Lincoln nel Bardo? Provaci ancora, Saunders!

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Il primo romanzo di uno scrittore di racconti crea sempre grandi aspettative. Questo perché il romanzo è visto come un salto di qualità (certe volte dallo scrittore stesso), lo step necessario per definire una carriera di successo. Non tutti lo ammettono ma questa convinzione è molto diffusa. È come se il racconto fosse il livello di esercitazione di un videogioco: sulla lunga distanza si costruisce la partita vera. Così, quando nelle librerie è arrivato Lincoln nel Bardo, la curiosità di leggerlo si è diffusa con la stessa rapidità di un contagio. George Saunders ha pubblicato diversi racconti e alcuni saggi, ma Lincoln nel Bardo è il suo primo romanzo ed è con questo libro che ha vinto il Man Booker Prize.

Un padre Presidente

1862, Stati Uniti. I primi scontri della guerra di secessione sono fallimentari e il Presidente Lincoln deve fronteggiare il malcontento del popolo. Il 20 febbraio dello stesso anno, Willie, il figlio undicenne del Presidente, muore di tifo. Su questo fatto realmente accaduto, George Saunders costruisce un romanzo che si sviluppa nell’arco di una sola notte, la stessa in cui Lincoln si reca al cimitero di Oak Hill per abbracciare il figlio un’ultima volta. Ma a metà tra l’aldilà e l’aliquà ci si mette il Bardo, un limbo d’ispirazione tibetana che corrisponde allo stato in cui la coscienza si separa dal corpo. In questo stadio intermedio dell’anima, ci sono uomini e donne che non si riconoscono come morti; voci che non hanno ancora lasciato il cimitero e che diventano testimoni del dolore del Presidente. Da questa folla eterogenea emergono due spiriti che diventano i narratori principali: Hans Vollman (un marito morto prima di consumare il matrimonio, descritto con un membro spropositato che spesso gl’intralcia il cammino) e Roger Bevis III (un omosessuale suicida, una creatura con numerosi occhi, mani e nasi). Come gli altri, Vollman e Bevis credono di essere “malati”, fermi nell’unico istante che ricordano e cioè quello prima della fine, in attesa che qualcuno o qualcosa li riconduca alla realtà. L’unico a essere consapevole della propria condizione è il Reverendo Everly Thomas, bloccato nel Bardo per un motivo che però non si riesce a spiegare. Poi una schiera di personaggi secondari prende la parola e tra loro c’è anche Willie Lincoln.
L’uomo sfilò la cassa dalla nicchia nella parete e la posò sul pavimento.
(Roger Bevis III)
E l’aprì. 
(Hans Vollman)
S’inginocchiò davanti alla scatola e guardò quello che...
(Il reverendo Everly Thomas)
Guardo la forma distesa nella cassa. 
(Hans Vollman)
Già. 
(Il reverendo Everly Thomas) 
E lì, pianse. 
(Hans Vollman) 
Non aveva mai smesso. 
(Roger Bevins III)
Il romanzo di Saunders è stato definito dal Washington Post come: «Un libro che rimette in discussione la nostra idea di romanzo», forse perché ricorda di più un’opera teatrale (Saunders ha dichiarato di aver già venduto i diritti per il film a Nick Offerman e Megan Mullall). Il tema trattato non è originale: l’ipotetica connessione tra questo e l’altro mondo è una fonte d’ispirazione antica. Tralasciando gli esempi più illustri, come le opere di Dante e di Omero, troviamo le stesse suggestioni nell’Antologia di Spoon river di Edgar Lee Masters, in Parole nella polvere dell’irlandese Máirtín Ó Cadhain, persino nella poesia 'A livella di Totò. La zona grigia che separa il regno della vita da quello della morte ospita possibilità narrative infinite, slanci su cui si poggiano, tra le altre, le migliori storie dell’orrore. Ma la letteratura segue un po’ quella legge della fisica per cui “nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma” e il concetto di unicità diventa relativo. Per portare a casa il risultato non è importante essere il primo ad aver segnato il punto ma conta di più l’impronta che hai saputo dare al tuo gioco, in questo caso come Saunders ha messo in pratica un progetto così ambizioso.

Un Presidente nel Bardo

Com’è il primo romanzo di George Saunders? Per rispondere a questa domanda, proviamo a capire meglio quali e quanti elementi ci sono nel testo. Il filone narrativo principale è la morte del figlio e la sofferenza del padre. Per meglio chiarire il contesto del romanzo, Saunders aggiunge alcuni estratti, citazioni tratte da documenti inventati o realmente scritti. A queste fonti più o meno fittizie si aggiungono le voci del Bardo, che s’insinuano nella storia in modo più determinante di quello che ci si aspetterebbe da degli osservatori. I dialoghi dei fantasmi sono pieni di indizi che aiutano a ricostruire le vite passate di ognuno, informazioni di cui il lettore tiene traccia insieme alla vicenda principale dei Lincoln e ai cenni storici. Le anime del Bardo hanno estrazioni sociali differenti e questo si riflette nel linguaggio che utilizzano. Poi c’è la storia americana: la guerra civile, le battaglie perse, le vittime sacrificate in nome della Causa (il senso di colpa: per tutti i morti, per quell’unica morte. È questo il vero limbo del Presidente). Come se non bastasse, nel Bardo si dà spazio alla questione razziale: il cimitero ospita un gruppo di schiavi neri che, raccontando la vita che hanno vissuto, ne approfittano per mettere in evidenza il trattamento degli africani negli Stati Uniti. Infine c’è la singolare storia del reverendo Thomas, il modo in cui è scampato al giudizio finale e la conclusione che gli spetta alla fine del romanzo.

Lasciarsi andare alla lettura, provando a seguire il flusso senza farsi troppe domande, non è così semplice: perdere anche solo un passaggio vuol dire dare spazio alla noia che subentra quando lo scambio di battute diventa una cantilena incomprensibile. Il difetto di Lincoln nel Bardo è quello che i professionisti del settore chiamerebbero “troppa carne al fuoco”: è un racconto polifonico che, sebbene regali momenti divertenti, a tratti emozionanti, nel complesso fa sì che l’intervento del lettore passi da impegnativo (ma stimolante) a faticoso e poco soddisfacente.



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Lincoln nel Bardo, George Saunders. Feltrinelli, 2017. Traduzione di Cristiana Mennella.

Commenti

  1. Commento stupido (non ho letto il libro tra l'altro): ma quanto è brutto il titolo? Ogni volta che lo sentivo nominare mi dicevo infastidita "ma che vuol dire?", pensavo al bardo inteso come cantore e non mi capacitavo di quello stato in luogo. Poi mi sono accorta che era scritto con la maiuscola.
    Detto ciò, non riuscirei a leggerlo, troppo teatrale. L'idea di romanzo che ho mi piace e non voglio che venga rimessa in discussione. ;D

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