Viaggio tra i libri (e nella mente) di Philip K. Dick

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Il 24 settembre del 1977, prima di salire sul palco, Philip K. Dick guardò l’uomo seduto in prima fila. Di lì a poco avrebbe pronunciato delle parole capaci di condizionare il destino di diverse generazioni. Quell’uomo gli avrebbe creduto? Forse l’avrebbe preso in giro, bisbigliando all’orecchio del vicino. Magari avrebbe ripensato a quel giorno dopo qualche anno, ricordando lo scrittore un po’ eccentrico che al convengo del Metz aveva parlato di un presente alternativo. E se non fosse mai successo? Dick scacciò il pensiero, si avvicinò al microfonico, recitò un verso di San Paolo e cominciò: «Che io sappia, nessuno ha mai affermato una cosa del genere».

Con una citazione tratta da quel discorso inizia Io sono vivo, voi siete morti, la biografia di Philip K. Dick scritta da Emmanuel Carrère nel 1993. È un percorso che tratta in modo acuto, affascinante, tendenzialmente romanzesco ma puntuale, la vita e l’opera di uno dei massimi scrittori di fantascienza. Pensate ai più famosi film del genere (Blade runner? Total recall? Matrix? Minority Report?): ognuno di questi, e molti altri, sono stati ispirati da una storia di Philip K. Dick. Dick scrisse di complotti interplanetari, di esperienze psichedeliche, di marziani e di androidi, ma il tema che affrontava era sempre lo stesso: lo scarto tra realtà oggettiva e soggettiva (idios kosmos e koinos cosmos). Che cos’è la realtà? Che cos’è un essere umano? Dick indagava sulle percezioni del singolo rispetto alla realtà convenzionale e sulla relazione dell’umanità tutta con chi (o cosa) quella multidimensione l’aveva creata. Perché se niente è affidato al caso, come lui credeva, vuol dire che il mondo, e tutte le opzioni coesistenti, sono nate dalla volontà di qualcuno. Il burattinaio può essere una presenza salvifica o, nel peggiore dei casi, una forza dominante.

Troppo veloce? Riavvolgo il nastro, comincio dall’inizio.

Su Philip K. Dick 

Philip Kindred Dick nacque a Chicago nel 1928, prematuro di sei settimane. Aveva una sorella gemella, Jane, che morì il 26 gennaio. Sulla lapide della bambina, i genitori fecero incidere anche il nome di Philip. L’assenza ingombrante di Jane, l’idea dell’altro sé recluso in un non-luogo e la condizione da sopravvissuto, condizioneranno in modo importante la sua salute mentale. I genitori divorziarono e lui si trasferì con la madre a Berkley; Dorothy era totalizzante e già durante l’infanzia Philip mostrò i primi sintomi di una serie di disturbi della personalità. All’età di quattordici anni cominciò un percorso terapeutico e continuò a dividersi tra una seduta e l’altra per il resto della vita. Diventò un uomo instabile, si sposò cinque volte ed ebbe diverse relazioni, gli venne diagnosticata anche una leggera forma di schizofrenia. Ma aveva un’immaginazione eccezionale, era scaltro, intelligente, e queste qualità lo rendevano magnetico; Dick era in grado di manipolare il pensiero di chiunque (fu in grado di convincere il terapeuta che sua moglie voleva ucciderlo, spingendo così il dottore a internare la donna). Scrisse quaranta romanzi e più di cento racconti ma non ebbe grande riscontro, né dalla critica né dal pubblico, se non dopo la sua morte.

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La mente di Dick oscillava tra la follia e l’illuminazione. Il dubbio era connesso all’impossibilità di distinguere l’allucinazione, intesa come estremizzazione dell’esperienza reale, dalla rivelazione, intesa come accesso a un ordine superiore della coscienza. È difficile, come afferma anche Oliver Sacks nel suo libro Allucinazioni, individuare le caratteristiche che allontanano l’allucinazione dall’illusione. Le allucinazioni schizofreniche, poi, sono diverse dalle apparizioni oniriche, e ancor più distanti dalle visioni stimolate dall’uso di droghe. Quello che interessava a Dick, comunque, stava nel fatto che lui vedeva cose che non potevano essere percepite dagli altri. Questo lo rendeva un pazzo o un prescelto? Quando Philip era bambino, suo padre indossò una maschera antigas per fargli uno scherzo. L’episodio lo traumatizzò così tanto che l’immagine continuò a perseguitarlo nei suoi incubi da ragazzo, fino al 1973, quando la maschera apparve nel cielo, nitida e ghignante. Raccontando l’episodio a un prete, Dick giurò di aver visto il volto di Satana.

Paranoia e complottismo

La psicosi di Dick si manifestò sottoforma di paranoia, e si definì nell’inverno del 1955, quando due agenti dell’FBI cominciarono a indagare su di lui e su sua moglie Kleo (gli uomini erano a caccia di comunisti). Nei primi racconti che aveva scritto, il protagonista era sempre l’unico a conoscere la verità ma da quel momento Dick cambiò prospettiva: la struttura delle storie successive non fu più “tutti all’oscuro tranne lui” ma “tutti sanno tranne lui”. I frutti delle teorie cospiratorie sulle quali ragionava furono Occhio nel cielo (1957), Tempo fuor di sesto (1959) e La svastica sul sole (1962). In Tempo fuor di sesto, Ragle Gumm è uno squattrinato che si guadagna da vivere riscuotendo il premio settimanale messo in palio da un concorso locale. Ragle scopre uno stratagemma che lo porta a vincere ogni volta. All’inizio è contento, poi sente che c’è qualcosa che non va; si convince del fatto che non esistono risposte esatte ma che sono “loro” a farlo vincere. Quando Gumm va a chiedere spiegazioni si sente rispondere: «Attento, sta proiettando la sua tecnica su di noi» (se questa storia vi ricorda il film The truman show: no, non è un caso). Ancora più elaborato è La svastica sul sole, romanzo ucronico basato sull’ipotesi della vittoria della seconda guerra mondiale da parte della Germania nazista. Se il terzo Reich regnasse sull’Europa, pensava Dick, è probabile che cercherebbe di far credere agli avversari proprio il contrario, per dominarli meglio.

Alterazione della coscienza

Nell’America degli anni sessanta si facevano spazio la beat generation e i valori della controcultura: essere diversi, in qualunque accezione, voleva dire essere notati perché i margini della società erano al centro del mondo. Dick era l’esemplare perfetto: di lui si diceva che fosse uno stravagante, drogato e paranoico genio. Qualunque esperienza gli venisse affibbiata, per falsa che fosse, Dick non la smentiva perché ogni voce serviva ad alimentare la fama del suo personaggio; di questo era contento perché scrivere di fantascienza, scrivere di fantascienza come ne scriveva lui, non gli stava assicurando un grande successo. In quel periodo Dick lesse Le porte della percezione, il saggio nel quale Aldous Huxley raccontava delle sue esperienze con la mescalina, e seguì le vicende del dottor Timothy Leary, che con le teorie sui mondi che l’acido permetteva di scoprire arrivò fino ad Harvard. Dick faceva uso di anfetamine che nei periodi buoni gli permettevano di scrivere un romanzo in poche settimane; erano prescrizioni mediche, per tenerlo attivo durante le fasi depressive più acute. Ma stava divorziando, soffriva di agorafobia perciò non usciva spesso, così provò la sua prima pasticca di LSD; dopo un giorno di agonia, che gli sembrò durare un tempo infinito, disse che era stato come strisciare fuori dalle porte dell’inferno. Al di là del bad trip che aveva attraversato, non riusciva a smettere di pensarci: perché a lui aveva fatto quell’effetto? Per gli altri era stata un’esperienza mistica, una sorta di elevazione spirituale, invece lui era finito “nel mondo da incubo dei suoi libri”. Si convinse che c’erano due tipi di persone: quelli per i quali la realtà era la luce, e quelli come lui, che nella verità avevano riconosciuto solo il caos.

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Le tre stimmate di Palmer Eldritch (1965)

Nel romanzo Le tre stimmate, Dick immagina che l’umanità abbia avviato la colonizzazione di Marte. Le unità inviate sul nuovo pianeta rifuggono dalla condizione di schiavitù assumendo il Can-D, una droga commercializzata illegalmente da un’organizzazione che fa capo a Leo Bulero. Il Can-D permette ai consumatori di vivere una simulazione di vita terrestre, proiettando la loro mente nel mondo plastico della bambola Perky Pat. Il concorrente di Bulero è Palmer Eldritch, un uomo che a causa di un incidente è diventato un cyborg: ha gli occhi artificiali, una mano bionica e i denti d’acciaio. Eldritch è tornato dal pianeta Proxima con una nuova sostanza, il Chew-Z, una droga che promette ai coloni un’esperienza superiore a quella offerta dal Can-D: un autentico nuovo universo. È come tornare nel passato, afferma un personaggio, un passato ripetitivo e inesorabile, dove però si scopre che tutto è dominato da Palmer Eldritch (ogni soggetto che fa uso del Chew-Z vede negli altri i segni di Eldritch. Gli occhi, la mano e i denti: le tre stimmate). “Eldritch” è un termine che usava spesso lo scrittore H. P. Lovecraft per riferirsi a qualcosa di terribilmente subdolo e, come le tipiche divinità lovecraftiane, l’essere descritto da Dick sembra provenire da qualche parte nel vuoto dello spazio.
Non è meglio una realtà di sofferenza della più interessante delle illusioni? O è anche questa un’illusione, Barney?
Ossessionato dalla cosmogonia, influenzato dallo gnosticismo, Dick rivelò che l’intento alla base del romanzo era di riprodurre il fenomeno della transustanziazione: a differenza di Cristo, però, che si offre in sacrificio, Eldritch richiede un impegno (di corpo e di anima) affinché lui stesso possa riprodursi all’infinito. Chi è Palmer Eldritch?

Ubik (1969)

Verso la fine degli anni sessanta, Philip Dick era sposato con Nancy, era diventato padre di Isa e stava affrontando l’ennesima crisi depressiva. In quel periodo scrisse Ubik, il romanzo che viene ritenuto da più parti il suo capolavoro. La storia è quella di un futuro prossimo nel quale lo spionaggio industriale è svolto da precognitivi, esseri con poteri extrasensoriali. Per proteggere la privacy delle aziende, vengono costituite delle società di sicurezza antiprecog, come quella gestita da Glen Runciter (nota bene: nei libri di Dick c’è sempre un personaggio che interpreta il lato perverso del capitalismo). Runciter e la sua squadra di inerziali raggiungono Luna per una missione ma cadono in un’imboscata e vengono coinvolti in un incidente. Runciter resta ferito e i suoi dipendenti lo trasportano in un moratorium, un luogo che permette di tenere i corpi in uno stato di semi-vita. Il problema è che Joe Chip, il comandante in seconda, non riesce a mettersi in contatto con Runciter; fino alla fatidica rivelazione: «Io sono vivo, voi siete morti». Anche questo romanzo gioca su almeno due livelli di realtà: il piano di Runciter e quello degli inerziali, in cui la materia subisce un processo di decadimento regressivo. Ma nei personaggi resiste un residuo di coscienza («Platone non pensava che qualcosa sopravvivesse al declino, qualcosa di interiore non soggetto a decadimento?»).
Io sono Ubik. Prima che l’universo fosse, io ero. Ho creato i soli. Ho creato i mondi. [...] Mi chiamo Ubik, ma non è il mio nome. Io sono e sarò in eterno.
Ubik è una bomboletta spray che permette agli inerziali di restare in vita, è il prodotto pubblicizzato dagli slogan che introducono ogni capitolo del libro. Ubik come ubiquità. Chi è Ubik?


Misticismo e simulazione

C’è stato un periodo, nella vita di Dick, che lui stesso identificò come i fatti di febbraio e di marzo del 1974. Una ragazza bruna si presentò alla porta, al collo indossava un ciondolo a forma di pesce che era un simbolo usato dai primi cristiani. Dick lo interpretò come un messaggio in codice, ossia «l’impero non era mai cessato». Il bivio era lo stesso di sempre: la fede o la paranoia. Il prodotto di quella fase fu L’esegesi. 2-3-74, l’apice del delirio mistico (o la vetta più alta della sua consapevolezza). Dick aveva sempre scritto ispirato dalle sue intuizioni, ma era certo di aver toccato verità profonde che non era riuscito a interpretare. Così proprio lui, che un paio di decenni prima aveva detto che a uno scrittore di fantascienza non è consentito credere alle storie che racconta, fece il viaggio a ritroso nella sua produzione. L’esegesi è una raccolta di 1300 pagine di appunti attraverso i quali Dick affrontò una rilettura critica di tutti i suoi romanzi. È un lavoro che aveva già in mente quando scrisse Valis, la trilogia che fu un tentativo di rendere la sua esperienza attraverso la finzione narrativa (Valis vuol dire Vast active living intelligent system. I protagonisti sono due: Horselover Fat, a cui Dick si riferisce in terza persona, e l’io narrante, Philip Dick. Pop-up: qual è l’origine del nome Philip?)

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La prima volta che Dick avvertì un’alterazione nella realtà fu al cinema, quand’era ragazzo; guardando le immagini sullo schermo si rese conto che stava assistendo a una fedele simulazione del mondo. Provò paura, poi pena per gli altri che una volta usciti dalla sala avrebbero continuato a vivere in una dimensione illusoria senza esserne consapevoli. Dick pensava che non fosse possibile accedere alla realtà assoluta perché è sempre filtrata dalla visione personale, ma era anche sicuro che accettare la condizione solo perché simbolo di una costruzione sociale fosse un errore. Leggendo L’esegesi incontriamo frammenti sconnessi e ragionamenti deliranti. Certe volte, però, compaiono affermazioni come queste:
1. Che cos’è davvero la realtà? Non ciò che appare.
2. Ci sono “androidi” o “la mantide” attorno a noi che appaiono umani, ma simulano solo di esserlo.
La chiave che collega 1 e 2 è: simulare.
La conclusione richiama uno dei temi di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (1968). Nel futuro ipotizzato da Dick per il romanzo, uomini e androidi convivono e la realtà collettiva è frutto delle singole percezioni. La distinzione tra una specie e l’altra si fonda soprattutto sulla capacità dei primi di provare empatia. Ma, come in diversi libri di Dick, gli uomini sono alienati e anaffettivi. Il risultato è che gli androidi simulano per sentirsi più umani, gli umani simulano per sentirsi meno androidi.


Ancora, su Philip K. Dick

Negli ultimi anni, Philip K. Dick aveva trovato il tempo di battezzarsi alla chiesa episcopale di Inverness, di passare qualche mese in una comunità per risollevarsi dalla dipendenza da psicofarmaci, di tentare il suicidio e di essere ricoverato in un ospedale psichiatrico. L’ultima donna che frequentò fu Joan Simpson, ed è con lei che volò in Francia per tenere il celebre discorso Se vi pare che questo mondo sia brutto, dovreste vedere qualche altro. Le cose non andarono come aveva previsto: l’uomo in prima fila non gli credette e come lui tutti gli altri. Dick fece ritorno a Berkley e a una vita più tranquilla. Con i pochi amici che gli erano rimasti parlava di fantascienza, di libri, di film, di dischi e di Dio.
Viviamo in una realtà programmata dai computer. E gli unici indizi che abbiamo della sua esistenza si manifestano quando cambia qualche variabile, quando avviene una qualche alterazione nella nostra realtà. (1)
La biografia scritta da Carrère dà un contesto importante all’opera dickiana, ed è una lettura stupefacente, ma non deve diventare l’unica lente attraverso la quale osservare lo scrittore. I romanzi possono e devono essere letti per se stessi. Lo stile di Dick non era eccezionale, le trame non erano sempre coerenti. Dick non dava particolare rilevanza alla qualità scientifica dei dati che utilizzava e aveva un grandissimo problema con i finali; non riusciva mai a chiudere “il cerchio”, difficoltà ammissibile in una riflessione filosofica ma non così favorevole in una concezione più letteraria. Nonostante i difetti, però, le sue storie hanno rappresentato una rottura rispetto alla tradizione del genere science fiction e un varco verso possibilità narrative inesplorate. Dick ha riflettuto su questioni esistenziali necessarie al tempo in cui sono state scritte, ma ancora valide nella dimensione attuale. Secondo Peter Fitting, nel saggio La realtà come costruzione ideologica: «i romanzi di Dick mettono in questione la nostra accettazione di “senso comune” della realtà, ed è in questo senso che diventa fondamentale, di rilievo anche in termini letterari». Ma, come dice Jonathan Lethem, il mondo non ha bisogno di essere convinto che Dick sia una figura di qualche rilievo perciò quello che avete appena letto non è l’ennesimo manifesto di propaganda. È soltanto la storia di un’allucinazione: il mio bad trip nel multiverso di Philip K. Dick.


***
(1) Dal discorso tenuto da Philip K. Dick nel 1977.

Commenti

  1. Se pensava allora che la realtà fosse programmata dai computer... pensa cosa direbbe se vivesse adesso.

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