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29 aprile 2014

Tante cose, e ancor più eventi (internazionali, s'intende)

Un po' di fatti di cui parlare. Il primo è un evento a cui partecipo ogni anno e che mi predispone a pregressi accumuli di allegria compulsiva: il ComiconCos'è il Comicon? È il Salone internazionale del fumetto, giunto alla 16° edizione, che si svolge in quel di Napoli. Ve ne ho parlato, ricordate? Qui, nello specifico. È un raduno di folli, c'è poco da sindacare; non esiste persona che riesca a restare indifferente, una volta varcato il "portone dimensionale", al clima giocoso e surreale della fiera. Quest'anno il tema del festival è Fumetto & Cinema, un'accoppiata che mi garba assai. L'evento si terrà dall'1 al 4 maggio alla Mostra d'Oltremare di NapoliVi rimando al sito web del Napoli COMICON per tutte le informazioni del caso. 

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Salone Internazionale del fumetto
1-4 maggio 2014

Il secondo è un evento a cui non ho mai assistito per questioni logistiche: il Salone internazionale del libro. Che si svolge a Torino, che non è proprio dietro l'angolo. Ma quest'anno il richiamo è stato troppo forte e come il più stolto compagno di Ulisse mi sono lasciata abbindolare dal canto della letteratura. La fiera si terrà dall'8 al 12 maggio a Torino Lingotto FiereAncora, i dettagli li trovate su Salone internazionale del libro.

E qui ne ho un'altra da dirvi: stiamo organizzando un evento nell'evento, una sorta di incontro per cuori cartacei. L'idea è quella di vederci, sfruttando l'assemblaggio offerto del Salone. Un saluto, un abbraccio, quel poco che basta per dimostrare che non siamo solo aria e parole. I particolari sono ancora in fase di assestamento ma potrete seguire l'organizzazione dell'incontro attraverso una pagina che abbiamo creato per meglio definire orario e luogo.

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Salone Internazionale del libro
8-12 maggio 2014

E poi, con i miei tempi, ma ci arrivo anch'io. Ai ringraziamenti, che mi mettono sempre un po' a disagio. Ma le parole con le quali alcuni amici hanno apostrofato il blog mi hanno riempito il cuore fino all'orlo. Perché sostanzialmente questa sono io, messa nero su bianco, appiccicata ad articoli che, ogni tanto, parlano anche di libri. E dunque, ad Alessandra di Libri nella mente, a Camilla di Bibliomania, a Michele di Scrivere per casoa Sal, l'amico di Argonauta Xeno, al collega oscuro di The obsidian mirrorErica, che è sempre meno Erica e sempre più La Leggivendola, a tutti va il mio grazie tondo e pieno. Leggeteli loro, che sono dei tipi tosti. 

Basta però, che le smancerie non fanno tendenza.
Ricapitolando, vi aspetto lì e lì.
Mi raccomando. E grazie.



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24 aprile 2014

Il vagabondo delle stelle - Jack London

Sono Darrell Standing. Fra non molto mi porteranno fuori di qui per impiccarmi. Prima di allora, voglio dire ciò che serbo dentro di me e parlare, in queste pagine, di altri tempi e altri luoghi.
Ho sulle spalle l'ebbrezza di un viaggio durato cento vite. Ho visto il mare lambire le coste di un'isola sperduta nell'oceano del Sud, ho mangiato carne di foca essiccata al sole e ho leccato gocce di rugiada dagli spuntoni delle rocce. Ero su una delle quaranta carovane dirette in California, intenta a razionare illusioni e polvere da sparo. Ho governato città e province, poi ho mendicato, in quelle stesse strade cementate col mio nome. Sono stata Guillaume De Sainte-Maure, sono stata Jesse Fancher, Adam Strang, Daniel Foss e molti altri ancora. Prima di tutti però, io sono stata Darrell Standing, condannato a morte, recluso in una cella di isolamento del carcere di San Quentin. L'isolamento scatta per un'errata attribuzione di colpe: un detenuto accusa Standing di aver nascosto una bomba all'interno del penitenziario; il direttore del carcere isola l'accusato e lo tortura per costringerlo a svelare l'ipotetico nascondiglio. L'imposizione della camicia di forza è la pena più difficile da sopportare: la costrizione continua al torace non concede che qualche insoddisfacente boccata d'ossigeno. E il peggio viene dopo, quando la punizione è finita, l'imbragatura è slegata, e la circolazione sanguigna torna a scorrere: ogni punto del corpo, esasperato dall'immobilità, sembra poi espandersi fino a lacerarsi.
Ma la vita continuava a scorrere in me prepotentemente.
Astrarre la mente, portarla oltre il corpo. È la materia che deve essere soppressa affinché lo spirito sia libero. Glielo suggerisce Ed Morrell, compagno di sorte e veterano del padiglione d'isolamento insieme a Jake Openheimer. I tre detenuti comunicano battendo le nocche delle dita contro il muro delle celle. Ci prova, Standing, ad annullare il corpo, a farlo morire; pezzo per pezzo la materia cessa di esistere, lo spirito abbandona il suo involucro e viaggia oltre il tempo. È così che ha la conferma di quello che ha sempre sospettato: che lui è Darrell, adesso, in questa vita, detenuto e condannato a morte, ma non è sempre stato così. Non è sempre stato lui. Molte esistenze si sono avvicendate nel suo essere. 

La materia non ha memoria: non riporta l'impronta di chi, prima di adesso, ha indossato strati di vita per esistere nel suo tempo. È la collera rossa, l'urlo disumano, la sofferenza primordiale, a congiungere tutte le esperienze in un unico accumulo di eternità. 
La carne è cosa vana, è cosa di poco conto.
Jack London, con questo romanzo, sazia la sete di ogni lettore. Il vagabondo delle stelle è un viaggio che soddisfa gli adepti più selvaggi dello scrittore - ogni vita è un racconto d'avventura in perfetto stile londoniano - e forse non l'avrei così apprezzato se non fosse anche un trattato sul tema della reincarnazione dello spirito e, non per ultimo, un atto di denuncia contro le condizioni carcerarie dell'epoca e, ancora, contro la pena di morte come azione punitiva. Nessuna civiltà, afferma London, degna di essere considerata tale, dovrebbe basare il proprio sistema governativo su una pratica che mira ad annullare la dignità dell'essere umano, o a sentenziare sulla vita altrui, nei casi più estremi. Sempre che la morte lo sia, la pena peggiore. 

Sono tornata. Vi porto in dono sale grezzo, fiori di ciliegio e polvere di stelle.


Il-vagabondo-delle-stelle-London-libroJack London
Traduzione di Stefano Manferlotti
Adelphi
2005 (IX edizione)
pp. 400
ISBN 9788845919701
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22 aprile 2014

Tanta di quella vita che non potrete mai venirne a capo

È la vita a costituire l'unica realtà e il vero mistero. La vita è molto più che semplice materia chimica, che nelle sue fluttuazioni assume quelle forme elevate che ci sono note. La vita persiste, passando come un filo di fuoco attraverso tutte le forme prese dalla materia. Lo so. Io sono la vita. Sono passato per diecimila generazioni, ho vissuto per milioni di anni, ho posseduto numerosi corpi. Io, che ho posseduto tali corpi, esisto ancora, sono la vita, sono la favilla mai spenta che tuttora divampa, colmando di meraviglia la faccia del tempo, sempre padrone della mia volontà, sempre sfogando le mie passioni su quei rozzi grumi di materia che chiamiamo corpi e che io ho fuggevolmente abitato. Guardate: questo dito, così sensibile, così pronto ad accogliere sensazioni, così delicato nelle sue molteplici abilità, fermo e forte a sufficienza per flettersi, piegarsi o irrigidirsi per mezzo di leve straordinarie, ebbene questo dito non sono io. Mozzatelo. Io continuo a vivere. È il corpo ad essere mutilato, non io. 
[...] Molto bene. E ora tagliatemi tutte le dita. Io resto "io", lo spirito rimane integro. Tagliatemi tutte e due le mani, tutte e due le braccia all'altezza dell'attaccatura delle spalle, tagliatemi le gambe all'altezza dei fianchi ed io sopravviverò, indomito e indistruttibile. Forse che queste mutilazioni, queste sottrazioni di carne, tolgono qualcosa al mio io? Certamente no. Radetemi i capelli a zero, toglietemi a rasoiate le labbra, il naso, le orecchie, sì, cavatemi gli occhi fino alla radice: entro quel teschio informe attaccato a un tronco mutilato e mozzo ancora vive una cellula di carne chimica che è il mio io intatto, integro.Ma il cuore batte ancora! Molto bene, strappatemelo. Meglio ancora, infilate ciò che resta della mia carne in una macchina provvista di mille lame, fatene brandelli ed io - non capite? - IO, vale a dire lo spirito, il mistero, il fuco vitale, la mia stessa vita, resteranno liberi. Io non sono perito. Solo il corpo è morto, ma il corpo non è il mio io.
(da Il vagabondo delle stelle di Jack London. Adelphi, 2005. Traduzione di Stefano Manferlotti)


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18 aprile 2014

E non disse nemmeno una parola di Heinrich Böll

È un fatto strano, ma è così che succede. Succede che quando lascio correre del tempo prima di riprendere a scrivere io perdo la voce. Non è mancanza di argomenti, ma è proprio l'attitudine a comunicare che viene meno. È questione di confidenza, come se dovessi ogni volta alzarmi in piedi e presentarmi alla classe: nome, cognome, indirizzo, sono nata, ho vissuto. L'interlocutore virtuale è vasto e indefinito. Chi sei tu, che leggi quello che io scrivo? Cosa c'è delle tue esperienze in quello che sei oggi? Come passi il tuo tempo? Cosa c'è che non va? Cosa mi nascondi? Qual è il tuo dolore? E la tua destinazione? Quanto è importante la libertà? 

Per me è aria, la libertà, aria che non mi spetta. Che io non mi concedo più. Ho il fiato corto, qualche volta. Il mio respiro se l'è preso una rosa. Io ci morirei per quella rosa.

Ti dico cose di me che non sai, e più mi insegui e più continui a perdermi. Ho letto un libro, si chiama E non disse nemmeno una parola. È un libro di Heinrich Böll. Credo sia poco conosciuto, o forse è solo che mi piace pensare che sia così. A volte faccio fatica ad approcciarmi a testi già apprezzati da altri, come se non riuscissi a costruirci un rapporto con qualcuno che non sarà mai proprio mioParla di un uomo e di una donna che si amano, ma che non possono stare insieme. Lui non ci riesce. Non è capace di restare fermo a guardare la povertà che, pezzo a pezzo, logora il sorriso della sua famiglia. È una cosa che gli danna l'anima, perché non può risolverla. L'impotenza e il senso di colpa. È intollerabile vivere con loro. Lui va via. Ma è intollerabile vivere senza di loro. S'incontrano, moglie e marito, in quel piccolo spazio di vita che resta dopo aver dato udienza ad ogni impegno. A cercare un resto, oltre al resto. Come due assassini, si nascondono alla luce del giorno e alla condanna del proprio orgoglio. Ma quanto a lungo si può sfuggire? Quanto altro amore c'è?
— Parlate di me, qualche volta?
— Sì. Mi chiedono dove sei e io rispondo che sei malato.
— Sono malato davvero?
— Sì, sei malato.
Non essere stato in grado di. È una malattia. Avrei dovuto. Non avrei potuto. Se avessi saputo.
Cosa mi nascondi? Qual è  il tuo dolore?



E-non-disse-nemmeno-una-parola-Heinrich-BöllHeinrich Böll
E non disse nemmeno una parola

Traduzione di Italo Alighiero Chiusano
Mondadori

1998 (XV edizione) 
pp. 182
ISBN 9788804455622
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11 aprile 2014

Malanni da scrittura? Ci pensa il Dottor Jack London

Gli scrittori non leggono. È una piaga sociale, un po' come la moda dei leggins leopardati. Gli scrittori che non leggono si riconoscono subito; ci sono dei meccanismi che devono scattare nello stesso istante affinché il macchinario produca la giusta melodia. Gli scrittori che non leggono non riescono a trovare il giusto equilibrio tra sostanza e forma: spesso si lasciano andare a virtuosismi inutili, garbugli di parole che non significano nulla. Oppure scarnificano la scrittura più del necessario, per essere originali, tralasciando particolari che potrebbero dare più spessore alla narrazione. Ma la caratteristica più grave che ho riscontrato è che gli scrittori che non leggono sono egocentrici: lasciano andare il lettore, perché sono troppo presi a seguire se stessi. E non se ne rendono neanche conto, perché partono dall'assunto, sbagliato, che scrivere una storia e infilarci qualche dramma sia un modo più che sufficiente per attirare l'attenzione. Per contro, molti lettori sono incuriositi dalla scrittura. Queste creature non hanno mire particolari, non pretendono di riversare spremute di vita in libri con il loro nome in copertina, ma sono interessati a capire i retroscena dello spettacolo che si ripropone loro a ogni giro pagina. Come fai? Spiegamela, questa magia.

Io subisco il fascino della scrittura; mi piace sfogliare testi da quali posso imparare dettagli sullo stile, sul ritmo, sulle tecniche narrative più adeguate, sulla caratterizzazione dei personaggi o sulla scelta dell'ambientazione. Ora, esistono manuali di tutti i tipi, per tutte le occasioni e per tutte le tasche. Un articolo che vi consiglio sull'argomento è quello che Alessandro Cassano ha scritto per un intervento sul blog Penna blu di Daniele Imperi: è una lista di libri sulla scrittura che Alessandro ha letto e apprezzato (oppure no, a seconda). Certo è che, più complesso è il manuale, più è difficile da seguire. Le problematiche maggiori derivano soprattutto dal fatto che chi come me si approccia alla scrittura in modo amatoriale, non ha le basi sufficienti per assimilare i concetti nel modo giusto.

Quando sono alla ricerca di un saggio sulla scrittura leggero, veloce e diretto, io mi affido alla collana Filigrana targata Minimum fax. Mi rendo conto che dichiarare una preferenza così sfacciata in questo contesto è politicamente scorretto però credo anche che, così come ci accaparriamo il diritto di denigrare libri senza alcuna professionalità, è giusto rendere il merito quando lo si riconosce. L'ultimo saggio della collana che ho letto è Pronto soccorso per scrittori esordienti: una selezione, tra lettere e articoli, del materiale prodotto da Jack London. Bel tipo, lui. Prima di questa raccolta, London era per me uno scrittore candido e lieve che, con Il Richiamo della Foresta, aveva sfiorato la mia infanzia. Ora, London è per me un "realista selvaggio", così come lo descrive la quarta di copertina del romanzo Il vagabondo delle stelle. 

London afferma che ci sono diversi tipi di scrittori e ognuno di loro si distingue in base al significato che dà al concetto di ambizione; se l'ambizione tende a raggiungere un appagamento personale, al libro – l'espressione artistica di sé – non seguirà necessariamente uno sforzo di pubblicazione. Lo scrittore che mira a mercificare il suo lavoro è spinto anche da altri scopi. Tralasciando coloro che ambiscono soltanto al riconoscimento sociale, i professionisti di settore, e qualche eccezione che conferma la regola, gli scrittori che incarnano una sana ambizione si dividono in due categorie: «quelli che hanno, o pensano di avere, un messaggio di cui il mondo ha bisogno o che sarebbe felice di conoscere; e quelli la cui vita è stata piantata su un terreno duro e in luoghi sterili, dove bisogna lottare per soddisfare le necessità del ventre.»

Abbandonate ogni slancio romantico, o voi che scrivete! Per London la scrittura è un mestiere; un'arte, sì, ma anche un mezzo per placare i bisogni primari, i secondari e, se si è abbastanza svegli, anche quelli collaterali. La conclusione è: se è scrivere quello che ti viene meglio, allora impegnati al massimo affinché la tua attività possa essere un piacere per gli altri e una fonte di guadagno per te.
Chiedetelo ai direttori delle riviste, agli editori, ai librai, al pubblico dei lettori, e la risposta sarà: "Soldi". E adesso l'idealista o il sognatore che si è lasciato trascinare fin qui farà meglio a tornare indietro. La questione si sta facendo brutale. Soldi? Sì, soldi! Perciò ficcate di nuova la testa fra le nuove e lasciateci in pace. È un peccato, lo sappiamo, che noialtri non ci accontentiamo di un tozzo di pane e una veste da mendicante; ma del resto, sapete, non siamo altro che argilla.
Affermazioni sprezzanti, che lasciano poco spazio a penne palpitanti d'emozione. Ma questo è il pensiero di Jack London, questa è la filosofia che si è costruito fondendo esperienze e riflessioni (London ha sempre avuto problemi economici e prima di diventare scrittore a tempo pieno si cimentò in ogni genere di lavoro: il pescatore di ostriche, il cacciatore di balene, il corrispondente di guerra, il pugile, il cacciatore d'oro).

Il concetto di "filosofia di vita" è uno degli spunti più interessanti di tutta la raccolta. London insiste sulla necessità di sapersi distinguere perché l'originalità è l'unico modo attraverso il quale uno scrittore può far valere la propria voce in un modo così pieno di persone che hanno qualcosa da dire. Avere un'impronta distinta, chiara e personale è importante. Non è fondamentale che le vostre idee siano affini al pensare sociale, «non c'è nulla di male nel fatto che la vostra filosofia di vita possa essere sbagliata, basta che ne abbiate una e ve la teniate stretta". Per raggiungere una filosofia che sia personale, piena e concreta, occorre affidarsi allo studio. Non ci si improvvisa scrittori. Bisogna prepararsi, confrontarsi, approfondire, toccare con mano il pulsare più profondo delle cose.

Ambiziosi, originali e preparati
. Così dovrebbero essere gli scrittori, secondo Jack London. E pure secondo me. Ah, a proposito dell'egocentrismo degli scrittori, il Dottor Jack si esprime così:
Trattandosi di narrativa, il lettore non vuole le tue dissertazioni sull'argomento, le tue osservazioni, il tuo sapere in quanto tale, le tue opinioni su tutto... Però metti tutte queste cose che ti appartengono NELLE STORIE, NEI RACCONTI, ELIMINANDO TE STESSO (tranne quando prendi parte all'azione in prima persona). E QUESTA SARÀ L'ATMOSFERA, E QUEST'ATMOSFERA SARAI TU, CAPISCI, TU, TU! [...] La creazione dell'atmosfera implica sempre l'eliminazione dell'artista, vale a dire, l'atmosfera è l'artista; e quando manca l'atmosfera e tuttavia l'artista è presente, vuol dire semplicemente che il meccanismo letterario cigola e che il lettore riesce a sentirlo.


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Jack London
Pronto soccorso per scrittori esordienti
Traduzione di Andreina Lombardi Bom
Minimum fax
2005
pp. 114
ISBN 988875210705

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8 aprile 2014

Devi toccare con mano il pulsare più profondo delle cose

E allora tu, giovane scrittore, hai qualcosa da dire, o credi soltanto di avere qualcosa da dire? Se ce l'hai, nulla potrà impedirti di dirlo. Se sei in grado di pensare cose che al mondo piacerebbe sentire, la forma stessa del pensiero già ne è l'espressione. Se pensi con chiarezza, scriverai con chiarezza; se i tuoi pensieri sono meritevoli, altrettanto meritevole sarà la tua scrittura. Ma se il tuo modo di esprimerti è scadente, è perché i tuoi pensieri sono scadenti; se è limitato, è perché tu sei limitato. Se hai le idee confuse e ingarbugliate, come puoi aspettarti di esprimerle con lucidità? [...] Come puoi percepire a livello qualitativo e quantitativo l'importanza relativa di ogni briciola di conoscenza che possiedi? E senza tutto questo come puoi essere mai te stesso? Come fai ad avere qualcosa di originale da proporre all'orecchio ormai sazio del mondo? L'unico modo per conquistarsi questa filosofia è cercarla, estraendo dalla conoscenza e dalla cultura del mondo i materiali che vanno a comporla. [...] Il tempo! Quando dici che non ne hai, vuoi dire che non lo utilizzi con economia. Hai imparato a leggere davvero? Quanti raccontini e romanzetti insipidi leggi nel corso di un anno, sforzandoti di padroneggiare l'arte della narrazione o di esercitare le tue facoltà critiche? Quante riviste leggi da cima a fondo? Ecco il tempo che ti occorreva, tempo che hai sprecato con la prodigalità di uno sciocco: il tempo che non potrà tornare mai più. Impara a discriminare nella scelta delle tue letture e impara a leggere rapidamente e con accortezza. [...] Leggi il meglio, e soltanto il meglio. Non finire un racconto solo perché lo hai cominciato. Ricorda che sei uno scrittore, per prima cosa, per ultima cosa e per sempre. Ricorda che quelle sono declamazioni di altri, e che, se leggi esclusivamente quelle, potresti ritrovarti a scimmiottarle; non avrai nient'altro di cui scrivere. Il tempo! Se non sei capace di trovare il tempo, stai sicuro che il mondo non troverà il tempo di ascoltarti.
(da Pronto soccorso per scrittori esordienti di Jack London. Traduzione di Andreina Lombardi Bom)


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4 aprile 2014

Leggere la cecità con gli occhi di José Saramago

Per mia colpa, mia grandissima colpa, ammetto di non essere una rilettriceNon integrale, almeno. Parziale sì, parziale tanto. Tanto che capita di riprendere Jane Eyre e cercare sempre lo stesso passo: quello nel quale Rochester si traveste da chiromante per carpire il mistero celato negli occhi della timida insegnante. Quelle volte, più uniche che rare, in cui mi sale l'onda romantica. Stesso discorso quando sfoglio Cime tempestose. Ma in linea di massima non sono incline alle riletture complete; se un libro mi è piaciuto preferisco conservare quella prima emozione e se un testo non mi ha impressionato è difficile che lo rivalorizzi in un secondo momento. 

In generale, io non cambio idea. O meglio, io cambio sempre idea. È difficile che io abbia una sola idea per più di cinque minuti, motivo per il quale non posso mai modificarla. In genere. Con i libri no. Con i libri è tutto o niente, e subito. Non è presunzione, è una deduzione logica fondata su una ventennale frequentazione, turbolenta e passionale, con il mio essere me. Ed è una mia coerenza, non una coerenza globalizzata, perché se quel libro a me non è piaciuto, continua a non piacere a me, una bambina distratta che, tunica a sacco e ginocchia sbucciate, si unisce in coda a quel possente corteo che ci schiera tutti a difesa della carta stampata. Per questo non dubito del mio parere. 

Convinzioni a parte, sapevo che un paio di romanzi avrei dovuto riprenderli prima o poi: uno era Cecità di José Saramago; arrivata all'ultima pagina, mi ero resa conto di non aver dato il giusto peso alla narrazione. E, in effetti, ho scovato cose, tante, in questa seconda trasferta, che prima non avevo considerato. 

In un'epoca imprecisata, in un paese sconosciuto, un uomo diventa cieco da un momento all'altro; dopo di lui, come un'epidemia, la cecità si diffonde tra tutti gli abitanti. Non c'è motivazione che riesca a spiegare il fenomeno: nessuna malattia, nessuna contaminazione. C'è solo il dopo, e dopo è il caos: è l'umanità che si ribella alla civiltà, è la sfida per la sopravvivenza, è l'annullamento di ogni forma di dignità. 

Nel 1998, l'autore ottiene il Nobel per la Letteratura perché "con parabole sostenute da immaginazione, compassione e ironia ci permette ancora una volta di afferrare una realtà illusoria". Affascinante è la potenza simbolica che caratterizza questo romanzo così celebre: la stessa cecità diventa manifesto dell'incapacità umana di distinguere quello che gli occhi non mostrano. Attraverso piccoli espedienti, Saramago ci suggerisce che la condizione umana è precaria. I personaggi, per esempio, non hanno nome: la moglie del medico, la ragazza dagli occhiali scuri, il bambino strabico, il vecchio con la benda nera; ognuno di loro incarna una descrizione generica che può rappresentare tutti e nessuno. La personalizzazione del singolo è direttamente collegata agli attributi che possiede: sottraendo anche uno solo di questi elementi, l'intera costruzione crolla. 

Una donna, immune ai sintomi del contagio, è l'unica testimone di quel che accade alla popolazione: violenza e degrado spogliano gli abitanti di ogni parvenza sociale, rendendoli selvaggi e feroci come e più degli animali. 
Non dimenticarti di quello che siamo, ciechi, semplicemente ciechi, ciechi senza retoriche né commiserazioni, il mondo caritatevole e pittoresco dei poveri ciechi è finito, adesso è il regno duro, crudele e implacabile dei ciechi.
Ogni frase ha una doppia valenza e, seguendo la scia dei simboli tracciata da Saramago, mi sono trovata spesso a riflettere sul significato primo di ogni figura. Ma c'è qualcosa che continua a sfuggirmi: la cecità di Saramago è bianca. Perché accecare i personaggi col bianco? Cosa può significare? Ho sottolineato, per arrivare a una diagnosi, tutti i passaggi nei quali i protagonisti parlano della loro disabilità:
È come se stessi in mezzo a una nebbia, è come se fossi caduto in un mare di latte, Ma la cecità non è così, disse l'altro, la cecità dicono sia nera, Invece io vedo tutto bianco. [...] Si ritrovava immerso in un biancore talmente luminoso, talmente totale da divorare, più che assorbire, non solo i colori, ma le stesse cose e gli esseri, rendendoli in questo modo doppiamente invisibili. [...] Vedo lo stesso bianco, per me è come se la notte non ci fosse. [...] Come in un lenzuolo bianco. [...] E mi dice che è avvenuto all'improvviso, Sì, dottore, Come una luce che si spegne, Più come una luce che si accende. [...] Dice di vedere tutto bianco, una specie di biancore latteo, che gli si attacca, spesso, che gli si attacca agli occhi. [...] Per costoro la cecità non significava vivere banalmente circondati da tenebre, ma all'interno di uno splendore luminoso. 
Il bianco è associato alla luminosità - splendore luminoso - e il mal bianco sembra uno svelamento più che una copertura. Come se la notte non ci fosse, come se le tenebre lasciassero spazio alla luce, alla chiarezza. Possibile che la cecità sia un modo grazie al quale i ciechi acquistano, attraverso la perdita della vista, la capacità di guardare davvero le cose? Sembra un flagello divino, una dimostrazione che assume al tempo stesso le sembianze di un avvertimento e di una lezione.

La scena più intesa si presenta nelle ultime battute della storia, quando la donna che ha sempre visto e continua a vedere si rifugia, con suo marito, all'interno di una chiesa: 
Alzò la testa verso le colonne slanciate, verso le alte volte  [...]. Ora mi sento bene, ma nello stesso istante pensò di essere ammattita, o forse, scomparsa la vertigine, di avere le allucinazioni, non poteva essere vero ciò che le mostravano gli occhi, quell'uomo inchiodato alla croce con una benda bianca a tappargli gli occhi, e, lì accanto, una donna col cuore trafitto da sette spade e con gli occhi tappati anch'essi con una benda bianca, e non c'erano soltanto quest'uomo e questa donna in simili condizioni, tutte le immagini della chiesa avevano gli occhi bendati, le sculture con una striscia di tessuto bianco legata intorno alla testa, i dipinti con una spessa pennellata di pittura bianca, e laggiù c'era una donna che insegnava a leggere alla figlia, e tutte e due avevano gli occhi tappati, e un uomo con un libro aperto su cui era seduto un bambino, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo col corpo trafitto di frecce, e aveva gli occhi tappati, e una donna con una lanterna accesa, e aveva gli occhi tappati, e un altro uomo con ferite alle mani, ai piedi e al petto, e aveva gli occhi tappati, e un altro uomo con un leone, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con un agnello, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con l'aquila, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo che dominava con una lancia un uomo a terra, con le corna e i piedi fessi, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con una bilancia, e aveva gli occhi tappati, e un vecchio calvo con un giglio bianco in mano, e aveva gli occhi tappati, e un altro vecchio appoggiato a una spada sguainata, e aveva gli occhi tappati, e una donna con una colomba, e tutte e due avevano gli occhi tappati, e un uomo con due corvi, e tutti e tre avevano gli occhi tappati, c'era soltanto una donna che non aveva gli occhi tappati, perché li porgeva sopra un vassoio d'argento.
È senza dubbio uno dei brani più violenti di tutto il libro. Proviamo a fare ordine: la donna che vede, la moglie del medico, entra in chiesa e si accorge che tutte le immagini sacre sono state bendate. L'unica figura che è sprovvista di benda è santa Lucia, la donna che porta, offre, i suoi occhi su un vassoio. A chi? All'umanità? La santa sembra porre la propria vista al servizio del mondo così come la moglie del medico presta la propria capacità ai bisogni dei compagni. Il passo continua:
Se è stato il prete a tappare a tappare gli occhi alle immagini [...], quel prete dev'essere stato il più grande sacrilego di tutti i tempi e di tutte le religioni, il più giusto, il più radicalmente umano, colui che è venuto finalmente ad affermare che Dio non merita di vedere.
Non sembra sia  Dio a rifiutarsi di guardare, ma è l'uomo che, sentendosi abbandonato, vieta al divino di posare gli occhi sulle proprie disgrazie, perché, forse, un Padre che non è riuscito a proteggere i propri figli non merita di vedere, non è degno di giudicare le conseguenze di quello che avrebbe potuto evitare.

Tante, troppe domande. Ho provato a rispondere a qualcuna, ma ora, a quadro concluso, ho quasi paura a mettere insieme i pezzi.



Cecità-saramago-libro-feltrinelli
José Saramago
Traduzione di Rita Desti
Feltrinelli
2010
pp. 288
ISBN 9788807721823
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1 aprile 2014

L'incipit di «Sostiene Pereira»

Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d'estate. Una magnifica giornata d'estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell'imbarazzo di metter su la pagina culturale, perché il "Lisboa" aveva ormai una pagina culturale, e l'avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte. Quel bel giorno d'estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte. Perché? Questo a Pereira è impossibile dirlo.
(di Antonio Tabucchi - Feltrinelli, 2013)
Suggerito da Paola del blog Un baule pieno di gente.
Io ve ne ho parlato qui.


Questione di feeling, giocando di prime impressioni.
Inviatemi i vostri incipit preferiti; raccoglieremo i più belli in questa rubrica.

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