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24 novembre 2016

La distanza è appena una parola secondo Thomas Wolfe

© Daniel Roe

Quando cominciò a scrivere, Thomas Wolfe voleva scrivere tutto. Dopo Angelo, guarda il passato (1929), aveva in mente un libro enorme, che avrebbe rappresentato quello che per Proust fu la Recherche o La commedia umana per Balzac. Quattro volumi dedicati a ciò che lui riteneva due dei più profondi impulsi dell'uomo: «peregrinare per sempre e di nuovo sulla terra». Aveva scelto anche il titolo, sarebbe stato The october fair. La vita sembra una grande fiera, diceva Wolfe: compriamo, vendiamo, qualche volta contrattiamo, amiamo, odiamo, certe volte moriamo. Niente di più, niente di meno di questo. Parlava sempre di libro, né di romanzo né di opera, utilizzando addirittura il soggetto "he" riferendosi al testo. Ottobre fu anche il mese in cui morì suo padre, prima che lui potesse vederlo un'ultima volta. «Sono tornato di nuovo a casa in ottobre, e non c'erano porte dove potessi entrare, e sapevo di non poter più fare mia questa vita». Secondo Wolfe, ed è questo il sottotesto di tutta la sua produzione, ogni uomo vive alla continua ricerca del proprio padre. È un libro che non portò mai a termine, forse perché i progetti che si basano su quest'ambizione non hanno mai una vera fine. Da quel lavoro incompiuto, che arrivò a contare un milione di parole, Max Perkins ricavò Il fiume e il tempo (1935) e i frammenti che compaiono nell'antologia Dalla morte al mattino.

Non sono veri e propri racconti, il critico Nuhn Ferner li definì più correttamente prosimetri, brani che accolgono l'alternanza tra prosa e poesia. Sono ritratti che si concentrano sui fondamentali della nostra esistenza: Vita, Morte, Guerra, Patria. E così, da questa prospettiva, Dalla morte al mattino è la corretta testimonianza di quell'intenzione che aveva Wolfe, l'idea di scrivere tutto, di ogni uomo di ogni tempo, a partire da se stesso.

Sarà una storia intensa e personale perché è scaturita dalla sostanza stessa della mia vita. 

La scrittura di Wolfe non aveva alcun fondamento tecnico, nessuna architettura di base. Cresciuto in una famiglia modesta, ultimo di otto figli, Wolfe sviluppò un carattere complesso. Si avvicinò alle opere dei più grandi scrittori, Milton e Swift, Shakespeare e Omero, con una passione travolgente. Ma più leggeva, più imparava, più sentiva il peso dalla consapevolezza di tutto quello che ancora non sapeva, e «quel verme che mi divora di nuovo il cuore» tornava a tormentarlo. Wolfe confessa di aver passato la maggior parte delle sue notti a compilare liste di tutto quello che non aveva ancora fatto. Sdraiato sul letto con gli occhi rivolti al soffitto, si angosciava per quella parte di mondo che non conosceva, lo immaginava come una mappa che si svolgeva a partire dai suoi piedi e continuava all'infinito. Sentiva d'impazzire al solo pensiero di tutta quella terra che non aveva ancora calpestato. E allora riempiva altre liste, piene di appunti di come e quando avrebbe conquistato le città, le donne, i libri, tutto ciò che ancora non aveva. Ma il sollievo durava poco meno della notte.

Nell'introduzione alla raccolta, il traduttore Jacopo Lenkowicz riesce a centrare in una sola frase la spinta che ha prodotto tutta la narrativa di Wolfe, il suo più grande pregio che è anche un po' il suo difetto: «Non c'è confine tra la vita del corpo e la scrittura, l'una procede dall'altra e all'altra ritorna secondo un moto di trasfigurazione circolare». Viveva per scrivere, alimentato da un circolo vizioso che lo riconduceva a se stesso. Ecco perché durante un racconto può accadere che Wolfe abbandoni il filo della storia perdendosi in un'ode, un inno o un omaggio; all'Orgogliosa Sorella Morte, al Volto della guerra, per soddisfare l'esigenza di comunicare qualcosa che gli appariva sempre più importante, assecondando la tendenza lirica coniugata dai suoi maestri. Ma sentiva di non riuscire a rendere il suo messaggio attraverso la scrittura, non come avrebbe voluto, e allora colmava quel vuoto aggiungendo altre parole, una dopo l'altra in un ritmo sempre più frenetico:
So che la porta non è ancora aperta, so che la lingua, la parola, il linguaggio che io cerco non è ancora stato trovato, ma credo con tutto il cuore di aver trovato la via, di aver aperto un varco, di aver mosso il primo passo. E credo anche, con tutto il cuore, che ogni uomo a suo modo, ogni uomo che spera di trarre energia vitale dalla forza e dalla sostanza della sua vita deve trovare questa via, questa parola, questo linguaggio e questa porta – deve trovarlo da sé come ho cercato di fare io
Sono soprattutto le piccole distanze, gli spazi impercettibili, che danno a Wolfe la materia per le sue storie. Come la nota implicita nel racconto Gulliver – Storia di un uomo alto (un omaggio al personaggio di Swift): appena un respiro ci separa dalla persona che abbiamo di fronte, eppure non potrebbe essere più lontana se fosse su un altro pianeta. Viviamo a pochi centimetri dalla luce, ma siamo inchiodati nell'ombra dalla nostra stessa natura. La felicità è sempre a un passo dall'accadere, «vicina a me come la mia mano se solo avessi potuto toccarla, a un palmo di distanza se fossi riuscito a raggiungerla, una parola in più se avessi saputo pronunciarla». Un elemento ricorrente in questi frammenti è la porta, il simbolo del passaggio da una condizione di angoscia a uno stato di grazia intravisto e mai raggiunto. Nel primo racconto, titolato appunto Nessuna porta: storia del tempo e dell'erranza si sviluppa questo concetto, che poi si ripropone come un mantra in tutti gli altri scritti di Wolfe. Così come il tempo, la luce e il mattino, il buio e la morte.

Per contro, è la stessa condizione di potenziale irrisolto a risvegliare gli animi, in un moto di rivolta. La mancanza più che il possesso, il desiderio più che la soddisfazione, è l'appiglio degli uomini che cercano di trovare un senso alla loro esistenza. È quella ricerca, che smette di guardare fuori e parte da dentro, che permette grandi sogni e imprese eroiche, quella su cui i poeti hanno fondato i loro versi, raccontando di quell'attimo in cui il sole ha illuminato per poco le loro vite. Questa è forse la conclusione a cui anche Wolfe si stava avvicinando, la chiave che avrebbe potuto aprire tutte le sue porte e zittire quell'inquietudine che aveva nel cuore.
E dal grigio opprimente dei loro cieli hanno estratto l'oro, dalla fame cibo sontuoso, e dalla cruda desolazione delle loro vite la magia. E quel che hanno di bello è stato conquistato a fatica, lottando contro la piattezza, lo squallore e il dolore delle loro vite, ma una volta conquistato era quanto di più raro e bello potesse trovarsi su questa terra.


***
Dalla morte al mattino. Carta canta editore, 2014. Traduzione di Jacopo Lenkowicz.
Storia di un romanzo. Fazi editore, 1997. Traduzione di Igina Tattoni.

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15 novembre 2016

Non c'è alcuna porta

La mia vita, più della vita di ogni altro che conosco, è stata spesa in solitudine e vagabondaggio. Perché ciò sia vero, o come sia accaduto, non l'ho mai saputo; ma è così. (...) E questo è davvero sconcertante, perché non mi è mai sembrato di averla cercata, la solitudine; e neanche che mi fossi ritirato volontariamente dalla vita, o che avessi interposto un chissà che muro tra me e tutta la furia, il tumulto della terra. Ho amato così intensamente la vita che quasi diventavo matto per la sete e la fame che sentivo verso di lei. Una fame così vera, così crudele e fisica che sembrava voler divorare la terra con tutti i suoi abitanti.
Al college mi aggiravo quasi di soppiatto tra gli scaffali della grande biblioteca, di notte, tirando fuori libri da migliaia di ripiani e leggendoli come un pazzo. Il pensiero di questi scaffali immensi mi faceva impazzire; più leggevo, meno mi sembrava di sapere; maggiore era il numero di libri che leggevo, più estesa, grande e incommensurabile mi sembrava la quantità di libri che non avrei mai potuto leggere. In dieci anni ho letto almeno ventimila volumi e ho sfogliato e dato un'occhiata a un numero di libri di gran lunga più elevato. Se ciò sembra incredibile, mi dispiace, ma è così. E, nonostante tutto, questa terrificante orgia di libri non mi ha portato alcun conforto, pace, o saggezza nella mente e nel cuore. Al contrario, la mia furia e la mia disperazione crescevano per via di quel nutrimento, la mia fame montava per il cibo che riceveva.
Ed era lo stesso per qualunque altra cosa facessi.
Il fatto è che questa furia che mi aveva spinto a leggere così tanti libri non aveva niente a che fare con la scuola, niente a che fare con gli onori accademici, né con l'insegnamento istituzionale. Non ero uno studente in alcun senso, e non avrei voluto esserlo. Volevo semplicemente conoscere tutto, e impazzivo quando mi rendevo conto di non poterlo fare. Nel bel mezzo di un furioso parossismo di letture all'interno dell'enorme biblioteca, il pensiero delle strade là fuori e della grande città tutto intorno mi trafiggeva il corpo come una lama. Ora mi sembra che ogni secondo passato sui libri sia stato sprecato – che in quel momento qualcosa d'impagabile, di irrecuperabile stava accadendo nelle strade, e se solo avessi potuto raggiungerlo in tempo e vederlo mi si sarebbe in qualche modo chiarito tutto quel che avevo dentro – la sorgente, il pozzo, la fonte da cui sgorga ogni uomo, ogni parola, ogni azione e ogni trama di questa terra.
E sarei corso nelle strade per trovarlo, mi sarei precipitato nel sottopasso per Boston e da lì avrei girato selvaggiamente per ore in centinaia di strade, guardando in faccia un milione di persone, provando a cogliere un'immagine istantanea e definitiva di tutto quel che avevano fatto e detto, di tutto quel che erano stati, dei loro milioni di destini. E avrei battuto le strade furenti finché le ossa, il cervello e il sangue non ne avessero potuto più – finché ogni tendine dell mia vita non si fosse strappato, tremante ed esausto, e il mio cuore non fosse affondato sotto il peso della sua stessa disperazione e desolazione.

(da Dalla morte al mattino di Thomas Wolfe. Traduzione di Jacopo Lenkowicz. pp. 30-32)


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10 novembre 2016

Quel 'Genius' di Max Perkins, l'editor dei più grandi scrittori d'America

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È il 1946, un piovoso pomeriggio di marzo. Un uomo è appena uscito dal Ritz, in gola ha ancora il sapore dell'ultimo Martini. Una classe di studenti, trenta tra uomini e donne, lo aspetta dall'altra parte di Manhattan. Il tema della lezione è l'editing dei libri, il professore Kenneth D. McCormick, caporedattore della Doubleday & Company, l'ha invitato a dire due parole sull'argomento. L'uomo abbassa la tesa del cappello sulla fronte e si stringe nel cappotto mentre cerca di raggiungere la Quarantatreesima senza bagnarsi troppo. Non è abituato a parlare in pubblico, e poi non sa bene cosa dire, ha sempre pensato che del suo mestiere non ci fosse molto di cui discutere. Quando entra nella sala tutti si voltano a guardarlo; modesto nell'abbigliamento, così discreto nei modi, quasi non sembra reggere il mito del "più grande editor d'America".
La prima cosa che dovete ricordare è che un editor non aggiunge niente a un libro. Nel migliore dei casi è l'ancella di un autore. Non vi venga mai in mente di sentirvi importanti per quello che fate, perché un editor al massimo rilascia energia. Un editor non crea niente.
Maxwell "Max" Perkins cominciò a lavorare alla Charles Scribner's sons nel 1910 come direttore della pubblicità. A quel tempo, la casa editrice vantava un catalogo solido e rassicurante, fondato su qualche pilastro (Edith Wharton, Henry James) che assecondava le certezze dei lettori. In realtà, tutta la letteratura del periodo si adagiava su una visione che corrispondeva sempre meno ai nuovi sentimenti dei giovani americani. Le cose cambiarono quando in redazione giunse The romantic egoist, il manoscritto di un ragazzo di vent'anni. Era un'accozzaglia di racconti, poesie e bozzetti, una matassa di parole che però rivelava uno sguardo autentico, una «crudezza e intelligenza» fuori dal comune. Alla Scribner's nessuno ne intravide il potenziale, tranne Perkins, che credette in quella storia anche più del suo autore. Per Perkins niente era più importante di un libro e non si arrese: consigliò cosa correggere, quanto tagliare e come riscrivere. A lavoro ultimato, si ripresentò ai suoi colleghi con queste parole:
La mia sensazione è che un editore debba essere fedele prima di tutto al talento. E sarà una cosa gravissima non pubblicare un talento come questo.
Il libro diventò Di qua dal paradiso e quel ragazzo diventò Francis Scott Fitzgerald.

Comincia così la biografia di Max Perkins, l'editor dei geni, scritta da Andrew Scott Berg. Berg arrivò a Perkins seguendo i passi di Fitzgerald, il suo scrittore preferito. Ripercorse la vicenda editoriale di Gatsby, il romanzo che lo ossessionava dall'adolescenza, e incontrò il nome di Perkins. Capì subito che l'editor fu una presenza fondamentale nella vita professionale e personale di Fitzgerald. Poi lo ritrovò nei libri di Hemingway, a lui lo scrittore dedicò la prima edizione del romanzo Il vecchio e il mare. Berg decise che la storia di Perkins, di quel mito d'America, sarebbe stata materia per la sua tesi di laurea, un testo che ha pubblicato nel 1978 vincendo il National Book Award.

Il film Genius, diretto da Michael Grandange al suo esordio alla regia, ripercorre i tratti salienti della biografia, incrocia Hemingway e Fitzgerald (interpretati da Dominic West e Guy Pearce), ma si sofferma sul rapporto tra Max Perkins (Colin Firth) e la sua più grande scommessa: Thomas Wolfe (Jude Law). Thomas aveva cominciato a lavorare al suo primo romanzo nel 1926 e un paio di anni dopo, per mezzo di Madeleine Boyd, la moglie del critico Ernest Boyd, Perkins leggeva quel manoscritto. Era un fascicolo enorme, il titolo era O Lost
Questo libro, nella mia stima è lungo tra le 250.000 e le 380.000 parole. Un libro di questa lunghezza di un autore sconosciuto è un tantino sperimentale, e mostra la sua ignoranza dei meccanismi dell’editoria. Il che è vero. Questo è il mio primo libro… ma credo che non sia corretto dare per scontato che se un libro è molto lungo sia un libro troppo lungo (…) Non ho chiamato questo libro romanzo. Per me è un libro uguale a quello che ogni uomo può avere in sé. È un libro fatto della mia vita.
La scrittura di Wolfe era entusiasmante: euforica, rabbiosa, diversa da tutte quelle su cui aveva lavorato. Ma Perkins si costrinse a una valutazione professionale e si rese conto che le infinite digressioni di Wolfe rischiavano di allontanare il lettore dal cuore della storia. Perkins spinse Wolfe a concentrarsi sul suo protagonista, Eugene, e insieme trasformarono quel libro nel romanzo Angelo, guarda il passato. Non fu facile lavorare insieme, per nessuno dei due: ogni taglio era per Tom una ferita aperta che sentiva il bisogno di ricucire con altre parole e così i capitoli aumentavano invece di diminuire. Dall'altra parte, Max si domandava se il suo intervento fosse un'intrusione lecita (arrivò a tagliare 90.000 parole). Si chiedeva se il prodotto del suo lavoro non fosse un libro migliore ma solo un libro diverso, se avesse il qualche modo manomesso il genio di Wolfe.
Prima che un autore distrugga le qualità naturali della sua scrittura: ecco il momento in cui un editor deve intervenire. Ma non un attimo prima.
Il secondo romanzo, Il fiume e il tempo, fu il risultato di due anni di lavoro, anni nei quali Wolfe scriveva e Perkins tagliava. Il libro fu un successo, come la prima volta, ma lo scrittore non reagì bene: aveva la percezione che il pubblico lo considerasse l'ennesimo prodotto del celebre Max Perkins. La verità è che Wolfe era incontenibile, con un talento pari solo alla sua mancanza di autodisciplina. Viveva una storia tormentata con Aline Bernstein (Nicole Kidman), una donna sposata, molto più grande di lui. Ma scrivere era la sua più grande aspirazione. Ultimo di otto figli, fisicamente imponente, caratterialmente complesso, spinto soltanto da urgenze e impulsi, Tom attingeva solo da se stesso, dalla sua furia e dalla sua passione. Non c'era spazio per altro, nessun altro modo di concepire il mondo fuori dalla scrittura, e in questo processo l'approvazione di Perkins divenne fondamentale, più di quanto riuscisse ad ammettere. Dopo numerosi scontri, Wolfe lasciò la Scribner's per la casa editrice Harper.
Wolfe fu il figlio che Perkins desiderava da sempre (aveva cinque figlie femmine) e trovò in Perkins il padre forte che non aveva mai avuto: un sostegno nei suoi devastanti attacchi di sfiducia, un confidente nel suo amore estenuante per una donna sposata e più anziana, una fonte d'ispirazione letteraria. Finché la gratitudine non diventò bisogno di uccidere quella figura paterna. E fu il dramma.
Una volta Wolfe scrisse, a proposito degli occhi di Perkins: «sono pieni di una strana luce nebulosa, con una specie di remoto tempo marittimo dentro, occhi di un marinaio del New England in partenza per lunghi mesi alla volta della Cina su un veliero oceanico, con dentro qualcosa di annegato, di disperso in mare». Io credo che Colin Firth abbia saputo interpretare quel tipo di sguardo, come di chi vive sospeso, in attesa che qualcuno riesca ad accendere la luce che ha dentro e che lo illumini, di conseguenza. La commistione tra l'aspetto distinto di Firth e l'atteggiamento eccentrico di Law ha prodotto un risultato interessante: i due hanno saputo ricreare la stessa intensità del rapporto tracciato da Berg nella biografia. Jude Law è un Wolfe eccezionale; più fisico di Firth, più audace, più drammatico.

Perkins faceva errori di spelling, sosteneva un uso personale della punteggiatura, svincolato da ogni regola formale, ed era molto lento a leggere, «lento come un bue». Ma la letteratura era questione di vita o di morte. Il 15 settembre del 1938, Thomas Wolfe muore a Baltimora per una grave forma di tubercolosi cerebrale. Dall'ospedale, contro ogni monito dei dottori, Wolfe raccoglie le ultime forze per scrivere una lettera al suo vecchio editore, il suo più grande amico, nonostante tutto.

August 12, 1938

Dear Max:
I’m sneaking this against orders—but “I’ve got a hunch”—and I wanted to write these words to you.

I’ve made a long voyage and been to a strange country, and I’ve seen the dark man very close; and I don’t think I was too much afraid of him, but so much of mortality still clings to me—I wanted most desperately to live and still do, and I thought about you all 1000 times, and wanted to see you all again, and there was the impossible anguish and regret of all the work I had not done, of all the work I had to do—and I know now I’m just a grain of dust, and I feel as if a great window has been opened on life I did not know about before—and if I come through this, I hope to God I am a better man, and in some strange way I can’t explain I know I am a deeper and a wiser one—If I get on my feet and get out of here, it will be months before I head back, but if I get on my feet, I’ll come back.

—Whatever happens—I had this “hunch” and wanted to write you and tell you, no matter what happens or has happened, I shall always think of you and feel about you the way it was that 4th of July 3 yrs. ago when you met me at the boat, and we went out on the café on the river and had a drink and later went on top of the tall building and all the strangeness and the glory and the power of life of the city was below—


Yours always, 
 
Tom


***
Genius. Max Perkins, l'editor dei geni. Elliot edizioni, 2013. Traduzione di Monica Capuani.
La lettera di Thomas Wolfe è tratta da Editor to Author: The Letters of Maxwell E. Perkins.

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