B come Beat Generation. Il racconto di Allen Ginsberg

Poi uno dice che agli eventi letterari non succede mai niente.

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Il 7 ottobre del 1955, Wally Hedrick organizzò un reading: Six poet at Six gallery. L’ingresso era gratuito e, con una piccola offerta, si potevano ottenere un bicchiere di vino e un paio di cartoline. L’evento si tenne nella galleria d’arte di Hedrick, a San Francisco: Philip Lamantia lesse le poesie di John Hoffman e quattro giovani poeti presentarono alcuni inediti. Tra le nuove leve c’era un certo Allen Ginsberg; aveva ventinove anni, gli occhiali con una montatura spessa e i capelli neri e folti, ancora. Veniva dalla cerchia dei poeti della San Francisco Renaissance e, a dirla tutta, all’inizio non voleva partecipare, poi riuscì a revisionare alcuni versi che aveva scritto qualche tempo prima e si convinse. Lesse L’urlo. Cominciò:
«Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa, hipster dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte, [...].»
A evento concluso, un uomo lo fermò per fargli i complimenti. Gli disse che due anni prima aveva aperto una libreria a Columbus Avenue, e aggiunse: «Avrai una lunga carriera. Quando posso avere il manoscritto?». La libreria era la City Lights Bookstore, e l’uomo, con gli occhi azzurri azzurri e un sorriso largo, era Lawrence Ferlinghetti.

Quando ad agosto sono stata a San Francisco, questa storia la conoscevo già. Avevo deciso di approfittare del viaggio in California per comprendere meglio la Beat Generation, perciò avevo letto le poesie di Ginsberg, due romanzi di Kerouac e uno di Burroughs. Anche se non sempre la letteratura beat mi aveva coinvolta, m’interessava comprendere le dinamiche del gruppo e la natura del movimento. Sono andata alla City Lights e ho preso un libro dalla sezione beat che si trova al piano superiore; dopo averne sfogliati un bel po’, ho scelto The best minds of my generation. A literary history of the beats pubblicato dalla Grove Press nel 2017: è una raccolta di lezioni che Ginsberg tenne nel 1977 quando insegnava al Naropa Institute. È il libro perfetto per chi vuole addentrarsi nella cultura beat: ci sono dei capitoli su Kerouac, su Burroughs, su Gregory Corso e Peter Orlovsky, su Ginsberg stesso; resoconti, ricordi, citazioni, riflessioni sullo stile e sul linguaggio di ognuno. Soprattutto, c’è la mente di Ginsberg. Ero certa, ancor prima di approfondire, che sarebbe stato il narratore ideale, lo sguardo giusto su un fenomeno risolto e quasi accantonato, ma che invece resta ancora pieno di spunti interessanti. Come scrisse il Publishers Weekly “Ginsberg legge e pensa come un poeta”, e anche il suo racconto è un ossimoro di lucidità appassionata.

Beat come fenomeno culturale
Innanzitutto, Beat Generation identifica un movimento giovanile che si sviluppò negli anni Cinquanta negli Stati Uniti. L’espressione nacque da una conversazione che ebbe luogo tra Jack Kerouac e John Clellon Holmes nel 1948. I due stavano discutendo della natura del movimento, richiamando alla memoria la patina glamour della generazione perduta, e Kerouac disse: «Ah, this is nothing but a beat generation». Qualcuno avanzò l’ipotesi che quella dei beat potesse essere una generazione “ritrovata” oppure “angelica”, ma per Kerouac Beat Generation non era una definizione, bensì l’allontanamento da ogni categoria. Holmes scrisse un articolo nel 1952 per il New York Times Magazine dal titolo This is the Beat Generation, così l’espressione cominciò a diffondersi; soltanto un anno prima Kerouac aveva pubblicato On the road, il romanzo che è considerato il manifesto della generazione. Nel 1959, Alfred Arinbowitz avviò una serie di dodici articoli sul New York Post che intitolò The Beat Generation.

Beat come contagio artistico
In senso più ampio, l’espressione Beat Generation rivela un’influenza reciproca tra artisti: scrittori, registi, fotografi, pittori e musicisti che condividevano gli stessi principi. «Volevamo solo rappresentare noi stessi», disse Ginsberg in un’intervista. I beat avevano una curiosità sconfinata per l’antropologia e la psicoanalisi: erano attratti dal mistero della coscienza, e ciò li condusse allo studio del pensiero orientale e alla pratica della meditazione; all’idea dell’arte, di conseguenza, come manifestazione del vero sé. Secondo Ginsberg, tutti i membri del movimento beat avevano avuto almeno un’esperienza di rottura rispetto alla natura ordinaria della coscienza. Per esempio, nel 1948, a Portland, lui ebbe un’allucinazione uditiva durante la lettura di una poesia di William Blake; in un primo momento pensò di aver sentito la voce di Dio, poi attribuì il richiamo allo spirito del poeta inglese.
I beat pensavano che la letteratura fosse un mezzo valido e nobile per investigare nelle proprie menti. Gregory Corso si riferiva alla scrittura in termini di probe, una sonda capace di scandagliare l’animo umano. Corollari di questi processi mentali erano la libertà sessuale, un approccio non violento alla politica, un’apertura al multiculturalismo. In questo contesto, le sostanze psichedeliche – prima marijuana, poi peyote, yagé, mescalina e acidi –, erano considerate degli educational tools, mezzi per raggiungere un livello di consapevolezza più elevato.  

Beat come condizione esistenziale
Beat come il ritmo del bebop, suggerì lo scrittore Ed Sanders, beat come beat of the heart, il battito del cuore. Beat come colpo, colpire o essere colpito. Nell’introduzione al libro The beat book. Poesie e prose della beat generation, Anne Waldman racconta che l’espressione “Man, I’m beat!” voleva dire “non ho soldi né un posto dove andare”. Nah, man, I’m too beat significava essere esausti, consumati, anche rifiutati, rigettati dalla società, relegati ai confini del mondo. Qualcuno pensò che fosse un sinonimo di “perdente”, ma Kerouac spiegò più volte la differenza: l’esaurimento dei beat aveva a che fare con un modo diverso di concepire la vita; era l’attimo prima della beatitudine, «the beatness of darkness that precede opening up to light».

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Gli anni alla Columbia University e il dramma di Lucien Carr

Anche se il movimento si definì negli anni Cinquanta a San Francisco, i beatnik si erano incontrati parecchio tempo prima, sempre negli Stati Uniti ma sul versante opposto. Ginsberg era una matricola della Columbia University e viveva all’Union Theological Seminary, una residenza supplementare del campus. Un giorno sentì in lontananza il Trio n. 1 in si maggiore di Brahms; si stupì perché era una scelta inusuale, raffinata, quasi romantica. Seguì la musica, arrivò davanti a una porta, bussò e comparve «the most angelic-looking kid I ever saw»: Lucien Carr.
Carr ebbe un ruolo decisivo nella storia dei beat: sviluppò insieme a Ginsberg la New vision, una tesi ispirata ai principi trascendentalisti che definì il pensiero di base del movimento, e fu anche l’anello di congiunzione tra tutti loro. Come disse lo stesso Ginsberg: «Lou era il collante del gruppo». Da adolescente, Carr aveva conosciuto David Kammerer, un insegnante di St. Louis e amico d’infanzia di William Burroughs. Aveva poi incontrato Edie Parker e il ragazzo di lei, Jack Kerouac. Carr presentò Ginsberg a Kerouac e poi a Burroughs. Così si compose il nucleo della Beat Generation (Neal Cassady si unì al gruppo nel 1947; Gary Snyder, Lawrence Ferlinghetti e gli altri soltanto qualche anno più tardi).

Lucien era narcisista, vagamente bohemien. Tutti erano affascinati da lui, ma Kammerer sviluppò una vera e propria ossessione: prima provò a conquistarlo con i versi dei poeti francesi, poi cominciò a corteggiarlo in modo più sfacciato. Lucien respingeva i tentativi di Kammerer, allo stesso tempo era lusingato delle attenzioni di un uomo tanto più grande di lui e conservava, nei suoi atteggiamenti, una certa ambiguità. Ma il 13 agosto del 1944 il corteggiamento si fece più insistente: dopo l’ennesima lite, Lucien accoltellò Kammerer a Riverside Park e gettò il cadavere nell’Hudson. Poche ore dopo era a casa di Burroughs a raccontare l’accaduto, poi con Kerouac a liberarsi dell’arma. Carr fu accusato di omicidio di secondo grado, Burroughs e Kerouac vennero arrestati e interrogati. La tragedia colpì tutti profondamente, al punto che non poterono fare a meno di scriverne. Kerouac s’ispirò alla figura di Lucien per il suo protagonista in La città e la metropoli e nel racconto Old Lucien Midnight, che poi diventò Old angel Midnight. Una rappresentazione più rispondente ai fatti si trova in Vanità di Duluoz. Allen Ginsberg concepì il romanzo che intitolò The Bloodsong, rimasto però incompiuto. Fu pubblicato comunque come un raccolta di appunti dai diari personali. Il testo più originale che nacque come conseguenza alla tragedia fu E gli ippopotami si lessarono nelle loro vasche: un romanzo scritto a quattro mani da Burroughs e da Kerouac. La vicenda è raccontata da due narratori, Will Dennison (Burroughs) e Mike Ryko (Kerouac); due punti di vista che si alternano capitolo dopo capitolo. Erano molto giovani, ancora acerbi – Burroughs era alla sua prima prova da scrittore –, ma leggendo E gli ippopotami è possibile riscontrare le particolarità stilistiche che caratterizzeranno entrambi nelle opere successive. Il libro è stato pubblicato per la prima volta nel novembre 2008, dopo la morte di Lucien Carr.

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Best mind of their generation

I beat erano lettori voraci: leggevano Shakespeare e Gide, Wolfe e Kafka, Milton, Keats e Shelley. Fu Burroghs a dare a Ginsberg una copia di Viaggio al termine della notte di Céline. L’idiota e I fratelli Karamazov erano i loro libri preferiti perché, scrive Ginsberg, Dostoevskij scriveva storie di «persone che si radunavano costantemente e si guardavano negli occhi a vicenda e chiedevano alle anime di ciascuno di far parte di grandi cospirazioni o grandi crimini in un climax emotivo comune».
Alla fine degli anni Cinquanta, la cultura beat divenne di tendenza. I giovani si vestivano come i beat, parlavano come i beat: tutti volevano essere considerati beat. Il senso del movimento si perse in una nuova conformazione (i principi beat confluiranno nella cultura hippie). Nel 1957 Ginsberg e Orlovsky lasciarono San Francisco per andare a Parigi, dove riabbracciarono Gregory Corso. Jack Kerouac e William Burroughs si unirono qualche tempo dopo. Si ritrovarono in un residence abbastanza modesto nel quartiere latino della capitale, che per qualche anno fu riconosciuto come il Beat Hotel e diventò un nuovo presidio culturale. Nel 1965, Ginsberg si trasferì a Londra e organizzò diversi reading gratuiti. Impareggiabile, per accoglienza e risonanza, fu l’International Poetry Incarnation alla Royal Albert Hall: quattro ore di letture e spettacoli per un pubblico di settemila persone. A memoria dell’evento Peter Whitehead girò il documentario Wholly Communion, Michael Horovitz pubblicò l’antologia Children of Albion: Poetry of the Underground in Britain. Tra gli artisti coinvolti nel progetto anche Will Burroughs, che non ebbe mai dubbi sull’importanza della Beat Generation: «I beat hanno scritto una rivoluzione culturale su scala mondiale».


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(Gli scatti vengono dal Beat Museum che si trova a Columbus Avenue, San Francisco).

Quando Ginsberg partecipò al Six gallery reading aveva da poco lasciato il lavoro su consiglio dello psicanalista: era riuscito ad accettare la propria omosessualità e aveva deciso di diventare un poeta a tempo pieno. L’ispirazione per la poesia che lesse alla Six Gallery veniva dal periodo in cui fu ricoverato in un istituto di sanità mentale: in quei corridoi tutti uguali aveva incontrato lo scrittore Carl Solomon e a lui, alla madre, a cui diagnosticarono una forma di paranoia, al dolore condiviso e ai «misteriosi fiumi di lacrime sotto le strade», aveva dedicato il suo urlo. Pubblicato nel 1956, L’urlo fu accusato di oscenità e messo al bando. Nel 2010 Rob Epstein e Jeffrey Friedman hanno diretto il film omonimo, interpretato da James Franco.

Allen Ginsberg fu uno dei finalisti per il premio Pulitzer per la poesia nello stesso anno del celebre reading ed è considerato uno dei più grandi poeti della letteratura americana statunitense. Nel 1994, Luca Formenton scrisse a Ginsberg presentandosi come l’editore di una casa editrice italiana fondata da suo zio, Alberto Mondadori e come «I guess, your first italian publisher». Il saggiatore ha fatto di Ginsberg uno dei suoi autori di punta, e nel 2017, a vent’anni dalla morte di Allen Ginsberg e di William Burroughs, e nel sessantesimo anniversario dalla pubblicazione di Sulla strada di Jack Kerouac, ha promosso il cortometraggio di Chiara Brambilla Wait till I’m dead: con video e immagini d’archivio della Beat Generation.

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