi in vista. Nessuna frequentatrice di circoli femminili fremerà d'entusiasmo. I malpensanti vedranno nella piccola Emmie una sorella della piccola Lolita, e i discepoli dello stregone viennese se la rideranno sotto i baffi nel loro grottesco mondo di sensi di colpa collettivi e di educazione progressista. Ma conosco alcuni lettori che faranno un balzo, scompigliandosi i capelli.
Ho i capelli arruffati. Non mi capitava da un po'.



*** 
Invito a una decapitazione, Vladimir Nabokov. Adelphi, 2004. Traduzione di Margherita Crepax.

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7 agosto 2014

Start from Scratch si rinnova: nasce Scratchbook

Quando ho aperto questo spazio non sapevo cosa aspettarmi né quale fosse la mia direzione. Sapevo di voler scrivere, questo sì, di voler gridare a modo mio, con questo melodramma sottile che mi contraddistingue. Non mi sono posta alcun obiettivo se non quello di provare, con i miei punti e le mie virgole scomode, a creare la mia voce. Mi è piaciuto quello che ho scoperto di me, mi è piaciuto mettermi in gioco e capire che, nonostante tutto, non sono solo numeri, conti e mastrini.

E dopo sono arrivati i libri. Mi è sembrato ovvio, naturale.

Scratchbook?
Prima era Start from Scratch, come partire da zero. Poi il tempo è passato e da diario virtuale questo posto è diventato abbastanza in fretta un quaderno di letture. Non avevo più bisogno di ripartire, ma quello "scratch" mi era entrato nella testa. Mi piaceva anche che non fosse semplice da pronunciare, un po' fastidioso: to scratch vuol dire graffiare. Mi venne in mente quella canzone degli Shivaree, per la frase «I hear something scratching through the wall»: sento qualcosa graffiare attraverso il muro.

I libri fanno proprio questo, no? Grattano via la superficie e tirano fuori cose di noi che non pensavamo di avere. E tutte queste cose, che io non pensavo, le scriverò qui.



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5 agosto 2014

Gruppo di lettura a tema: il senso del tempo

tempo-di-leggere-ai-confini-della-realtà
Scena tratta dall'episodio Tempo di leggere, Ai confini della realtà - Fonte

Un'incursione fugace in queste lande assopite.  
L'estate mi soffia sul cuore fiori d'arancio e rose di zucchero. E tulle, tulle come se non ci fosse un domani. Come se il destino dell'umanità fosse legato alla quantità di stoffa che riesco a digerire. Per l'umanità, tulle! Ma tengo fede ai miei impegni, per quanto possibile, e oggi mi trovo a dover parlare proprio del tempo. Del tempo che manca, che fugge, del tempo inquieto. Quante accezioni di tempo riusciamo a individuare? Quant'è, il tempo? Come lo concepiamo? Lo teniamo, il tempo? Oppure abbiamo solo l'illusione di poter stabilire il quando di ogni cosa?

Il tempo è stato l'argomento sul quale abbiamo basato l'ultimo gruppo di lettura. Lettura scratchmade, che è sinonimo libertà e improvvisazione. È che a noi, a intervalli irregolari, prende una gran voglia di leggere insieme - non sappiamo cosa e quando, ancora meno sappiamo come - e ci ritroviamo lì, a tirar fuori scuse e appigli per iniziare un nuovo libro. In questo caso abbiamo stabilito, tramite un sondaggio, che il tema della lettura fosse il tempo e abbiamo scelto un libro che ne rispecchiasse il senso in base alle nostre esperienze/credenze/attitudini. Ognuno un libro diverso. L'obiettivo di questa lettura condivisa era quello di raggruppare le varie prospettive di tempo per scoprire come uno stesso concetto si presta a diverse interpretazioni. Ecco perché, per evitare di influenzarci l'un l'altro, abbiamo deciso di non rivelare i nostri titoli prima che il gruppo di lettura fosse terminato. Adesso, mentre scrivo, i miei colleghi scopriranno insieme a voi il testo che ho scelto di affrontare per descrivere il mio tempo.

Il mio è un tempo che non c'è. Quando ne vorrei ancora, quando vorrei prenderlo a piene mani e metterlo da parte. Quando sta per scadere, io mi rendo conto che il tempo esiste, e questo è il motivo che mi ha spinto a leggere L'ultimo giorno di un condannato a morte di Victor Hugo. La trama è nel titolo, in quel giorno, che è l'ultimo, di una persona che sa di dover morire. Non sa esattamente quando, ma sa che è questione di poco, questione di tempo, e cesserà di esistere. Il protagonista pensa a sua figlia, che è troppo piccola e ancora non ha imparato a conoscerlo. Come potrà saziarsi della mia mancanza con un'immagine di me che non è ancora completa? Soprattutto, cosa resterà di me, se non riesco ad attecchire in lei? È questo che più fa paura, al di là della morte stessa: pensare di non essere più, per sempre

Il mio è un tempo già trascorso, in cui tutto è quasi compiuto. Ma qualcosa si può fare, ancora qualcosa. L'ultimo giorno è il tempo che ti resta per essere ancora te stesso, il te stesso che tutti riconoscono in te. Io ci credo, quando mi sveglio dalla parte giusta del letto.

Come sempre, è stato un piacere leggere insieme a voi.



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