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23 febbraio 2017

Oltre i limiti del linguaggio. Ancora una parola su Thomas Wolfe

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Nella stagione che sto vivendo, scopro l'emozione di cose nuove. Se prima consideravo una trama riuscita tra i fattori più importanti su cui fondare un giudizio, ciò che mi colpisce adesso è la parola, in sé e in relazione alle altre. In realtà è un concetto più complesso: mi emoziona la sfida ai limiti del linguaggio. Esiste un gap evidente, una voragine incolmabile, per cui ciò che diciamo (scriviamo, raccontiamo) non è mai quello che abbiamo in mente. È una frustrazione che non riguarda tutti, ma che in alcuni scatena una ricerca ossessiva, destinata a raggiungere risultati che l'interessato percepirà sempre un po' parziali e insoddisfacenti. Come un moderno Sisifo, il narratore trascina il peso del suo messaggio lungo un piano inclinato di parole finite e definite. Un passo avanti, tre passi indietro. Ma questa insoddisfazione stimola una sperimentazione continua che spesso si traduce in racconti e romanzi imperfetti e bellissimi. Molti dei miei scrittori preferiti hanno questa caratteristica, ricondotta da diversi critici alla definizione astratta di stile. Lo stile, però, è soprattutto una questione di forme; io mi riferisco a un'esigenza diversa, qualcosa che assomiglia di più all'esasperazione dei contenuti. William Faulkner combatteva la parola nei suoi passaggi più lirici, conscio del fatto che la stessa fosse soltanto una forma per riempire un vuotosostituta indegna di una verità intraducibile. Era una lotta che conduceva per interi periodi; frasi interrotte, costrette una dietro l'altra a dispetto di ogni logica sintattica. Ma se Faulkner mi ha suggerito i confini del problema, è stato Thomas Wolfe a spiegarmi perché arrendersi non è un'ipotesi da considerare.
Milioni di altre cose che tutti noi abbiamo conosciuto, che tutti noi ricordiamo, che sono l'aria, la sostanza, il sangue della nostra vita, in quel momento rinvennero nella mia mente con immagini sfolgoranti, il flusso torrenziale di un doloroso, intollerabile ricordo; e improvvisamente capii con chiarezza, per la prima volta nella mia vita, che non avevo linguaggio, non avevo parole per dar loro voce, né una lingua per raccontare la forma, la dimensione, il tono, le caratteristiche, il significato e l'emozione che quelle immagini continuavano a conservarci. E quando vidi e capii questo, mi resi conto che dovevo trovare un linguaggio per me, una lingua per esprimere quello che sapevo ma non potevo dire. E dal giorno e dal momento di quella scoperta si delineò chiaramente lo scopo della mia esistenza, si definì il senso verso cui avrei diretto ogni energia e il talento della mia vita.
È questo che mi commuove in Thomas Wolfe: l'incapacità di non poter essere altro che la somma di se stesso, «come un torrente, un impeto e una forza compressa». Ed è così che appare in Story of a Novel, il testo del discorso che tenne di fronte a un gruppo di studenti del Boulder College, pubblicato dalla casa editrice Scribner's nel 1936. Non Thomas Wolfe, l'autore di uno degli esordi più sorprendenti del secolo (il romanzo Angelo, guarda il passato) ma un uomo qualunque, uno che non poteva non scrivere quello che ha scritto. Chiamato a rispondere sulla genesi del libro, Wolfe ne fa una questione di sostanza, sangue e vita. Racconta di un processo estenuante e accidentato che parte proprio dalla scoperta dell'inadeguatezza della lingua. Sembra quasi di vederlo, nel suo metro e novantotto, rimpicciolire di fronte alla vastità della missione. Tutta quella vita da scrivere. Ma sapeva di non avere alternativa: «la forza creativa che c'è in noi sarà anche capace di distruggerci come una lebbra se la lasciamo marcire, prima che nasca, nell'intimità di noi stessi». Thomas Wolfe predicava la ricerca di un linguaggio personale, un codice che ogni scrittore avrebbe dovuto trovare in sé. Il suo sguardo passava dall'infinitamente piccolo all'infinitamente grande e la distanza da un mondo all'altro era appena una parola. Sulla carta, però, immagini limpide si trasformavano in figure approssimative, e allora colmare gli spazi vuoti diventava un tormento. Scriveva tante ore al giorno ogni giorno, pagine e pagine piene di parole, un'esuberanza che derivava dal «non essere mai sicuro di aver detto abbastanza». O di averlo detto abbastanza bene. Eppure non riesco a immaginare niente di più simile alla vita che scorre di questo scrivere sconsiderato, imperfetto e bellissimo.
Scrivere è stato per diversi anni l'aspetto essenziale, il più coinvolgente della mia vita e mi è costato lo sforzo, la fatica, l'incertezza e la sofferenza più forte che io abbia mai conosciuto. Non ho realizzato quello che volevo; ho fallito in un modo che solo io conosco ma ce l'ho anche fatta (...) Non penso che questo sia il modo per scrivere un libro, anzi spero proprio che nessuno di voi debba mai scrivere un libro in questo modo. Se però questo non è il modo di scrivere un libro è almeno un modo in cui un uomo ne ha scritto uno.
Più volte Thomas Wolfe ripete di non essere un modello da seguire, che la storia del suo romanzo sembra più una collezione di errori che il racconto di un successo. Ma se questo è vero, io credo anche che la profondità della sua esperienza, l'intensità con cui l'ha vissuta, sia una delle lezioni di scrittura tra le più emozionanti che abbiamo.


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Storia di un romanzo. Fazi editore, 1997. Traduzione di Igina Tattoni.

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16 febbraio 2017

Henry James: «La migliore intervista è una buona lettura»

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Henry James aveva appena compiuto diciannove anni quando si procurò «un'orribile e misteriosa» menomazione fisica aiutando alcune persone a fuggire da un incendio. Una disabilità supposta, mai accertata, che pare abbia condizionato gran parte della sua vita. Niente sappiamo di James che non sia strettamente collegato al suo lavoro: la narrativa, il dramma e la critica. Americano di nascita, europeo d'adozione, Henry James è da sempre considerato lo Scrittore dei due Mondi. I suoi romanzi ripropongono, in modi e situazioni diverse, il contrasto tra la cultura americana e lo splendore decadente dei paesi europei. Per definire il suo stile, che sposta il punto di vista da un narratore onnisciente a un più emotivo protagonista, il fratello (e filosofo) William James coniò il termine stream of consciousness, una tecnica ispirata dalle teorie di Freud sulla psicoanalisi.

La morte dell'idolo è un racconto del 1894. Il nostro narratore è un giornalista che per far colpo sul nuovo direttore decide di scrivere un articolo su Neil Paraday. Paraday è uno scrittore poco conosciuto ma è appena apparso in libreria con un nuovo romanzo. Quando i due s'incontrano, il giovane redattore resta colpito dalla sensibilità di Mr Paraday; non è come si aspettava eppure assomiglia molto a quello che aveva conosciuto leggendo i libri che aveva scritto. La scoperta ristabilisce i termini della missione: il bisogno di proteggere la vita privata di Mr Paraday diventa più forte di ogni ambizione. Il giornalista rinuncia a scrivere l'articolo per dedicarsi esclusivamente alla tutela del suo idolo, assicurandolo dall'invadenza del pubblico.
Queste mie poche righe hanno soprattutto un carattere privato e se esse saranno pubblicate ciò sarà semplicemente una prova che forze insidiose avranno avuto ragione delle mie cautele, come la mia stessa storia dimostra.
Questo di James è un irresistibile divieto di lettura. Per un efficace gioco di specchi, noi siamo la parte più attiva della narrazione: siamo i lettori curiosi che leggono la storia, quelli del tipo che il giornalista cerca di allontanare da Mr Paraday, e siamo il giornalista stesso, trascinati nei fatti dal suo flusso di coscienza.

La pubblicazione del libro ottiene un successo inaspettato e Mr Paraday suscita l'interesse di personaggi importanti; come l'emblematica Mrs Wimbush, moglie di un fabbricante di birra e titolare dello zoo del paese. Allo stesso modo, gestisce una cerchia di artisti ai quali si accompagna nelle occasioni mondane. La donna vede in Mr Paraday un nuovo pezzo della sua collezione. Ciò che accadrà, che il titolo tradotto anticipa (a dispetto del più corretto The death of the Lion), è una conseguenza inevitabile di una situazione insostenibile. Ancor più del cosa, però, in questo caso è importante arrivare a capire il perché. La provocazione di Henry James è nascosta tutta in una scena che si svolge nella prima metà del racconto. Un certo Mr Morrow, collaboratore di una celebre testata, si reca da Mr Paraday per un'intervista. Lo scrittore è reduce da una lunga malattia e dopo qualche minuto di conversazione si allontana perché ha bisogno di riposare. Rimasto solo con il nostro narratore (che intanto si è trasferito a casa di Mr Paraday per meglio svolgere il suo ruolo), Mr Morrow chiede di vedere lo studio, il luogo magico dove avviene il processo creativo. Si stranisce quando l'altro prende un libro di Paraday tra le mani e dice: «Queste pagine sovrabbondano delle dichiarazioni che stiamo cercando: leggiamole, assaporiamole e chiariamole». Mr Morrow protesta: possibile che non si possa attingere da un'altra fonte d'informazione che non sia il libro? Il nostro risponde:
«Da nessun'altra, finché questa qui, di gran lunga più abbondante, non sia stata del tutto esaurita. Voi l'avete esaurita, mio caro signore? L'avevate esaurita quando siete venuto qui? Mi sembra che oggi ci si dimentichi troppo facilmente di questa verità, anzi sarebbe necessario fare qualcosa perché essa recuperi la considerazione che ha perduto. È proprio l'artista stesso che ci chiama verso questo percorso, con insistenza e con tanta accorata fiducia».
In questo passo, James sembra prendere la parola per affermare alcune cose importanti. Innanzitutto: l'artista si definisce attraverso la sua opera, in essa esiste e con essa si conclude. E poi: la fiducia con la quale lo stesso si concede attraverso la scrittura è più sincera di qualsiasi dichiarazione possa fare di persona («Questa terribile locuzione: "di persona"!»). Esistono lettori, dichiara Mr Paraday, che non pagherebbero cinque scellini per un mio libro ma darebbero tutto ciò che possiedono per conoscere i dettagli della mia vita. La storia precipita, lo scrittore diventa una declinazione grottesca di sé, vittima consapevole di una curiosità morbosa e superficiale. Eppure non riesce a liberarsi, forse perché non è troppo sicuro di volerlo. Quello della celebrità, infatti, è un gioco destinato a durare poco. Solo finché qualcuno, più bello più bravo più famoso, non entrerà nella gabbia dorata. Che sia questa la morte più temuta?



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La morte dell'idolo di Henry James, libro piccolo e prezioso, era stato pubblicato dalla casa editrice Barbès prima che diventasse l'attuale Clichy. Potreste ancora trovarlo in qualche libreria. La traduzione è di Lia Formigari.
 
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9 febbraio 2017

Edizioni Black Coffee. Storie di quell'America più amara e pungente

Profilo italiano e cuore americano, Edizioni Black Coffee è un nuovo progetto editoriale ideato da Sara Reggiani e Leonardo Taiuti. Prima di diventare una casa editrice, Black Coffee era una collana del catalogo di Edizioni Clichy fino a quando Sara e Leonardo, traduttori editoriali, decidono di concedersi un'opportunità, dando al progetto indipendenza, forma e dimensione.
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Il nome che avete dato al progetto è molto evocativo. Come il logo: una tazza fumante, un black coffee. Perché vi rappresenta?

SARA Abbiamo scelto questo nome perché lettura e caffè sono sempre andati a braccetto, soprattutto negli Stati Uniti. In Italia magari beviamo più tè mentre leggiamo (l’espresso dura poco), ma il punto era proprio evocare una tipica situazione della quotidianità americana, una poltrona, una lampada, un tavolino con una tazza di caffè fumante sopra e una persona immersa nella lettura. Il nostro caffè non a caso è nero, senza aggiunta di zucchero o latte… è amaro e pungente, come – speriamo – i libri che pubblicheremo. E poi il caffè sveglia, non ti fa stare fermo.

Cosa vi ha spinti a concludere il rapporto con edizioni Clichy e a trasformare la collana Black Coffee in una nuova casa editrice? Il progetto era già in cantiere?

SARA A dirla tutta, Black Coffee è nata molto tempo fa. Io e Leo fantasticavamo da anni di aprire una casa editrice nostra. L’esperienza prima in Giunti, dove ci siamo conosciuti, e poi in una realtà più piccola come Clichy ci ha dato modo di osservare tutta la filiera editoriale e capire cosa ci serviva per realizzare il nostro progetto. Abbiamo deciso di iniziare con una collana perché ancora non avevamo consapevolezza delle nostre forze e dei nostri punti deboli, ma dopo qualche anno è tornato fuori con prepotenza il desiderio di fare da soli, di proporci con il nostro volto autentico.

Quando è nata la vostra passione per la letteratura nordamericana?

SARA Gli autori americani ci vengono proposti sin da quando siamo molto piccoli e la mia passione si è accesa tra i banchi di scuola, suppongo. Ma ho capito che era una cosa seria, che cioè ne avrei fatto il mio campo di specializzazione, all’università di Bologna, studiando con un grande professore di letteratura americana, Franco Minganti.

LEO Se devo essere sincero non ho mai fatto discriminazioni – leggevo italiani, americani, britannici ecc. Non mi interessava la nazionalità dell’autore. Ma quando ho iniziato a lavorare nel mondo dell’editoria e a fare caso a determinati aspetti, mi sono reso conto che tanti romanzi che avevo amato nel corso degli anni erano stati scritti da americani e ho deciso di approfondire. Un capolavoro dopo l’altro alla fine ho capito che dalla letteratura americana è davvero difficile prescindere.

Perché gli occidentali sono così presi dagli Stati Uniti? Dalla letteratura, ma non solo. Esiste ancora, da qualche parte nel nostro immaginario, un’idea intatta di sogno americano?

SARA Dell’America non ci si libera mai, nemmeno a volerlo. L’immaginario che evoca è troppo potente e vario per passare in secondo piano rispetto a quello di altri Paesi del mondo. Più che di sogno americano ora come ora sarebbe il caso di parlare di incubo americano… Il sogno si è infranto, eppure continua a vivere nelle nostre menti.

LEO Gli Stati Uniti sono un Paese da cui abbiamo ereditato talmente tanti aspetti, a livello culturale, che per noi italiani è difficile non esserne “presi”. Ora come ora, poi, è sempre più evidente la centralità dell’America nel nostro immaginario di tutti i giorni, nel bene e nel male: è un luogo che ci fa sognare, che ci dà speranza, ma che riesce al contempo a terrorizzarci. Indirettamente regola tanti, troppi aspetti della nostra vita.

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Avete deciso di dare spazio (leggo dal sito): «alle realtà indipendenti più coraggiose, alle voci femminili e alla forma del racconto». Come avviene la selezione? Dove prendete ispirazione?

SARA La selezione avviene dopo lunghi periodi di ricerca. Gli agenti ovviamente ci propongono quello che pensano possa fare al caso nostro, ma ci siamo ripromessi fin dall’inizio di stare in prima linea, andare a scovare di persona le voci più talentuose. Facciamo vere e proprie spedizioni negli Stati Uniti e torniamo con la testa carica di stimoli (e le valigie di libri). Ci documentiamo molto sulle riviste letterarie e non lasciamo insondate nemmeno le realtà editoriali più piccole e nascoste. Poi iniziamo a leggere: solitamente la prima scrematura la faccio io, per dare una direzione coerente al programma. Se un libro ha le carte per diventare un Black Coffee lo sento subito, dalle prime pagine. È una sensazione fisica, inconfondibile. Poi però ho assolutamente bisogno del confronto con Leo, che è più cauto e meno istintivo. Se il libro sta bene anche a lui, allora è (quasi) fatta. Riuscire ad aggiudicarcelo è tutto un altro paio di maniche.

Quali saranno i primi due titoli del catalogo?


LEO Il 2 marzo uscirà Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman, un romanzo d’esordio che ha riscosso un successo enorme oltreoceano e che è già stato tradotto in diverse lingue. È un libro folle. Dico sempre che racchiude perfettamente lo spirito della nostra casa editrice, perché è originale, crudo e senza fronzoli. Il secondo romanzo, Lions, è stato scritto da una nostra vecchia conoscenza, Bonnie Nadzam, autrice di quel libro controverso che è Lamb. Questa volta ci inoltriamo negli altopiani del Colorado, fino a raggiungere un minuscolo paesino, Lions appunto, che è la classica ghost town del West. Una storia d’amore e di fantasmi in pieno stile Nadzam.

Vi occuperete esclusivamente di letteratura nordamericana contemporanea. Sembra che gli editori indipendenti intraprendano sempre più spesso la strada della focalizzazione (mi vengono in mente Edizioni Sur per la letteratura latinoamerica, Exorma per la letteratura di viaggio o esempi più recenti, come Racconti edizioni), raggiungendo un’identità forte ma settoriale, diventando così veri e propri punti di riferimento per i lettori. Pensate possa essere una strategia vincente in un clima – quello editoriale italiano – non proprio favorevole?

SARA È l’unica strada possibile, secondo me. Se dimostri a una persona di sapere bene quello che fai e di avere l’obiettivo di mostrargli non tutto di tutto, ma solo il meglio di una piccola fetta della torta, quella persona si fiderà di te e ti seguirà. Se ognuno facesse quello che sa fare meglio, sarebbe davvero un bel mondo. Ci chiedono ogni tanto se ci apriremo mai ad altre culture, ma la mia risposta è sempre la stessa: se volete altro, non c’è che l’imbarazzo della scelta; noi siamo onesti, possiamo offrire solo letteratura nordamericana perché è quella che conosciamo e solo in questo ambito sentiamo di avere il diritto di dire la nostra.

Giochiamo alla pubblicazione impossibile. Avendo a disposizione una macchina del tempo, quale libro di letteratura nordamericana andreste a scovare per primi?

SARA Ne ho troppi in mente… Mattatoio n.5 di Vonnegut, L’incanto del lotto 49 di Pynchon, Revolutionary Road di Yates… vorrei essere stata la prima a leggere Il nuotatore di Cheever… non lo so, si sta male solo a pensarci!

LEO Fahrenheit 451 di Bradbury, così senza neanche riflettere, ma ce ne sono centinaia di altri. Non mi sarebbe dispiaciuto nemmeno aver portato per primo in Italia DeLillo. O Steinbeck. Uomini e topi è uno dei miei libri preferiti.



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