Dentro al Nero: IT di Stephen King

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Quando proviamo a scrivere di un classico come IT di Stephen King, l’impresa eccezionale che sentiamo di dover affrontare è quella di mettere un punto a una storia che in realtà non ha ancora finito di dire quello che ha da dire. Eppure tanto è stato scritto, ed è giusto continuare a farlo, anche solo per trovare un modo alternativo e più personale di arrivare alle stesse conclusioni. Quello che faccio io, che ho poche pretese e una più bassa capacità di mettere punti, è raccontare un’esperienza: la storia di chi, per arrivare a Derry, ha percorso una strada lunga trent’anni.

IT è un romanzo dell’orrore e la definizione lo colloca (confinandolo) nel genere a cui appartiene. L’orrore non è mai il fine, è solo un veicolo diverso che lo scrittore utilizza per raggiungere la verità che ha intenzione di raccontare; questo lo si impara se si decide di saltare il fosso e mettere da parte qualche pregiudizio. In verità, la resistenza contro la letteratura di genere è una forma di snobismo intellettuale che appartiene ai critici prima che ai lettori (cercando un riferimento a Stephen King nel libro Storia della letteratura americana leggo: “un autore di libri new-horror usa-e-getta, di quelli che si vendono nei supermercati o nei drugstores”). Scrivere dell’orrore è più complesso di come appare perché il soprannaturale è un espediente narrativo fluido; ogni scrittore ne plasma i contorni in base alla situazione che sente di voler riprodurre. In On writing, King rivela che il suo intento è creare un’intrusione della vita straordinaria nella vita ordinaria e vedere come i personaggi reagiscono, “guardare che cosa succede e poi scriverlo”.

IT è un’entità malvagia che assume le sembianze di un clown e fa di Derry, cittadina del Maine, un luogo di stragi e catastrofi. Nel 1958, dopo una serie di omicidi, sette bambini decidono di affrontare IT. Ventisette anni dopo IT ritorna e gli adulti che sono diventati quei bambini si preparano per la battaglia finale.

La struttura del romanzo è una continua e sempre più coinvolgente sovrapposizione di passato e presente, uno scambio che si muove soprattutto tra gli anni cinquanta e gli anni ottanta. A fare da sponda tra una dimensione e l’altra, ci sono le preziose ricostruzioni storiche di Mike Hanlon, l’unico dei bambini che è rimasto a Derry, l’unico che ricorda cos’è accaduto nel 1958. Perché questo è il fatto strano: allontanandosi dalla città, gli adulti hanno dimenticato. Ma quando vengono a sapere che IT è tornato, quella sensazione, come un presentimento che li coglieva nei momenti più impensati di una vita apparentemente felice, assume più antichi significati.
Che branco di miserevoli erano stati: Stan Uris con quel nasone da ebreo; Bill Denbrough che a parte: "Hi-yo, ragazzi!" non sapeva dire niente senza balbettare così spaventosamente da farti torcere le budella; Beverly Marsh con i suoi lividi e le sigarette nascoste nella manica arrotolata della camicetta; Ben Hanscom, così grosso da sembrare una versione umana di Moby Dick; e Richie Tozier, con quei fondi di bottiglia che aveva per occhiali e i suoi voti da primo della classe e la sua lingua saggia e quella faccia che sembrava supplicare di essere squinternata e ricomposta in forma nuove ed eccitanti. C’era una parola per definirli? Oh sì. C’era sempre una parola. Nel loro caso era: impiastri. 
I bambini, per motivi differenti, vivevano la stessa condizione di emarginazione. Erano i perdenti, esclusi e derisi perché diversi, incomprensibili. Tornare a Derry vuol dire anche dover ricordare com’erano ventisette anni prima. Il racconto dello scontro con IT, ricostruito attraverso piccoli e grandi ricordi che combaciano come pezzi di un puzzle, è l’unica speranza che hanno di sopravvivere. Non siamo nuovi alla narrazione come occasione di salvezza: ogni notte Scheherazade raccontava una storia al re di Persia per accendere la sua curiosità e impedirgli di ucciderla. Nel dramma Il marinaio di Fernando Pessoa, tre sorelle si raccontano i sogni per credersi più reali. Ma insieme ai ricordi tornano il dolore e la paura. Tornano le cicatrici.

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IT è costretto ad assumere una forma fisica per vivere sulla terra ma il clown è solo una proiezione di un essere che si trova ai confini del nostro universo, in un non-luogo descritto come i pozzi neri, una sorta di oblio della coscienza. In quell’oscurità, la prima volta, Bill aveva rischiato di perdersi. Allontanandosi da Derry, Bill aveva dimenticato IT, aveva rimosso il senso di colpa per la morte di suo fratello George, era diventato uno scrittore di successo e aveva sposato un’attrice meravigliosa. Perché rivivere volontariamente un incubo? Perché tornare nel passato, per quanto orribile possa essere stato, vuol dire recuperare parte di se stessi.
La DOMANDA, naturalmente, è: «Da dove prende l’ispirazione?».
È presumibile che tutti i narratori debbano rispondere a una domanda come questa, almeno un paio di volte alla settimana, ma a uno come lui, che si guadagna da vivere scrivendo di cose che mai sono state e mai potranno essere, è richiesto di rispondere, o fingere di farlo, ancora più spesso (...) Ora riflette: Hai sempre saputo che ti rivolgevano la domanda sbagliata (...); ora sai anche qual è la domanda giusta. Non da dove prendi l’ispirazione, ma perché ti vengono le ispirazioni. Certo che esiste una linea di comunicazione, ma non con un presunto inconscio, in versione Freud o Jung a seconda delle preferenze; non come un canale scolmatore della mente, non come una caverna sotterranea piena di Morlock che aspettano di manifestarsi. Non c’è niente all’altro capo di quella linea che non sia Derry. Solo Derry. E...
... chi viene trotterellando sul mio ponte?
Dagli appunti di Mike, scopriamo che gli omicidi del 1957 rappresentano soltanto una delle fasi di attività di IT: già nel 1929, e prima, nel 1905 e nel 1877, IT era stato spettatore a bordo campo di episodi di grande violenza. “E poi successe a Derry”, bisbigliano i più coraggiosi interrogati da Mike. Come se fosse naturale, come se tutti sapessero che Derry è il suolo fertile per cose brutte e malvagie. Può un’intera città essere posseduta? La domanda sottintende un’altra domanda: che cos’è il Male? È un fenomeno esterno, una forza distruttiva che viene da un altro mondo, oppure è una questione di genetica, qualcosa di oscuro e più profondo che appartiene all’essenza dell’essere umano? Succede a Derry perché IT è Derry? Quando IT tormenta Beverly scatenando la rabbia del padre, la bambina ha una sorta d’illuminazione: «Ti voglio bene, papà, ma ti odio quando sei così. Non lo devi fare più. È IT che te lo fa fare. Ma sei stato tu a lasciare che ti entrasse dentro». IT, come i più antichi miti lovecraftiani, attecchisce nelle menti più predisposte al male: alimenta l’aggressività di Henry Bowers, il bullo della scuola, e scivola senza sforzo nelle devianze del sadico Patrick Hockstetter. IT c’era nel 1930, quando la Legione per la difesa della rispettabilità della Razza Bianca incendiò il Punto Nero e c’era durante la sparatoria della banda Bradley, ma non è mai al centro della scena.

Una tra le tante riflessioni interessanti che ci offre il romanzo è quella sul rapporto tra potere e fede. Gli adulti non vedono IT, qualcuno un po’ più sensibile ricorda la presenza di un clown durante qualche avvenimento più drammatico, ma tutti hanno imparato a vivere in una latente consapevolezza: Derry è una città tendenzialmente malvagia. In realtà, il pensiero di una presenza estranea, per quanto terrificante, li solleverebbe perché se: “IT veniva da fuori nessuno doveva assumersene la responsabilità. I bambini vedono perché credono, e la paura è la principale fonte di sostentamento di IT. Per alimentare l’orrore, IT rispecchia i timori più reconditi del bambino che prende di mira: diventa licantropo, mummia e uccello, diventa Frankenstein. Credere in IT vuol dire estendere il suo potere.
Ai bambini era sempre riuscito più naturale trovarsi a un passo dalla morte, come era sempre stato più facile per loro assorbire nella propria vita quotidiana i fenomeni inspiegabili. Essi credevano implicitamente nel mondo invisibile. I portenti – benigni o maligni che fossero – andavano accettati, oh sì per forza, ma non per questo fermavano il mondo.
Ma il segreto che aiuterà i perdenti nella battaglia contro IT è che ogni credenza ha il suo rovescio: credere nel Male vuol dire anche credere di poterlo sconfiggere. Gli adulti devono ricordare IT, soprattutto devono ricordare come si fa ad abbandonare ogni sorta di scetticismo, trovare quella forza che ha permesso loro di salvarsi una prima volta. Tutto si basa su un’equazione molto semplice: la paura divide, l’amore unisce. IT si sconfigge solo se si resta insieme.

Se gli adulti devono tornare i bambini, i bambini devono diventare un po’ più adulti, sacrificando l’aspetto più sacro della loro giovinezza: l’innocenza. La luce che compare negli occhi dei perdenti a pochi giorni dalla battaglia spaventa anche i genitori perché riconoscono negli figli una maturità nuova; hanno paura per loro, una paura irrazionale, ma in un certo senso hanno anche paura di loro. I bambini di Stephen King nascono dai protagonisti dei romanzi di formazione dell’Ottocento, sono i discendenti di Huckleberry Finn e Oliver Twist, ritratti in quella fase così determinante che è il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Il rapporto di tensione con la famiglia, l’istinto di ribellione, le prime pulsioni sessuali e la perdita di contatto con la realtà sono sintomi della rottura di un equilibrio, la base di partenza per la ricerca di un’identità più strutturata.

Ciò che rende i bambini di King così speciali è l’onestà con la quale lo scrittore ha deciso di caratterizzarli: i personaggi dei romanzi che leggiamo spesso sono sublimazioni dell’essere umano, modelli che rappresentano l’idea di un individuo che certe volte ci assomiglia, mentre i perdenti sono proprio i bambini che avremmo potuto essere (se fossimo nati in America negli quaranta): avventati, inopportuni, imperfetti. Verosimili.

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I perdenti in una scena del film del 2017 diretto da Andrés Muschietti

Non so come sia leggere IT con gli occhi di un bambino, ma leggerlo a trent’anni vuol dire fare i conti con tutto quello in cui hai smesso di credere, tornare a pensare a tantissime cose che avevi scelto di dimenticare solo perché pensavi che questo fosse il prezzo da pagare per entrare nel mondo degli adulti. Perché pensavi che essere forte, avere il controllo (e perciò il potere), significasse fare a meno della fede. Ma vivere senza magia vuol dire anche non avere alcuna opportunità di salvezza. Questo l’ho imparato leggendo un romanzo dell’orrore.
Non c’è bisogno di girarsi a guardare indietro per vedere quei bambini; parte della mente li vedrà per sempre, vivrà sempre con loro, li amerà per sempre. Non sono necessariamente la miglior parte di noi, ma sono stati un tempo depositari di tutti ciò che saremmo potuti essere.

***
IT, Stephen King. Sperling & Kupfer Editore, 2013. Traduzione di Tullio Dobner.

Commenti

  1. Gran bel post. Come al solito.
    Complimenti per l'analisi della struttura del romanzo: quando uno scrive fa esattamente questo tipo di ragionamenti e rileggerli, e farli insieme a te, è stato davvero interessante.
    Comunque, per la cronaca, io IT l'ho letto da bambino. O da ragazzino, chi se lo ricorda più? So solo che ero al mare, in campeggio, e che per qualche giorno - mentre lo finivo - non sono praticamente andato da nessuna parte. Niente spiaggia, giochi o cose del genere. Della storia in sé non ricordo nulla, se non alcune fumosissime immagini che hanno a che fare con un enorme ragno e con una lingua da mordere o da mordersi a vicenda: hanno un senso o la mia memoria fa più cilecca di quanto io voglia ammettere?
    Di sicuro non ricordo né paura né terrore. Al limite tensione, per arrivare fino in fondo e fare (cioè leggere) quello che andava fatto.

    Chissà cosa ne penserebbe King... ;)

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    1. Hanno molto senso! È tutto lì il gioco (il rito): il primo che molla la presa ha perso. Secondo me King non sarebbe troppo dispiaciuto del posto che occupa l'orrore nella tua memoria: se hai creduto all'incredibile nello spazio di 1300 pagine, l'obiettivo con te è stato raggiunto.

      (Grazie)

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