The Center Will Not Hold: la vita e la scrittura di Joan Didion



Se per Bernard Malamud non esisteva altro che non fossero le storie («With me it’s story, story, story»), qualche anno prima Joan Didion aveva provato a spiegare da dove nasce il nostro bisogno di raccontare: “We tell ourself stories in order to live”. 
La citazione è l’incipit di The White album, un pezzo di Joan eletto dal magazine Publisher Weekly come uno dei dieci articoli più importanti scritti dal 1950. A ventun anni, Joan Didion vinse il Prix de Paris, una borsa di studio per aspiranti stagiste indetta da Vogue, lasciò la California e si trasferì a New York. 
Scrisse il suo primo articolo per la rivista nel 1961, s’intitolava Self-respect - Its source, its power, ed era un testo a metà tra il giornalismo e la narrativa. Il suo era un approccio innovativo, figlio di un movimento per il quale, nel 1973, Tom Wolfe coniò l’espressione New Jornalism. Da quel momento, con uno stile inconfondibile, Joan Didion non ha fatto altro che raccontare storie “in order to live”: per vivere.

Dal 27 ottobre, sulla piattaforma Netflix, è disponibile il documentario Joan Didion: The center will not hold, scritto e diretto da Griffin Dunne. Griffin è il figlio di Dominick Dunne, fratello di John Gregory Dunne, scrittore e marito di Joan Didion fino al 30 dicembre 2003, quando morì per un infarto durante la cena nella loro casa a Manhattan. Joan ha scritto di quel giorno nel suo libro L’anno del pensiero magico, un racconto commovente – per niente patetico – di una donna che cerca di assecondare il cambiamento senza annegare. Ma la marea si alza di nuovo, appena diciotto mesi dopo, quando muore sua figlia Quintana Roo. 

Non c’è altro modo di scrivere se non quello di attingere materiale da se stessi, suggerisce Joan nel documentario: «You wrote what you had». Così, anche negli articoli di non-fiction contenuti in Verso Betlemme o nello stesso The White Album, Joan Didion comincia a raccontare i fatti cercando un punto di contatto tra la sua vita e la storia. 
La  sua scrittura si basa su un metodo (che i più dotti definirebbe “maieutico”) il cui intento è la costruzione di un dialogo; il lettore sembra essere parte attiva del racconto perché chiamato a rispondere su questioni di primaria importanza. Faccio un esempio, da Blue nights
Il tempo passa. Può essere che non ci abbia mai creduto? Credevo che le notti azzurre durassero per sempre?
È impossibile resistere alla tentazione di alimentare la riflessione rivolgendosi le stesse domande: può essere che lei abbia creduto che la felicità non avesse fine? E io quante volte ci ho creduto? 
Altro esempio, questa volta è l’incipit di Prendila così, un romanzo del 1970. 
Cos’è che rende malvagio Iago? Si chiede certa gente. Io non me lo chiedo mai». Certa gente se lo chiede. Te lo sei mai chiesto? Me lo sono mai chiesta? 
Seguendo l’impronta intimista della scrittura della Didion, il documentario è stato concepito come un dialogo tra zia e nipote; Joan risponde alle domande di Griffin, arricchendo le immagini d’archivio con dettagli e ricordi. Completano il film alcune interviste a persone che fanno o hanno fatto parte della vita privata e professionale della scrittrice, come Anna Wintour, la direttrice di Vogue, e Hilton Als del New Yorker. 

Il titolo, Il centro non reggerà, è una citazione tratta dalla poesia di William Butler Yeats The second coming, un’espressione utilizzata per rendere il clima che si respirava alla fine degli anni sessanta in America, il periodo sul quale il documentario si concentra di più. 
Sono gli anni in cui Joan Didion svolse il suo ruolo da reporter in modo più attivo, scrivendo su fatti di cronaca tra i più celebri della storia: dall’assassinio Manson alla vicenda Iran-Contra sotto la presidenza di Regan fino alla guerra civile ad El Salvador. Non mancano i riferimenti al matrimonio, al suo essere stata moglie e madre, senza dimenticare la donna che impazziva per i Doors, beveva Coca Cola la mattina e passava le notti a festeggiare insieme agli amici di Hollywood, gente del tipo di Steven Spelberg, Martin Scorsese e Warren Beatty.

Nata nel 1934, Joan Didion ha pubblicato più di quindici libri e ha ottenuto riconoscimenti importanti. È diventata un’icona di stile (a ottant’anni Céline l’ha scelta come modella per la sua campagna di occhiali da sole), i suoi articoli sono fonte d’ispirazione per le nuove leve del giornalismo e sempre più lettori restano affascinati dai suoi romanzi. Non ultimo Barak Obama, che nel 2012 le ha conferito la National Medal of Arts and Humanities, presentandola come «una delle più grandi scrittrici americane della sua generazione».


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