«Leggere è un modo di vivere». Intervista a Giorgia Antonelli di LiberAria Edizioni

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Si sente parlare sempre più spesso di progetti editoriali in termini di coraggio, un riferimento che sembra avere a che fare con l’avventatezza. Ma un’attività, a maggior ragione un’attività culturale, è frutto di un impegno quotidiano, fatto di ricerche, azioni e reazioni. Il lavoro di una casa editrice non fa eccezione: si basa su una serie di passi concreti, motivati da una passione che in alcuni contesti diventa un atto di resistenza. Come spiega Giorgia Antonelli, direttrice editoriale di LiberAria Edizioni, che nell’intervista che segue racconta il suo mestiere e anche qualcosa in più.

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Parlare di un avvio canonico per LiberAria sarebbe estromettere dal discorso gran parte delle evoluzioni (e rivoluzioni) che ha attraversato. Quali sono stati i momenti più importanti nella storia della casa editrice?

In effetti sono d’accordo con te. Nelle interviste rilasciate finora ho spesso raccontato la storia di LiberAria nata due volte. La prima volta grazie a “Principi Attivi” della Regione Puglia, un bando che premiava start up con un elevato contenuto di innovazione. Nel 2009 è quindi nata la prima LiberAria, che lavorava prevalentemente in rete e con copyleft. A seguito della chiusura del bando regionale ero però sempre più convinta che quel progetto un po’ naïf meritasse di essere approfondito, dal momento che ho sempre desiderato lavorare con i libri, così nel 2011 ho frequentato i corsi in editoria di minimum fax (ora Scuola del Libro) che mi hanno chiarito le idee su cosa volesse dire fare davvero editoria. Forte di quelle nuove nozioni ho così rifondato LiberAria, rinnovandola dalle fondamenta, rimasta se stessa nel nome ma cambiata profondamente nei contenuti, nelle finalità e nella progettazione. Con il nuovo staff (Alessandra Minervini editor delle Meduse, Mattia Garofalo curatore di Phileas Fogg, Caterina Morgantini, ufficio stampa ed Elisabetta Stragapede, segreteria amministrativa) abbiamo lavorato per tutto il 2012 a questo nuovo progetto, selezionando i testi e lavorando alla linea editoriale. La linea grafica è stata affidata a Maria Rosa Comparato, le illustrazioni di copertina a Vincenza Peschechera.
Una volta pronto il catalogo ci siamo occupati della distribuzione, rivolgendoci a Messaggerie libri che ci ha accolto subito e iniziando a coltivare rapporti diretti con le più importanti librerie indipendenti d’Italia. I nostri primi libri sono usciti sul mercato nel maggio 2013, presentati per la prima volta al Salone del Libro di Torino, che ci ha tenuti a battesimo.

LiberAria nasce in Puglia (a Bari), in un tempo e in un luogo non così favorevole alle nuove attività editoriali. In questi casi si parla spesso di coraggio ma io credo che sia anche, soprattutto, un’autentica reazione all’ambiente; una necessità motivata da una grande passione. Perciò è ancora più importante supportare la nascita di iniziative del genere nei contesti che sono più problematici. Sei d’accordo?

Quando mi dicono che sono coraggiosa (ad aver aperto una casa editrice e per di più in Puglia, una delle regioni con statisticamente meno lettori d’Italia), dopo l’impatto iniziale della lusinga, mi pervade il brivido del significato profondo che questa parola può assumere e che somiglia moltissimo a incoscienza. Sei stata una pazza, una sconsiderata. Probabilmente è vero ma io parto da due presupposti: in primo luogo che il progetto LiberAria è solo geolocalizzato in Puglia per quello che riguarda la redazione, ma il suo respiro è nazionale, non regionale, dunque non percepisco la Puglia come un confine ma come un punto di partenza, delle radici che sviluppino rami e fronde verso un cielo dove non ci sono territori delimitati. Il secondo punto è l’amore per la mia terra, con le sue contraddizioni e le sue asperità. Chi ci vive sa che la Puglia non è solo l’incanto del mare del sole e degli ulivi, ma che vivere qui è un atto di resistenza. A volte sono tentata di mollare tutto e spostarmi a Roma o a Milano, ma per ora cerco di resistere, di portare in questa terra ciò che vado cercando altrove e che amo, anche se a volte è difficile e sconfortante. Per me non vuol dire solo rimanere qui con LiberAria ma anche offrire alla mia città nuove possibilità anche al di là dell’interesse particolare che la casa editrice può avere: non solo presentazioni dei miei libri, ma anche organizzare quelle di altri amici scrittori o di case editrici che non sono la mia, proporre corsi di formazione e laboratori di scrittura, organizzare bookparty e iniziative legate alla promozione del libro e della lettura a tutto tondo. Sono stata tra gli ideatori di BOOOK! La rete del libro pugliese insieme ad altre case editrici e addetti al settore e recentemente con Alessandra Minervini abbiamo sperimentato in libreria un format “Ritratto di Signore”: quattro incontri letterari con quattro scrittrici, conosciute al grande pubblico e non (Gertrude Stein, Colette, Anaïs Nin e Jane Austen).
La sinergia tra noi, la libraia della Libreria Campus che ci ha ospitato e Stefania della Vineria Est che ha selezionato per noi quattro viticultrici diverse per ogni incontro, ha fatto il resto: non ce lo aspettavamo ma gli incontri hanno visto tutti una grandissima affluenza di pubblico, in una città dove di solito le presentazioni sono un terno a lotto e spesso vedono pochissimi partecipanti. Questo mi ha dato forza e ha raddoppiato il mio impegno, tanto che stiamo già pensando al secondo ciclo (questa volta tutto italiano). Penso che il ruolo di mediatore culturale che un editore compie per sua stessa definizione debba estendersi ad ampio raggio, soprattutto dove è più difficile, e che bisogna avere pazienza e non mollare mai, solo la tenacia può portare al cambiamento, anche se all’inizio è difficile. Vanno messe in atto politiche culturali a lungo termine, essere determinati e non scoraggiarsi. E io, nel bene e nel male, sono una testarda conclamata.

LiberAria vanta una squadra tutta al femminile (Alessandra Minervini nel ruolo di editor, Elisabetta Stragapede alla segreteria amministrativa, Francesca Fiorletta all’ufficio stampa). Che tipo di sinergie si creano tra donne che lavorano allo stesso progetto culturale?

Confesso che LiberAria non è nata con l’idea di essere una squadra tutta al femminile, all’inizio faceva parte del nostro team anche Mattia Garofalo, ma con il tempo si è consolidata una redazione composta esclusivamente da donne. Non è una conditio sine qua non, e non è detto che domani le cose non cambino, ma per ora lavorare con le donne è stato stimolante. Forse nella cosiddetta “piramide editoriale” la maggior parte degli addetti al settore (editor, traduttori, redattori, uffici stampa) sono donne, non saprei, ma è stata una piacevole casualità. Al di là dei luoghi comuni sulla competizione femminile e sul suo contrario, credo che quando si incontrano delle professionalità che amano il proprio mestiere e lavorano per svolgerlo al meglio la sinergia sia quasi inevitabile, a qualsiasi genere appartengano. Le donne che lavorano con me sono delle professioniste, e questo è il primo motivo per cui le ho scelte. Se invece rispetto a questo c’è qualcosa in più che possono aver portato afferisce alla sfera privata, perché di bello c’è che oltre all’ambito lavorativo si sono create delle relazioni umane vere, profonde, che sussistono al di fuori dell’orario lavorativo e che spesso perdurano anche se si smette di collaborare, perché a volte si ha la fortuna di lavorare con bravi professionisti che sono anche belle persone.

Sul sito della casa editrice leggo che: «LiberAria Editrice pubblica libri che desidera leggere», seguendo l’affermazione di Gustave Flaubert per la quale “Scrivere è un modo di vivere”. Quali sono gli elementi di un testo che vi fanno pensare che quello che state valutando potrebbe essere un libro adatto alla vostra linea editoriale?

Una linea editoriale è fatta di molte sfaccettature. In primo luogo ci piace portare nelle librerie testi che noi stessi avremmo scelto da lettori. Naturalmente non tutte le scelte di un piano editoriale rispecchiano fedelmente i nostri gusti personali, ma quando operiamo una scelta siamo comunque guidati da una finalità, diversa da caso a caso. A volte ci conquista la voce, a volte la tenuta della trama, o lo stile, in altri casi la verve o la letterarietà di un testo. Facendo pochi libri l’anno possiamo permetterci il lusso di considerare ogni libro un progetto a sé stante, ma ognuno di loro ha una caratteristica, una peculiarità, che secondo il nostro personalissimo giudizio merita il nostro investimento e la nostra cura.

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Nel 2016 LiberAria organizza i primi corsi di scrittura. A gennaio del 2017, a seguito del rinnovamento del sito, nasce il blog L’ora d’aria, uno spazio che accoglie recensioni e articoli che raccontano il mondo dei libri in modo trasversale. Come s’inseriscono queste attività collaterali nel classico percorso di una casa editrice?

Fin da quando è nata, LiberAria ha dedicato uno sguardo trasversale alla narrazione. I primi laboratori di scrittura sono stati realizzati in collaborazione con la Scuola Holden, già nel 2013, poi è arrivata la collaborazione con la Scuola del Libro nel 2016, con un’offerta formativa che spaziava dalla scrittura alla professionalizzazione in ambito editoriale. Questa primavera invece ospiteremo tre laboratori di scrittura, uno al mese, a cura di Alessandra Minervini, Giorgio Vasta e Alessandro Raveggi. Credo fortemente nel concetto di “fare rete” tra realtà diverse come parte di un processo lavorativo strutturato, l’esperienza degli altri non può che accrescere la nostra, in ogni ambito. Inoltre LiberAria opera in Puglia, dove purtroppo c’è una forte carenza di opportunità legate alla formazione culturale e poter offrire la possibilità di confrontarsi con professionisti del settore senza muoversi da casa è in fondo quello che avrei voluto poter fare io. Ecco, se c’è una possibile sintesi dell’operato di LiberAria è quella di portare nella mia terra quello che di solito i pugliesi per avere sono costretti a cercare altrove. Nel mio piccolo è un modo di dare un personalissimo contributo allo sviluppo culturale di questa regione. In quest’ottica è stato anche creato il blog L’ora d’Aria (i credits per il nome vanno ad Alessandro Raveggi, autore e amico): non ho mai trovato interessante guardarsi l’ombelico, e creare una pagina di contenuti che riguardasse soltanto noi mi pareva un’idea non in linea con lo spirito della casa editrice. L’ora d’Aria vuole offrire uno sguardo aperto sul mondo editoriale e sull’universo libro, raccontando a volte i nostri autori e i nostri libri, ma molto più spesso traducendo pezzi da riviste straniere o recensendo i libri che da lettori abbiamo amato. La promozione della lettura è amore per la lettura, e l’amore, si sa, è accogliere l’altro da sé.

LiberAria pubblica racconti, romanzi, saggistica, narrativa italiana e straniera. La collana Penne è una fucina di «linguaggi e voci che destrutturano regole, colpiscono e a volte turbano il nostro immaginario». Dove trovate le storie che pubblicate? Sono frutto di proposte spontanee oppure selezioni nate da veri e propri processi di scouting?

Lo scouting letterario è la parte più interessante e vivace del nostro lavoro, e lo facciamo da sempre. Già I singolari, racconti tutti in digitale che hanno aperto il nostro piano editoriale, si ponevano come una selezione di nuovi scrittori che per noi erano fra le più interessanti nel panorama letterario. La ricerca è continuata con le Meduse e con le Penne, entrambe collane di narrativa italiana ma di taglio molto diverso, ma cerchiamo e pubblichiamo esordienti anche nella collana di straniera (Katy Darby ed Eve Harris, ad esempio). Per farlo utilizziamo diversi canali: il primo è senz’altro la casella manoscritti, quindi l’invio diretto, anche se ormai (e anche per fortuna) le proposte sono tante e star dietro a tutte non è facile, causando la consueta dilazione dei tempi di valutazione editoriali. Molto scouting inoltre avviene anche attraverso i canali classici delle agenzie letterarie, o attraverso le riviste letterarie che da sempre lavorano alla ricerca di nuove voci (penso a Effe, Cadillac, Colla, Cattedrale, The FLR, solo per citarne alcune), ma anche seguendo con attenzione premi come il Calvino e a volte accettando il suggerimento di persone di cui abbiamo stima e che indirizzano a noi nuovi talenti. Insomma, in linea di massima siamo noi che cerchiamo le storie, ma a volte sono le storie che ci vengono a cercare e confesso che mi piace molto questo rapporto di reciprocità.

Quali saranno le prossime pubblicazioni di LiberAria? Cosa dobbiamo aspettarci per questo 2018?

Il 2018 è l’anno del rilancio delle nostre prime collane, Meduse e Phileas Fogg. Inauguriamo il nuovo anno con La vita lontana di Paolo Pecere (Meduse), in uscita a fine febbraio, un romanzo bellissimo che condurrà il lettore in un viaggio mistico e psicologico dal quale sarà difficile staccarsi. A marzo invece sarà la volta di Amleto De Silva, che per la prima volta pubblica con noi un romanzo, L’esemplare vicenda di Augusto Germano Poncarè (Penne), una storia agra che conferma la bravura di Amlo come autore trasversale e con una sua idea precisa di mondo letterario. Insieme a lui vedrà le stampe Farabeuf, o la cronaca di un istante, di Salvador Elizondo, un classico della letteratura messicana indisponibile in Italia da quasi cinquant’anni (Phileas Fogg). La scrittura di Elizondo è vorticosa e trascina il lettore in una “ossessione magnetica” che indaga i recessi più oscuri dell’animo umano. Lo riportiamo in libreria grazie alla curatela di Alessandro Raveggi e nella magnifica traduzione di Giulia Zavagna.
Proseguiamo con un genere che amiamo molto e che abbiamo sempre sostenuto e pubblicato, quello del racconto, con due raccolte, una per collana di narrativa: nelle Meduse il felice ritorno di Giovanni Battista Menzani, definito “il Saunders italiano”, con il suo Comportati da uomo, a maggio, e per le Penne abbiamo scelto un altro cavallo di razza, Marco Montanaro, che pubblicherà i suoi racconti a settembre. I Metronomi saranno invece arricchiti del lavoro di Nicola Gaeta, con una indagine sul nuovo jazz italiano e con la dipendenza di Luca Pantarotto su letteratura americana e social network/tecnologia. I vent’anni dalla scomparsa di Anna Maria Ortese che cadono quest’anno, invece, saranno l’occasione per proporre in libreria un testo su di lei scritto da una giornalista e scrittrice tra i maggiori esperti della sua opera, Adelia Battista. Chiudiamo in bellezza in autunno inoltrato con il romanzo di Davide Grittani, una storia cruda e poetica che ha a che fare con la capacità degli esseri umani di resistere alle avversità, come l’edera, e con l’importanza di saper accettare un dono, anche quando non è meritato, per poi concludere l’anno con una piccola chicca natalizia a cui tengo moltissimo: un racconto lungo di Osvaldo Soriano, El negro de Paris, scritto per il figlio durante gli anni dell’esilio francese, finora inedito in Italia e che proponiamo nella traduzione di Ilide Carmignani, con le illustrazioni di Vincenza Peschechera e la prefazione di Marco Ciriello.

Nel catalogo di LiberAria c’è anche una collana che s’intitola C’era due volte, una sezione ispirata all’opera di Gianni Rodari fatta di storie che prendono spunto dai grandi classici della letteratura per ragazzi. Non stupisce l’attenzione di LiberAria nei confronti dei più giovani perché tu, dopo un dottorato in Storia contemporanea, hai cominciato la tua carriera d’insegnante di liceo. Che idea ti sei fatta dei giovani di oggi? Che rapporto che hanno con la lettura? Pensi che sia compito della scuola formare i futuri lettori?

La collana C’era due volte nasce da un amore mai sopito per la letteratura per l’infanzia, soprattutto quella d’autore (Pitzorno, Dahl, Calvino, Rodari, Morante, ecc), che ancora adesso non smetto di leggere e di cercare. C’era due volte il Barone Lamberto di Gianni Rodari era una delle mie storie preferite da bambina, l’ho letta e riletta, e quella frase, che percorre tutto il libro, “l’uomo il cui nome è pronunciato resta in vita” è una delle metafore più belle sulla letteratura, per me. La collana è quindi nata per scelta identitaria e anche per riconoscenza alle storie che mi hanno formata e fatto compagnia fin da bambina, e per ora ha dato alle stampe i testi di due scrittori eccellenti come Marilù Oliva, con La Squola, e Ivano Porpora, autore delle Fiabe così belle che non immaginerete mai.
Il discorso sulla scuola e l’educazione alla lettura è invece una questione molto complessa, che forse meriterebbe un discorso a parte.
Adesso che mi ritrovo in prima persona a lavorare con i ragazzi, cerco di trasmettere prima di tutto l’idea che la lettura sia un piacere e non un dovere legato alla formazione dell’obbligo. In classe propongo lettura di poesie, romanzi, opere teatrali e racconti contemporanei, all’interno della normale didattica e attraverso gruppi di lettura, in cui i ragazzi scelgono, in una rosa di proposte, ciò che più li incuriosisce, e poi ne discutiamo insieme. Costringere qualcuno alla lettura solo perché la riteniamo importante e piacevole fa lo stesso effetto di quel genitore che vuole convincerti per forza che lo sport che pratica lui sia il migliore del mondo, e ti costringe a giocare a calcio mentre magari tu ami il basket.
L’educazione scolastica alla lettura al di là del segno grigio dell’obbligo è però un’opportunità in cui anche chi non ha possibilità o stimoli familiari può pensare di vedere allargati i propri orizzonti. Lavorando tutti i giorni a scuola, mi rendo conto che l’analfabetismo cognitivo di cui si sente spesso parlare è una drammatica realtà, e consiste nella differenza, niente affatto scontata, tra l’essere alfabetizzati e sapere leggere. Abbiamo semplificato programmi e banalizzato i libri di testo, con il risultato di un livellamento complessivo verso il basso.
In questo senso, se l’amore per la lettura in quanto tale può essere trasmesso attraverso una passione contagiosa ma non è un obbligo dello studente, imparare a comprendere un testo letterario invece può fare la differenza nella nostra cognizione quotidiana del mondo. La scuola si sta appiattendo sul concetto di “utilità lavorativa” che penalizza le materie umanistiche, senza realizzare che le capacità cognitive degli individui che vengono sollecitate dalla lettura e dalle discipline letterarie e linguistiche, sono fondamentali per la realizzazione di professionisti futuri, indipendentemente dal fatto che tecnicamente non si possa comprare un chilo di pane recitando la quinta ecloga di Virgilio. Per questo motivo, da docente, mi trovo spesso ad operare su due livelli diversi. Ci sono studenti refrattari alla lettura e studenti che amano leggere e magari non hanno la disponibilità economica per farlo, né biblioteche di quartiere a cui attingere. Da un lato, quindi, cerco di stimolare l’interesse e il desiderio di leggere, incuriosendoli. Dall’altro avverto la necessità di politiche strutturate e di ampio respiro sulla lettura, per cui risulta vano regalare a pioggia libri alle scuole se non esiste un bibliotecario che possa gestire il prestito agli studenti, ad esempio, così come sarebbe necessaria l’ora di lettura per tutti gli ordini e i gradi di scuola, in modo da leggere e analizzare testi extrascolastici con l’ausilio di un docente. Penso sia inoltre fondamentale una formazione costante anche dei docenti sulle uscite editoriali più recenti, che molti colleghi di letteratura sono i primi ad ignorare, limitandosi alle conoscenze e alle letture meramente scolastiche. Anche questa potrebbe essere un’azione fattuale che noi editori, unendo le forze, potremmo proporre alle scuole. Di contro, in assenza di queste politiche strutturate, si lavora in aula come si può e spesso nonostante le politiche ministeriali. Sono tanti (per fortuna) i docenti che come me rendono fruibili biblioteche scolastiche, ideano PON, organizzano incontri con gli autori, propongono gruppi di lettura e laboratori di scrittura creativa, per accostare i ragazzi a un modo alternativo di vedere la lettura, e anche perché a volte è l’offerta che crea la domanda (come suggerito da Nicola Lagioia nel suo intervento su Repubblica sulla “battaglia politica per la lettura”). Un cittadino che legge non è necessariamente una persona migliore dal punto di vista etico, ma sicuramente diviene un cittadino libero di scegliere, più consapevole. La scuola è una grandissima opportunità democratica di entrare a contatto con la bellezza della cultura e di emanciparci e scegliere il nostro destino indipendentemente dalle condizioni di partenza. In questo senso, leggere dovrebbe diventare un atto politico, nel significato più profondo del termine. Cerchiamo di fare della letteratura un esercizio quotidiano fatto non di dogmi cattedratici ma di vita, non qualcosa che si pratica da uno scranno, ma parte del nostro quotidiano, e che parla a tutti, si sporca le mani e trova le parole per quello che proviamo ogni giorno. Virginia Woolf diceva che per capire Amleto bisogna invitarlo a prendere un tè. Ecco, iniziamo a prendere un tè con Amleto. Forse partendo da lì ce la possiamo fare.

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