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22 luglio 2014

Angoscia, Cincinnatus, angoscia

«Oggi è l'ottavo giorno, e non solo sono ancora vivo, vale a dire che la sfera del mio io ancora limita ed eclissa la mia esistenza, ma, come qualsiasi altro mortale, non conosco l'ora della mia morte e posso applicare a me stesso una formula che vale per tutti: la probabilità di un futuro è inversamente proporzionale alla sua teorica distanza temporale. Naturalmente, nel mio caso, la prudenza richiede di pensare in termini numerici molto piccoli, ma va tutto bene, va tutto bene - sono vivo. Ho avuto una sensazione strana la notte scorsa, e non era la prima volta: mi sto togliendo di dosso uno strato dopo l'altro, e infine... non posso descriverlo, questo, ma lo so: attraverso il processo di graduale spoliazione raggiungo il punto finale, indivisibile, saldo, sfolgorante e questo punto dice: io sono! Come un anello di perla conficcato nel grasso sanguinolento di uno squalo - Oh mio eterno, mio eterno.... e questo punto è sufficiente per me, in realtà nient'altro mi è più necessario. Forse al pari di un cittadino del secolo che verrà, al pari di un ospite arrivato in anticipo (la padrona di casa ancora non si è alzata), o forse, semplicemente, al pari di un fenomeno da baraccone in un mondo irrimediabilmente festante, che guarda a bocca aperta, io ho vissuto una vita angosciosa e vorrei descrivervi quell'angoscia - ma sono ossessionato dalla paura che il tempo non basti. Per quanto mi ricordi risalendo indietro nel tempo - e il mio ricordo è di una lucidità indomabile -, io sono stato il mio proprio complice, un complice che sa troppo e per questo è pericoloso. Io provengo da una oscurità così bruciante, io vortico simile a una trottola, con tale forza propulsiva, con tali lingue di fiamma che ancora oggi sento di tanto in tanto (talvolta nel sonno, talvolta quando m'immergo nell'acqua molto calda) quella mia pulsazione primigenia, quel primo marchio a fuoco, la molla principale del mio "io". Come sono riuscito a venirne fuori a furia di contorcimenti, viscido, nudo! Sì, da un regno vietato e inaccessibile agli altri, sì.
(da Invito a una decapitazione di Vladimir Nabokov. Adelphi, 2004. Traduzione di Margherita Crepax)


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15 luglio 2014

I Middlestein di Jami Attenberg. Ve lo spiego io perché


Il fenomeno Middlestein. Questo libro, apparentemente sbucato dal nulla, è il nuovo oggetto del desiderio dei lettori 2.0. E non si capisce bene il perché. I Middlestein sono diventati, da subito, una famiglia molto social; si prestano ai 140 caratteri di twitter e, con la stessa disinvoltura, si ripartiscono le condivisioni selvagge su facebook. Padroneggiano nei salotti letterari di nicchia e serbano quel sano snobismo che li rende commercialmente appetibili. Qualcuno l'ha letto. Dicono sia un bel libro. I Middlestein. E lo è, un bel libro. Ma perché? Ve lo spiego io perché.

1. Perché dietro I Middlestein ci sono una mamma e un papà di tutto rispetto
La mamma, Jami Attenberg. Classe 1971, la Attenberg è un poliedrico e riccioluto talento newyorkese. The Middlesteins è il suo terzo libro, il primo pubblicato in Italia. Il papà, Daniel Vogelmann, è il capitano della nave che risponde al nome La Giuntina. La Giuntina è una casa editrice specializzata nella pubblicazione di opere appartenenti alla letteratura ebraico-americana (filone che incorpora autori quali l'irascibile Philip Roth e il discreto Bernard Malamud); nasce nel 1980 quando - cito testualmente - Daniel Vogelmann decide di pubblicare La notte di Elie Wiesel che sarà il primo titolo della collana Schulim Vogelmann, dedicata da Daniel a suo padre, sopravvissuto ad Auschwitz.

2. Perché lo dice Franzen
Middlesteins-attenberg
C'è chi segue le sue pubblicazioni con  interesse, chi lo guarda con diffidenza, chi ne ammira che le capacità ma pensa che sia un uomo spocchioso e arrogante e chi, dopo aver letto Le correzioni, decide di lasciare mogli e buoi per dedicarsi al franzenismo. Ma che lo si ami, che lo si odi, nessuno può negare che Jonathan Franzen sia uno che di libri se ne intende. E, a proposito dei Middlestein, lo scrittore americano dice:
«I Middlestein mi hanno conquistato fin dalle prime pagine, e una volta giunto alle ultime ho ammirato la compassione di Jami Attenberg e la sua maestria nel saper raccontare una storia».
3. Perché I Middlestein rappresentano la giusta misura di famiglia
Scrivere la famiglia è una sfida che solletica le penne più ardite. Non è una scelta comoda perché l'autore ha il compito di riproporre un grumo di relazioni tra le più comuni e complesse che esistano. Ognuno di noi ha un concetto di famiglia, ed è con quello che si rapporta ai testi sul tema, sperando di trarre una nuova formula della stessa equazione. Il rischio, per lo scrittore, è quello di ripercorrere pavidamente, in copia carbone, situazioni familiari già proposte in altri libri. O peggio. Peggio è leggere, tra le parole di uno stile più temerario, la destrutturazione del nucleo familiare che, annebbiandone i contorni, ne tradisce l'identità. Nel mezzo è la giusta misura, e nel mezzo io ho ritrovato anche i Middlestein. 

4. Perché i chili di troppo non sono solo simpatia e bontà
Questa devo spiegarla bene. E devo partire dall'inizio, da Edie. Edie è una donna obesa. Il libro è strutturato in base all'aumento di peso della donna e ogni brano è alternato da capitoli che raccolgono gli affanni degli altri membri della famiglia. Il primo passo è un emblematico incipit: Edie bambina piange e sua madre la zittisce con del cibo.
Il cibo era fatto d'amore, e l'amore era fatto di cibo, e se riusciva a fare smettere di piangere un bambino, allora non c'era niente di sbagliato.
Middlestein-attenberg-giuntinaNel paragrafo successivo, Edie è una procace adolescente di 70 kg. E poi 80, 90, 100, rimbalzando da un centro commerciale ad un fast food, «facendo cuocere la sua stessa carne negli strati dell'odio, della frustrazione, della rabbia e del grande dolore che aveva fatto accumulare per così tanto tempo». Ma non è una vittima, questo è il risvolto interessante. E non è un cumulo di adipe e bontà, come ci si aspetterebbe da un personaggio nella sua posizione. Edie è arrogante, provocatoria, fiera e orgogliosa. Non si può compatire, perché non è indifesa. Non sembra che il cibo si sia appropriato di lei, ma che lei stessa abbia scelto il cibo come male minore, che sia conscia dei rischi a cui va incontro - giunta a 160 kg ha già subito due operazioni - ma che il futuro non abbia così importanza di fronte al presente. E il presente, nel bene, nel male, è sempre il cibo. 

5. Perchè I Middlestein sono irrimediabilmente umani
Edie è la moglie di Richard Middlestein e ha due figli: Robin e Benny. Benny è sposato con Rachelle ed è padre di Emily e Josh. Questi sono i Middlestein. Lo erano, prima che Richard decidesse di abbandonare Edie. L'uomo, contro ogni stereotipo da "non ti lascerò nel momento del bisogno", rifugge dalla malattia della moglie e la lascia sola nel periodo più critico della malattia. Lei non riesce a crederci che lui l'abbia lasciata, adesso. Robin e Benny altrettanto. Richard è stato un vigliacco, un egoista. Ha pensato solo a se stesso, a tirarsi fuori da una situazione finché poteva ancora farlo. Ma Edie e Richard non si amavano più. Edie e Richard non erano una coppia già da molto tempo. Edie aveva il cibo, «nella testa, nel cuore, nella carne». Non c'era più posto per Richard, non c'era più posto per Robin e Benny. Non c'era più posto per nessuno. Non che Edie avesse deciso consapevolmente morire, ma la morte era delle conseguenze che avrebbe potuto accettare, nel caso. Richard no, Richard voleva vivere, voleva di nuovo una donna che si occupasse di lui, ma, soprattutto, una che lasciasse che anche lui si occupasse di lei. Voleva tornare a credere che qualcosa si potesse ancora cambiare, a sessant'anni. È stato vigliacco, egoista. Umano.

6. E, perché, a proposito dello stile di mamma Attenberg
Vi ho già accennato della composizione del libro: i capitoli, il peso di Edie. Ma la Attenberg utilizza anche il flashback: ci ritroviamo spesso a leggere, in un'incisa, quello che poi accadrà tra cinque, dieci, vent'anni. Piccoli riferimenti di futuro che ci portano, ancor prima dei personaggi, a capire quanto un gesto può condizionare una vita intera. Poi si torna indietro, con la consapevolezza di quello che succederà in seguito, ma senza poter far nulla per "cambiare le cose". È un meccanismo narrativo che apprezzo e che ultimamente ritrovo spesso nei libri che leggo. E poi, i personaggi di Jami si interrogano molto e, a prescindere da tono ebraico sul quale è condotta la storia, mi è sembrato di scorgere un po' di Philip Roth in questo sistema; domande rivolte a se stessi, in un tacito dialogo tra lettore e protagonista, per provare, insieme, ad arrivare alla stessa conclusione. Lo stile è grintoso, forte e dinamico; alcune frasi sono spinte con così tanta pressione che sembra quasi che tutto sia successo lì, che sia tra quelle parole la chiave.

E allora, perché leggere i Middlestein?


***
I Middlestein, Jami Attenberg. La Giuntina, 2014. Traduzione di Rosanella Volponi.
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8 luglio 2014

Un caffè con: Primo Levi

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Primo Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987)

Dateci qualche cosa da distruggere,
una corolla, un angolo di silenzio,
un compagno di fede, un magistrato,
una cabina telefonica,
un giornalista, un rinnegato,
un tifoso dell’altra squadra,
un lampione, un tombino, una panchina.
Un intonaco, la gioconda,
un parafango, una pietra tombale.
Dateci qualche cosa da stuprare,
una ragazza timida,
un’aiuola, noi stessi.
Non disprezzateci : siamo araldi e profeti.
Dateci qualche cosa che bruci, offenda, tagli, sfondi, sporchi,
che ci faccia sentire che esistiamo.
Dateci un manganello o una Nagant,
dateci una siringa o una Suzuki.
Commiserateci.
(Dateci, 30 aprile 1984)

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