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31 ottobre 2013

«The dead have no voice»: Uno dei dispersi di Ambrose Bierce

Non che sia una grande estimatrice del genere ma mi è sembrata una buona idea enfatizzare la mia vena noir in questo giorno di macabri travestimenti e festeggiamenti a tema. Wikipedia ci informa che le origini di Halloween si ricollegano al periodo pre-cristiano, nella fattispecie alla festività di SamhainSamhain è una festa pagana di origine gaelica che si celebra tra il 31 ottobre e il 1° novembre, spesso conosciuta anche come Capodanno celtico; il nome della festività deriva dall'antico irlandese e significa approssimativamente "fine dell'estate". Ma, se alla bella stagione che si fa riferimento, perché allora gingillarsi tra citazioni funeree e dettagli raccapriccianti? 

Secondo l'Oxford Dictionary of English folklore
"Samhain era un tempo per raduni festivi e nei testi medievali irlandesi e quelli più tardi del folclore irlandese, gallese e scozzese gli incontri soprannaturali avvengono in questo giorno, anche se non c'è evidenza che fosse connesso con la morte in epoca precristiana, o che si tenessero cerimonie religiose pagane."
Di conseguenza:
L'associazione centrale col tema della morte sembra affermarsi in un periodo successivo, e appare evidente nella più recente evoluzione della festa, quella moderna, con le sue maschere macabre.  
Un'evoluzione, almeno così pare, una stravagante modernizzazione. E noi, che non c'entravamo nulla con tutto questo, ci siamo appropriati anche di questa particolare ricorrenza. Perché? Perché ogni scusa è buona per far baldoria. E allora, a modo nostro, festeggiamo!

Il racconto che vi propongo oggi è Uno dei dispersi (one of the missing) di Ambrose Bierceautore che ho avuto modo di conoscere tempo fa leggendo Il dizionario del diavolo: un'irriverente campionatura di vocaboli rivisitati in chiave ironica, un vero e proprio dizionario nel quale ogni definizione è corredata da un pizzico di cinismo. Come amore, che diventa "parola inventata dai poeti per far rima con cuore", oppure pace, "nel diritto internazionale, si definisce così un periodo di inganni reciproci compreso fra due fasi di combattimento aperto". E ancora, random: catechismo: una scelta di indovinelli teologici in cui dubbi universali ed eterni vengono risolti con risposte limitate ed evasive; nozze: cerimonia nella quale due persone si impegnano a diventarne una, una persona si riduce al nulla, e il nulla da allora sarà più sopportabile; ozio: intervalli di lucidità nei disordini della vita.

Terminata la divagazione sul diavolo e le sue strambe definizioni, torniamo al nostro racconto. Incluso in Tales of Soldiers and Civilians del 1891, Uno dei dispersi è un racconto di guerra: di un soldato, del suo fucile, di una notte di terrore. È difficile trovare l'opera tradotta, molte edizioni sono fuori produzione già da qualche anno, ma credo che possiate, nel caso foste interessati, recuperare ancora qualche copia di Tutti i racconti:2 che include anche questo brano. Qui, la versione in inglese.

Occhio alle streghe questa notte!

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25 ottobre 2013

Memorie dal sottosuolo di Fëdor Dostoevskij

Cosa intende Fëdor Dostoevskij quando si riferisce al sottosuolo? Perché questa porzione di terreno assume un significato così importante? Ve lo spiego semplice semplice, a parole mie.

Secondo l'autore esistono due tipologie di uomini: gli uomini d'azione e gli uomini di pensiero. L'uomo d'azione non ha spiccate doti intellettive e non vanta una solida conoscenza; allo stesso tempo, non si rifugia nella logica per superare le avversità ma le affronta, d'impatto. L'uomo di pensiero vive all'interno di se stesso; ha una piena consapevolezza e una grande conoscenza, caratteristiche che però lo costringono a mettere in dubbio ogni gesto prima ancora di compierlo; non agisce se non è in grado di prevederne il risultato. Va da sé che l'uomo cosciente prova compassione per l'altro, nel quale riconosce evidenti limiti intellettivi; lo deride anche, per la mediocrità del suo pensare, ma in realtà lo invidia perché a differenza di lui l'uomo d'azione agisce, opera, compie. Vive. Ma nell'istante in cui l'uomo di pensiero apprende queste verità, si nutre del suo stesso rancore e inizia a provare compassione, sì, ma per se stesso. Vergogna anche, e disprezzo. E più cerca di uscire da questa situazione più fallisce, e più fallisce e più sprofonda.
Il disgraziato topo, oltre alla porcheria iniziale, ha già fatto in tempo a seminare intorno a sé, sotto forma di interrogativi e di dubbi, un mucchio di altre porcherie; al primo interrogativo ha aggiunto tanti interrogativi irrisolti, che inevitabilmente attorno a lui si raduna una sorta di fatale brodaglia, di fetida melma, costituita dai suoi dubbi e turbamenti, nonché, infine, dagli sputi che gli cadono addosso da parte degli uomini immediati e d'azione, i quali lo circondano solennemente in qualità di giudici e despoti e sghignazzano di gusto di lui.
L'anima dell'uomo affonda così tanto che sembra ritirarsi, indietreggiare, fino al livello più basso che la dignità umana possa mai raggiungere (eccolo, il sottosuolo). Ma è in quel momento che accade una cosa strana: l'uomo di pensiero, inizialmente mortificato, offeso e devastato, sembra poi assestarsi accogliendo la propria condizione, accettandola, fin quasi a trarne un sottile piacere. Perché la conoscenza è la sua croce e la sua salvezza. Perché anche in quello stato così disperato, egli è consapevole del proprio essere; riesce a vedersi, si comprende e ne è felice. E non si rassegna, a dispetto di quel che si potrebbe pensare; si rifugia nei sogni, nei desideri, in ogni cosa che è sublime ed elevata.

Questa enormità di contenuti è solo nel primo capitolo, che è molto bello ma non quanto il resto. Nel resto ci sono le vere Memorie dal sottosuolo, spaccati di vita nel quale il protagonista, che si è presentato a noi nella prima parte come uomo di conoscenza, riporta alla luce avvenimenti del proprio passato a dimostrazione di come il pensiero inibisca l'azione.
L'uomo ama creare e costruire strade, questo è indubbio. Ma com'è che ama anche appassionatamente la distruzione e il caos? Ecco, ditemelo un po'! Ma su questo argomento voglio dire io stesso due parole a parte. Non sarà che ama tanto la distruzione e il caos perché istintivamente teme di raggiungere lo scopo e di completare l'edificio che sta costruendo? Che ne sapete, forse quell'edificio gli piace solo da lontano, ma non da vicino; forse gli piace solo crearlo, ma non viverci [... ]. L'uomo è creatura frivola e disordinata e, forse, come il giocatore di scacchi, ama soltanto il processo del raggiungimento del fine, e non il fine in sé. E, chissà, forse tutto il fine a cui tende l'umanità sulla terra consiste solo in questa continuità del processo di raggiungimento, in altre parole nella vita stessa, e non propriamente nel fine, che, s'intende, dev'essere null'altro che il due più due quattro, cioè una formula, perché due più due quattro non è già più la vita, signori, ma l'inizio della morte.
Capita di ritrovarsi nei romanzi, di avere l'impressione che l'autore sia riuscito ad individuare una parte di noi che non pensavamo potesse essere condivisa da altre persone. Ecco, questo è il motivo per il quale io leggo. Solo questo. Io rincorro quei momenti nella speranza che qualcuno riesca a spiegarmi quello che io non sono in grado di capire di me stessa, qualcuno che sia capace di diradare la nebbia che mi avvolge i pensieri, che si accavallano, l'uno sull'altro; dubbi che si accumulano, che mi confondono, e che a volte mi fanno perdere la giusta direzione. Non riesco a non metterci qualcosa di mio quando parlo dei libri ma è tutto così collegato: io, l'autore, la storia, i personaggi; non è sempre facile distinguere. Questa volta, a maggior ragione, sono in difficoltà perché in alcuni passaggi io mi sono riconosciuta come mai mi era successo prima. Mi è sembrato di leggere me.
Con gli anni si sviluppava in me un bisogno di contatti umani, di amicizie. Provai ad avvicinarmi ad alcuni; ma questo avvicinamento risultava sempre innaturale e finiva con l'esaurirsi da sé. Una volta ebbi, non sono come, anche un amico. Ma ero già un despota nell'animo; volevo avere il dominio incontrastato della sua anima; volevo inculcargli il disprezzo per l'ambiente circostante; pretesi da lui un'altezzosa e definitiva rottura con quell'ambiente. Lo spaventai con la mia amicizia appassionata; lo portavo fino alle lacrime, alle convulsioni; era un'anima ingenua e capace di donarsi; ma quando mi si fu donato tutto, io subito presi ad odiarlo e lo respinsi da me: come se ne avessi avuto bisogno solo per riportare una vittoria su di lui, solo per sottometterlo. Ma non potevo vincere tutti.
Il protagonista delle Memorie è così bloccato nel suo pensare che ogni gesto che compie è sbagliato, fuori tempo, inappropriato; passa la vita a recuperare, cercando di arginare le conseguenze portate dalle azioni precedenti, conseguenze che però coinvolgono altre situazioni, altri contesti e altre persone. Agisce, e se ne pente. E non agisce, e se ne pente. La frustrazione che deriva da questo scontro interiore, da queste due anime che scalciano nello stesso corpo, si accumula fino a diventare furia; vere e proprie esplosioni di rabbia che si riversano su chiunque sia così sfortunato da incrociare lo sguardo dell'uomo, il cui scopo in quel momento è solo quello di demolire l'avversario con qualsiasi parola o gesto che possa risultare tanto meschino, offensivo e infame da colpire nel segno.
Mi ero così lasciato prendere dal phatos, che cominciavo io stesso a sentire un nodo alla gola, e... a un tratto mi fermai, mi sollevai un po' spaventato e, chinando timorosamente il capo, col cuore che batteva mi misi in ascolto. E c'era di che turbarsi. Da un pezzo ormai avevo intuito di averle scombussolato l'anima e spezzato il cuore, e quanto più me ne persuadevo, tanto più desideravo raggiungere lo scopo al più presto e con la maggiore forza possibile. Il gioco, il gioco mi aveva appassionato; del resto, non solo il gioco... Sapevo di parlarle in modo pesante, artificioso, perfino libresco, insomma non sapevo parlare altrimenti che "come un libro stampato". Ma la cosa non mi turbava; sapevo infatti, presentivo, che sarei stato capito e che proprio quel tono libresco poteva servire ancor meglio al caso mio. Ma adesso, raggiunto l'effetto, a un tratto ebbi paura.
La paura di rendersi conto di aver ferito così tanto l'altra persona da non poter più rimediare e la consapevolezza che tutta quella rabbia, quelle offese, erano in realtà rivolte solo a se stessi. Io mi sono resa conto di quanto Dostoevskij sia formidabile dopo averlo letto, quando tornando all'introduzione scopro che, su precisazione dello scrittore: «sia l'autore delle memorie che le Memorie stesse sono, ovviamente, immaginari». La sua capacità di avere caratterizzato un personaggio in modo così preciso, di averlo tirato fuori dal nulla, così perfetto in ogni più piccola inclinazione, così detestabile e comprensibile, mi ha convinto ancora di più del fatto che questo libro sia qualcosa di veramente speciale.
Per quel che poi riguarda me personalmente, nella mia vita ho solo portato alle estreme conseguenze ciò che voi non avete osato condurre neppure a metà, prendendo oltretutto per buon senso la vostra viltà, e consolandovi così, ingannando voi stessi. Sicché io, forse, ne esco ancor più "vivo" di voi.


memorie-dal-sottosuolo-Dostoevskij-coverFëdor Dostoevskij

Memorie dal sottosuolo
Traduzione di Emanuela Guercetti
Garzanti
2008 (X edizione)
pp. 155
ISBN 9788811364733
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22 ottobre 2013

L'incipit de «La casa degli spiriti»

Barrabás arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola Clara con la sua delicata calligrafia. Già allora aveva l'abitudine di scrivere le cose importanti e più tardi, quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza sospettare che, cinquant'anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per riscattare la memoria del passato, e per sopravvivere al mio stesso terrore. Il giorno in cui arrivò Barrabás era Giovedí Santo. Stava in una gabbia lercia, coperto dei suoi stessi escrementi e della sua stessa orina, con uno sguardo smarrito di prigioniero miserabile e indifeso, ma già si intuiva – dal portamento regale della sua testa e dalla dimensione del suo scheletro – il gigante leggendario che sarebbe diventato. Era quello un giorno noioso e autunnale, che in nulla faceva presagire gli eventi che la bimba scrisse perché fossero ricordati e che accaddero durante la messa delle dodici, nella parrocchia di San Sebastián, alla quale assistette con tutta la famiglia.
(di Isabel Allende - Feltrinelli, 2003)
Suggerito da Severino del blog The Obsidian Mirror.


Questione di feeling, giocando di prime impressioni.
Inviatemi i vostri incipit preferiti; raccoglieremo i più belli in questa rubrica.

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17 ottobre 2013

Social Book Day

Un mattino il marito torna dopo molte ore di pesca e si appresta a fare un sonnellino.
Anche se non pratica del lago, la moglie decide di uscire in barca. 
Accende il motore e si spinge ad una piccola distanza, butta l'ancora e si mette a leggere il suo libro.
Arriva una guardia forestale in barca, si avvicina e le dice:
— Buongiorno signora, cosa sta facendo?
— Sto leggendo un libro — risponde lei.
— Lei si trova in una zona di pesca vietata — le dice.
— Mi dispiace agente, ma non sto pescando, sto leggendo.
— Si ma ha tutta l'attrezzatura. Per quanto ne so potrebbe cominciare in qualsiasi momento. Devo portarla con me e fare rapporto.
— Se lo fa agente, dovrò denunciarla per molestia sessuale — dice la donna.
— Ma se non l'ho nemmeno toccata! — dice la guardia forestale.
— Questo è vero, ma possiede tutta l'attrezzatura. Per quanto ne so potrebbe cominciare in qualsiasi momento.
— Le auguro buona giornata signora.

MORALE: Mai discutere con una donna che legge, è probabile che sappia anche pensare.

Nell'era dei social network arriva il 17 ottobre Social Book Day, la giornata dedicata ai libri nel corso della quale i nuovi canali digitali possono permettere di sostenere un fine sociale molto importante: leggere di più. E’ notorio infatti che, secondo le statistiche italiane e straniere, in Italia si legge poco e si acquistano pochi libri. L’iniziativa, ideata e sostenuta da Libreriamo, il primo social book magazine dedicato alla promozione della lettura e dei libri, coinvolge tutti i protagonisti della cultura digitale: le diverse pagine Facebook dedicate alla lettura ed alla promozione della cultura italiana, i profili Twitter dei protagonisti del mondo editoriale italiano ed internazionale, youtuber, blog, community e forum dedicati ai libri.
social-book-day-libreriamo

E anch'io, dopo aver scherzato rivelando le mie 10 verità, partecipo a questo evento. Un frase, una citazione, un pensiero sulla lettura; quanto basta per celebrare la cultura e trasmettere la nostra passione a chi ancora ne è immune. Perché, senza troppi giri di parole, leggere è importante e ribadirlo è un piacere, e un dovere.

#socialbookday

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16 ottobre 2013

10 verità che una «bookblogger» non dovrebbe mai rivelare

(Confessioni di una lettrice imperfetta)

Procedo, rapida e indolore.

1. Non leggo le recensioni troppo lunghe
Ho uno spropositato e irreparabile problema d'attenzione, l'avrò detto almeno mille volte; riesco a concentrarmi per un intervallo di tempo pari a quello di bambino islandese alla prese con un video di traduzione "Un perfetto giapponese per la fine del mese". Una decina di secondi insomma, mi fermo dopo gli arigatoPer le recensioni è lo stesso: salto di punto in punto, di grassetto in corsivo, finché non becco la frase che riesce a colpirmi.

2. E, a proposito di recensioni, non sono così fedele
Se le mie blogger di fiducia recensiscono positivamente un libro io lo leggo. E se la recensione è negativa? Lo leggo uguale, anzi, lo leggo il doppio; mi sale una tale curiosità che riesco a placare solo quando ne affronto la lettura anch'io. Capita, non sempre, però capita.

3. Non mi piacciono i blog che ostentano la passione per i libri.
Libri di sfondo, libri al puntatore del mouse, foto di libri, foto di persone con i libri, foto di libri con libri e, ancora, foto di animali con libri: quelle mi mandano proprio in bestia.

4. Leggere molto dovrebbe, in teoria, consolidare la qualità della scrittura ed estirpare qualche piccola insicurezza grammaticale. Vero, però vi confesso che certe volte mi partono degli enormi blocchi mentali sul "verbo che suona meglio dell'altro", sul congiuntivo che piazzerei ovunque e sulla punteggiatura; le virgole soprattutto, che, per me, non, sono, mai, abbastanza.

5. Non ho un rapporto sano con i libri
Credo di essere, passatemi il termine, una lettrice bulimica: ci sono periodi in cui faccio delle grandissime abbuffate, ne leggo anche cinque contemporaneamente, avida e ingorda. Poi ci sono giorni nei quali non riuscirei a leggere neanche una pagina, che solo guardare il pilastrone di libri arretrati che invade la mia libreria mi irrita.

6. Ogni tanto mi attivo in modalità lettura veloce
Ricordate Super Vicky e la sua lettura supersonica? Ecco, una cosa del genere. Quando un libro inizia ad annoiarmi leggo velocemente, ma proprio tanto, saltando anche alcuni passaggi; questo mi permette di portare a termine letture che altrimenti non riuscirei mai a terminare. Sono ancora restia ad abbandonare un libro a metà, ci sto lavorando però.

7. Non sono particolarmente attratta dalle novità.
Ho letto qualche libro di recente pubblicazione ma non è la prassi; solitamente prediligo pescare nel passato (rendendomi conto che, mio malgrado, i libri che preferisco sono stati scritti da autori trapassati da più di qualche anno e questo è molto, molto deprimente).

8. Non sono lit-razzista.
Non mi scandalizzo se le persone che frequento non leggono abbastanza. Certo, io mi prodigo a portare il sacro stendardo della lettura; ogni tanto, tra una chiacchiera e l'altra, tiro fuori un "L'altro giorno ho letto un libro che sarebbe proprio perfetto per te" ma, oltre questo, niente. Non fuggo urlando se vengo a scoprire che la media dei libri letti dal mio interlocutore sfiora appena la media. Ognuno si sazia di quel che vuole. 

9. Leggo libri a scrocco
Ebbene si, è capitato: in libreria, in piedi, appoggiata allo scaffale, con un ripiano trapiantato nella milza. Leggo solo qualche brano di libri di cui non sono particolarmente convinta. Se poi mi piacciono li compro, ovvio, altrimenti picche.

10. Giudico, giudico moltissimo
Parliamo di libri: il titolo, l'impaginazione, il carattere, la grana della carta; se la giornata è di quelle che iniziano male e continuano ancora peggio anche il cognome dell'autore è motivo di irritazione. E le copertine? Una vera e propria ossessione. Non leggo libri preceduti da sangue che sgorga dai canini, da cuori trafitti da mille frecce e petali di rosa ammassati sul pavimento. E maschere, e occhi bendati, e uomini vigorosi che abbracciano donne indifese, e donne ammassate sul pavimento coperte da mille petali di rosa col cuore che sgorga dai canini. E cuori di uomini vigorosi ammassati su canini indifesi che sgorgano dai petali di rose. E rose indifese di mille cuori...


Insomma, questo è quanto. Ora aspetto di leggere le vostre torbide confessioni, così che la mia coscienza possa beneficiare dei vostri peccati. Pentiti, lettore inadeguato, pentiti!


verità-bookblogger


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11 ottobre 2013

Spariti anche gli olmi, restavano solo i loro miseri sostituti. E noi.

— Era una combinazione di vari fattori — affermava il dottor Hornicker nel suo ultimo resoconto, scritto non per ragioni di carattere medico bensì per il pensiero delle ragazze che lo ossessionava. — Per la maggior parte della gente — diceva — il suicidio è come la roulette russa. C'è una sola pallottola nel tamburo. Invece la pistola delle sorelle Lisbon era carica. Una pallottola per l'oppressione dell'ambiente familiare. Una per la predisposizione genetica. Una per l'inquietudine legata al contesto storico. Una per l'impeto del momento. Dare un nome alle altre due pallottole è impossibile, ma ciò non significa che non ci fossero. 
Ma tutto questo è un voler correre dietro al vento. L'essenza di quei suicidi non era la tristezza, non era il mistero, ma un puro e semplice egocentrismo. Le ragazze si erano arrogate decisioni che spettavano a Dio. Erano diventate troppo potenti per vivere fra noi, troppo preoccupate di se stesse, troppo visionarie. [...] Ci avevano resi partecipi di quella follia perché non potevamo che ripercorrere i loro passi, ripensare ai loro pensieri, per accorgerci che non uno conduceva a noi. Non riuscivamo ad immaginare il vuoto interiore di un essere umano che si accostava un rasoio al polso e si apriva le vene: il vuoto e la calma. E abbiamo dovuto imbrattarci il muso nelle loro ultime tracce, orme fangose sul pavimento, bauli calciati via, respirare per sempre l'aria delle stanze dove si sono uccise. In fondo non contava quanti anni avessero, o che fossero ragazze, ma solo il fatto che le avevamo amate e che loro non avevano udito il nostro richiamo; non ci odono neanche adesso che siamo quassù, nella casa sull'albero, con i capelli radi e un po' di pancia, e le chiamiamo perché escano dalle stanze in cui sono entrate per trovare la solitudine eterna, la solitudine del suicidio, che è più profondo della morte, le stanze dove non troveremo mai i pezzi per rimetterle insieme.
(da Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides. Mondadori, 2008. Traduzione di Cristina Stella)





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9 ottobre 2013

Il senso di una fine di Julian Barnes

Julian Barnes è un bravo scrittore. Ma questo lo pensavo ancor prima che leggessi qualcosa di suo. Mi sembrava strano riporre tanta fiducia in qualcuno che non conoscevo affatto, eppure era così. Questo è il motivo per il quale ho scelto di fare un passo indietro e prima di leggere il suo nuovo libro, Livelli di vita, ho deciso di provare a conoscerlo partendo dal passato, da un testo che mi è stato consigliato più e più volte: Il senso di una fine. Di solito diffido dai consigli perché suggerire un libro è complicato; io stessa mi trovo in grande difficoltà quando mi calo dei panni del "consulente letterario" perché le emozioni che suscita la lettura sono così soggettive che, pur conoscendo bene la persona che ho di fronte, non riesco a prevedere se quel romanzo, quel racconto, possa coinvolgere qualcuno come ha colpito me.

Il senso di una fine è un titolo che riassume, anticipa e svela quello che il libro racchiude: la spiegazione, il senso, di una morte, di una fineÈ la storia di un ragazzo che cresce, che si innamora, che si disinnamora, che si innamora di nuovo, che cresce ancora, che invecchia. Ma allo stesso tempo è la storia di un uomo che ha bisogno di tornare indietro, nel proprio passato, per cercare di capire cosa sia successo veramente, perché quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni, e se questo è vero c'è una doppia verità con la quale dovrà fare i conti. E dobbiamo farci i conti anche noi, con i nostri ricordi, pochi secondi dopo aver terminato la lettura perché questo è un romanzo di quelli che riescono a smuovere qualche piccola sicurezza, quelli che rilasciano un'emozione precisa, ruvida, che un po' è disagio e un po' è malinconia: l'amaro in bocca.
Viviamo nel tempo; il tempo ci forgia e ci contiene, eppure non ho mai avuto la sensazione di capirlo fino in fondo. Non mi riferisco alle varie teorie su curvature e accelerazioni né all'eventuale esistenza di dimensioni parallele in un altrove qualsiasi. No, sto parlando del tempo comune, quotidiano, quello che orologi e cronometri ci assicurano scorra regolarmente: tic tac, tic toc. Esiste al mondo una cosa più ragionevole di una lancetta dei secondi? 
Il finale, forse un po' troppo frettoloso rispetto all'impronta narrativa delle pagine precedenti, non spicca certo per originalità ma questo non pregiudica affatto la qualità del testo perché la scrittura di Barnes conquista a prescindere; il suo stile soprattutto, il suo morso, non ha lasciato la presa se non alla fine. Ancor più carica da tutto questo, nutro sempre più quella sensazione di cui vi parlavo, che nelle pieghe di Livelli di vita ci sia qualcosa che valga davvero la pena di essere scoperto. Nell'attesa, continuo a espandere le mie aspettative.
C'è l'accumulo. C'è la responsabilità. 
E al di là di questo, c'è il tempo inquieto. 
Il tempo molto inquieto.


il-senso-di-una-fine-Barnes-cover
Julian Barnes
Il senso di una fine
Traduzione di Susanna Basso
Einaudi
2012
pp. 150
ISBN 9788806211561
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4 ottobre 2013

Un caffè con: Yiannis Ritsos

Quand'è che ho iniziato a bere caffè? Ricordo che c'è stato un periodo della mia vita nel quale non ne facevo assolutamente uso, non ne sentivo alcuna esigenza. Poi così, da un momento all'altro, ho iniziato a berne, soprattutto al mattino: apro gli occhi e bevo caffè. C'è chi dice che senza il caffè non riesce a svegliarsi, che proprio non inizia la giornata; per me non è così, è più una consuetudine, un rito che mi regala la parvenza di un ordine prestabilito di eventi che si riverserà da lì a poco nella mia giornata senza particolari scossoni. Mi piace, mi fa stare bene. 

La poesia che vi lascio oggi è un pezzo autentico della mia anima. C'è così tanto in questi pochi versi: di me, di quella che ero, di quello che mi ha reso quella che sono; di quello che ho amato, di quello che non smetterò di amare mai. Io ti circondo di Yiannis Ritsos; leggetela, poi leggetela di nuovo e poi ancora: ogni volta vi sembrerà più morbida, più grande.
Yiannis-Ritsos
(Monemvasia, 1 maggio 1909 - Atene, 11 novembre 1990)



Mio blu - dicevi -
mio blu.
Lo sono.
E anche più del cielo.
Ovunque tu sia
io ti circondo.




Che la vostra giornata sia piena di imprevisti, tutti positivi.




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1 ottobre 2013

Il correttore di bozze di Francesco Recami

Io amo le persone che svolgono il proprio lavoro con dedizione. Mi piace assistere alla cura maniacale dedicata ad ogni dettaglio, al perfezionismo più estremizzato, e mi piace ancor di più quando uomo e mestiere si fondono al punto che non si riesce più a distinguere dove inizia uno e finisce l'altro. Minuti, giorni, ore: non c'è riferimento temporale in grado di distogliere il lavoratore dal proprio banco di lavoro se il compito assegnato non è stato portato a termine nel modo esatto in cui era stato concepito. Diventa quasi una fissazione creare un prodotto perfetto, a prescindere addirittura dal cliente: è una questione personale, del mettere le cose a posto. Ovvio che, rovescio della medaglia, il confine tra devozione e ossessione è molto labile.

Il correttore di bozze di Francesco Recami è un lavoratore di quelli che piacciono a me: attento, meticoloso e pignolo, tant'è che nella prima parte del libro possiamo assistere ad una piacevole sfilata di deformazioni professionali. Dico libro e non romanzo perché etichettare questo testo è un vero azzardo; lo definirei originale se il termine non fosse così vago. Sperimentale credo sia più adatto.
Esiste una locuzione più brutta di "correttore di bozze"? No. Basterebbe questa espressione a gettare su tale professione un'aura di mediocrità, un'ombra di lavoro di ripiego, di ultimo grado della scala sociale. Che lavoro fai? Il correttore di bozze. Ah.
Partiamo da un punto fermo, saldo e sicuro: non è una lettura agevole. E quando dico agevole mi riferisco proprio alla comodità di un lettore distratto che vuole dedicare un paio d'ore a leggere un libro distensivo e piacevole. No. Nel caso, pescatene uno dal mazzo-Kinsella e la vita vi apparirà subito di un bel rosa acceso. Qui di luminoso c'è ben poco. A domanda, Recami risponde:
Ho cominciato a scrivere questo libro una decina di anni fa, e non sapevo di preciso dove sarei andato a parare. Poi il romanzo, se così si può chiamare, ha preso alcune tangenti. Una fra queste è quella di procedere, programmaticamente, contro le aspettative del lettore, almeno di quel lettore che necessita di una quadratura del cerchio, che i fatti tornino, per andarsene a letto tranquillo. Sono consapevole del fatto che Il correttore di bozze non è un ansiolitico, ma un ansiogeno. D'altronde escono in libreria migliaia di volumi a scopo ansiolitico, se ne potrà fare uno ogni tanto che non mette il lettore a suo agio? Comunque la soluzione, per chi ne ha bisogno, c’è, ed è unica e inattaccabile, ed anche estremamente evidente.
La distinzione tra ansiolitico e ansiogeno è geniale. E pure molto azzeccata. Io non vi sto consigliando di leggere questo libro, non è il solito resoconto quello che sto scrivendo: io vorrei tanto che voi leggeste questo libro perché mi piacerebbe confrontare le vostre impressioni con le mie. Perché non è un libro di quelli che piace o non piace: c'è da discuterne, da analizzare, da approfondirne il "disagio". Oppure no, oppure c'è da leggere, come fosse un testo qualunque, senza stare troppo a badare al resto. Non badare al resto. Ma ne siamo davvero capaci? Recami gioca con il lettore ponendolo ogni volta in un ruolo diverso; lo confonde, mostrandogli la verità e smentendola poco dopo, spostando il centro dell'attenzione, di modo che quello che prima sembrava un indizio importante non pare più così rilevante.

Io non so se sia un autentico capolavoro, un esperimento mal riuscito o un discreto artificio letterario; so solo che, dopo quattro o cinque letture mediocri, è il primo libro che mi tiene incollata dalla prima all'ultima pagina. E non è forse questo lo scopo?
È una sensazione che chi legge per piacere non conosce quella di trovarsi di fronte, sempre e comunque, un oggetto fatto di carta e inchiostro. Chi legge per suo diletto, del fatto che un libro sia un oggetto se ne dimentica, e si immerge, come si dice, nella lettura, sia essa per informarsi e conoscere, sia essa un racconto, un romanzo, una favola. Anzi, delle contingenze grafiche non deve proprio accorgersi. Il correttore invece che un libro era solo un libro non se ne dimenticava mai, era un oggetto al quale, se si vuole, guardava solo in superficie, come se avesse una pistola alla tempia. Lo ispezionava da tutte le angolazioni, lo squadrava, lo visionava in trasparenza, ma dentro non ci entrava mai.


correttore-di-bozze-Recami-cover
Francesco Recami
Il correttore di bozze
Sellerio
2007
pp. 188
ISBN 9788838922312
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