Felisberto Hernández e il linguaggio segreto delle mani


C’è un mio amico a cui scrivo ogni volta che scopro uno scrittore sudamericano (a questo punto il mio amico si è già riconosciuto). Quando ho letto i racconti di Felisberto Hernández gli ho mandato un messaggio; so che devo essere precisa perché il mio amico non si accontenta: vuole sapere i perché. In effetti è per questo che andiamo d’accordo. Allora ci ho pensato bene e gli ho scritto: «Ha un’ossessione per le mani» e lui ha capito.

Hernández era un pianista uruguayano, cominciò a suonare accompagnando al piano la proiezione dei film muti. Ha imparato a scrivere da autodidatta, assecondando un’esigenza sorta in modo spontaneo. Si correggeva, era molto rigoroso, e la sua scrittura era connessa al suo lavoro e alla sua esperienza di vita. Hernández ha avuto una carriera altalenante, in generale non troppo fortunata. I racconti della raccolta Nessuno accendeva le lampade sono vagamente autobiografici: scritti in prima persona, il protagonista è spesso un pianista alle prese con un primo concerto o in una Sala da pranzo buia, con una sola persona a fare da pubblico.

Prima e meglio di altri, Hernández aveva colto la difficoltà di maneggiare uno strumento come “la parola”, sia da scrittore che da essere umano. Suonare il piano gli aveva insegnato che le mani possono arrivare a dire cose che le parole non dicono e in diversi racconti troviamo questi riferimenti. In Nessuno accendeva le lampade: «Le nostre mani appaiate cominciarono a posarsi sulla tovaglia: parevano abitanti naturali della tavola. Io non riuscivo a smettere di pensare alla vita delle mani». Oppure in Il mio primo concerto: «Poi mi scontrai con un’altra grande difficoltà: le mani. Mi era sempre sembrato brutto che alcuni concertisti, al momento di salutare il pubblico, lasciassero ricadere e oscillare le braccia, come fossero pendoli». Quelle di Hernández sono storie di mani, protagoniste di movimenti irrazionali e più sinceri. Un racconto intero, Tranne Julia, è basato sul linguaggio delle mani. In questa storia c’è un uomo che si è inventato un modo per tenere a bada una certa malattia: ha creato un tunnel nel quale l’unica cosa che si può fare è toccare gli oggetti (e le donne) che s’incontrano, affidando così alle mani ogni percezione. Nel buio, in silenzio e attraverso il tatto, «ogni cosa si spoglia dalle illusioni, come certi fondali di teatro la mattina dopo».

In un testo intitolato Spiegazione falsa dei miei racconti, Hernández scrive:
I miei racconti non hanno strutture logiche (...) a un certo momento penso che dentro di me nascerà una pianta. Comincio a osservarla di nascosto, convinto che in quell’angolo sia avvenuto qualcosa di strano, ma con un probabile futuro artistico.
L’idea è assecondare la crescita della storia, fare in modo che si sviluppi in modo naturale. «Nemmeno lei conoscerà le proprie leggi, pur possedendole in profondità, dove la coscienza non può raggiungerle». Su questo concetto Hernández ritorna spesso, evidenziando come la coscienza può diventare un elemento disturbante. Scrivere è un po’ come insegnare alla coscienza a essere disinteressata, ad accompagnare invece di anticipare; il messaggio è qualcosa che la razionalità non può spiegare. Ciò di cui Hernández voleva scrivere – il complesso sistema che alimenta il nostro inconscio – è un mondo oscuro e l’unico modo per arrivarci è intervenire in modo “misterioso”, cercando di predisporre il lettore a uno scenario di per sé inspiegabile. Incomprensibile per lo scrittore stesso, che si avvicina a piccoli passi. Così Hernandez scrive, lavorando come lavora la memoria: per associazione.
Dovrò scrivere, inoltre, di molte cose delle quali so poco; e mi sembra addirittura che l’impenetrabilità sia una loro qualità intrinseca; quando crediamo di saperle, forse smettiamo di sapere che le ignoriamo; perché la loro esistenza è, magari, fatalmente oscura: e questa dev’essere una delle loro qualità. Non credo, tuttavia, di dover scrivere soltanto di ciò che so, ma anche del resto.
È quello stato di allucinazione che caratterizza il realismo magico e tutta la letteratura sudamericana del XX secolo, ma che Hernández elabora con uno stile personalissimo. Hernández interviene sulla natura dei personaggi, “personificando” le cose e “cosificando” le persone. Così può accadere che una donna s’innamori di un balcone – Il balcone, appunto – e che lo stesso decida di uccidersi, crollando sotto il peso di un tradimento. Oppure un uomo può ricordare di essere stato un cavallo, come in La donna che mi assomigliava, ripercorrendo suoni e odori. Può succedere che un uomo che lavora in cinema – La maschera – un giorno si accorga che i suoi occhi illuminavano la stanza, con una strana luce che viene da dentro. Cose che succedono, che definiscono questo universo in modo impercettibile ma inesorabile, dalla prima riga del racconto fino all’ultima. La scrittura di Hernández evoca una dimensione che è non è proprio reale ma neanche impossibile.

Non tutti i racconti di Hernández sono indimenticabili, qualcuno non è perfetto (se perfetto vuol dire qualcosa) ma leggendoli ho riconosciuto il principio di un genere e nello scrittore un pioniere di un certo stile. Italo Calvino definì Hernández uno scrittore irregolare, uno che non assomiglia a nessuno, e questo è vero. Allo stesso tempo, in scrittori come Márquez, Borges, Cortázar, riesco a distinguere un’eco dei cuentos di Hernández. In un racconto della raccolta Terre della memoria, il protagonista entra in una casa e dice: «A quei tempi la mia attenzione si soffermava sulle cose messe di sbieco; e in quella casa ce n’erano molte». Questa è una frase che può passare inosservata ma che mi ha fatto riflettere su quel termine sempre indecifrabile che è il talento. Non è forse così? Non è vero che il talento è sapersi “soffermarsi sulle cose messe di sbieco”? Non è riuscire a vedere in un modo che non tutti sono in grado di fare?



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Nessuno accendeva le lampade,  Felisberto Hernández. La nuova frontiera, 2012. Traduzione di Francesca Lazzarato.

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