Cronistoria della letteratura sui viaggi nel tempo

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Marty: «Ma allora dove diavolo sono?» 
Doc: «La domanda giusta è: “Quando diavolo sono?”. Capisci? Einstein è il primo essere vivente che abbia viaggiato nel tempo! L’ho mandato... dentro il futuro! Un minuto nel futuro per essere esatti! E precisamente all’1 e 21 e 0 secondi rincontreremo lui e la macchina del tempo».
Questa è una scena di Ritorno al futuro, serie cult anni ottanta, il momento in cui Doc spiega a Marty che viaggiare nel tempo non solo è possibile ma è già accaduto. Prodotta da Steven Spielberg, la trilogia di Ritorno al futuro è una saga che vede Marty McFly andare a spasso nel tempo (tra il 1955, il 1985, il 2015 e il 1885) grazie alla fantasia di un eccentrico scienziato, Emmett “Doc” Brown, che ha costruito una macchina del tempo da una DeLorean DMC-12. Einstein è il cane che Doc possiede nel 1985, un nome che omaggia il fisico tedesco che ha cambiato la percezione universale di spazio e di tempo. Prima di Albert Einstein, senza scendere troppo nel dettaglio, lo spazio e il tempo erano dimensioni assolute e indipendenti. Nel 1905, con la teoria della relatività ristretta, Einstein introduce il concetto di spaziotempo; dieci anni dopo perfeziona i primi studi con la teoria della relatività generale e l’idea della curvatura dello spaziotempo. Riducendo la questione ai minimi termini, le teorie di Einstein affermano che la struttura spaziotempo si curva in presenza di grandi masse e, siccome le quattro dimensioni sono interdipendenti, anche il tempo si “piega”. In quella regione, quindi, il tempo scorrerebbe in modo diverso – più lentamente, per esempio in prossimità di un buco nero.

Anche se le teorie di Einstein hanno dato validi appoggi scientifici ai racconti sui viaggi nel tempo, le potenzialità narrative della quarta dimensione avevano catturato l’attenzione degli scrittori già qualche secolo prima del Novecento. Per ripercorrere la storia di questo sottogenere della fantascienza ci viene in auto la raccolta Viaggi nel tempo, un’antologia che comprende diversi racconti di altrettanti scrittori, presentati in ordine cronologico. Seguendo la puntuale prefazione di Fabrizio Farina, aggiungendo qua e là qualche coordinata storica, proviamo a ricostruire le tappe più importanti della letteratura sui viaggi nel tempo.

Viaggiare nel tempo, tra pozioni e ammonizioni

Gli scrittori hanno cominciato a occuparsi del tempo intorno al 1300, nell’ultimo secolo di Basso Medioevo. Mentre in Italia Petrarca era impegnato a concludere il Canzoniere, tra il 1330 e il 1335 lo spagnolo don Juan Manuel componeva il Libro de los enxiemplos del Conde Lucanor et de Patronio, una raccolta di racconti morali tra cui Il mago rimandato, il primo testo ufficiale della letteratura sui viaggi nel tempo. Prima del racconto di Juan Miguel, il futuro era orizzonte esclusivo di profeti e preveggenti (un esempio per tutti: Merlino di Monmouth, 1136); con Il mago rimandato, i protagonisti non solo riescono a prevedere quello che accadrà ma “entrano” nel futuro. La trama è semplice: un decano chiede a un mago d’insegnargli le arti magiche. Il mago, don Illán, non è molto convinto perché, essendo il decano un uomo con una posizione di prestigio, concluso l’apprendimento si sarebbe dimenticato del suo insegnante. Il decano promette che saprà come essere riconoscente, il mago accetta e dice alla serva di non cucinare le pernici per cena fino a nuovo ordine. Di lì a poco, un messaggero comunica al decano che suo zio, il vescovo, è molto malato. Tre giorni dopo il vescovo muore e il decano gli succede. Il mago si congratula con l’allievo, ricordandogli la promessa ma senza ottenere riscontro. Passano gli anni: il vescovo diventa arcivescovo, poi cardinale, infine Papa, e puntualmente il mago Illán si presenta per rinnovare la memoria dell’accordo. Ma il Papa lo scaccia un’ultima volta e allora don Illán, «il cui viso era ringiovanito in modo strano», dice alla serva che sarà proprio il caso di mangiare quelle pernici che aveva conservato per la cena. A quelle parole il Papa si ritrova, di nuovo decano, nella cella della casa del mago; prova a scusarsi della sua futura ingratitudine ma don Illán non vuole sentire ragioni. Il futuro come lezione per il presente è lo schema che parecchi anni dopo darà vita al racconto di Natale più famoso al mondo: A Christmas Carol di Charles Dickens (1843). 

La fine del Basso Medioevo si fa coincidere con la più significativa tra le grandi esplorazioni: il 12 ottobre 1492 Cristoforo Colombo scopre l’America. La concezione di spazio si estende e l’immaginazione degli scrittori diventa sconfinata, stimolata ancor di più dalle pubblicazioni di Niccolò Copernico e dalle teorie della filosofia naturale di Isaac Newton (siamo in piena rivoluzione scientifica). Per diversi secoli, la letteratura sui viaggi nel tempo si basa sugli stessi meccanismi: i racconti proiettano i personaggi nel futuro (solo nel futuro, e sarà così per molti anni a seguire), attraverso artifici magici supportati da atmosfere fiabesche. Come nel caso di Rip van Winkle, pubblicato da Washington Irving nel 1820: l’espediente narrativo alla base del racconto è una classica pozione che regala al protagonista un sonno lungo vent’anni. Rip si risveglia in un futuro nel quale la sua bisbetica moglie non c’è più, i suoi amici sono morti; è smarrito e confuso finché una donna lo riconosce, seppur invecchiato, e avvalora le sue apparenti farneticazioni.

L’abisso del futuro 

Nel 1841, un racconto cambia la visione comune del futuro: Edgar Allan Poe pubblica Una discesa nel Maelström e viaggiare nel tempo diventa affacciarsi su un baratro spaventoso. Un gruppo di pescatori norvegesi s’imbatte in una tempesta nell’arcipelago di Lofoden, in Norvegia. La barca viene spinta al largo e attratta dal maelström, un vortice tipico di quelle acque. Poe esaspera la potenza del fenomeno naturale che nel racconto appare come una voragine di portata gigantesca e, si scoprirà più avanti, una specie di varco temporale. Poe era uno scrittore eccezionale, tanto più che il maelström, così come lo intese lui, assomiglia molto al concetto di wormhole, un cunicolo spazio-temporale ipotizzato da Ludwig Flamm soltanto nel 1916; una scorciatoia, da un punto dell’universo a un altro, che prenderà il nome di “ponte di Einstein-Rosen”. In Una discesa nel Maelström il tipico tratto della letteratura gotica, proprio di ogni scritto di Poe – la fascinazione della morte, l’idea romantica della Fine –, si fonde con le regole della fantascienza e sorprende il protagonista nel momento più drammatico:
Può sembrare una vanteria, ma le sto dicendo la verità: cominciavo a riflettere e trovavo fosse una cosa meravigliosa morire in quel modo, e folle dare tanta importanza alla mia vita personale di fronte alla manifestazione di Dio. Credo di essere arrossito di vergogna quando questa idea mi traversò la mente. Poi fui preso da una curiosità acuta per il vortice in se stesso. Sentii un forte desiderio di esplorarne la profondità, anche a costo del sacrificio che ero in procinto di fare; il mio principale rammarico era che non avrei mai potuto raccontare ai miei vecchi compagni della costa i misteri che avrei visto.(1)
In questo monologo c’è il bagliore di quella pulsione che è propria dell’umanità tutta: l’attrazione per l’ignoto e la speranza di poter, un giorno, alzare il velo che separa la vita dalla morte.

Un tuffo nel passato

Nel 1836, con Gli antenati di Kalimeros, Aleksandr F. Veltman spedisce i suoi personaggi nel passato. Stessa cosa fa Mark Twain qualche decennio più tardi (nel 1889) con Un americano alla corte di re Artù. Nel 1881, però, Edward Page Mitchell pubblica L’orologio che andava all’indietro e segna un momento fondamentale nella letteratura dei viaggi nel tempo: per la prima volta il viaggio si compie grazie a un oggetto meccanico, primo esemplare di macchina del tempo. Questo accade perché l’Europa, nel periodo tra il 1850 ed il 1914, attraversa la seconda rivoluzione industriale: la scoperta di nuove fonti di energia, come l’elettricità, regala agli scrittori altri strumenti per veicolare le proprie fantasie (nel racconto di Mitchell interviene la scarica di un fulmine, espediente utilizzato, molti anni dopo, anche in Ritorno al futuro. Alle 10:04, un fulmine colpisce la torre dell’orologio del municipio e permette a Marty McFly di tornare nel 1985. Nota della nota: 10:04 è anche il titolo originale di uno dei più recenti romanzi sui viaggi nel tempo: Nel mondo a venire di Ben Lerner).
Il Tempo è una condizione, non un essenziale. Vista dall’Assoluto, la sequenza in base a cui il futuro segue il presente e il presente segue il passato è puramente arbitraria. Ieri, oggi, domani: nella natura delle cose non c’è ragione per cui l’ordine non possa essere domani, oggi, ieri. [...] È davvero tanto difficile immaginare il Tempo in questo dipanarsi, il Tempo che cala anziché montare, il passato che si dispiega mentre il futuro arretra, i secoli che fanno marcia indietro, il corso degli eventi che va verso l’inizio e non verso la Fine come adesso? [...] Come fai a sapere che in questo istante, con tutta la boria che ti viene dal pensiero contemporaneo, non sei solo una creatura di un sogno sul futuro nella mente, poniamo, di un filosofo del Cinquecento? Come fai a sapere che non sei solo una creatura di un sogno sul passato nella mente di un hegeliano del 2500? Come fai a sapere, ragazzo, che non svanirai nel XVI o XXVI secolo nel momento in cui chi ti sta sognando si sveglierà? (2)
Citazioni da capogiro (non dimentichiamo che stiamo parlando di fantascienza).

Il racconto di Mitchell è significativo anche perché introduce il concetto di paradosso temporale. Questo è un passaggio importante: in teoria viaggiare nel tempo è possibile, anche se non ancora realizzabile. Il vero problema, però, non sarebbe andare nel futuro ma tornare al passato: una qualsiasi interferenza dell’uomo del presente potrebbe alterare la storia e provocare danni irreparabili.

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Ray Bradbury e l’effetto farfalla

Il rischio di contaminazione tra panorami temporali è alla base di Rombo di tuono, un racconto di Ray Bradbury del 1952; racconto che, tra le altre cose, pare abbia ispirato la locuzione “effetto farfalla”, una teoria di condizioni, influenze e conseguenze (quella che, nel 2004, nel film The Butterfly Effect di Eric Bress, una voce fuori campo riassumerà come: «Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo»).

Il racconto di Bradbury è ambientato nel 2055, anno in cui vengono organizzati dei safari nella preistoria. Una compagnia ha creato una macchina del tempo in grado di mettere i cacciatori più impavidi a confronto con esemplari ormai estinti. Tutto si basa su un equilibrio sottile: a ogni cacciatore è fatto divieto di uscire dal Sentiero e di cacciare animali che non siano contrassegnati. Perché? Perché: «Un colpo di piede su un solo topo potrebbe dare l’avvio a un terremoto i cui effetti scuoterebbero la nostra Terra e i nostri destini attraverso il Tempo, fino alle fondamenta. [...] Forse Roma non sorgerà mai sui sette colli. Forse l’Europa è per sempre una foresta buia, e soltanto l’Asia crescerà sana e feconda. Calpesti un topo e schiaccerà le Piramidi.». Una delle spedizioni, com’è prevedibile, non va per il verso giusto: un cacciatore si spaventa e, per qualche secondo e solo per pochi centimetri, lascia il Sentiero. Rientra nel presente, con tutto il disappunto della sua squadra, e avverte qualcosa di strano, nelle persone, nell’aria stessa. Ha una scarpa sporca di fango: sotto la suola c’è una farfalla. 

La macchina del Tempo di H. G. Wells e una certa idea di presente

Diversi autori hanno scritto storie di viaggi nel tempo, diramandosi in direzioni collaterali e complesse: come Emilio Salgari nel 1907 con Le meraviglie del duemila o Fritz Leiber con Scacco al tempo nel 1953, Isaac Asimov, Philip K. Dick e Robert Anson Heinlein, eppure il primo libro che ci viene in mente quando pensiamo a questo genere è sempre La macchina del tempo di H. G. Wells, pubblicato per la prima volta nel 1895, nonostante già da molti anni si raccontasse il futuro e si teorizzasse l’invenzione della macchina del tempo.

Il protagonista del libro di H. G. Wells è un anonimo Viaggiatore del Tempo. È in atto una specie di dimostrazione: il Viaggiatore combatte lo scetticismo dei suoi ospiti mettendo in dubbio alcune certezze, del tipo: «Può esistere realmente, un cubo che non abbia una pur minima durata? [...] Ogni corpo reale deve estendersi in quattro direzioni: lunghezza, larghezza, altezza e… durata». Il pubblico riflette mentre osserva quell’oggetto bizzarro presentato come la macchina del tempo.

Il Viaggiatore racconta di essere stato nel futuro, nell’anno 802.701, e di aver incontrato delle creature di forma umana; un po’ più basse della media, ma abbastanza simili al modello del presente. I nuovi uomini, gli Eloj, erano vestiti tutti uguali, «stesso viso delicato e imberbe, la stessa rotondità di membra da adolescenti»; non c’era un’evidente distinzione di sesso e i figli erano miniature dei genitori. Il Viaggiatore era rimasto un po’ perplesso perché si aspettava di trovare una società evoluta, che addirittura riuscisse a prevedere il suo arrivo. Invece gli Eloj erano spaventati dalla sua presenza, non avevano un’intelligenza sviluppata, non comunicavano attraverso una lingua complessa. Gli Eloj svolgevano una vita tranquilla, in realtà non facevano altro che sorridere, lanciarsi fiori (ce n’erano di bellissimi, esemplari mai visti) e tuffarsi nel fiume. Ma alcuni comportamenti erano sospetti: gli Eloj erano terrorizzati dal buio, dormivano in condomini altissimi, in stanze comuni, stretti l’uno all’altro. Non sarebbe passato molto tempo prima che il Viaggiatore si accorgesse della presenza dei Morlock, l’altra razza, quella che viveva nei condotti di ventilazione che si alternavano lungo i pendii. I Morlock approfittavano dell’oscurità per risalire in superficie. Il Viaggiatore aveva la sua teoria:
Un tempo, la vita e la proprietà dovevano avere raggiunto una sicurezza quasi assoluta: i ricchi sicuri delle ricchezze e del benessere, i poveri della vita e del lavoro. Senza dubbio in quel mondo perfetto non c’era nessun problema di disoccupazione, nessuna questione sociale irrisolta: ne era seguita una grande quiete. È una legge di natura troppo spesso dimenticata, che la versatilità intellettuale è la compensazione dei cambiamenti, dei pericoli, dei guai. Un animale in armonia perfetta con il proprio ambiente è un meccanismo perfetto. Finché l’abitudine e l’istinto funzionano la natura non ricorre all’intelligenza, perché dove non c’è cambiamento né bisogno di cambiamento non può esserci nemmeno intelligenza. Partecipano all’intelligenza solo gli animali che devono affrontare un’enorme varietà di bisogni e di pericoli. Così, vedete, l’uomo del sopramondo era scivolato verso la sua inetta leggiadria, e quello del sottomondo verso un’attività esclusivamente meccanica. (3)
Il mondo sotterraneo lavorava per il benessere del mondo visibile ma la presenza dei Morlock condizionava l’esistenza degli Eloj (fatto rilevante: gli Eloj erano fruttariani, i Morlock erano carnivori; il crononauta l’aveva scoperto quando, scendendo in uno di quei pozzi, aveva visto banchettare i Morlock con una pietanza dalle fattezze anche troppo familiari). Chi era schiavo di chi?

Secondo Fabrizio Farina: «Con Wells, la neonata fantascienza diventa ciò che essa costitutivamente è: l’espressione di una crisi del presente». Attraverso La macchina del tempo, Wells dà alla letteratura fantascientifica una connotazione nuova; i racconti sui viaggi nel tempo si elevano definitivamente dalla dimensione ludica a cui erano relegati, diventando un’analisi puntuale della società e, come spesso accade, denuncia di un’epoca irrimediabilmente corrotta. In perfetta coerenza con questa definizione, il futuro del Viaggiatore è un orizzonte distopico.

Ma a Wells va riconosciuto un altro merito: nel suo romanzo l’interesse scientifico motiva l’impresa. Intrecciando le regole del fantastico con una valida preparazione accademica e il suo vivo interesse per ogni settore della scienza, Wells avvalora lo spirito del Viaggiatore perché teso al progresso. È la prospettiva che erediterà Mack Reynolds nel 1956 per scrivere il racconto Interessi composti; alla fine di una storia che occupa lo spazio di diversi secoli, lo scienziato Shirey motiverà la sua devozione allo studio dei viaggi nel tempo con queste parole:
«Sei secoli di storia umana» dichiarò Rami Mardu, rappresentante dell’India, con voce così sommessa da essere a stento udibile. «Il significato sarebbe soltanto questo...»
Il professor Shirey lo guardò con impazienza: «Devo forse pensare che lei sostenga, signore, che ci sono stati altri secoli di storia umana che hanno avuto maggior significato?» (4)



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(1) tratto da Una discesa nel Maelström di Edgar Allan Poe.
(2) tratto da L’orologio che andava all’indietro di Edward Page Mitchell.
(3) tratto da La macchina del tempo di H. G. Wells. Einaudi, 2017. Cura e traduzione di Michele Mari.
(4) tratto da Interessi composti di Mack Reynolds.

La raccolta Viaggi nel tempo curata da Fabrizio Farina contiene, tra i racconti citati: Il mago rimandato, Rip van WinkleUna discesa nel Maelström, L’orologio che torna indietro, Rombo di tuono, Interessi composti.

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