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25 giugno 2015

Raymond Carver: la formula della buona scrittura

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Raymond Carver scriveva racconti. Era americano, e per un bel pezzo della sua vita scrivere è stata un'esigenza, un modo per guadagnarsi da vivere. Si sposò a diciannove anni e prima di compierne ventuno era già padre di due figli. Non aveva tanto tempo da perdere. «Presto dentro, presto fuori». La sua scrittura assorbì la sua urgenza, che poi si rivelò una naturale inclinazione, e Carver diventò uno dei maggiori esponenti della letteratura minimalista. Lo dico per darvi un'idea abbastanza precisa del suo stile, ma a Carver, come a tutti gli scrittori, le classificazioni non sono mai piaciute: catalogarsi era come limitare la sua propensione artistica. Scrivere è anche un modo di essere, di concepire le cose, di immaginare un mondo. «Ogni grande scrittore e anche semplicemente ogni bravo scrittore ricrea il mondo secondo le proprie specificazioni». E ogni bravo scrittore non vuole altro che questo mondo sia immenso, misterioso e selvaggio. Perché finché ci sarà qualcosa da scoprire, ci sarà ancora parecchio da scrivere.

Il mestiere di scrivere è una raccolta di saggi, esercizi e lezioni di scrittura. Da assimilare poco per volta, da consultare a più riprese. Ho tratto dalla sua esperienza quattro principi e li ho pensati un po' come una formula matematica, una serie di operazioni aggregate che diano la misura della buona scrittura.

1. Sottrarre i trucchi
I trucchi non li sopporto. Quando leggo narrativa al primo segnale di trucco o trovata, non importa se da quattro soldi o elaborata, mi viene istintivo cercare riparo. In definitiva i trucchi sono noiosi e io tendo ad annoiarmi facilmente, il che potrebbe avere qualcosa a che fare con il periodo limitato di attenzione di cui sono capace. Ma la scrittura estremamente elaborata o chic o quella chiaramente stupida mi fanno veramente venire sonno. (...) Gli scrittori non hanno bisogno di ricorrere a trucchetti e trovatine né sta scritto che essi debbano sempre essere più in gamba di tutti.
Trick è tradotto come scherzo o astuzia, e come stratagemma o inganno. Ingannevole è lo scrittore che finge di rivolgersi al lettore. È colui che interpreta l'arte della fascinazione, propria della scrittura, come un gioco di potere; corteggia gli altri per conquistare se stesso, dispensando fiori che non emanano alcun profumo. E noi, che raccogliamo quelle rose di cartapesta, ci sentiamo coinvolti in un rapporto senza amore, una relazione a due nella quale c'è spazio soltanto per uno. Se la scrittura è, anche, comunicazione, è da escludere ogni tentativo di manierismo ché riduce il linguaggio a una goffa esibizione «letteraria o pseudopoetica». Ancora, è da evitare un atteggiamento autoreferenziale: uno stile che si bea di se stesso è vuoto, e non interessa a nessuno.

2. Aggiungere l'onestà
Se le parole e i sentimenti sono disonesti, se l'autore bara e scrive di cose che non gli stanno a cuore o di cui non è convinto, allora non può aspettarsi che qualcun altro mostri interesse per il racconto.
La verità è un concetto che, applicato al mestiere di scrivere, assume una connotazione particolare. La verità narrativa diventa onestà d'intenzione: l'autore non è tenuto a scrivere vero, ma come se fosse vero. La scrittura è efficace se riesce a creare un'illusione; se, mentre leggiamo, pensiamo che quella storia sia vera, nel senso di possibile. «Nessuna delle mie storie è realmente accaduta, ovviamente — non sono uno scrittore autobiografico — ma per la maggior parte serbano una rassomiglianza, peraltro vaga, con certe situazioni e occorrenze della vita». Lo scrittore non compare nelle sue storie, ma è presente in ogni situazione: si riflette negli occhi dei suoi personaggi e nelle idee che gli stessi esprimono.

3. Moltiplicare la precisione
Si può scrivere una riga di dialogo apparentemente innocuo e far sì che provochi un brivido lungo la schiena del lettore – l'origine del piacere artistico, secondo Nabokov. Questo è il tipo di scrittura che mi interessa di più. Non sopporto cose scritte in maniera sciatta e confusa, sia che si presentino sotto pretese sperimentali sia che si tratti semplicemente di realismo reso in maniera goffa. Il narratore del meraviglioso racconto di Isaac Babel intitolato Guy de Maupassant, parlando della tecnica narrativa, a un certo punto dice: «Non c'è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto».
Nell'autunno del 1958 Carver s'iscrisse a uno dei corsi di scrittura per principianti organizzati dal Chico State College. Il titolare di cattedra era John Gardner. Era la prima occasione, per Ray, di vedere uno scrittore, uno in carne e ossa, e non fu come l'aveva immaginato. Gardner indossava abiti convenzionali (completo nero, camicia bianca), acconciava i capelli in modo convenzionale (corti, a spazzola) e andava in giro con una Chevrolet, nera, a quattro porte. Poi però i due si conobbero, e Ray ebbe modo di accorgersi che Gardner era molto di più di quello che lasciava intendere il suo aspetto: era anticonformista, insofferente, meticoloso e appassionato. Se Gardner non appariva come uno scrittore vero, era senz'altro un vero scrittore. Uno degli insegnamenti che Carver imparò da Gardner fu la cura della precisione. «Niente di vago o confuso, niente prosa da vetri appannati». Carver ricorda quanto fosse importante, per il maestro, che gli studenti imparassero a dire quel che volevano dire e niente di più, utilizzando le parole giuste nel modo giusto. Non esistono sinonimi perché non esistono due termini che hanno lo stesso significato. «La parola suolo e la parola terra, per esempio». La semantica, quindi, ma anche la sintassi: «Cercò di spiegarmi la differenza che c'è, ad esempio, tra il dire "l'allodola volta sul prato" e "sul prato l'allodola vola". C'è un suono, e un senso, diverso, no?».

4. Dividere gli influssi dai condizionamenti
Gli influssi sono forze – occasioni, personalità – irresistibili come maree. Non riesco a parlare di libri o scrittori che possano avermi influenzato. Questo tipo di influsso, l'influsso letterario, è per me difficile da individuare con qualche certezza. Per quanto mi riguarda sarebbe ugualmente inesatto dire che sono stato influenzato da tutto ciò che ho letto e che non penso di essere stato influenzato da alcuno scrittore.
Anche a rischio di apparire arrogante, Carver non riusciva concepire il suo stile come il risultato d'influenze definite, o definibili. Ci sono stati autori, colleghi e amici, che sono stati fondamentali per la sua evoluzione, sia artistica che professionale. Gardner stesso, per esempio. Ma «i veri scrittori devono RENDERE TUTTO NUOVO, come consigliava Pound, e in questo processo devono scoprire le cose da soli». Ciò che desta confusione è il significato stesso d'influsso, che richiama alla mente un agente in grado di disciplinare (condizionare e correggere) il corso del fiume. Il punto è l'ispirazione: ogni persona, ogni cosa, ogni strada, ogni sasso di ogni campo costituisce un'unica sorgente nella quale la scrittura è nata, dalla quale la stessa attinge per rinnovarsi.

Se tutto questo fosse davvero parte di un'equazione; se sottraendo, dividendo, aggiungendo e moltiplicando riuscissimo a trovare l'entità della buona scrittura, forse, quel risultato potremmo approssimarlo anche così:
Le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste.

***
Il mestiere di scrivere, Raymond Carver. Einaudi, 2008. A cura di William L. Stull e Riccardo Duranti.
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21 giugno 2015

Erano tutte caricature

Il vecchio scrittore, come chiunque altro al mondo, aveva raccolto nella propria mente durante la lunga vita molti pensieri. Nel tempi addietro era stato veramente un bell'uomo, e un buon numero di donne s'erano innamorate di lui. Inoltre, si capisce, aveva conosciuto molte, moltissime persone; le aveva conosciute in quel modo singolarmente intimo che è diverso dal modo in cui conosciamo le persone io e voi. Almeno, questo è quello che lo scrittore pensava, e pensarlo gli faceva piacere. Si può prendersela con un vecchio per quel che pensa?
A letto, lo scrittore ebbe un sogno che non era un sogno. Mentre, ancora sveglio, stava per cedere al sonno, cominciarono a presentarsi ai suoi occhi delle figure. Gli sembrò che la cosa giovane e indescrivibile in lui guidasse davanti ai suoi occhi una lunga processione.
Si capisce che tutto l'interesse della cosa sta nelle figure che sfilarono davanti agli occhi dello scrittore. Erano tutte caricature. Non tutte le caricature erano brutte. Ce n'erano di divertenti, di quasi belle o bellissime; una, una donna dalle forme notevolmente accentuate, colpì lo scrittore tanto era caricaturale. Al suo passaggio il vecchio emise un suono simile al guaito di un cagnolino. A entrar nella stanza c'era da pensare che il vecchio stesse facendo brutti sogni o che avesse l'indigestione.
Per un'ora la processione delle caricature sfilò davanti agli occhi del vecchio; poi, sebbene fosse per lui un'impresa penosa, il vecchio scese dal letto e si mise a scrivere. Qualcuna di quelle caricature gli aveva fatto un'impressione profonda, e desiderava descriverla. A tavolino, lo scrittore lavorò per un'ora. Alla fine scrisse un libro che chiamò Il libro delle caricature. Non fu mai pubblicato, ma io lo vidi una volta e ne ebbi un'impressione incancellabile. C'era nel libro un pensiero centrale, molto singolare, che mi è sempre rimasto in mente. Quel pensiero mi ha permesso di capire molte persone e molte cose che prima non ero mai riuscito a capire. Il pensiero, naturalmente, non era espresso, ma una semplice esposizione di esso suonerebbe press'a poco così:
«In principio, quando il mondo era giovane, c'erano molti pensieri ma non esisteva nulla di simile a una verità. Le verità le fabbricò l'uomo, e ogni verità fu composta da un grande numero di pensieri imprecisi. Così in tutto il mondo ci furono verità. Ed erano meravigliose.»
Il vecchio aveva elencato nel suo libro centinaia di verità. Io non cercherò di riferirvele tutte. C'erano la verità della verginità e la verità della passione, la verità della ricchezza e quella della povertà, della modestia e dello sperpero, dell'indifferenza e dell'entusiasmo. Centinaia e centinaia erano le verità, e tutte meravigliose. Poi veniva la gente. Ognuno, appena compariva, si gettava su una delle verità e se ne impadroniva; alcuni, molto forti, arrivavano a possederne una dozzina contemporaneamente.
Erano le verità a trasformare la gente in caricature grottesche. Il vecchio aveva una sua complessa teoria a questo proposito. Era sua opinione che quando qualcuno s'impadroniva di una verità, e diceva che quella era la sua verità e si sforzava di vivere secondo essa, allora costui si trasformava in una caricatura, e la verità che abbracciava in una menzogna.
Voi capite come il vecchio, che aveva passato tutta la vita a scrivere, e che era pieno di parole, potesse scrivere centinaia di pagine su questo. L'argomento poteva diventare tanto grande nella sua mente da trasformare lui stesso in una caricatura. Così invece non fu, per la medesima ragione, credo io, che gli impedì di pubblicare il libro. Fu la giovane cosa dentro di lui che salvò il vecchio.

(tratto dal racconto Il libro delle caricature – da Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson)


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15 giugno 2015

Questa nostra età della febbre

La casa editrice minimum fax ha chiamato a raccolta, come fece dieci anni fa per La qualità dell'aria, un esercito di scrittori tra i trenta e i quarant'anni, esordienti o poco più. L'idea era quella di seguire l'esempio del New Yorker, per gli Stati Uniti, e del Granta per il Regno Unito: due riviste che, a cadenza decennale, dedicano una loro uscita ai racconti dei migliori scrittori under 40 (nel numero del New Yorker del 1999 c'era The Asset, il racconto di David Foster Wallace contenuto in Brevi interviste con uomini schifosi, per esempio). La mia idea, invece, era di leggere scrittori italiani, esordienti o poco più, che è una cosa che faccio sempre meno. I due curatori, Christian Raimo e Alessandro Gazoia, dicono di aver risposto alla domanda sollevata dagli scrittori, che tipo di racconto volete, con "vogliamo un racconto bellissimo". Il sottotitolo dell'antologia L'età della febbre è: Storie di questo tempo. Ma perché Storie di questo tempo? Il sottotitolo è nato prima o dopo? Come hanno fatto gli autori de L'età della febbre, undici voci così diverse, a dare una misura degli anni che stiamo vivendo? Quello che ho fatto io è stato cercare un sentimento condiviso, un sorta di sentire comune che avvicinasse i protagonisti: tra loro, e a me, che vivo il mio tempo nel tempo di adesso. E credo di esserci riuscita, in qualche modo, credo di aver trovato un legame tra tutte queste storie. Una diagnosi, e anche una terapia. Ho riconosciuto l'ombra della precarietà dell'esistenza, l'ansia di vivere una vita che sfugge, e ho scoperto la resa, anche come possibilità di salvezza.

Il racconto di Vanni Santoni, Emma & Cleo, è una storia corrotta dal senso del tempo che passa. Emma è innamorata di Cleo tanto quanto Cleo è presa da Emma. Ma Cleo è vittima di quel disagio che nasce dalla consapevolezza di avere una sola vita a disposizione, e che, perciò, deve essere vissuta nel miglior modo possibile. Cleo sceglie di ottimizzarsi, che vuol dire razionalizzare i processi (sentimentali) e ridurre gli sprechi.
Quando sei venuta qui l'ultima volta, e ho evocato quel periodo — va bene: annaspavo. Meglio annaspare che fare schifo, che dici? — ricordi cos'hai detto? Hai detto solo, Avevamo un sacco di tempo. La tua mania del tempo. Di non perdere tempo. Di mettere a frutto il tempo. Pensare di aver buttato otto anni sarà la tua condanna.
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Il peso della precarietà (e della brevità) della vita è un sentimento che non nasce oggi. Quelli prima di noi, e anche quelli prima di quelli prima di noi, sentivano di essere alla ricerca di un tempo perduto ma sapevano, anche, di combattere una guerra persa in partenza. Perché l'oggi è già intriso di ieri, e il futuro è un presente contaminato. Quello che è cambiato, negli anni, è il nostro modo di gestire la sconfitta. Oggi portiamo sulle spalle gli strascichi di una tragedia che appare sempre imminente, sempre irreversibile. Io ho ventinove anni e non riesco a capire se nella crisi ci sono nata, quando e se è accaduta, se è cresciuta con me, o se il peggio deve ancora venire. Sento, però, uno stato di continuo allarme: i muscoli contratti, la mascella serrata. L'orecchio teso, l'occhio vigile. Beep, beep, beep. Il problema è che la tensione affatica il corpo, e il corpo non regge. Il rischio, e la voglia, è cedere, lasciarsi andare a quello che verrà. Ho capito che è la conclusione a cui si arriva comunque, la resa. Inevitabilmente, prima o poi, ci arrendiamo: alle nostre ossessioni, alle nostre paure, al nostro tempo perduto. Però un'altra cosa che ho capito, e che ho capito attraverso questi racconti, è che ci sono due modi di cedere: resa come abbandono, e fallimento, o come fine, e nuovo inizio. Il fallimento è nello scetticismo in cui cade la protagonista di Altamarea, di Emmanuela Carbé:
Io non ricordo esattamente il giorno in cui passai al disincanto più totale. Forse non ci fu mai una fase di incanto. Forse avevo trovato l'habitat naturale nel mio Istituto, dove ora sopravvivevo con otto mesi senza stipendio e otto mesi con. Nessuna sconfitta mi avrebbe mai deluso. Avevo fatto la mia parte, ora bastava andare avanti e fare il mio dovere senza aspirazioni. Non provavo odio se qualcuno non era corretto, non mi sconcertava nessun tipo di regolamento, le idiozie del governo, non mi facevo più nemmeno una domanda. Se arrivavano meno fondi mi pareva normale, c'era la crisi. (...) Facevo come tutti, stavo zitta: lamentarsi era inelegante per chi come me apparteneva alla terribile generazione del lamento.
Il nuovo inizio è nella storia di Nicola, di Violetta Bellocchio. Il titolo, rivelatore, è Le cose che lui ha fatto per arrivare a te:
La resa era una chiave che entrava nella serratura. Avrebbe dovuto essere una brutta sensazione, come una caduta o un braccio rotto, ma Nicola si sentiva solido, e calmo. Le sue ossa stavano ritrovando un posto all'interno del suo scheletro dopo molto tempo.
Ma ancora, forse anche meglio, tutto questo l'ha scritto Chiara Valerio nel suo Fare due passi. È un racconto delizioso: è la voce di un bugiardo, un bugiardo molto accurato, che ci porta a spasso nella sua vita sentimentale, che lui chiama, appunto, Fare due passi (nelle giornate di sole). Il racconto finisce così, con una conclusione che sembra il problema, ma che un po' richiama anche la soluzione:
Ecco, le bugie vere, quelle perfette, quelle che potrebbero sostituire la realtà, le bugie impegnate, accurate, sono verità fuori tempo massimo, E quindi?, Quindi preferirei che ci chiudessimo in una stanza a fare l'amore perché la nostra adolescenza è finita, e stanno finendo anche i nostri pomeriggi, te l'ho detto quando ci siamo incontrati la prima volta che le persone per la strada avevano cominciato a darmi del lei, e questo fare due passi adesso è solo una bugia. Ne sei certo?, Non sarà che le giornate si stanno già accorciando?


***
L'età della febbre. Minimum fax, 2015. A cura di Christian Raimo e Alessandro Gazoia.
Gli autori: Violetta Bellocchio • Emmanuela Carbé • Claudia Durastanti • Manuele Fior • Vincenzo Latronico • Antonella Lattanzi • Rossella Milone • Vanni Santoni • Paolo Sortino • Chiara Valerio • Giuseppe Zucco
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10 giugno 2015

Ho finito Infinite Jest. E adesso?

Ho alcuni problemi da affrontare. 
Il primo: scrivere di un libro di cui si è parlato tantissimo e di cui ci sarebbe ancora parecchio da dire. E mettiamo che ci provo. Lo faccio. Ma come? Ne parlo in modo intelligente, ironico e originale. Ne parlo con consapevolezza, citando, sottolineando, evidenziando ogni collegamento. Poi c'è il debito di gratitudine: una sorta di riconoscenza verso l'autore, un accordo implicito a trattare e trattarsi con rispetto, come due che si sono voluti bene veramente. E come gestisco le aspettative? Quelle degli altri. Le mie sono anche peggiori.

Ha iniziato a piovere. Piove all'improvviso, e piove fortissimo. Mi viene in mente che nelle ultime battute del libro si scatena una tempesta di neve. Qualcuno si domanda se quell'intensità può bastare a definire un blizzard. Hal osserva la finestra: minuscoli granelli di ghiaccio si agitano contro il vetro, fanno un rumore ogni volta come un pugno di sabbia. Ricordo come si sentiva, lui, a guardare fuori, e penso a tutto quello che aveva vissuto, che l'aveva portato a quella finestra in quel preciso momento. Mi viene in mente che niente di quello che ho detto, che mi ero ripromessa di fare, ha qualche importanza adesso, adesso che piove così.
È un libro strano. Non ha l'andamento dei libri normali. Ci sono un sacco di personaggi. Credo che sia quantomeno un tentativo in buona fede da risultare abbastanza divertente e appassionante, pagina per pagina, da non far pensare al lettore che lo sto prendendo a martellate in testa, della serie: «Ecco, beccati questo mattonazzo difficilissimo e superintelligente. Vaffanculo. Vedi un po' se riesci a leggerlo». Io ne conosco, di libri così, e mi fanno incazzare. 
(David Foster Wallace, 1996)
Infinite Jest è un libro. È un libro enorme, certo, ma è un libro. Leggibile, dunque terminabile. Basta organizzarsi, prendere qualche appunto, dormire poco, bere tante bevande energetiche e arrendersi alla scrittura di Wallace. David diceva, pressapoco: io rifletto in questo modo, che è un modo stratificato e non lineare. Penso una cosa, me ne viene in mente un'altra, ne penso una terza, che è didascalica alla prima, e poi una quarta, e una quinta, e così via. Il mio scopo è scrivere rappresentando questo flusso, facendo in modo che il lettore si muova tra le pagine come se si muovesse nella mia mente. Accolto questo, il resto viene facile. È da qui che dovete partire per capire se questo è un libro che potrebbe far parte delle vostre esperienze di lettura. 

David Foster Wallace iniziò a comporre Infinite Jest con l'intenzione di scrivere qualcosa di molto triste e molto americanoEppure, spesso, David si sentiva dire che il suo era un libro divertente. Se ne dispiaceva anche un po'. Il fatto è che durante la lettura si ride molto, ma è un riso 'a servizio di', che nasconde un risvolto drammatico. Sull'ironia, che è stata una delle armi del postmodernismo, David aveva un'idea precisa: «L'ironia e il cinismo postmoderni diventano fini a se stessi, diventano la misura della sofisticatezza e della spregiudicatezza letteraria». L'ironia, secondo Wallace, non doveva essere parodia da intrattenimento, ma un strumento per descrivere la verità, per regolare la lente sul quotidiano, rendendo strano quello che la maggior parte delle persone reputa normale. L'ironia era il veicolo, il mezzo per raggiungere il nucleo della questione. Wallace non sentiva di appartenere agli scrittori postmoderni, anche se ne riprendeva qualche elemento stilistico, così come non si sentiva un esponente del realismo classico, poco incline alla sperimentazione. È una scrittura, la sua, che attinge tantissimo dalla cultura pop: la musica, la televisione, la spettacolarizzazione, la pubblicità, il potere ipnotico delle immagini, la ripetizione rassicurante, l'assuefazione da familiarità indotta. 

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Infinite Jest è stato pubblicato nel 1996 e immaginato in un futuro prossimo. Gli anni sono sponsorizzati — le vicende si svolgono soprattutto nell'Anno del pannolone per adulti Depend che dovrebbe corrispondere al nostro 2009. Gli Stati Uniti, il Messico e il Canada hanno costituito l'ONAN: Organization of North American Nations. L'ONAN vuole donare (riconcedere) al Québec la "Grande concavità": una zona, a nord degli Stati Uniti, divenuta tossica a causa degli effetti dei processi di anulazione. È un luogo disabitato, la flora e la fauna hanno subito importanti mutazioni. Il Québec non vuole annettere il territorio contaminato e, a causa di ciò, avrete parecchie pagine di fantapolitica da smaltire. La storia è ambientata a Boston e si serve di due strutture principali: l'ETA (un'accademia di tennis) e la Ennet House (un centro di recupero per tossicodipendenti). Il fondatore dell'ETA, J.O. Incandenza, è stato anche un regista sperimentale. Si suicida, a cinquantanni, infilando la testa nel forno. Prima, però, crea l'Intrattenimento (Infinite Jest): un film la cui visione provoca un piacere così intenso che tutto quello che desideri è restare lì, di fronte allo schermo, per sempre. Poi muori, o impazzisci, la prima della due. Tutti cercano la copia master dell'Intrattenimento, tenendo fede ognuno alle proprie ragioni.
Infinite Jest character Flowchart - Source: www.brainpickings.org

Per me tutto questo, il mondo di quel mondo che è Infinite Jest, può essere riassunto così:
Perché questa scelta determina tutto il resto. No? Ogni altra nostra scelta, di quelle che tu chiami libere, deriva da questa: qual è il nostro tempio?
Marathe e Steeply si sono dati appuntamento nel deserto, a pochi chilometri dalla città di Tucson. Marathe è un membro de Les Assassins des Fauteuils Roulants, un gruppo estremista tra i più violenti dei separatisti quebechiani. Steeply appartiene ai Servizi Non Specificati degli Stati Uniti. Marathe spiega a Steeply che la parola Usa fanatico deriva dal latino e vuol dire, letteralmente, "adoratore del tempio". I nostri attaccamenti sono ciò che noi adoriamo, dice Marathe, ed è importante, in questa prospettiva, scegliere con cura la nostra fonte d'idolatria. Affidarci a un tempio instabile può essere un errore fatale. Quando Steeply avanza una critica, in nome di una scelta che non è mai una scelta quando è spinta dall'amore, Marathe gli risponde che dedicare la propria vita a una persona è una follia: «Le persone cambiano, partono, muoiono, si ammalano. La tua nazione ti sopravvive. Una causa ti sopravvive». L'amore ti rende schiavo di una serie di soggettivi che hanno poco a che vedere con la realtà. In quel caso il tempio diventa il sentimento in sé, un rifugio vuoto: «sei solo e isolato, in ginocchio di fronte a te stesso».

Citazione tratta da Infinite Jest - Source: www.enfieldtennisacadamy.tumblr.com

I protagonisti di Infinite Jest sono persone sole, vittime dei loro templi. Gli studenti dell'ETA sono addestrati a desiderare il successo come una forma di affermazione personale: «Sembra che l'arrivare dal nulla e vincere ti abbiano creato». Sono dipendenti dai ritmi serrati, dagli allenamenti all'alba, dal sudore del compagno, da un senso di comune solitudine che i professori assecondano e incoraggiano perché stimola la competizione. I residenti della Ennet House hanno scelto di rifugiarsi in un tempio chimico perché non hanno avuto la forza di gestire i loro veri attaccamenti. «Se sei dipendente ne hai bisogno, Hallie, e se ne hai bisogno che cosa pensi che succeda se alzi la bandiera bianca e cerchi di andare avanti senza di lei, senza niente?». I genitori dipendono dai figli, dall'idea che i figli hanno di loro. E i figli si aggrappano ai giudizi dei genitori, perché se chi ti ha donato la vita non riesce ad apprezzarti, come potrà farlo qualcun altro? Tutti dipendiamo da una Sostanza, in qualche modo. Ognuno di noi ha un tempio d'adorazione, legato al cuore con un doppio filo di piacere e dolore. E Infinite Jest, l'Intrattenimento mortale, è la concretizzazione di tutto questo: la massima espressione della Dipendenza.
A volte negli ultimi tempi mi sembrava una specie di miracolo nero che qualcuno potesse tenere tanto a un argomento o a un'impresa, e potesse continuare a tenerci tanto per anni. Che potesse dedicarvi tutta la vita. Mi sembrava ammirevole e patetico allo stesso tempo. Forse non vediamo l'ora, tutti, di dedicare la nostra vita a qualcosa. Dio o Satana, politica o grammatica, topologia o filatelia — l'oggetto sembrava puramente incidentale rispetto a questo desiderio di dedicarsi completamente a qualcosa. Ai giochi o agli aghi, o qualche altra persona. C'era qualcosa di patetico. Una fuga-da sotto forma di un tuffarsi-in. Ma esattamente una fuga da cosa?
La scrittura di David è piena di piccoli grandi regali come questo: pagine e pagine di dettagli, più o meno importanti, note, nomi e riferimenti. Poi una rivelazione, la veduta dalla cima. Come se volesse ogni volta metterti alla prova. L'obiettivo di Wallace era quello di mantenere il rapporto costi/benefici a un livello che andasse a vantaggio del lettore, sperando che le ricompense ripagassero gli sforzi. Se il lettore si sentiva tradito, o stanco, o illuso, lui aveva fallito. 

Io ho letto questo libro con gli amici del gruppo di lettura e affrontarlo insieme è stata la scelta giusta: ci siamo sostenuti nei momenti di stallo, abbiamo riso di note interminabili (le note hanno le note!) e ci siamo confrontati su quei capitoli che sembravano non avere alcun senso. Ma alla fine non sono riuscita a stare al passo con le tappe perché la voglia di sapere era diventata ingestibile. Hal, Orin, Mario, Don Gately, Marathe, Joelle, tutti loro prendono parte alle tue giornate, settimana dopo settimana, e lasciarli diventa difficile. Lasciare David è ancora più complicato, lasciarlo dopo averlo letto tanto e per così tanto tempo. È che, una volta che hai imparato a conoscerlo, non puoi fare a meno di vederlo dietro ogni frase, in ogni piccolo grande dono che rivolgeva al lettore, ma che in realtà concedeva a se stesso. 

David Foster Wallace - Source: www.huffingtonpost.com

Infinite Jest è un libro triste e divertente, molto americano. Ma io, e non l'avrei mai detto, lo penso come un libro pieno d'amore. Un amore con una sorta di «disperazione nel cuore del desiderio». 
E un desiderio, estremo e insostenibile.
L'immagine più famosa di Il secolo americano visto attraverso un mattone è la corda di un piano che vibra — sembrerebbe un re alto — che vibra e il suono è davvero una sola nota molto dolce e disadorna, e poi entra nell'inquadratura un piccolo pollice, un piccolo tondo, umidiccio, pallido eppure nerastro pollice, con quella roba disdicevole incrostata in uno degli angoli dell'unghia, piccolo e senza peli, chiaramente il pollice di un bambino piccolissimo, e appena tocca la corda del piano il suono alto e dolce muore immediatamente. E il silenzio che segue è straziante. Più tardi nel film, dopo molte panoramiche intense e didattiche sul mattone, eccoci di nuovo alla corda del piano, e il pollice non c'è più, e il suono alto e dolce ricomincia, assolutamente puro e solo, eppure ora in qualche modo, mentre il volume aumenta, ora c'è qualcosa di marcio sotto, qualcosa di troppo dolce e troppo maturo e potenzialmente putrido nel re alto e chiaro mentre il volume aumenta, e il suono diventa più puro e più forte e più disforico finché dopo solo un paio di secondi ci troviamo in mezzo a un suono puro e fortissimo e speriamo e forse preghiamo che il pollice del bambino ritorni, per farlo smettere.



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Infinite Jest, David Foster Wallace. Einaudi, 2006. Traduzione di Edoardo Nesi.

Alcune citazioni riportate nell'articolo sono tratte da:
Un antidoto contro la solitudine, David Foster Wallace. Minimum fax, 2013. 
Traduzioni di Sara Antonelli, Francesco Pacifico e Martina Testa.

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