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26 gennaio 2017

Il silenzio (perduto) del lettore

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Qualche tempo fa Chiara Valerio presentò un libro di Giusy Marchetta dal titolo Lettori si cresce. È la storia di un ragazzino, Polito, e del suo rapporto un po' complicato con la lettura. La discussione seguì diverse direzioni ma tutte tese a rispondere alla domanda: chi è il lettore? Chiara Valerio disse qualcosa del genere: «Il lettore è innanzitutto una persona di cui mi fido perché so che riesce a stare da solo per un periodo di tempo abbastanza lungo. Mi fido perché so che è una persona che non ha paura del silenzio». A sentir parlare di fiducia mi venne in mente un passaggio del libro L'insostenibile leggerezza dell'essere, quello in cui Tomáš fissa un appuntamento tra Tereza e uno sconosciuto. Tomáš voleva dimostrare a Tereza che la sessualità e l'amore possono essere due cose diverse e che anche lei aveva degli istinti che non avrebbe potuto controllare per sempre. Quando Tereza raggiunge l'uomo nel suo quartiere alla periferia di Praga, l'appartamento si rivela un'unica stanza stretta e lunga, da un lato c'è un divano e dall'altro una libreria.
Quest'uomo non aveva nemmeno un tavolo come si deve, però aveva centinaia di libri. Tereza ne era contenta e l'angoscia con la quale era andata lì si placò leggermente. Fin dall'infanzia considerava il libro come un segno di fratellanza segreta. Un uomo che aveva in casa una biblioteca come quella non poteva farle del male.
Tereza si fida di quel lettore e la storia prosegue come Tomáš aveva predetto.

Tralasciando i miti da romanzo, devo ammettere che penso spesso alle parole della Valerio, alla sua definizione così semplice e centrata. Quello che mi chiedo è se possiamo riconoscerci in quel profilo allo stato attuale delle cose. Da quando siamo tutti connessi a una rete di pulsazioni digitali, abbiamo perso ogni contatto con il nostro io più profondo. È un argomento che ha cercato di sviluppare lo scrittore Don DeLillo in diversi romanzi. In Zero K, per esempio, ci suggerisce che: «la vita contemporanea è così incorporea che ci si può infilare un dito dentro». E se non riusciamo più a vederci per quello che siamo allora tanto vale diventare quello che condividiamo. Ciò che facciamo, in maniera più o meno inconscia, è costruire un'immagine fatta da piccole rivelazioni quotidiane e cercare d'imprimerla negli occhi degli altri. Mostriamo solo una parte di noi stessi, quella che pensiamo sia la migliore, e misuriamo tutta la nostra esistenza sulle impressioni e sugli apprezzamenti dei nostri "amici", apprezzamenti che però nascono da una rappresentazione parziale e fittizia. È un paradosso al quale ci assoggettiamo ogni minuto di ogni giorno.

Anche i libri sono diventati vittime di questo sistema. Noi siamo i lettori che gli altri pensano che noi siamo, in base all'idea che si sono fatti su cosa leggiamo, come lo leggiamo e quanto lo leggiamo. Siamo sempre più pronti a condividere citazioni, scatti e opinioni, e non ci rendiamo conto che stiamo perdendo un po' alla volta la facoltà di straniamento che è propria della lettura, quella capacità di uscire da sé per entrare nella storia di un altro. Non ci permettiamo più di perdere la cognizione del tempo perché l'attimo è tutto il tempo che abbiamo. Ma se la regola è show the world who you are, cosa ci resta? La solitudine è una condizione sempre più associata alla malinconia, a volte anche alla tristezza, ma c'è una piccola e sostanziale differenza tra isolarsi ed essere soli. La verità è che quello che ci spaventa di più è il silenzio che lo stato di solitudine richiede. Siamo così abituati a vivere con un brusio di sottofondo, il "rumore del mondo", che il silenzio ci appare una dimensione intollerabile, troppo oscura e insondabile. Eppure qualche volta quello che ci fa paura è solo un'ombra di qualcosa che a guardarla bene si rivela meno orribile di come immaginavamo che fosse.

Quello a cui penso spesso è che tutti dovremmo fare i conti con quello che sta succedendo. Noi lettori, soprattutto, perché in gioco c'è molto di quello che siamo. Coltiviamo la nostra solitudine, prendiamoci una pausa e lasciamo che il mondo continui a urlare dietro la nostra porta. Dimostriamo che di gente come noi ci si può ancora fidare.
La solitudine è indipendenza: l'avevo desiderata e me l'ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri. ¹


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¹ La citazione è tratta dal romanzo Il lupo della steppa di Hermann Hesse.

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19 gennaio 2017

Very Southern People: il Mason Tarwater di Flannery O'Connor

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«L’intera natura umana si oppone alla grazia perché la grazia provoca in noi un cambiamento e il cambiamento è doloroso ¹ »: questa è la sintesi perfetta di tutta la produzione di Flannery O'Connor, una scrittrice intelligente e ironica, ma soprattutto cristiana e cattolica. Ancor più dell'azione della grazia nel territorio del diavolo, la O'Connor ha raccontato cosa può accadere a chi si rifiuta di accettare il volere di Dio. Se è vero che per ogni uomo esiste un percorso già segnato, tutti i passi che non assecondano quel cammino scatenano una reazione, e più forte sarà la resistenza al cambiamento, più drammatiche saranno le conseguenze.

Nel romanzo Il cielo è dei violenti, pubblicato nel 1960, Francis Marion Tarwater è un quattordicenne che rifugge dal proprio destino. Cresciuto in un casolare immerso nella solitudine dei boschi, il suo unico riferimento è stato il prozio Mason Tarwater, un predicatore fondamentalista che muore prima ancora che la storia cominci. Il vecchio Tarwater aveva insegnato al pronipote a leggere e a scrivere, gli aveva raccontato la storia e spiegato le Scritture, l'aveva salvato, così gli diceva, dalla corruzione della vita moderna allevandolo secondo rigidi principi religiosi. Prima di morire, gli aveva dato disposizioni precise per una sepoltura da "perfetto cristiano": la sua fossa avrebbe dovuto essere profonda almeno tre metri, coperta con abbastanza terra affinché i cani non lo tirassero fuori e le insegne dovevano essere collocate dalla parte della testa. Ma quando arriva quel giorno Francis è troppo ubriaco, troppo arrabbiato per scavare. Non è sconvolto dalla morte del prozio ma dall'eredità che lui gli ha lasciato: una predestinazione. Secondo il vecchio Tarwater, nel ragazzo riposava l'indole di un predicatore che prima o poi si sarebbe rivelata; nessuna volontà terrena avrebbe potuto fermare il disegno divino. Quelle parole diventano un'ossessione per Francis, «silenziose come semi che si aprissero, a uno a uno, nel suo sangue», sempre più spaventato all'idea di essere stato concepito per uno scopo dal quale non può prescindere.
– Gesù è il pane della vita, – diceva il vecchio.
Il ragazzo, sconcertato, distoglieva gli occhi e guardava lontano, oltre la linea azzurro cupo degli alberi, dove si stendeva il mondo, nascosto e a suo agio. Nell'angolo più buio, più segreto della sua anima, sospesa a testa in giù, come un pipistrello addormentato, c'era la consapevolezza sicura, innegabile, che lui non aveva fame del pane della vita. Il rovo si era incendiato per Mosè, il sole si era fermato per Giosuè, i leoni si erano fatti da parte del Daniele solo per annunciare il pane della vita? Gesù? Il ragazzo era terribilmente deluso da questa conclusione, aveva terrore che fosse vera.
Il predicatore è una figura fondamentale in molte storie del Sud, vere o immaginate che siano. È l'anello di congiunzione tra l'uomo e Dio, l'unico in grado di spiegare il Cielo alla Terra. Utilizzato dagli scrittori in modo ambivalente, il predicatore può essere il primo o l'ultimo tra gli uomini, una guida illuminata posta a capo del gregge o la massima espressione di una crisi spirituale. Secondo l'autrice, ogni opera di narrativa è il racconto di una conversione, la rappresentazione del passaggio da uno stato d'incoscienza a uno di maggior consapevolezza, e la conquista di un'identità religiosa non è una storia meno interessante dal punto di vista letterario. È sbagliato però pensare che attraverso la sua scrittura la O'Connor operasse una sorta d'indottrinamento; al contrario, i personaggi che nei suoi racconti subiscono le peggiori conseguenze sono proprio alcuni cattolici, quelli che, in nome della fede, fanno della religione l'ennesimo tempio di fanatismo.
Non m'interessano le sette religiose in quanto tali. Quello che m'interessa è l'individuo religioso, il profeta dei boschi. L'eroe de Il cielo è dei violenti è il vecchio Tarwater e io sono con lui al cento per cento.
Il titolo originale del romanzo, The violent bear it away, è tratto da un versetto del vangelo di Matteo: «From the days of John the Baptist until now, the kingdom of heaven suffereth violence, and the violent bear it away». La grazia si compie attraverso la violenza: è questo il messaggio, questo è il maggior fraintendimento che provocano gli scritti di Flannery O'Connor, manchevoli secondo alcuni di quel sentimento proprio della religione cattolica che è la misericordia. E in effetti è vero, le sue storie sono cariche di violenza, vicende in cui la natura dell'uomo si rivela nella sua dimensione più selvaggia e oscura, al limite del grottesco. Ma la scrittrice spiega che la violenza, come la morte, la sofferenza e il disordine, sono i mezzi attraverso i quali un personaggio «passa da una comprensione meschina, superficiale, dell'esistenza al mistero nel quale l'uomo vive e muore». Nella prefazione, la curatrice Marisa Caramella aggiunge:
La tecnica che adopera nei suoi racconti, per rendere visibile, oltre il livello superficiale (dell'azione), quello più profondo (del mistero), è la tecnica dello schock, della brutalità, della violenza. [...] Le sue non sono rappresentazioni realistiche della scena sociale in cui è nata e vissuta, ma rappresentazioni del divino come appare a chi abbia una visione antropocentrica del mondo: i suoi personaggi lo vivono come una violenza, un'offesa, un intervento distruttivo che sconvolge l'equilibrio del mondo umano.


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Il cielo è dei violenti. Einaudi, 2008. Introduzione di Marisa Caramella. Traduzione di Ida Omboni.
 ¹ La citazione originale è «All human nature vigorously resists grace because grace changes us and the change is painful», tratta dal libro The Habit of Being: Letters of Flannery O'Connor.

Nel marzo del 2009 Michelle Lopez ha presentato alla Simon Preston Gallery di New York una mostra dal titolo The violent bear it away, ispirata dal romanzo della scrittrice americana. L'artista ha voluto rappresentare i temi del destino, della distruzione e della redenzione che si manifestano nell'atto simbolico del battesimo.


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12 gennaio 2017

La sfida lanciata da L'amante di Wittgenstein

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Ogni volta che leggo un libro difficile penso a un episodio che raccontò Julio Cortázar. In Argentina, quand'era giovane, partecipò a un evento con alcuni scrittori e un gruppo di contadini. Qualcuno lesse un racconto sulla guerra d'indipendenza, una storia scritta affinché fosse comprensibile dalla maggior parte dei presenti. A lettura conclusa, il pubblico applaudì senza troppo entusiasmo. Era evidente che il racconto «non aveva toccato il fondo». Un altro scrittore prese la parola e lesse La zampa della scimmia, un famoso racconto di William Waymark Jacobs, un horror che si regge su equilibri più complessi, scritto utilizzando un linguaggio un po' meno popolare. Quello che accadde fu che: «l'interesse, l'emozione, lo spavento e, infine, l'entusiasmo furono straordinari». Julio e gli altri scrittori restarono tutta la notte con i contadini a discutere di quel racconto e delle sensazioni che aveva suscitato in loro. Come questo sia stato possibile, Cortázar lo spiega così:
Ho visto l'emozione che presso la gente semplice provoca una rappresentazione di Amleto, opera difficile e sottile come poche (...) cosa che dimostra che Shakespeare scriveva veramente per il popolo, nel senso che il suo tema era profondamente significativo per chiunque – a diversi livelli, sì, ma raggiungendo un po' ognuno.
Nel libro L'amante di Wittgenstein, David Markson dà voce a una donna che crede di essere l'unica superstite sulla terra. Il lettore non sa se sia una condizione vera o falsa perché il romanzo è scritto in forma di monologo e la protagonista, per sua stessa ammissione, non è una fonte attendibile. È una lunga lettera, una sorta di cantilena filosofica, che si esercita a interpretare le teorie di Wittgenstein. Ludwig Wittgenstein è stato un filosofo austriaco, pioniere nello studio della filosofia del linguaggio. Scrisse un solo libro nella sua vita, il Tractatus logico-philosophicus, considerato tra le opere filosofiche più importanti del Novecento. Una delle proposizioni del Tractatus è che «Il mondo è la totalità dei fatti non delle cose» e su questo principio si fonda il libro di Markson, che si sviluppa su digressioni, aneddoti storici e paradossi letterari. È una doppia sfida, giocata sul linguaggio e sul pensiero. Di fatto, se niente esiste se non ciò che accade, è probabile (quantomeno possibile) che tutta la storia raccontata da Kate non sia mai avvenuta se non nella sua mente.
Non c'è dubbio che queste siano perplessità ininfluenti. Tuttavia è noto che le perplessità ininfluenti, di tanto in tanto, diventano lo stato emotivo fondamentale dell'esistenza, si potrebbe pensare.
Anche se la spiegazione facilita il passaggio tra i vari livelli del romanzo, L'amante resta un libro difficile. La chiave di lettura è semplice: Kate ripercorre ossessivamente i fatti, fatti in apparenza poco importanti, perché rifugge dal dolore. Il problema è che durante queste ripetizioni compulsive, Markson non sembra rivolgersi al lettore, troppo preso dall'intento di riuscire a dare alla teoria di Wittgenstein una connotazione romanzesca. Il racconto di Kate appare perciò un elenco sconnesso di aforismi che svela appena e non abbastanza un significato più profondo. Ma a poco meno di un centinaio di pagine dalla fine Markson cambia registro e se non fosse stato così presente a se stesso nella prima parte si potrebbe addirittura pensare che abbia provato a rimediare: quello che sembrava un esercizio di stile si trasforma in una confessione più intima e coinvolgente. Kate rivela qualcosa di sé, qualcosa che giustifica la sua dissociazione. Non è più un ragionamento astratto ma diventa un essere umano con tutte le imperfezioni del caso. È la parte che ho preferito, la ricompensa che stavo aspettando. È lo stesso punto in cui, secondo David Foster Wallace, il romanzo fallisce.

Nel suo saggio, Wallace suggerisce che cadendo nella convenzione di una trama, Markson si discosta dalla sua missione principale, ossia rappresentare «a livello immaginario e concreto quel cupo mondo matematico che il rivoluzionario Tractatus di Wittgenstein evocava tramite un'argomentazione astratta». Quello che non capisco è come uno scrittore possa prescindere l'umanità scrivendo narrativa, o perché debba farlo. È stato proprio David Foster Wallace a insegnarci che la scrittura può essere cerebrale ma anche generosa, aperta, comunicativa. Che si può scrivere di massimi sistemi e raggiungere il lettore meno esperto. Soprattutto, ci ha insegnato che la narrativa dovrebbe occuparsi di spiegare cosa vuol dire essere un «fottuto essere umano». O almeno dovrebbe provarci.

L'amante di Wittgenstein è un libro interessante, stimolante sotto diversi punti di vista, ma cavalcando l'ambizione di un'opera sperimentale, Markson perde un po' di vista il vero destinatario del suo messaggio e la richiesta d'aiuto di Kate è un appello che rischia di raggiungere solo pochi eletti.



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L'amante di Wittgenstein, David Markson (questa edizione contiene il saggio critico di David Foster Wallace). Edizioni Clichy, 2016. Traduzione di Sara Reggiani.
Da Alcuni aspetti del racconto, in Bestiario. Einaudi, 2014. 

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5 gennaio 2017

Scrittori allo specchio: Louis-Ferdinand Céline e Ferdinand Bardamu

(Un articolo di Paola C. Sabatini)

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Un'autobiografia il mio libro? Ma andiamo. La mia vita è molto più semplice e molto più complicata.
L. F. Céline

Céline ha sempre tergiversato sul carattere o meno autobiografico del suo primo romanzo, Viaggio al termine della notte, il cui protagonista è Ferdinand Bardamu ma, siccome Agatha Christie sosteneva che un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza ma tre indizi fanno una prova, non resta che cercare questi indizi tra le pagine del romanzo per scoprire se in effetti sia Bardamu l’immagine riflessa nello specchio di Céline.

Primo indizio: la guerra e le ferite

L. F. Céline, come molti sanno, è lo pseudonimo che L. F. Destouches ha usato come scrittore. Nato nel 1894, a diciott'anni in preda ad un improvviso slancio patriottico, Destouches si arruola nel dodicesimo reggimento corazzieri; due anni dopo, durante un’azione di guerra viene raggiunto da una pallottola e ferito al braccio destro, dopo di che, viene riformato. Nel Viaggio, un giovanissimo Ferdinand Bardamu, mentre è seduto in un caffè di Place Clichy, vede sfilare un reggimento «col colonnello in testa sul suo cavallo, e ci aveva perfino un'aria simpatica e dannatamente in gamba» e, senza pensarci due volte, salta su e decide di arruolarsi, «a passo di corsa per di più». Poche pagine dopo, durante un combattimento, il nostro eroe viene ferito ad un braccio.

Secondo indizio: la professione medica

L. F. Destouches, alias Céline, ferito, riformato e medagliato, durante la sua convalescenza inizia a studiare medicina. Interrompe gli studi per recarsi in Africa – a guadagnarsi la pagnotta – , per poi fare ritorno in Francia, laurearsi e partire di nuovo, questa volta verso l’America, dove troverà impiego come medico a bordo dei piroscafi. Al suo ritorno, viaggerà di nuovo in Africa, rientrerà in patria e decide di aprire un ambulatorio in una banlieu operaia di Parigi, a Clichy tra poveri e diseredati, per nulla riconoscenti ma molto sprezzanti. Di sé in quegli anni dirà di aver prodotto molta "letteratura farmaceutica" – ricette mediche – al mattino e di aver scritto il suo primo romanzo durante la notte, non per vocazione ma per talento e necessità. Céline, infatti, ci teneva a dire che la sua vera vocazione è sempre stata la medicina.
Bardamu dal canto suo vivrà una storia molto simile: una volta arruolatosi, partirà per la guerra dove sarà ferito e poi riformato, tornerà a Parigi dove inizierà a frequentare la facoltà di Medicina, tra un lavoretto e l'altro, bucando spesso gli esami. Anche lui interromperà gli studi per recarsi in Africa e, subito dopo, in America (come Céline), riprenderà più tardi gli studi e, con il diploma "bello roboante", andrà a piazzarsi in periferia, dove riceverà solo disprezzo e sarà oggetto di scherno dei suoi assistiti, al pari del dr. Destouches, ma in un'altra banlieu, a Rancy.

Terzo indizio: l'Africa e l'America

Céline, andrà più volte in Africa, al servizio della Societé des Nations, per conto della quale si recherà anche in Nord America. Bardamu, manco a dirlo, andrà in Africa, imbarcato, per cercare di rifarsi nelle Colonie, e poi anche in America. Qui vivrà per un po' a New York - la "città in piedi" – e poi a Detroit, dove lavorerà in una catena di montaggio e sperimenterà i metodi fordisti. Ma c'è un indizio ancora più forte di questi, legato ai suoi viaggi africani, e sono i tramonti tropicali descritti da Bardamu, talmente belli e intensi che solo gli occhi di Céline prestati a Bardamu avrebbero potuto farli giungere fino al lettore del Viaggio. 

Quarto indizio: "ah…le ballerine!"

«Mi piacciono sempre le ballerine. Non mi piace nient’altro, addirittura. Tutto il resto mi è orribile» è quanto scrive Céline in una lettera del '37 indirizzata a Karen Marie Jansen, una sua amica ballerina, mentre invece, durante una conversazione-intervista rilasciata nel '58 a Robert Poulet suo amico, dirà: «Il corpo femminile mi interessa da sempre... soprattutto le gambe (…) Le più sincere, le gambe. (…) Perciò quando le ho incontrate, le ballerine... Ah, finalmente vedevo delle gambe». Céline ne aveva diverse di amiche ballerine, ne ha perfino sposata una in seconde nozze, Lucette (Lili) Almanzor.
Anche il nostro Bardamu non perde occasione per ammirare e descrivere le gambe delle donne che incontra lungo il suo Viaggio. Molly, la ragazza che frequenterà durante il suo soggiorno americano, viene da lui descritta così: «Mi ricordo come se fosse ieri le sue gentilezze, le sue gambe lunghe e bionde splendidamente agili e muscolose, delle nobili gambe. La vera aristocrazia umana, si ha un bel dire, sono le gambe che la conferiscono, non si può sbagliare». E poi, c'è un esilarante episodio in cui Bardamu, trovatosi un lavoretto come comparsa in un teatro di varietà e si ritrova «maliziosamente attorniato da un magnifico stormo di ballerine inglesi, migliaia di muscoli agitati e precisi».

Insomma, possiamo affermare che gli indizi raccolti formano incontestabilmente un'ottima prova ma, se tutto ciò non fosse sufficiente, abbiamo anche un testimone, Poulet, l'amico di Céline, il quale scrive nel suo libro-intervista Il amico Céline queste parole:
C'è voluto Bardamu perché l'intero essere umano guidato dal movimento delle sue stesse sensazioni, fosse riconosciuto, presentato senza pudori, prima di poter essere contraffatto da interne o esterne censure o da astratti rilievi interpretativi. Fra Céline e il suo eroe c'è come uno scambio di natura formale: in fondo sono uguali, hanno in comune qualcosa di brutale, di cruento, di vulnerabile.


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Citazione in apertura, Céline e l'attualità letteraria, edizione SE, p. 20
Citazioni dal Viaggio al termine della notte di Céline, Corbaccio, p. 16 -266-190 – 2055 e 392
Citazione da Lettere alle amiche di Céline, Edizione Adelphi, p. 209
Citazioni da Il mio amico Céline di Robert Poulet, Edizione Castelvecchi, p. 31 e 95

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