I racconti di ruggine e ossa di Breece D’J Pancake


C’è un problema che interessa tutte le persone che parlano di libri. Non credo ci sia troppa differenza tra chi scrive per passione e chi scrive per mestiere, almeno nelle intenzioni. Il problema è lo stesso per tutti, anche per gli scrittori che scrivono di libri di altri scrittori. 
Gli scritti sulle opere d’arte sono bestie strane. Da una parte le vere opere d’arte non hanno alcun bisogno di presentazione, dall’altra il desiderio è quello di far conoscere a più persone possibili un’opera che si ritiene davvero valida. Invariabilmente, e credo che questo getti nella disperazione i veri artisti, queste presentazioni si rivolgono spesso più all’autore che non all’opera. Credo onestamente che i veri artisti concepiscano le loro opere come se fossero figli, e cerchino di non legare la propria immagine alla percezione dei loro lavori. Ma la nostra cultura è quello che è, e spesso la strada per l’opera d'arte è lastricata dalla personalità dell'artista.
Questo passo è tratto dalla postfazione dello scrittore Percival Everett a Trilobiti ed era contenuta nella vecchia edizione della raccolta (ora in libreria nella traduzione di Cristina Mennella per minimum fax).
Rintracciare l’autore nel libro, e in qualche modo rivolgersi a lui, è un riflesso incondizionato; un po’ per rispetto e ammirazione, se il libro è piaciuto, un po’ per rimprovero, se il libro non è piaciuto. 
Nel caso di Pancake la questione è più complessa: Breece D’J Pancake è morto suicida a ventisei anni, nel 1979. Era nato a South Charleston, nel West Virginia, si era laureato in letteratura inglese e aveva insegnato per qualche tempo nell’Accademia Militare di Staunton. Aveva qualche problema con l’alcool, come suo padre, più di qualche problema a restare nei contorni di un normale ragazzo di provincia. Nei racconti di Pancake gli uomini scappano, tornano soltanto per fuggire di nuovo, alcuni sognano di andare via per tutta la vita, altri pensano che non sarebbero mai capaci di andarsene veramente.

«Vivremo di manghi e d’amore» scrisse Colly a Ginny sull’annuario all’ultimo anno di scuola (questo accade proprio nel racconto Trilobiti). Poi lei sparisce e lui si sente stupido ogni volta che ripensa alla promessa che le ha fatto. Si sente anche molto solo, di una solitudine che condividono tutti i personaggi delle storie di Pancake. È come se i ponti immaginari che collegano le persone saltassero. 
Il tempo dei racconti non procede come nella realtà: rallenta tutte le volte o scorre più velocemente. Allo stesso modo, lo spazio è un’idea astratta: non è mai qui e ora, ma sempre prima o dopo, troppo presto o troppo tardi. Tutto ciò che accade si sposta sempre più lontano, come qualcosa che sfuma all’orizzonte.
La pioggia arriva, sul tetto della lamiera. Osservo il vento forte mentre spezza i rami degli alberi. Pallide schegge di luce si abbattono dietro le colline lontane. Siamo solo sfiorati da questo temporale.
I semi marci, la siccità, la ruggine. Le persone spariscono: «mio padre è una nuvola color kaki tra i cespugli di canne e Ginny nient’altro che «un odore amaro tra i rovi di more su per il crinale». 
Costa resta, allora? Le parole, le sole in grado di dare un nome a ciò che si sta perdendo. Il contrasto tra l’aridità dei sentimenti e il potere delle parole rende le storie di Pancake qualcosa di speciale. Pancake era molto bravo con le parole, anche se non era mai soddisfatto del suo lavoro. Alla stesura di una storia dedicava quattro versioni a mano libera e una decina a macchina, piene di correzioni e appunti, ricorda John Michaud.

Attraverso la scrittura, Pancake aveva trovato il modo di dare voce a pensieri che probabilmente non riusciva a esprimere, una via d’uscita che ai suoi personaggi non aveva mai concesso. Consideriamo queste citazioni, tutte tratte da un solo racconto, scelte tra quelle che parlano di parole:
«Chiudo la mia boccaccia per non continuare a parlare come un idiota». 
«Non ascolta mai quello che la gente dice».
«Mi sento troppo male per dire qualcosa».
«Non parli mai di tua madre».
«Le ho risposto. Non le avevo mai risposto». 
«La voce le viene da qualche parte nel profondo del petto».
«Voglio parlare, ma le immagini non diventano parole».
Nella geografia dei racconti di Pancake ogni uomo è un’isola e la distanza dall’uno all’altro è la stessa che separa ciò che viene detto da quello che non si riesce a dire. Tutto questo è tragico, ma anche commovente, quindi prezioso. Io credo che Pancake avesse tanto da dire e in qualche modo l’ha detto, anche se questa raccolta è una delle poche cose che ci resta di lui. L’unico modo che noi abbiamo per ascoltarlo, oggi, è leggerlo.


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Trilobiti, Breece D’J Pancake. Minimum fax, 2016. Traduzione di Cristiana Mennella.

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