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29 luglio 2013

Questione di Yin e Yang

— Quello è Norman Bombardini. Il nostro padrone di casa nonché coinquilino al Bombardini Building, famoso e famigerato padrone della Bombardini Company. 
— È proprio grosso. 
— In effetti sì, è proprio grosso. 
— Forse è più appropriato dire gigantesco. Perché ringhia e digrigna i denti a quel modo?  
— Dio santo. Per quanto ne so, e il poco che so è interamente frutto delle confidenze di Warshaver al circolo, Norman sta passando un brutto momento. Ha problemi di salute. Ha problemi di moglie. 
— Mi sembra decisamente sovrappeso. 
— Eppure è da anni che cerca di dimagrire, più o meno. È un tipo interessante. Warshaver sospetta che la sua azienda sia sull'orlo di un vero e proprio... 
— Oddio. 
— Che c'è? 
— Guarda cosa gli sta portando il cameriere. 
— Buon Dio. 
— È impossibile che una sola persona riesca a mangiare tutta quella roba. 
— Povero Norman. 
— È veramente disgustoso. Poteva almeno aspettare che il cameriere le appoggiasse sul tavolo. 
— Dev'essere proprio affamato. 
— Nessuno può essere così affamato. Ehi, ha cercato di mordere il cameriere! Sbaglio o quello era un tentato morso? 
— Dev'essere uno scherzo della luce. 
— Sta combinando un vero macello. 
— Non l'avevo mai visto in questo stato. 
— Sta schizzando sugo su tutti i vicini di tavolo. Guarda, quella signora s'è dovuta riparare la testa col tovagliolo! 
— Dio santo, Rick, hai visto come ha ridotto il pavimento? 
— Il dolce. Ecco cosa gli manca. Guarda, sta arrivando il cameriere. 
— Be', che quell'uomo riesca a sopravvivere a un pasto simile è contrario a ogni legge fisica. 
— Ascolta, Lenore. Credo che dovremmo andare al suo tavolo e vedere se possiamo fare qualcosa. 
— Stai scherzando? Quell'individuo dev'essere fuori di sé. Secondo me non era affatto uno scherzo della luce, secondo me ha davvero tentato di mordere il cameriere. Infatti, vedi che adesso il cameriere gli lancia i piatti sul tavolo e si tiene a distanza di sicurezza? 
— Già, comunque dev'essere quasi sazio. I dolci se li sta pappando a un ritmo semiumano. 
— Tu invece hai ancora mezza bistecca nel piatto. 
— Per me può restarci. Mi sento sazio per procura. 
— E ora cosa vorresti fare? Sei ammattito? Dimmi che stai scherzando.
— Dai, vieni. 
— Rick, credimi, stiamo facendo uno sbaglio enorme. 
— Macché, rilassati. 
— E secondo te come facciamo ad arrivare al suo tavolo? 
— Procedendo a zigzag. Seguimi. Attenta al… 
— L'ho visto. 
— Norman? 
— Chi è là?
— Sono Rick Vigorous, Norman. 
— Hai scelto il momento sbagliato, Vigorous. La bestia è al truogolo, come puoi ben vedere.
— Certo, solo che, trovandoci casualmente seduti a quel tavolo, lì in fondo, superati i contorni, vedi? 
— ...
— Abbiamo pensato che forse era il caso di fare un salto qui al tuo tavolo per vedere se magari ci fosse qualche problemuccio, e comunque volevo presentarti la mia gentile accompagnatrice, lavora anche lei al Building, non so se la conosci.
— No, non credo di conoscerla.
— Norman Bombardini, ti presento Ms Lenore Beadsman, Lenore, ti presento Mr Bombardini.
— Piacere di conoscerla. 
— Beadsman. Per caso parente di Stonecipher Beadsman? 
— Lenore è la figlia di Mr Beadsman. 
— Figlia, eh? Interessante. Stonecipheco Alimenti per l’Infanzia. Una buona linea di prodotti, benché un po' leggerini per i miei gusti... 
— Be', Norman, sono appunto alimenti per bambini, come dice il nome stesso. 
— ... ma ogni acqua leva la proverbiale sete. Prego, accomodatevi pure. [...] 
— Allora, Norman. Come vanno le cose? 
— Le cose sono enormi e grottesche e rivoltanti, Vigorous; credo che lo si veda abbastanza chiaramente
— Analisi molto perspicace. 
— Attenta, Ms Beadsman. Questa era un’uscita sardonica. 
— Norman, non ho potuto fare a meno di notare che stai mangiando molto più di quanto sia naturale. O sano. 
— Sopravviverò, Vigorous. 
— Sicché debbo presumere che ci sia qualcosa che non va. 
— Sagace come al solito. 
— ... 
— Vuoi sapere la storia? Sarò ben felice di raccontartela. Credo di avere immagazzinato energia sufficiente per resistere sino alla fine del racconto. Non dura molto. Sono mostruosamente grasso. Sono un ingordo. Mia moglie non ne poteva più, era disgustata. Mi ha dato sei mesi per perdere cinquanta chili. Mi sono iscritto alla Weight Watchers... vedi laggiù, in fondo alla strada, quell'insegna così gaia? Bene, oggi pomeriggio c'era il rito solenne della pesata del sesto mese. Sei mesi durante i quali sapevo di aver messo su almeno altri trentacinque chili. Pensa, quando sono salito sulla bilancia mi è caduto dal risvolto dei pantaloni uno Snicker sfuso, che ovviamente ha ritenuto opportuno ruzzolarsene fin sui piedi di mia moglie. Quella bilancia lì in fondo alla strada è un arnese davvero ingegnoso. All'inizio del ciclo ci registrano il peso che devi raggiungere, poi alla fine ti pesi e, se l'hai raggiunto o se addirittura sei andato sotto, la bilancia ti festeggia con una specie di marcia trionfale con fischietti e trombe eccetera. Addirittura pare che dalla parte superiore sbuchino delle bandierine meccaniche che si mettono a sventolare avanti e indietro. Se invece, come nel mio caso, l’obbiettivo non è stato raggiunto, allora il malcapitato viene investito da una strombazzata di scherno a base di tuba e pernacchie elettroniche. Al suono dileggiante delle quali mia moglie ha sdegnosamente abbandonato sia i locali sia il sottoscritto filandosela sottobraccio a uno snello grossista di yogurt, al cui annientamento, ovviamente solo finanziario, ho testè deciso di dedicarmi anima e corpo domattina appena avrà messo piede in ufficio. Ms Beadsman, accanto alla sua sedia, là per terra, c'è un éclair superstite. Posso chiederle di raccoglierlo con questo piatto e passarmelo, possibilmente senza eccessivi spargimenti di cioccolata? 
— ... 
— Perfetto. 
— Norman, io ti so persona di grande intelligenza. Sono convinto che questo momentaneo screzio con tua moglie non costituisca una valida ragione per avventarti in maniera così autodistruttiva sul cibo. E per cosa, poi? Per esser stato battuto dalla bilancia della Weight Watchers? Ma al diavolo la Weight Watchers.
— No, Vigorous; ti sbagli, come di consueto. Oggi pomeriggio ho capito che la Weight Watchers – e con essa tutte le aziende dietetiche, i libri dietetici, i guru dietetici, e tutti i culti dietetici in generale – sono cose quasi inconcepibilmente profonde e serie, che si ispirano a una visione universale con la quale mi trovo in assoluta sintonia. 
— Visione universale? Norman, io vorrei farti… 
— La vedo interessata, Ms Beadsman. Sono riuscito a interessarla? 
— In un certo senso. 
— Non è mica un gioco da ragazzi riuscire a interessare una ragazza sardonica e coi capelli lisci. 
— ... 
— Yin e Yang, Vigorous. Yin e Yang. L'Io e l'altro. 
— ... 
— La Weight Watchers adotta come assioma descrittivo l'inoppugnabile fatto che l'universo di ciascuno di noi sia profondamente e nettamente e compiutamente diviso in, per esempio nel mio caso, me da un lato e tutto il resto dall'altro. L'Io e l'Altro, Vigorous. Ecco cosa caratterizza esaustivamente l’intero universo per ciascuno di noi. 
— Mi sembra pacifico, Norman. 
— Bene, ma dobbiamo aggiungere che non solo ciascuno dei nostri universi ha questa caratteristica, ma che noi tutti, per natura e senza eccezione, siamo consapevoli del fatto che esso universo sia così diviso, in Io da un lato e Altro dall'altro. Esaustivamente diviso. È parte della nostra consapevolezza. 
— Non ci piove. 
— Come assioma prescrittivo, poi, c'è l'altrettanto indubbiamente vero e inoppugnabile fatto che ciascuno di noi dovrebbe desiderare che il proprio universo fosse il più pieno possibile, e che la base della Grande Paura sia la paura di un universo personale vuoto e rimbombante, dove uno rischi di ritrovarsi con da un lato l'Io e dall'altro vasti spazi deserti dove gli Altri non abbiano avuto accesso. Un universo non-pieno. Solitudine,Vigorous. La Weight Watchers vede se stessa come condottiero nella grande guerra contro la solitudine. Non vi sembra una cosa nobile? Scusate un attimo. Ehi, cameriere! Guardi che se mi porta un paio di cioccolatini non mi offendo. Faccia pure, giusto una manciata. Dicevamo. Solitudine. Equilibrio. Più i nostri personali universi sono vuoti e peggio stiamo. Su questo dovremmo essere tutti d’accordo, no? Qualcuno di voi non è d'accordo? 
— ... 
— Bene, adesso la questione è che la Weight Watchers percepisce il problema come necessità per ciascuno di noi di circondarsi di quanto più Altro possibile, in maniera che il rapporto tra Io e Altro sia di minimo Io e massimo Altro. Si tratta di un valido – benché non esclusivo, come ho avuto modo di scoprire oggi pomeriggio – modo di affrontare il problema. Capisci dove voglio arrivare, Rick? 
— Be', non proprio esattamente dove tu voglia… 
— Mi accorgo improvvisamente che non potrebbe fregarmene di meno. Un universo pieno, Ms Beadsman e amico Vigorous. Ciascuno di noi ha bisogno di un universo pieno. La Weight Watchers e i suoi accoliti ci spingono a sistematicamente ridurre la componente Io dell'universo in maniera che il grande Altro venga fisicamente attratto dall'ormai più fisicamente attraente Io e si precipiti a colmare il vuoto prodotto dall'intervenuta diminuzione di Io. Idea sicuramente non peregrina, ma che altrettanto sicuramente costituisce solo metà dello spettro di valide soluzioni al problema dell'universo pieno. Comincia finalmente a delinearsi la meta del mio andare? È esattamente come nell'ingegneria genetica, Vigorous. La soluzione non è mai una sola. 
— Temo di... 
— Un universo autonomamente pieno, Vigorous. Un universo autonomamente pieno, Ms Beadsman. 
— Che ci faccio con questi cioccolatini? 
— Lasci stare, mi passi direttamente il vassoio, grazie. Anziché diminuire l'Io per allettare l'Altro a riempire il nostro universo, è evidente che possiamo optare per riempire di Io l'universo. 
— Vorresti dire... 
— Esatto. Intendo svilupparmi all'infinito e raggiungere dimensioni incommensurabili. 
— Non avevo forse parlato di grosso sbaglio? Avrei forse dovuto alludere a rotelle non tutte in perfetto ordine? 
— Lenore, ti prego. Norman, amico mio, stammi a sentire. D'accordo per quanto riguarda la visione dell'universo, ma svilupparsi all'infinito è un'altra cosa. Svilupparsi all'infinito è impossibile. 
— Ti risulta che qualcuno ci abbia mai provato? 
— Non che io sappia, ma... 
— E allora fammi il santo piacere di non parlare di impossibile fino a quando non ci avrò provato io. D'altronde non c’è neppure stato qualcuno che sia ancora riuscito a imburrarsi la vita...
— Cosa?  
— Niente. Da non verbalizzare. Un lapsus. 
— ...  
— Sicché stasera inizia il Progetto Yang Totale. Comincerò a crescere e crescere e crescere. Il che ovviamente significa che alla fine nell'universo non ci sarà più spazio per nessun altro, cioè temo neanche per voi, cosa per la quale vi anticipo le mie scuse ma anche il mio più spassionato cazzacci vostri.  
— Mi creda, è stato un vero piacere, spero che presto avremo modo di bissarlo. Ora però sarà meglio andare, anche perché mi sembra di vedere laggiù una mosca che attenta alla mia insalata.  
— Quell'insalata ha un aspetto proprio appetitoso.  
— Già, peccato che sfortunatamente sia mia e non faccia parte del suo universo, almeno per ora. Allora, Rick, vogliamo deciderci a guadare questo schifo fino al nostro...  
— Credimi, Norman, sarei ingiusto se non ti dicessi chiaro e tondo che sono in ansia per te in generale e per le tue estremizzazioni emotive in particolare, soprattutto alla luce di ciò che mi hai raccontato della tua giornata odierna.  
— Non preoccuparti per le mie estremizzazioni, da adesso in poi ci saranno esclusivamente intremizzazioni. Spero solo di riuscire ad annientare finanziariamente quel grossista di yogurt prima che tra lui e me si esaurisca ogni differenza significativa. Penso che i cioccolatini col ripieno di menta siano particolarmente buoni. Se volete posso concedervene uno a testa.
— ...  
— Sono proprio buoni. Ovviamente il mio approccio al problema Yin/Yang ha altresì il vantaggio di rendere non solo superfluo ma addirittura dannoso il ricorso alle diete. A me personalmente le diete provocano una specie di incontrollabile furore nei confronti di tutto. Quando sono a dieta mi viene voglia di uccidere chiunque mi capiti a tiro. 
— Così invece potrà limitarsi ad annettersene lo spazio.  
— Lei non è affatto scema, vero? Proprio come suo padre. Suo padre è un tipo sveglio. Ovviamente potrei anche lasciar vuoti determinati angoli di universo, per eventuali ospiti che frattanto dovessero destare in me sentimenti di affetto e benevolenza.  
— Vorrà dire che appena si comincerà a star troppo stretti mi permetterò di fare un salto a trovarla.  
— Norman, amico mio, sappi comunque che qualora ti venisse voglia non dico, per ovvie ragioni, di levarti un peso dallo stomaco ma almeno di fare quattro chiacchiere, io sarò sempre a tua disposizione. Sappilo, per te Rick Vigorous ci sarà sempre.  
— È la tua virtù somma, Vigorous. Il tuo risultato migliore. Esserci.  
— Quantomeno temporaneamente.  
— Lenore, ti prego.  
— Ms Beadsman, lei comincia a piacermi, ma forse è solo l’inevitabile impressione positiva che si ricava quando il termine di paragone sia il nostro amico Vigorous. Ha mai fatto sesso con qualcuno prossimo a raggiungere dimensioni incommensurabili?  
— Bene, credo proprio che sia arrivato il momento di congedarci... Rick?  
— Arrivo. Norman?  
— Addio, Vigorous. Goditi l'Io, finché puoi.  
— Credo che per tornare ci converrà seguire più o meno lo stesso...  
— Nessun problema.  
— Allora, finiamo di mangiare?  
— Scherzi? Andiamocene immediatamente. [...] 
— L'atrocità di questa giornata è stata incommensurabile.  
— Aggettivo particolarmente appropriato.  
— Non fare lo spiritoso. Quell'uomo è stato la ciliegina sulla torta.  
— Guarda, sta cercando di alzarsi.  
— Quel povero cameriere non lo invidio affatto.  
— Chissà che conto!  
— Di sicuro non metterò mai la macchina nel suo parcheggio riservato.
(Stralci di filosofia da La scopa del sistema di David Foster Wallace. Einaudi, 2012. Trad. di Sergio Claudio Perroni)


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26 luglio 2013

Scusa autore ma... non posso amarti dell'amore che mi ami tu

Un lettore, indipendentemente dal fatto che sia un consumatore seriale di romanzi oppure un semplice fruitore occasionale, dovrebbe essere privo di qualunque tipo di pregiudizio. A maggior ragione, una blogger (lasciate che mi crogioli un po' sul termine), dovrebbe fare in modo di tenere la mente libera ed esimersi dall'affermare pareri prima ancora di aver effettivamente constatato la qualità di un libro. Vero. A tutto c'è un limite però.

Giusto ieri leggevamo questo articolo: Federico Moccia non va piùVi dirò, non mi è dispiaciuto affatto apprendere questa notizia (finché non ho letto che, la suddetta moccitudine, stava soltanto lasciando il posto ad un'altra patologia: la volotaggine). Scherzi a parte, è indubbio che il problema non sia riconducibile ad un solo autore, anche perché il passaggio di testimone avviene in maniera abbastanza repentina, ma è soprattutto un problema di contenuti. E attenzione, a rischio di perdere ogni sorta di credibilità ai vostri occhi, sappiate che io lessi, al tempo, Tre metri sopra il cielo quindi so di cosa parlo.


Ora, torno a ripetere, Moccia è solo un esempio, una pedina in un sistema molto più elaborato; avrei potuto far riferimento a Volo, alle Sfumature, a Pinco Pallo: sarebbe stata la stessa cosa. Anche se, a dirla tutta, con i suoi Scusa ma ti chiamo amore, Scusa ma ti voglio sposare, Scusa ma ti ho messo le corna, Scusa ma mi sono innamorato del tuo cane, Moccia può essere considerato, a pieno merito, un pioniere del settore. Dicevo, ci ho riflettuto un po' e credo di essere arrivata ad una conclusione; al di là dello stile standardizzato e sterile, escludendo ogni sorta di analisi legata alla scrittura, quello che mi infastidisce maggiormente credo sia il processo di banalizzazione che l'amore subisce.

Non sono una persona romantica. Io sono il classico tipo che, se un uomo mi chiedesse di andare ad ammirare il sole che tramonta dietro le colline, mi partirebbe l'ansia. Io sono il classico tipo che, ad una cena a lume di candela, preferisce un panino al pub. Io sono il classico tipo che, se mi dedicassero una canzone d'amore al karaoke, pregherei il dio di turno di fulminarmi all'istante. Io sono il classico tipo, ecco. Però sono innamorata, questo lasciatemelo. E lasciatemi anche dire che non c'è alcun bisogno di essere innamorati adesso per capire quello che sto cercando di spiegare: chiunque abbia avuto a che fare con l'amore nella sua vita si renderà conto che questo sentimento c'entra poco o niente con le storie che cercano di profilarci da anni a questa parte.

Mi indispettisce il fatto che tutto venga ridicolizzato attraverso l'utilizzo di scene a riciclo continuo, mi infastidisce che alcuni autori dediti all'acchiappo del "cliente facile" riescano a smuovere orde di lettori utilizzando tre o quattro artifici letterari e, soprattutto, non comprendo chi cerca di farci credere che questi romanzi siano finestre sul mondo adolescenziale perché, nel caso fosse davvero così, mi viene una gran voglia di buttarmi di sotto.

C'è anche da dire che al peggio non c'è mai fine. Perché? Perché il fenomeno, udite udite, si sta evolvendo. Le faccende di cuore degli adolescenti non fanno più presa, la prima volta di Babi e Step è stata ampiamente archiviata e, di conseguenza, i nostri amici dal cuore tenero e la penna stitica hanno deciso di dare una sferzata di passionalità: parliamo di sessoE qui, data la consistenza meno effimera dell'argomento, abbiamo ingenuamente pensato che sarebbe stato più semplice incappare in una storia quantomeno leggibile. 

ILLUSI!

Ho letto Le prime luci del mattino e mi autoflagello regolarmente ogni sera. Mi è stato prestato, non l'avrei comprato, almeno è quello che mi ripeto per alleviare il dolore tra una frustata e l'altra. La mia reazione a fine lettura? Il mio amico qui non avrebbe saputo rendere meglio l'idea. Sono andata ad informarmi, per cercare di capire se Volo avesse scopiazzato l'idea dal primo libro della trilogia delle sfumature ma, ad una prima scrollata di notizie, sembra che entrambi i testi siano stati pubblicati nel 2011.

Possiamo dunque affermare che il fenomeno gode, ad evidenza, di automatismi propri; non sappiamo esattamente dove, come e quando sia partito ma soprattutto, e questo è il peggio, non sappiamo dove andrà a finire. Sappiamo solo chenel 2012, il Time Magazine ha incluso E. L. James, l'autrice del romanzo erotico best-seller Cinquanta sfumature di grigionella sua lista annuale de Le 100 persone più influenti del mondo.

Ed è così che voglio concludere, che vi lascio, con questo brivido di terrore che corre lungo la schiena, con gli occhi sbarrati su un futuro che non promette nulla di buono. A domandarvi se potrete fare a meno dell'amore, la prossima volta che leggerete una storia d'amore. Ad onor del vero, ognuno può leggere quello che vuole; questo articolo è solo e soltanto quello che penso io al riguardo. Il giudizio di un classico tipo di lettriceNiente di più, niente di meno.



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25 luglio 2013

Un caffè con: William Ernest Henley

William Ernest Henley iniziò a combattere molto presto. A dodici anni appena gli venne diagnosticata una grave forma di tubercolosi ossea che lo costrinse a ricoveri in ospedale frequenti e prolungati fino a quando, a venticinque anni, a causa della malattia fu costretto a subire l'amputazione di una gamba. Una vita difficile, affrontata però con coraggio e orgoglio ed è proprio da qui, da questa grande forza, che nasce la sua poesia più famosa: Invictus, mai sconfittoUn'inno autocelebrativo, così potremmo definirlo, il ruggito di un cuore volto al combattimento a dispetto di ogni avversità (tant'è che questa poesia era usata da Nelson Mandela per alleviare gli anni della sua prigionia durante l'apartheid).

(Gloucester, 23 agosto 1849 – 11 luglio 1903)
Dal profondo della notte che mi avvolge, 
buia come un pozzo che va da un polo all'altro,
ringrazio qualunque dio esista

per l'indomabile anima mia.

Nella feroce stretta delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo d'ira e di lacrime
si profila il solo Orrore delle ombre,
e ancora la minaccia degli anni
mi trova e mi troverà senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
quanto piena di castighi la vita,
io sono il padrone del mio destino:

io sono il capitano della mia anima.

Buon caffè, buona colazione e buona giornata!


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23 luglio 2013

Lift my head, I'm still yawning

L'estate scivola, rovente e appiccicosa, sulle mie letture. È difficile scrivere con questo clima che appanna i pensieri, anche se alcune idee si stanno facendo spazio dentro di me. Mi serve solo tempo (e modo) di organizzarle. Il realtà è che, ogni tanto, perdo la direzione; questo mi capita spesso ma non pensavo potesse succedere anche qui, in questo piccolo grande spazio virtuale che mi sono creata. Penso mille cose, ne faccio altrettante, e mi distraggo. Ho bisogno, e chi mi conosce lo sa bene, di prendermi piccole pause, giusto il tempo di ritrovarmi. Poi torno, se si ha la pazienza di aspettarmi, torno sempre. Sono successe (e ancora succedono) tante cose che mi portano lontano, lontano con la testa, lontano con i sogni. E mi dicono che bisogna fare un passo alla volta, e non sono abituata. Un passo alla volta, come mai era successo prima, proprio io che solitamente corro, corro, corro ogni volta che posso.

Mi sono resa conto di non essere stata proprio io a parlarvi in quest'ultimo periodo. Mi sembra di non riuscire a trasmettervi quello che sono, quello che penso, e questo mi blocca. Il timore di essere fraintesa. Dimentico a volte che questo spazio, questo "mondo nel mondo", è  mio, prima di tutto. Almeno qui non dovrei preoccuparmi di quello che quello che potrebbe sembrare, di quello che è, di quello che gli altri potrebbero dire. E invece ci ricasco sempre. Penso mille cose che potrei scrivere ma poi rinuncio pensando che magari non sono importanti, che magari sono concetti che potrebbe interessare solo me. Come questo post, che ha l'utilità di un calzino spaiato rintanato in fondo al cassetto. Serve a me però, come promemoria (che poi magari l'altro calzino salta fuori al prossimo lavaggio!). 

Un passo alla volta, after all I'm only sleeping.


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18 luglio 2013

Stoner di John Edward Williams

Se Stoner potesse leggere tutto quello che si è detto di lui ne resterebbe molto stupito; non credo che penserebbe di meritare il clamore che ha suscitato fuori e dentro la rete. Eppure è così, l'ultima notizia vede Stoner vincitore del Mix Price 2013. Quello che però desta maggior curiosità non è il successo del libro ma i commenti dei lettori. A chiunque abbia letto questo romanzo voi rivolgiate la domanda: di cosa tratta?, la risposta che otterrete sarà pressoché questa: «Mhmmm... Beh, ecco... c'è questo ragazzo che va all'università e diventa professore... e poi... niente... si sposa, ha una bambina... questo è... insomma, più o meno». E la vostra reazione non può che essere un punto interrogativo più grosso di quello che avevate prima. Sapete perché? Perché la domanda è sbagliata. Provate a chiedere: chi è Stoner? Vedrete che gli occhi del vostro interlocutore si illumineranno e avrete la vostra risposta. Perché, come suggerisce il titolo stesso, non dovete focalizzarvi su quello che accade. Non è la vita di Stoner. È Stoner, solo Stoner.
«Chi sei tu veramente? Un umile figlio della terra, come ti ripeti davanti allo specchio? Oh, no. Anche tu sei uno dei malati: sei il sognatore, il folle in un mondo ancora più folle di lui, il nostro Don Chisciotte del Midwest, che vaga sotto il cielo azzurro senza Sancho Panza. (...) Anche tu sei votato al fallimento. Ma anziché combattere il mondo, ti lasceresti masticare e sputare via, per ritrovarti a chiederti cos'è andato storto. Perché ti aspetti sempre che il mondo sia qualcosa che non è, qualcosa che non vuole essere.»
Stoner è dotato di una bontà d'animo che, plasmata dallo stile dell'autore, diventa un tratto caratteriale molto forte. A tutto quello che succede, Stoner reagisce con una compostezza tale da suscitare due emozioni contrastanti: rabbia e tenerezza. Non si riesce ad accettare la passività e la rassegnazione con la quale Stoner affronta la propria vita e, non potendo agire sul personaggio, non possiamo fare altro che divorare la storia, capitolo dopo capitolo, con la speranza che almeno una qualche giustizia divina, nel caso esista, intervenga e salvi Stoner da se stesso.
Perché sei troppo debole, e troppo forte insieme.
E non hai un posto del mondo dove andare.
Il punto di forza di Stoner è lo stesso John Edward Williams. Lo stile di Williams è raffinato e accogliente; lo stesso Ian McEwan, in un'intervista, afferma che «as soon as you start reading it you feel you're in very, very good hands». Ogni passaggio acquisisce attraverso il modo in cui Williams utilizza le parole un fascino particolare. Un esempio eclatante di quanto, parlando di scrittura, non sia importante il cosa ma il come. Stoner, scritto da qualunque altro autore, sarebbe stato un autentico fallimento. Stoner, scritto da John Edward Williams, è stato giudicato dai lettori* che hanno votato per eleggere il vincitore del Mix Price 2013, il miglior libro pubblicato in Italia nella stagione 2012/2013.



Stoner-John-Edward-Williams-libro-coverJohn Edward Williams
Stoner
Traduzione di Stefano Tummolini
Fazi Editore 
2012
pp. 334
ISBN 9788864112367

*I lettori che hanno indicato il libro a cui assegnare il Mix Price 2013 sono stati chiamati a scegliere tra dieci titoli, selezionati dai Librai Feltrinelli di tutta Italia, pubblicati nel periodo maggio 2012-maggio 2013. 

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16 luglio 2013

La trilogia dell'assurdo di Albert Camus: Il mito di Sisifo

Non è stata una lettura semplice. Ho studiato budget, bilanci e contabilità e le mie conoscenze di filosofia sono molto scarse, nutrite per lo più da qualche approfondimento autodidatta che mi sono imposta di leggere. Ne Il mito di Sisifo ci sono valanghe di richiami filosofici
Ho bisogno di scrivere cose che in parte mi sfuggono ma che rappresentano appunto una prova di ciò che in me è più forte di me.
Sebbene Camus esordisca dicendo che vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio, questo saggio non si dedica solo ad esaminare il suicidio in quanto tale ma si occupa maggiormente di analizzare il rapporto tra suicidio e assurdo, nella misura esatta nella quale il suicidio sia una soluzione dell'assurdo. Come abbiamo avuto modo di accennare in Caligola e Lo straniero, l'assurdo è una presa di coscienza, l'uomo si rende conto che l'esistenza non ha alcun senso. Proprio perché assurda, la vita non può però essere compresa, tant'è che Camus mette in dubbio anche la famosissima citazione "conosci te stesso" di Socrate: non è possibile conoscere veramente né se stessi né gli altri. Il problema che si pone per l'uomo assurdo è come approcciarsi alla vita una volta entrati in contatto con l'illogicità della stessa, interrogandosi se tale consapevolezza sia condizione necessaria e sufficiente per decidere di porre fine alla propria esistenza. In realtà l'autore conclude in modo meno disfattista il suo pensiero, riconoscendo infatti che la vita sarà tanto meglio vissuta in quanto non avrà alcun sensoL'assurdità non è quindi un motivo sufficiente per decidere di rinunciare alla vita ma, al contrario, è un'opportunità per smettere di comprenderla e godersela per quel che offre; solo assumendo questo atteggiamento l'uomo sarà davvero libero. Di una libertà completa, perché più consapevole.
L'atteggiamento dell'uomo assurdo non è quello del suicida, ma del suo contrario: il condannato a morte. Egli ha in mano la libertà assurda, la libertà da ogni spiegazione, da ogni obiettivo.
A questo punto che Camus, per confermare le proprie considerazioni, ci offre come esempio alcuni personaggi romanzeschi come il Don Giovanni, oppure Kirillov (protagonista de I demoni di Dostoevskij) e conclude introducendo l'ultimo elemento che compone la teoria dell'assurdo: la speranza
Se il cammino della vita sfocia in Dio, vi è dunque, una via d'uscita; e la perseveranza, l'ostinatezza con cui Kierkeegard, Chestov e gli eroi di Kafka ripetono i loro itinerari, sono una singolare garanzia del potere esaltante di questa certezza.
È una lettura di completamento, almeno così l'ho vissuta io; chiarisce alcuni concetti che nelle altre due opere dell'autore sono appena accennati, velati a più riprese da comportamenti apparentemente illogici.
Una lettura per appassionati di filosofia, per appassionati di Camus soprattutto.



mito-Sisifo-Camus-libro-coverAlbert Camus
Il mito di Sisifo 
Bompiani
2001
pp. 176
ISBN  9788845246425

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15 luglio 2013

La trilogia dell'assurdo di Albert Camus: Lo straniero

Per dare un'interpretazione completa de Lo straniero, dovremmo sciogliere un nodo che da molto tempo affligge la filosofia, la psicologia (e anche me): cos'è la normalitàNel nostro quotidiano, a ogni avvenimento è convenzionalmente collegata una determinata reazione emotiva, una reazione consona alla situazione, una reazione normaleLa questione alla base del romanzo nasce proprio dall'enorme contrasto del comportamento del protagonista rispetto alle suddette regole di comportamento: Meursault non reagisce normalmente alla morte della madre. Non ne è felice, sia chiaro, ma non è disperato: è indifferente, e non a causa di rancori repressi o comune astio madre-figlio. Questa immunità emotiva porterà Meursault, passando per alcune sfortunate coincidenze, a subire un processo e la condanna che ne conseguirà. 

L'incipit  è rivelatore:
Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall'ospizio: "Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti." Questo non dice nulla: è stato forse ieri.
Ma c'è un altro passaggio che rappresenta in pieno modo di pensare del protagonista e consiste in una breve discussione che si instaura tra l'uomo e la sua ragazza:
La sera Maria è venuta a prendermi e mi ha domandato se volevo sposarla. Le ho detto che la cosa mi era indifferente, e che avremmo potuto farlo se lei voleva. Allora ha voluto sapere se l'amavo. Le ho risposto, come già avevo fatto un'altra volta, che ciò non voleva dire nulla, ma che ero certo di non amarla. "Perché sposarmi, allora?" mi ha detto. Le ho spiegato che questo non aveva alcuna importanza e che se lei ci teneva potevamo sposarci, Del resto era lei che me lo aveva chiesto e io non avevo fatto che dirle di sì. Allora lei ha osservato che il matrimonio è una cosa seria. Io ho risposto "No."È rimasta zitta un momento e mi ha guardato in silenzio. Poi ha parlato: voleva soltanto sapere se avrei accettato la stessa proposta se mi fosse venuta da un'altra donna cui fossi legato nello stesso modo. Io ho detto "Naturalmente".
Questa eccessiva passività agli eventi potrebbe rimandare alle trame kafkiane; il paragone però non è del tutto corretto perché, sebbene entrambi gli autori carichino i propri protagonisti di arrendevolezza e rassegnazione, i personaggi di Kafka sono consapevoli delle ingiustizie che stanno subendo e non si ribellano (ricordiamo Josef K. ne Il processo, ma anche Gregor Samsa ne La metamorfosi): sono vittime a tutti gli effetti. Meursault non è una vittima perché si rende conto che probabilmente non è giusto quello che gli sta accadendo ma non avverte alcun dispiacere, non se ne dispera, non soffreEcco, questa è la differenza: Kafka, attraverso suoi romanzi, trasmette la sofferenza dei personaggi e questo provoca nel lettore un automatico senso di comprensione mentre Albert Camus non ci mette dolore nella sua storia, almeno non inizialmente, quindi leggendo non si avverte alcuna compassione ma un forte disagio, non si arriva a capire cosa il personaggio stia provando, come se si parlasse emozionalmente due linguaggi diversi. 

Notate, ancor più adesso, la differenza tra le due opere di Camus? Sebbene siano entrambi due personaggi consci dell'assurdità della vita, sebbene avvertano una comune indifferenza al mondo e nonostante vivano la stessa tragedia (la perdita di una persona cara), Caligola è un uomo in rivolta, è pazzo nella sua crudeltà, è crudele nella sua pazzia. Meursault non è una vittima e non è un folle: Meursault è uno straniero.
Mi ha chiesto se quel giorno avevo sofferto. Questa domanda mi ha molto stupito e mi è parso che sarei stato molto stupito e mi è parso che sarei stato molto imbarazzato se avessi dovuto farla io ad un altro. Comunque gli ho risposto che avevo un po' perduto l'abitudine di interrogare me stesso, che mi era difficile informarlo. Naturalmente volevo bene alla mamma, ma questo non significava nulla. Tutte le persone normali, gli ho detto, hanno una volta o l'altro desiderato la morte di coloro che amano. Ciò che potevo dire con sicurezza è che avrei preferito che la mamma non fosse morta. Ma l'avvocato non mi è parso soddisfatto."Questo non basta" mi ha detto.


straniero-Camus-libro-coverAlbert Camus
Lo straniero
Bompiani
2001
pp. 176
ISBN 9788845247460

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