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24 giugno 2014

Sul diritto di critica. Che sì, ma fino a un certo punto

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Sul diritto di critica - Fonte

Il diritto di critica. Del blogger, del lettore. Una cosa del tipo: io ho letto il libro che tu hai scritto ed ho il diritto, ho la libertà di giudicarlo come più mi aggrada. Perché io dico la mia, che non per forza deve essere giusta (anche se credo lo sia). Perché sono le mie opinioni e le opinioni sono insindacabili. Cosa fai? Te la prendi? Sei tu che hai deciso, consapevolmente, di concederti al pubblico giudizio, sei tu che hai voluto stampare il tuo nome in copertina. Hai preso posto nello scaffale delle novità? Ti sei fatto spazio? Sei comodo? Bene, ora non puoi tirarti indietro. Ora tu devi ascoltare quello che io ho da dire. E rispettarlo. E zitto. Zitto e mosca.

Il diritto di critica. Fino a un certo punto però. La libertà è un diritto inviolabile, su questo non si discute. E la libertà si dirama in miliardi di direzioni. La libertà è, o almeno dovrebbe, essere implicita in ogni gesto, in ogni progetto d'azione. Tra tante, la libertà d'opinione; avere un'idea e manifestarla è forse la facoltà che più abbiamo faticato a conquistare. Ma ora è nostra, e che Zeus ci fulmini se pensassimo di retrocedere.

Se questo è vero, è vero anche che la libertà dell'uno finisce dove inizia quella dell'altro. È vero anche la libertà di pensiero deve essere esercitata con temi, modi e intenzioni che non mirino a ledere le manifestazioni altrui. Un'opinione è una facoltà, non un alibiCi nascondiamo un po' troppo spesso tra le pieghe della soggettività. Come se non ci fosse responsabilità a manifestare un parere, come se tutto fosse concesso. 

Hey, non hai letto il cartello? C'è scritto OPINIONE. Fila via!

Non è mia intenzione salire in cattedra e agitare lo scettro della ragionevolezza. Ma posso neanche accodarmi ad una causa di cui condivido il fine ma rigetto i mezzi. La critica, se costruttiva, è la fonte dell'eterna giovinezza. Un autore accorto sa che è un canale, l'unico forse, dal quale poter attingere idee e suggerimenti affinché la scrittura si rinvigorisca di nuova energia. La critica, se negativa, è un dramma. È la castrazione di ogni impulso creativo. È un anno di carestia. Pretendiamo che l'autore rispetti il nostro giudizio, a prescindere. Che non se la prenda se apostrofiamo il suo libro con un paio di dispregiativi d'ordinanza. Che sia in grado di distinguere da solo. Che sia umile e intelligente. Che sia elastico. Che accetti, senza replicare. E se proprio vuole obiettare che lo faccia con garbo e cortesia. Se il libro non mi è piaciuto non è colpa mia. E poi questa è la mia opinione.

È un brutto libro. Perché
Non mi ha lasciato nulla. Perché?
Lo stile non mi piace. Perché

Se si vuole esercitare il diritto di critica — e io apprezzo chi lo fa — è fondamentale, però, riuscire ad argomentare le sentenze; difendere la posizione, cementare il giudizio su fondamenta solide e concrete. Questo non sempre accade. Sempre più spesso si leggono recensioni che appaiono più come agglomerati di insulti che riflessioni di lettura. Quasi sempre, questi articoli mi lasciano perplessa. Del libro non capisco nulla, non riesco a decidere se possa interessarmi o meno. Capisco però che se fossi l'autore, metterei l'umiltà da parte e replicherei. Eccome se replicherei.


C'è modo e modo. C'è critica e critica. Ma questa è solo la mia opinione.



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17 giugno 2014

Svanire di Deborah Willis

Mi piacciono i racconti perché non lasciano spazio per nascondersi. L'autore non può tirarsi fuori dai guai con le chiacchiere: nel giro di pochi minuti raggiungerò l'ultima pagina, e se non ha niente da dire me ne accorgerò. 
Cosa c'è di così sorprendente in un raccontoJonathan Franzen, nella citazione che ho tratto da Più lontano ancora, ci suggerisce che è qualcosa che ha a che fare con la verità. L'autore ha poco più che un paio di battute per introdurre i suoi personaggi: qualche frase di apertura, alcune coordinate spazio-temporali e poi, senza ma e senza se, un solo colpo per raggiungere fulcro della storia, il cuore.

Al di là dei casi editoriali, a prescindere dal "romanzo più bello che leggerete quest'anno", ci sono libri, molti libri, che non ottengono il giusto riconoscimento presso i lettori. Alcune volte neanche ci arrivano alla porzione più corposa di pubblico. Questi libri vogliono essere cercati, vogliono essere scelti. Certi libri. Libri come Svanire di Deborah Willis.

Svanire-Deborah-Willis-racconti
Svanire è una raccolta di racconti magnifica. Per stile, per spessore. Per odore e colore e sapore. Era da tempo che non leggevo con tanta voracità, da tempo non provavo quella sensazione di empatia, di accoglienza reciproca, che si crea tra scrittore e lettore. Rara, fragile. Emozionante. Deborah Willis gioca a scomporre il tempo: i giorni diventano ore, le ore secondi. Prende una porzione di vita e la rallenta. Poi la dilata, tirandola da parte a parte, fino al punto in cui la trama diventa così sottile che si riesce a guardare attraverso, al punto che la realtà si denuda di ogni finzione scenica, al punto che basterebbe un tocco in più per perdere l'equilibrio. 
Lui potrebbe aspettare che passi; e passerà, in fretta. Lei guarderà l'orologio e andrà via. Lo sa perché anche lui conosce la solitudine. Ne conosce i piacere e il potere. Sa che è una casa in cui si vive, un posto in cui puoi guardare i tuoi dolori fluttuarti intorno come un nugolo di pesci. È anche un'abitudine, e lui sa quanto diventi radicata e come crei dipendenza. Lei potrebbe odiarlo se la spingesse via da quelle acque scure. All'inizio farebbe male. E forse anche poi. Eppure, tende la mano a raggiungere la sua. Lei gliela lascia tenere per un secondo, forse due.  
Poi lascia scivolare via la mano e controlla l'orologio. — Ma guarda. — si alza. — Tempo scaduto.
Il tema della sparizione è il filo conduttore che lega i quattordici racconti presenti nel libro, ma l'autrice ha ammesso - in un'intervista - di aver iniziato a scrivere senza seguire un argomento preciso; l'editore, in un secondo momento, ha notato quanto e come i testi fossero collegati e ha deciso di titolare l'intera raccolta Vanishing and other stories. La presenza dell'assenza, in ogni brano, è così prepotente che pensare sia solo un caso è incredibile. 

Svanire, scomparire. E dopo? Come si reagisce alla sparizione? Come la affronta chi decide di restare? Il confronto è inevitabile. Con la persona che non c'è più ma, ancora, con la persona che noi stessi saremmo potuti diventare. "Il padre che sarei stato se mio figlio fosse ancora qui". "La moglie che sarei potuta essere se non lui non fosse andato via". Centinaia di noi stessi persi nelle dimensioni che non vivremo mai. Spariti, anche noiSvanisce un momento, un attimo di felicità. Svanisce un'opportunità, una speranza. Svanisce un'illusione. Ci amiamo, per disperazione. Per sopperire alla mancanza con qualcosa che sembra, ma che poi magari non è.  

In uno dei miei racconti preferiti, Fuga, il protagonista è un uomo che "aveva guardato sua moglie che spariva pezzo a pezzo". Per sopperire alla mancanza, riversa il dolore nel gioco d'azzardo. Col passare del tempo, tra l'uomo e la croupier del locale si crea un rapporto; ogni sera i due, tra un turno e l'altro, si fermano a parlare. Lei si diverte a stupirlo con qualche trucco con le carte. Lui osserva la grazia delle mani, ne ammira l'agilità. Lei gli racconta di quando portava in giro per il mondo spettacoli di magia: era Miranda l'incantatrice. Lui inizia a seguirla, ad aspettarla per ore, a dormire in macchina. Un giorno lei esce dal locale per tornare a casa, è stanca e non si accorge di lui. Lui la segue. Lei se ne rende conto, frena, scende dall'auto e si piazza al centro della strada. Lui non decelera e procede, verso di lei. Poi rallenta, ferma l'auto e la raggiunge.
— Sei un pazzo? Stai per ucciderti e vuoi dare la colpa a me?
— Non credo.
— Probabilmente hai perso tutto. — Lei incrocia le braccia. — La gente poi si comporta male.
— Voglio solo sparire. Puoi farlo?
— Non dormi mai? Non hai un lavoro?
— Per favore, Miranda.
— Non è così semplice. Ci vogliono gli oggetti di scena e un palco attrezzato e del ghiaccio secco per quella roba.
— Io voglio solo sapere come ci si sente.
Diventa quasi un'esigenza, una necessità. L'unica ragione.
Per lasciar fare, per svanire, per dimenticare se stesso. Per esistere in un'altra pelle, e poi (sulla lunga, buia strada verso casa) tornare se stesso, con il sapere degli altri. Per fuggire. Era l'unico modo per vivere.


***
Svanire, Deborah Willis. Del Vecchio editore, 2012. Traduzione di Paola Del Zoppo e Anna Baldini.

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3 giugno 2014

La Campania, il premio Strega, l'altro lato della cultura

Se il sud non legge è perché è troppo impegnato a scrivere. Domenica 1 Giugno, nell'ambito del Festival culturale di Capua Il luogo della lingua, ho partecipato all'evento La Campania al Premio Strega, un incontro basato sulla presentazione dei libri, scritti da autori campani, che concorrono per il Premio Strega 2014

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I protagonisti della discussione sono stati Francesco Piccolo (Il desiderio di essere come tutti, Einaudi), Elisa Ruotolo (Ovunque Proteggici, Nottetempo) e Paolo Piccirillo (La terra del sacerdote, Neri Pozza). Inoltre, la Campania è presente nella rosa dei candidati con Antonella Cilento (Lisario o il piacere infinito delle donne, Mondadori) e Antonio Scurati (Il padre infedele, Bompiani). Durante la presentazione, l'attore Marco D'Amore ha letto alcuni passaggi dei tre libri presentati; Barbara Rossi Prudente e Carla D'Alessio hanno condotto il dibattito focalizzandosi su quelli che sono i punti di contatto degli scrittori, esaltandone le differenze stilistiche. 

I concorsi creano sempre grandi polemiche: c'è chi parla di vincitori già stabiliti e chi sottintende accordi che spingerebbero un romanzo a discapito dell'altro. A tal proposito, uno spettatore è intervenuto nella discussione chiedendo agli scrittori di confermare che lo Strega è un concorso nel quale vincono i libri e non le raccomandazioni. A questa domanda, tendenziosa e provocatoria, è stato risposto che se effettivamente i candidati campani fossero sostenuti da un appoggio diverso dalla qualità del romanzo stesso, probabilmente la Campania, a causa dell'immagine che vanta oggigiorno, non sarebbe arrivata neanche alle selezioni. 

Io, a dir la verità, non mi pongo troppe domande. Sono orgogliosa che la statistica sia a nostro favore (5 campani su 12 candidati non è cosa di poco conto), ma rimando ogni sorta di giudizio. Preferisco leggere e poi, nel caso, criticare. E allora, mentre io leggo, voi date un occhio a trame e copertine. Guardiamoli, studiamoli, assaggiamoli. Proviamo a capire se la Campania merita davvero di concorrere per lo Strega14. 

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I funerali di Berlinguer e la scoperta del piacere di perdere, il rapimento Moro e il tradimento del padre, il coraggio intellettuale di Parise e il primo amore che muore il giorno di San Valentino, il discorso con cui Bertinotti cancellò il governo Prodi e la resa definitiva al gene della superficialità, la vita quotidiana durante i vent'anni di Berlusconi al potere, una frase di Craxi e un racconto di Carver. Se è vero che ci mettiamo una vita intera a diventare noi stessi, quando guardiamo all'indietro la strada è ben segnalata, una scia di intuizioni, attimi, folgorazioni e sbagli: il filo dei nostri giorni.
Francesco Piccolo ha scritto un libro anomalo e portentoso, che è insieme il romanzo della sinistra italiana e un racconto di formazione individuale e collettiva: sarà impossibile non rispecchiarsi in queste pagine (per affinità o per opposizione), rileggendo parole e cose, rivelazioni e scacchi della nostra storia personale, e ricordando a ogni pagina che tutto ci riguarda. «Un'epoca - quella in cui si vive - non si respinge, si può soltanto accoglierla».

Il desiderio di essere come tutti, Francesco Piccolo. Einaudi, 2014.


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Agapito è un uomo burbero e solitario, arido e secco come la sua terra, violento e duro come l’inverno degli Appennini. Tanti anni prima aveva provato a fuggire la povertà della sua terra, il Molise, emigrando in Germania;  era divenuto sacerdote ma ormai di quel saio e della promessa fatta prendendo i voti è rimasto solo un soprannome. Dalla Germania è tornato con un segreto troppo grande e ha barattato il suo silenzio con la terra su cui vive. Una terra maledetta che non dà frutti, morta come la sua anima.Quando Agapito scopre la ragazza nascosta nel fienile si trova di colpo al centro di un affare molto più grande di lui; la ragazza è un’immigrata clandestina, portata con l’inganno dall'Est dell’Europa e costretta a ripagare il passaggio in Italia in modo disumano: rinchiusa come un animale in gabbia e utilizzata per partorire figli da destinare all'adozione o al traffico d’organi. Agapito è incuriosito da quella ragazza, tanto strana da riuscire addirittura a far crescere qualcosa sulla sua terra e decide di non mandarla via ma di subentrare ai precedenti “carcerieri” mettendo a disposizione della malavita la sua casa e la sua proprietà come “allevamento” per questa e altre ragazze. Da quel momento Agapito si troverà di nuovo chiamato a fare i conti con le proprie scelte e con la propria anima, o almeno con quell'unico briciolo non ancora barattato con il pane e la sopravvivenza quotidiana. Alla fine proverà a salvare una vita e non a toglierla, come accadde in Germania, provando a dare tutto se stesso per amore di qualcun altro. Le regole del potere però sono antiche e le persone vivono da troppo tempo piegandosi alla legge del più forte. È così che una storia di sopraffazione e violenza non può trovare uno sbocco pacifico solo attraverso una redenzione personale: anche la fede in nuove possibilità deve sanguinare e lottare.

La terra del sacerdote, Paolo Piccirillo. Neri Pozza, 2014.


ovunque-proteggici-Ruotolo-nottetempo
In una giornata qualsiasi dei suoi cinquant'anni, Lorenzo Girosa riceve una lettera in cui qualcuno mostra di conoscere un segreto che da anni ha smesso di tormentarlo: un delitto commesso quando era poco più che bambino. Tentando di riannodare i fili di quell'epoca remota, Lorenzo racconta della grande villa in cui ha vissuto, generosa negli spazi ma gravata dalla malasorte di casa senza figli, e della sua famiglia fatta di uomini inconcludenti e donne compromesse. È la storia del nonno Domenico che cerca fortuna in America, di suo padre Nicola che senza un mestiere e un talento diventa un rude saltimbanco chiamato Blacmàn, di sua madre Francesca che scappa di casa per andare sulla pubblicità del sapone LUX. Tutti loro rivivono nello sguardo di Lorenzo che, nascosto dietro le tende di una Villa Girosa ormai deserta, è ben determinato a proteggere quanto di oscuro c’è nel proprio passato. Con una prosa classica e una lingua di carne, Ovunque, proteggici denuncia la forza di un destino che è scelta e di un sangue che si riconosce solo nelle ferite.

Ovunque, proteggici, Elisa Ruotolo. Nottetempo, 2014.


In questi casi, che vinca il migliore.



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