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28 gennaio 2015

I libri e la città: sfogliando New York

New YorkThe big apple. La capitale della moda. La città che si bacia col cielo, nel punto in cui prende vita uno degli skyline più belli al mondo. È New York, il rifugio nel quale ognuno può stare solo con se stesso, in mezzo a milioni di persone. La New York che fa rumore, che non dorme mai. Secondo Tom Wolfe a New York: «la cultura sembra che sia in aria, come parte del tempo».

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LA CITTÀ

Facciamo che partiamo dallo stesso posto. Controlliamo che tutti abbiano i documenti necessari: il biglietto, il passaporto e il modulo di autorizzazione al viaggio (ESTA). Raggiungiamo New York dopo un volo di circa 9 ore. Abbiamo tre possibilità, perché tre sono gli aeroporti di cui dispone la città: l'Aeroporto internazionale John F. Kennedy (JFK) situato in Jamaica (nel Queens), il Newark Liberty International Airport (EWR), nel New Jersey e il Fiorello LaGuardia Airport (LGA) a Jackson Heights, ma questo è usato soprattutto per i voli interni. Facciamo che atterriamo a JFK. Dopo aver sbrigato le faccende burocratiche d'identificazione prendiamo il treno, o il taxi, e in un'ora siamo a Manhattan. 
Manhattan è uno dei cinque distretti (boroughs) in cui è suddivisa NY. In questa parte della città si concentrano le maggiori attrazioni: Times Square, Central Park, i teatri di Brodway, il Metropolitan Museum, così come l'Empire State Building, la sede centrale delle Nazioni Unite e tutti i quartieri più famosi (SoHo, Chinatown, Little Italy, Greenwich Village). Al centro della baia di Manhattan, si erge la Statua della Libertà: la dea d'acciaio e rame che sorregge il fuoco eterno dell'indipendenza e reca ai piedi le catene spezzate che simboleggiano la fine dell'oppressione.
Oltre a Manhattan, New York comprende il distretto di Staten IslandBrooklyn, il Bronx e il Queens, nei quali l'anima multietnica della città si condensa in mille sfumature. 


***

IL PERCORSO

Sette libri per sette fermate. Partiremo da Long Island, in un tragitto ideale che si consuma nell'arco di un solo giorno e che ci condurrà da est verso ovest. Passeremo per il Bronx e giungeremo a Manhattan, dove si svolgerà la maggior parte del nostro viaggio. L'ultima parte del giorno la passeremo a Brooklyn, nel quartiere più popoloso e affascinante di New York. La mappa, che vedete per la prima volta, è una cartina strutturata in tre livelli, che potete spuntare e sovrapporre l'uno sull'altro. Rappresentano lo stesso tragitto ma mettono in evidenza tre elementi diversi: il percorso, i libri citati (in giallo) e le attrazioni della città (in verde). 



***

I LIBRI

A. LONG ISLAND. 
Il grande Gatsby, Francis Scott Fitzgerald.
La nostra prima fermata è Huntington, un comune della Contea di Suffolk, dove si trova l'Oheka Castle, la struttura a cui Francis Scott Fitzgerald si ispirò per delineare i tratti della lussuosa dimora di Jay Gatsby. La maggior parte delle scene che abbiamo visto nel film Il grande Gatsby, la trasposizione di Baz Luhrmann, sono state girate a Sidney, in Australia: la centrale elettrica di White Bay, per esempio, sostituisce la discarica newyorkese che Fitzgerald descrisse nel libro come la Valle delle ceneri. Sul luogo dell'antico deposito oggi sorge il Flushing Meadow Park. Nel romanzo, la Valle è il luogo dove vive Myrtle Wilson, l'amante del marito di Daisy. Ma, soprattutto, è il posto nel quale si ergono gli occhi del Dottor T.J. Eckleburg, «which had just emerged, pale and enormous, from the dissolving night».
Spostandoci sulla costa settentrionale raggiungiamo Kings Point (che nel libro Fitzgerald identifica come un ipotetico paese di West Egg), nel quale, idealmente, si trova la villa di Gatsby. Sulla sponda opposta c'è East Egg (pseudonimo di Sands Point), che ospita la casa di Daisy Buchanan e di suo marito Tom. È lì che Gatsby individua la luce verde all'estremità del molo.

KINGS POINT - Source: Volkmar K. Wentzel / National Geographic

B. BRONX. 
Questo bacio vada al mondo intero, Colunn McCann.
Per raggiungere il Bronx dobbiamo recarci a Nord e attraversare il Whitestone Bridge. Il Bronx è uno dei distretti più discussi di tutta New York, descritto come un luogo violento e pericoloso. È l'errore che si compie quando ci si accosta a un tutto generalizzato perché, a ben vedere, la criminalità si concentrerebbe soltanto in alcune zone.  La maggior parte della popolazione è di origine ispanica, ma diverse sono le etnie che convivono. Ne deriva uno stato di tensione continua, che sottopone ai residenti a non pochi problemi. Ma a volte l'istinto di sopravvivenza si ripiega in un modo inaspettato, trasformando una miseria in un'autentica rarità. Dai diamanti non nasce niente, così cantava De André. Di questo, delle perle che rispendono negli strati più problematici della scala sociale, ne ha sempre parlato Colum McCann nei suoi libri. Questo bacio vada al mondo intero è un coro furente e rancoroso, un intreccio di umanità e disperazione con lo sguardo volto al cielo. Lì, a 110 metri dal suolo, un uomo percorre su un filo la distanza che lo separa da un sogno. In alto, in equilibrio sui destini di un intero paese.

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BRONX - Source: minima&moralia

C. MANHATTAN, CENTRAL PARK.
Il giovane Holden, J.D. Salinger.
Lasciamo i vicoli del Bronx e raggiungiamo Manhattan per incontrare Holden Caulfield. La prima parte della sua storia si svolge in Pennsylvania, ad Agerstown, dove ha sede la Pencey Prep, la scuola di preparazione al college che il ragazzo frequenta. Holden viene espulso e, con tre giorni di anticipo, prepara i bagagli e va a New York. Ma la città non lo accoglie nel migliore dei modi. Una disavventura dietro l'altra spinge il ragazzo a prendere la decisione di scappare. Prima di partire, Holden sente il bisogno di rivedere sua sorella e le dà appuntamento all'American Museum of Natural History. Da lì in poi è Holden che si rifugia nella sua  infanzia, è Holden che si perde nei ricordi. E ci siamo anche noi, in uno dei parchi più famosi al mondo, stretti su una panchina a fissare il lago e a chiederci: «Ma dove mai andranno a dormire le anatre di Central Park durante l'inverno?».

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CENTRAL PARK - Source: Janhonza / photodospel.com

D. MANHATTAN, 5TH AVENUE. 
Colazione da Tiffany, Truman Capote.
Ad est del Central Park, tra la 96ª e la 59ª strada, si trova l'Upper east side, uno dei quartieri più lussuosi dell'intera città. Noi siamo al 169 East 71st Street, all'appartamento di Holly Golightly, la protagonista del romanzo di Truman Capote, interpretata, nella trasposizione del 1961, da un'indimenticabile Audrey Hepburn. Ma la scena d'apertura, quella più celebre, si svolge a pochi chilometri da lì, sulla Fifth Avenue: Holly — tubino nero, grandi occhiali da sole e immancabile collana di perle — scende dal taxi e si trova di fronte alla gioielleria Tiffany & Co, «Il miglior posto del mondo, in cui non può accadere niente di brutto». Lì, sulle note di Moon River, con la sua figura che si riflette nella vetrina, Holly consuma la colazione e ci fa spazio nella sua vita. 

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FIFTH AVENUE - Source: A. Balet / wikimedia.org

E. MANHATTAN, WTC. 
L'uomo che cade, Don De Lillo.
Il World Trade Center era un complesso di sette edifici, ideati dall'architetto Minoru Yamasaki e dall'ingegnere Leslie Robertson. Situato nella parte sud dell'isola di Manhattan (Lower Manhattan), il WTC comprendeva le Twin Towers e altre strutture minori. Durante gli attentati dell'11 settembre 2001, le torri gemelle sono state distrutte, gli altri edifici danneggiati e abbattuti nei mesi successivi. Ora, nella zona conosciuta come Ground zero, è sorto il One World Trade Center, il Freedom Tower, il grattacielo centrale del New World Trade Center. 
Molti scrittori hanno riportato la tragedia nella letteratura. Tra tutti ho scelto Don DeLillo, che attraverso suoi libri scarta l'America dalla patina dorata nella quale è avvolta per mostrare al mondo che anche il sogno americano ha il suo prezzo. Ne L'uomo che cade, il protagonista, Keith Neudecker, riesce a mettersi in salvo a pochi minuti dal crollo delle torri. Intriso di sangue, polvere e fumo, Keith rincorre una sopravvivenza che si trascina dietro un senso di sconfitta, come se la tragedia avesse fatto luce su un crollo sociale già avviato molti anni prima. 
Ci spostiamo verso il National September 11 Memorial & Museum, poco distante, dove sono custoditi i cimeli relativi agli attentati. Non abbiamo molto tempo di parlare. Non abbiamo voglia di parlare.

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GROUND ZERO - Source: Renato Cerisola / renatocerisola.com

F. MANHATTAN, WALL STREET.
American Psycho, Bret Easton Ellis.
In dieci minuti raggiungiamo uno dei poli finanziari più famosi al mondo: Wall streetLa strada ospita la prima sede della New York Stock Exchange ed è stata oggetto di numerosi storie, in bilico tra mito e realtà. Il film, il primo che ci viene in mente, è Wall Street di Oliver Stone, 1987: un carismatico Michael Douglas interpreta Gordon Gekko, uno squalo della finanza per il quale tutto è lecito, purché porti denaro. Il cinema ci rimanda a Patrick Bateman, l'emblematico protagonista del romanzo American Psycho. Patrick è un giovane dirigente di una società finanziaria che si occupa di fusioni e acquisizioni. È il tipico yuppie: un giovane professionista che mira a raggiungere il successo scalando la gerarchia sociale. Qualcuno suggerisce un altro film, più recente, che vede Leonardo DiCaprio interpretare un rampante Jordan Belfort in The wolf of Wall StreetE lì, in quel momento, quando siamo ancora con la testa per aria a sognare ingaggi di fortuna, decidiamo di liberarci dall'aria viziata della finanza. Decidiamo di andare a respirare Brooklyn.

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WALL STREET - Source: MarshalN20/wikimedia.org

G. BROOKLYN.
La fortezza della solitudine, Jonathan Lethem.
Attraversiamo il ponte di Brooklyn e facciamo un salto di trent'anni nel passato. Siamo nel quartiere di Gowanus, una zona abitata soprattutto da afroamericani, e Dylan Ebdus è uno dei pochi bambini bianchi a vivere nel ghetto. Figlio di due hippies, Dylan diventa amico di Mingus Rude, ed è costretto fin da subito a fare i conti con un colore della pelle così diverso dal suo, così simile a quello di tutti gli altri. Nel libro La fortezza della solitudine, Lethem racconta le difficoltà di un'amicizia corrosa dal razzismo, dalla violenza e dai pregiudizi. Sullo sfondo, l'America degli anni settanta, coi suoi tumulti, i suoi demoni, i suoi sogni di libertà.

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BAY RIDGE, BROOKLYN - Source: Eric R. Bechtold / wikimedia.org

***

Torniamo sul ponte che è già sera. Le rive dell'Hudson riflettono le mille luci di New York*. È lì che ci salutiamo, increduli della giornata appena trascorsa. Abbiamo un bagliore, negli occhi, che ognuno riconosce nel volto dell'altro, come fosse il suo. Ci sentiamo sciocchi, ridicoli. Ridiamo, di questa nostra immotivata felicità. 
Come se l'avessimo scoperta noi, l'America. 
Come se adesso, per esempio, avessimo iniziato a vivere.


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New york city night lights - Source: zoomwall.com



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Libri citati:
Il grande Gatsby, Francis Scott Fitzgerald. Minimum fax, 2011. Traduzione di Tommaso Pincio.
Questo bacio vada al mondo intero, Colum McCann. Rizzoli, 2011. Traduzione di Marinella Magrì.
Il giovane Holden, J.D. Salinger. Einaudi, 2014. Traduzione di Matteo Colombo.
Colazione da Tiffany, Truman Capote. Garzanti, 2007. Traduzione di Bruno Tasso.
L'uomo che cade, Don DeLillo. Einaudi, 2009. Traduzione di Matteo Colombo.
American Psycho, Bret Easton Ellis. Einaudi, 2014. Traduzione di Giuseppe Culicchia.
La fortezza della solitudine, Jonathan Lethem. Il Saggiatore, 2010. Gianni Pannofino.

*Le mille luci di New York è il titolo di un romanzo dello scrittore statunitense Jay McInerney.


Puntate precedenti

I libri e la città: sfogliando Madrid

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23 gennaio 2015

Primo amore e altri affanni di Harold Brodkey

Mi sono innamorata de Lo stato di grazia come se leggessi un racconto per la prima volta. 
È il primo della raccolta Primo amore e altri affanni, il più bello in assoluto. L'ho amato di un amore viscerale. L'ho letto una volta, due, tre, quattro. Alla quinta potevo anticipare le parole. Ancora adesso lo rileggo, e non mi stanca mai: ritrovo sempre quell'emozione, così autentica, così inaspettata, di qualcosa che avviene una volta. Come il primo amore, il primo abbaglio. Come il dolore, come ogni prima angoscia. Il resto, tutto quello che verrà dopo, apparterrà a un universo di sentimenti che impareremo a conoscere, che non ci stupiranno più. Sapremo di poter affrontare qualsiasi cosa, perché ci è già successa. Siamo sopravvissuti.

Harold Brodkey scrive come se lo facesse ogni volta per la prima volta, con gli occhi gonfi di emozione. Ne deriva uno stile morbido, avvolgente, ma malinconico. Una dolce tristezza, un sottile dispiacere. Sembra destinato a non ripetersi. Non più in quel modo, non con quella ingenuità.

Leggo l'incipit, e già intravedo qualcosa di luminoso:
Esiste una particolare gradazione di mattoni rossi - un rosso cupo, quasi melodioso, profondo e venato di blu - che è la mia infanzia a St. Louis. Non l'infanzia vera: ma quella finta, che si estende dal primo albeggiare della consapevolezza fino al giorno in cui si lascia la casa per entrare all'università. Quella gradazione di mattoni rossi e fogliame verde è St. Louis in estate (l'inverno è soltanto un cielo grigio e un autobus affollato e impronte umide sul pavimento di linoleum della scuola), e quei mattoni e un cielo pallido sono la primavera. Sono anche la solitudine e lo strano, mortificato stupore del bambino la cui famiglia è stata colpita da una serie di sventure.
È un uomo a parlare, tornando con la mente all'epoca della sua adolescenza. Non era un bambino, come lui stesso ammette. Non era ancora un adulto. Aveva tredici anni, ed era padrone del suo primo barlume di coscienza. Viveva il tempo di mezzo con una sfrontatezza che appartiene soltanto a quell'età, affrontando ogni situazione con una logica spiazzante. 
primo-amore-altri-affanni-brodkey-scratchbookLa sua famiglia era in difficoltà: il padre era in ospedale e la madre cercava di portare avanti la famiglia. Il ragazzino era arrabbiato, desiderava che il padre morisse, che quella situazione di stallo, che non era vita, arrivasse a una conclusione. Voleva che la madre si risposasse con un altro uomo, uno che la corteggiava da tempo, così che tutti i loro problemi potessero trovare soluzione. 
È un pensiero terribile, di fronte al quale ognuno di noi reagirebbe con sdegno. È atroce, ma plausibile. Intimamente vero. Così sincero, così disarmante. È che ad alta voce queste cose nessuno le direbbe, nessuno ammetterebbe di averle anche solo pensate.

Il ragazzo, per arrotondare, lavorava come baby sitter. Aveva in cura un bambino di sette anni di nome Edward. Si divertiva a giocare con lui, ma non riusciva a provare affetto, perché sentiva che quel bambino aveva già ottenuto abbastanza: genitori amorevoli, una vita agiata. Edward aveva molto più di quello che era spettato a lui. E allora il ragazzo decise che il suo amore non l'avrebbe ottenuto, che almeno quello l'avrebbe tenuto per 

Io mi sono innamorata in questo punto, sul finale. Perché mi ha stupito, come mi succede poche volte. Ho riscoperto la semplicità del sentimento attraverso le parole di Brodkey, ricordando che siamo noi, coi nostri veti mentali, le nostre risoluzioni adulte, a complicare quello che complicato non è. Sono tre passaggi, quelli che vi riporto. Tre frasi. Tre bombe, sganciate l'una dopo l'altra. 

Tutti volevano che io li amassi [...].

[...] Ma io volevo che mi amassero prima loro [...].

[...] Se dovevo amare per primo, avrei amato soltanto la perfezione.

Quanto è vero tutto questo? Quanto fa male per quanto è vero? Tutti vogliono essere amati, ma nessuno è disposto a compiere il passo decisivo. Perché è difficile assumersi il rischio di non essere corrisposti. Perché dovrei amarti prima io? Perché io e non tu? Ma è il terzo passaggio, l'ultimo, quello che non lascia scampo: avrei amato soltanto la perfezione, qualcosa che non esiste, e allora non avrei amato affatto. Non con quel trasporto, con quella violenza. Con la pelle, con le ossa. Mai più. 

Brodkey rivela tutta la vulnerabilità dei nostri primi affanni d'amore. Quei ragazzini siamo stati anche noi, noi che siamo stati feriti e ci siamo rintanati in noi stessi, pensandoci al sicuro da ogni emozione. Noi, che abbiamo giurato di non amare niente e nessuno per il resto della vita. 
Noi, che abbiamo tradito la nostra promessa, amando, ogni volta come fosse la prima.



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Primo amore e altri affanni, Harold Brodkey. Fandango, 2011. Traduzione di G. Randazzi Gambelli.

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20 gennaio 2015

L'incipit del «Signor Malaussene»

Il bambino era inchiodato alla porta come un uccello del malaugurio. I suoi occhi plenilunio erano quelli di una civetta. Loro erano sette e salivano le scale quattro a quattro. Naturalmente ignoravano che questa volta gli avevano inchiodato un moccioso alla porta. Pensavano di aver già visto tutto e quindi correvano verso la sorpresa. Ancora due piani e un piccolo Gesù di sei o sette anni avrebbe sbarrato loro la strada. Un bimbo-dio inchiodato vivo a una porta. Chi può immaginare una cosa simile?
(di Daniel Pennac - Feltrinelli, 2008)
Suggerito da Michele del blog Scrivere per caso.

Questione di feeling, giocando di prime impressioni.
Inviatemi i vostri incipit preferiti; raccoglieremo i più belli in questa rubrica.

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16 gennaio 2015

The imitation game: Alan Turing e il progetto enigma

Se noi siamo qui, a parlarci da un capo all'altro del mondo, è anche grazie a lui. Alan Turing nacque in Inghilterra e fu un matematico, un logico e un crittografo, uno tra i più grandi cervelli del XX secolo. Turing teorizzò la possibilità di un'intelligenza artificiale negli anni trenta, quando questi concetti erano ancora qualcosa di troppo astratto da considerare. 

The Imitation Game* è un film diretto da Morten Tyldum e interpretato da un sorprendente Benedict Cumberbatch. La pellicola è l'adattamento cinematografico della biografia Alan Turing. Storia di un enigma, scritta da Andrew Hodges. È la storia di Alan e della sua decisiva partecipazione alla seconda guerra mondiale. Come sono andate veramente le cose, noi abbiamo avuto modo di saperlo parecchi anni dopo. Quella che leggerete è la storia di un errore, uno dei tanti che vede protagonista la mediocrità dell'essere umano.

Durante il secondo conflitto mondiale, alcuni matematici vennero convocati a Bletchley Park, il sito dell'unità principale di crittoanalisi del Regno Unito. Il loro compito sarebbe stato quello di decifrare i messaggi scambiati dalle truppe tedesche. Gli avversari comunicavano tra loro tramite messaggi criptati, decodificati attraverso una macchina: enigma. I codici di decodificazione cambiavano ogni giorno, a mezzanotte, e il primo messaggio tedesco veniva captato dalle stazioni radio inglesi ogni mattina alle sei: i matematici avrebbero dovuto trovare, nel tempo che restava loro a disposizione, la giusta chiave di decodificazione che aprisse agli inglesi uno spiraglio sulle intenzioni di Hitler. Questo avrebbe reso possibile la previsione di ogni azione, la prevenzione di ogni attacco. Questo avrebbe reso possibile la fine della guerra. Il governo inglese aveva enigma, ma non sapeva come utilizzarla. I matematici ragionavano per ore, senza risultati. Puntualmente, allo scadere della mezzanotte, enigma vinceva. Le combinazioni erano infinite: per spuntarla, i cervelli di Bletchley Park avrebbero dovuto condensare in venti ore un impegno che avrebbe richiesto loro degli anni. Turing concepì una macchina in grado di interpretare i codici nazisti, concretizzando le teorie sull'intelligenza artificiale. Era una corsa contro il tempo, e Turing divenne più veloce di enigma. Decodificò i codici, permettendo all'Inghilterra di prevedere, e anticipare, le mosse di Hitler. La guerra, anche grazie all'operato di Alan Turing, si concluse con un paio d'anni d'anticipo.

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Il progetto di decrittazione condotto a Bletchley Park doveva restare segreto. Né Turing, né i suoi colleghi, avrebbero potuto rivelare lo scopo e i dettagli della missione. Così, l'orgoglio di una scoperta rivoluzionaria, venne mitigato dal silenzio imposto dalle autorità britanniche. Nessun riconoscimento venne concesso a chi, col proprio operato, aveva reso storia la vittoria contro i nazisti.

Le prime informazioni relative al progetto enigma vennero divulgate nel 1974, vent'anni dopo la morte di Turing. Alan morì suicida il 7 giugno del 1954, a quarant'anniL'uomo che aveva contribuito alla cessazione del secondo conflitto mondiale fu accusato di omosessualità. Turing non ebbe problemi ad ammettere il suo orientamento, dichiarando che "non scorgeva niente di male nelle sue azioni". Il tribunale ne decretò la colpevolezza, lasciando a Turing la possibilità di scegliere: il carcere o la castrazione chimica. Turing scelse la seconda opzione e per un anno, prima della morte, fu costretto ad assumere estrogeni. Il trattamento ebbe effetti devastanti sulla salute fisica e psichica del matematico. Corroso dall'umiliazione, Turing decise di togliersi la vita.
Sono le persone che nessuno immagina che possono fare certe cose, che fanno cose che nessuno può immaginare.
Il 10 settembre 2009 il primo ministro britannico Gordon Brown emanò una dichiarazione di scuse, ammettendo che Alan Turing fu oggetto di un trattamento omofobico:
«Per quelli fra noi che sono nati dopo il 1945, in un'Europa unita, democratica e in pace, è difficile immaginare che il nostro continente fu un tempo teatro del momento più buio dell'umanità. È difficile credere che in tempi ancora alla portata della memoria di chi è ancora vivo oggi, la gente potesse essere così consumata dall'odio - dall'antisemitismo, dall'omofobia, dalla xenofobia e da altri pregiudizi assassini - da far sì che le camere a gas e i crematori diventassero parte del paesaggio europeo tanto quanto le gallerie d'arte e le università e le sale da concerto che avevano contraddistinto la civiltà europea per secoli. [...] Così, per conto del governo britannico, e di tutti coloro che vivono liberi grazie al lavoro di Alan, sono orgoglioso di dire: ci dispiace, avresti meritato di meglio».
Un film bellissimo, una storia straziante. Un errore imperdonabile.


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* Il titolo, il gioco dell'imitazione, fa riferimento al test di Turing, un criterio grazie al quale sarebbe possibile verificare se una macchina sia in grado di pensare. L'intelligenza artificiale, affiancata all'intuizione umana, è stata una delle maggiori ossessioni del matematico inglese.

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13 gennaio 2015

I libri e la città: viaggi da sfogliare

Quando non leggo viaggio. Viaggiare è un'esigenza: sento il bisogno di muovermi in continuazione. È una sensazione che si placa e non si appaga, che si trascina dietro un'inquietudine che non riesco mai a spegnere del tutto; per quante città conosca, per quanti posti raggiunga, l'euforia si smorza quasi subito. Perché è qualcosa che ha a che fare col partire, che non è arrivare, e ancora meno è tornare. 

Quando non viaggio organizzo viaggi. Ne programmo uno, due, anche dieci alla volta: scelgo una destinazione e collego i voli, cerco gli alberghi, studio le mappe. Alcuni si realizzano, altri restano solo ipotesi, possibilità, ma mi tengono attiva. Organizzare mi accende, mi permette di immaginare quel che potrebbe essere, dandomi l'illusione di un ritmo che è molto simile a quello che inseguo nelle mie trasferte.

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E allora ho deciso di portarvi con me, di farvi entrare nei miei appunti e di coinvolgervi nei miei progetti, passati e futuri. Vi proporrò i miei viaggi letterari, piccole idee per vivere i luoghi della letteratura. Scopriremo la città: le maggiori attrazioni, le più piccole curiosità. Ne assaporeremo il gusto, ne conosceremo l'odore. E troveremo anche il tempo per leggere. Scopriremo i libri, quelli hanno preso ispirazione dalla città. Per ogni città svilupperò una mappa a più livelli. Ogni livello riporta:
1. Le principali attrazioni della città;
2. I libri (quelli che sceglierò di raccontarvi);
3. Il nostro percorso (vero, reale, fattibile, tracciato da punto a punto).
Potrete selezionare e deselezionare i livelli per rintracciare sulla cartina ciò che più vi interessa.

Non so dove andremo e non so ancora quando partiremo. Non so quanti viaggi faremo: solo uno, forse due, o magari ci piacerà così tanto che non la smetteremo più di viaggiare. Pronti a partire?
«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati»
«Dove andiamo?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare».
(Jack Kerouac, On the Road)



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9 gennaio 2015

A Year of Books: il book club di Mr Facebook

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«Ho deciso di leggere un libro nuovo ogni due settimane» 
 
Il nuovo anno, così come ogni principio, si dimostra pieno di buone intenzioni. Fuori il vecchio, dentro il nuovo, e che il nuovo sia ricco di possibilità. Ma c'è modo e modo di programmare. Così, mentre noi annotiamo obiettivi e traguardi nei nostri diari, Mark Zuckerberg, alias Mr Facebook, condivide i suoi propositi per i mesi a venire con tutta la comunità virtuale. Il 2015 sarà l'anno dei libri: «Ho trovato la lettura una pratica intellettualmente appagante. I libri consentono di esplorare completamente un argomento e di immergersi in modo più profondo rispetto alla maggior parte dei media di oggi». Conscio di questa improvvisa rivelazione, Zuckerberg ha creato un gruppo di lettura: attraverso la pagina A Years of Books (che in una sola settimana conta già di più di 200.000 seguaci), Mark suggerirà un libro, uno ogni due settimane, che tutti gli amici potranno leggere e commentare: «Sono molto emozionato da questa sfida (...) Non vedo l'ora di spostare la mia dieta mediatica verso la lettura».

Niente di nuovo? Vero, ma niente che ci dispiaccia. Purché si legga, direbbe qualcuno.
Il primo libro scelto da Mark è stato La fine del potere di Moises Naim. «È un libro che si occupa di come il mondo stia cambiando e come gli individui stiano assumendo quel potere che in passato era tradizionalmente nelle mani di governi, militari e altre istituzioni. Un trend, quello di dare alle persone più potere, in cui credo profondamente». Il volume, pubblicato nel marzo del 2013, non aveva venduto più di 20.000 copie. Dopo il messaggio postato da Zuckerberg, i risultati sono aumentati in modo esponenziale: solo su Amazon.com, il libro ha registrato sold out in meno di 24 ore. Ed è in questo momento, quando grandi masse iniziano a convergere nella stessa direzione su input di una sola persona, che mi pongo delle domande: perché questo libro? E perché il prossimo? Chi li sceglierà? E, soprattutto, in base a cosa verranno proposti gli autori? Zuckerberg risponde: «Mi concentrerò su temi come la storia, la tecnologia, la differenza tra culture», ma quest'affermazione nulla chiarisce in merito. Sul web si è già parlato di effetto Oprah Winfrey, a sottolineare il collegamento tra il potere che la conduttrice americana detiene sui telespettatori e quello che Zuckerberg potrebbe esercitare nei confronti dei lettori.
«Sentitevi liberi di discuterne»

È questa libertà che spero non si perda mai. Ma è troppo facile dubitare, e non voglio cadere in banali dietrologie, non ancora. Seguirò il progetto, con le migliori intenzioni. E voi?


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6 gennaio 2015

Mattatoio n. 5 (o La crociata dei bambini) di Kurt Vonnegut

C'è un documentario, assai bello, che coinvolge l'America e i suoi scrittori. Quelli di voi con cuore bianco, rosso e blu lo conosceranno: è America tra le righe, condotto dal critico e giornalista francese François Busnel, riproposto qualche settimana fa su Rai 5.  La seconda puntata è dedicata al New England. Busnel fa tappa nel Maine, in un porto chiamato Paradise Point, dove incontra Richard Ford, premio Pulitzer 1996 per Il giorno dell'indipendenzaA domanda: «Perché scrive?», l'autore risponde:
«Scrivo perché leggo, nient'altro mi spinge a scrivere. Quand'ero bambino non ero un buon lettore: ero dislessico, di conseguenza quando ho iniziato a leggere lo facevo molto lentamente. Tuttora sono un lettore molto lento. Ho cominciato a farlo perché mi è stato imposto [...] e così ho scoperto la lettura immaginativa, leggendo i romanzi di Faulkner, Hemingway, Fitzgerald, Camus. [...] Ho scoperto così che la narrativa soddisfaceva in me un bisogno di cui ignoravo l'esistenza e questo bisogno, che trovava appagamento nella lettura, potrei descriverlo come la sensazione profonda che il mondo, così come lo stavo vivendo, non mi bastava affatto».
Ford inizia a scrivere per mettersi alla prova: per cercare di suscitare negli altri la stessa emozione che la lettura crea in lui. E continua a farlo, per far sì che ogni volta si rinnovi la stessa, identica, magia. Ma questo è già il passo successivo. Il punto è il mondo alternativo. È la vita, così com'è, che non ci basta più. È guardare altrove: immaginare qualcosa che non è questo momento e non è in questo luogo. Che sia l'isola che non c'è, il pianeta Trillafon di Wallace o Macondo di García Márquez non ha molta importanza: ognuno dipinge il suo spazio coi colori che più desidera. 

Lo scrittore Kurt Vonnegut, americano di origine tedesca, partecipò alla seconda guerra mondiale. Fu fatto prigioniero durante la battaglia delle Ardenne e condotto a Desdra dove, insieme ad altri americani, venne rinchiuso in una grotta scavata sotto il mattatoio della città. Qualche giorno dopo, tra il 13 e il 14 febbraio del 1945, Desdra fu bombardata. Il bombardamento della città di Desdra fu uno degli eventi più tragici della seconda guerra mondiale. Sono state accertate circa 30.000 vittime: una strage di civili senza eguali. 

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Desdra dopo i bombardamenti.
Per un po', dopo la seconda guerra mondiale, andai all'Università di Chicago. Studiavo alla sezione d'antropologia. A quell'epoca insegnavano che non c'era la minima differenza fra qualsiasi essere umano. Può darsi che lo insegnino ancora adesso.
mattatoio-n-5-kurt-vonnegut-scratchbookScrivere Mattatoio n.5 non si rivela un'impresa semplice: Vonnegut ha molto materiale da cui attingere, ma poche parole con cui esprimerlo. Ci racconta — in un'introduzione, che è parte della storia stessa, e che corrisponde a uno dei passaggi più belli e illuminanti di tutto il testo — che ha trascinato l'idea di scrivere un libro sulla guerra per molti anni, senza riuscire a lavorarci sul serio. «Perché non c'è niente di intelligente da dire su un massacro.». E allora Vonnegut decide di risolvere il problema creando un personaggio, Billy Pilgrim, che con la guerra non c'entra niente. Uno di quelli ingenui, che si commuovono per nulla. Uno di quelli che sembrano vivere su un altro pianeta. 

Billy viaggia nel tempo e nello spazio, letteralmente: quando viene catturato dai tedeschi, quando Desdra viene attaccata, lui è sempre altrove: invischiato tra passato e futuro, intento a percorrere la sua vita fino alla sua stessa morte, per poi precipitare nel presente, nei giorni del conflitto. O su Tralfamadore. Tralfamadore è l'universo alternativo, l'altro pianeta, quel rifugio nel quale Billy si rintana ogni volta che sente il bisogno di distogliere lo sguardo dagli orrori della guerra. Verso il quale, forse, anche Vonnegut si rivolgeva nei momenti più disperati.

Vonnegut ha un modo di narrare i fatti che è suo, e basta. Con un umorismo, un umorismo nero, che si rivela nelle situazioni più tragiche del racconto. Una satira che solleva e appesantisce allo stesso tempo. È un riso amaro, contagiato. Con quel suo stringato e incessante "Così va la vita", e attraverso l'innocenza di Billy, Vonnegut ci mostra tutto quello che di peggio è accaduto. E che accadrà, perché l'uomo è destinato a ripetersi.
Billy si passò la lingua sulle labbra, pensò un momento, e infine chiese: «Perché io?».
«Questa è proprio una domanda da terrestre, signor Pilgrim. Perché lei? Perché noi allora? Perché qualsiasi cosa? Perché questo momento semplicemente è


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Mattatoio.5 (o La crociata dei bambini), Kurt Vonnegut. Feltrinelli, 2005. Traduzione di  Luigi Brioschi.

Nota di servizio: questo è il libro che ho scelto di leggere per quel gruppo di lettura assai strambo di cui faccio parte. Il tema, questa volta, era "recupera l'autore". Ognuno di noi aveva una vergogna da sanare, uno scrittore che sapeva di dover leggere ma che, per un motivo o per l'altro, tendeva sempre a rimandare. Sono quei casi in cui basta una piccola spinta, l'ispirazione giusta. È che a noi piace ispirarci insieme. 

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3 gennaio 2015

Lacci di Domenico Starnone: la commedia della famiglia

C'è qualcosa, nel periodo appena trascorso, e che ogni anno si ripete, che mi dà da pensare. È quel volerci bene per forza, perché è Natale. Perché ce lo dice la televisione, c'è lo ribadisce la pubblicità. Ogni discussione deve essere appianata, ogni malinteso accantonato. La famiglia, prima di tutto: si mangia in famiglia, si gioca in famiglia. Un brindisi, alla famiglia. Grandi abbracci e lunghi sorrisi: è Natale. E noi lì, a svolgere il nostro ruolo, chiedendoci qual è stato il momento in cui abbiamo accettato di prendere parte a questo dramma. È tutto così dissimulato che non riusciamo neanche a capire se il nostro sentimento è reale, o se è soltanto un'abitudine interpretata a regola d'arte. La verosimiglianza, più che la verità. Nel Natale, e nel libro di Domenico Starnone.

Aldo è sposato con Vanda da quando aveva ventidue anni. Hanno due figli: Anna e Sandro. Il matrimonio era, a quell'età, un desiderio d'indipendenza, un'espressione di maturità. Mentre i suoi coetanei erano ragazzini subordinati alle volontà dei genitori, lui diventava l'unico responsabile di se stesso, il punto di riferimento di un nucleo appena formato. Era grande, era già un uomo. Ma se a vent'anni era un sogno di libertà, a trenta il matrimonio diventa una costrizione insostenibile. Aldo si riconosce più vecchio di quello che è, perché le sue spalle subiscono la fatica di un peso che si trascina da molti anni. È stato lui a sceglierlo, ma sembra che soltanto ora si accorga di quello che ha dovuto rinunciare per ottenerlo. Si sente asciutto, disidratato. E allora, come spesso accade, si rivolge altrove. La sua fonte diventa Lidia, una ragazza di diciannove anni.

Lacci-domenico-starnone-scratchbookFino a questo punto della storia, il libro non mi è piaciuto. Troppe cose che ho già sentito, che ho visto, in tanti altri autori. C'è Napoli, che ogni volta che la leggo non mi piace mai. Ci sono le lettere che Vanda manda ad Aldo: gli chiede spiegazioni, gli chiede di tornare. Il marito che scappa, la moglie che lo insegue. C'è la separazione, l'affidamento dei figli. Anche qui, tutto già scritto. 

Dopo aver passato alcuni anni con Lidia, Aldo sente il bisogno di rivedere i suoi figli. Sandro ha tredici anni e Anna nove. L'incontro avviene in un bar, nel modo in cui potete immaginare: un padre goffo e agitato cerca di scorgere in quei due bambini qualche traccia di quel che erano, un appiglio al quale potersi aggrappare per ripartire. Ma è Anna a dare una sferzata alla situazione, con quella sincerità rivoluzionaria di cui solo i bambini sono capaci: "È vero che gli hai insegnato tu ad allacciarsi le scarpe?". Anna si riferisce alla maniera stramba in cui Sandro è solito annodarsi i lacci. Aldo, a quel punto, deve dimostrare di saperlo fare utilizzando la stessa tecnica. Così passano l'intero pomeriggio: legando e slegando, prendendosi in giro. Quei lacci che stringono, che legano l'uno all'altro

Aldo si rende conto che non è più in grado di gestire la vita con Lidia ignorando il desiderio di riconquistare i suoi figli. Passa più tempo a Napoli, con loro, e sempre meno con lei. Ma non smette mai di pensarla, neanche quando è costretto a lasciarla per tornare dalla sua famiglia. Lidia sarà sempre quel pezzo di paradiso a cui ha dovuto rinunciare per essere di nuovo un padre. 

In questa seconda parte, il nucleo familiare assume una connotazione diversa, complessa, e più interessante. Vanda è incontenibile: incattivita dal dolore, è diventata egoista e sfacciata; ostenta, a più riprese, una sicurezza che non le appartiene. Aldo è remissivo, rassegnato, accondiscendente: sente di dover espiare una colpa, che quella della moglie è la reazione a una sofferenza che lui stesso ha causato. Tornano insieme, sacrificando quel poco di sé che era loro rimasto. Per  affetto, per abitudine, per dovere, per timore. Per un senso di famiglia, che per certi versi assomiglia anche all'amore.
Ho intravisto mia moglie nella penombra, era una piccola vecchia signora che dormiva con la bocca socchiusa, il respiro calmo. M'è venuto in mente che stava facendo sogni, stava provando emozioni. Doveva aver messo da parte la logica con cui si era difesa da me, dai figli, dal mondo per tutta la vita e adesso s'era arresa a se stessa. Ma io di quel suo tramestio interiore non sapevo niente, non ne avrei mai saputo niente. L'ho baciata sulla fronte. Lei hai smesso di respirare, poi ha ricominciato.
Quei lacci che uniscono, allacciano, annodano. Incatenano.



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Lacci, Domenico Starnone. Einaudi, 2014. 

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