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20 dicembre 2016

VerbaVolant edizioni e le idee che muovono le persone

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Io credo in poche cose, pochissime persone. Lo dico senza rammarico, penso che questo sia un prezzo abbastanza onesto da pagare per accedere all'età adulta. Alcuni lo pagano un po' prima degli altri, e questo è tutto. Ecco perché quando scopro progetti spinti ancora da un'autentica passione comincio a guardarli con uno stupore sincero, come creature in via d'estinzione.
Quando ho incontrato Fausta a Roma (ndr Fausta Di Falco, editrice di Verbavolant) la prima cosa che le ho chiesto è stata: «Perché non sei andata via dalla Sicilia?». Pensavo a me: io ho un rapporto contraddittorio con la mia città, fatto di momenti molto intensi e tradimenti mai perdonati. Con quella domanda pensavo di darle un appiglio, che poi avremmo potuto utilizzare per lamentarci di tutte quelle promesse che il nostro paese non mantiene. E invece lei mi ha risposto: «Io non ho mai pensato di andare via dalla Sicilia. Volevo aprire una casa editrice e volevo farlo a Siracusa, nella mia città». Perché è la mia terra, mi ha detto, non mi sarei mai sentita a casa da un'altra parte. Così semplice? Possibile? Ho cominciato cercare io qualche appoggio, aggrappandomi a dati, numeri e percentuali che avrebbero potuto supportare la mia tesi. Cose del tipo: «Una casa editrice è prima di tutto un'attività imprenditoriale, perché non ridurre i fattori di rischio e scegliere un luogo più favorevole? Con la cultura non si mangia, no?». Lei m'interrompe: «Sai che io non ci credo tanto in questa cosa che hai detto?». È stato in quel momento che ho deciso che l'intervista avrebbe dovuto prendere una direzione diversa. Ho lasciato che mi raccontasse il suo entusiasmo in una dimensione più libera, senza permettere alla mia disillusione di fermarla.

Avviare la casa editrice non è stato semplice, ma sapeva che "difficile" sarebbe diventato "impossibile" se alla prima sfida si fosse tirata indietro. È una delle qualità che Fausta si riconosce, quella di non fermarsi mai. Una determinazione che sente di aver ereditato da sua nonna, insieme all'amore incondizionato per i libri. I suoi genitori, invece, non perdevano mai l'occasione di proporsi con qualche citazione classica: «Complimenti per la tua laurea! Ad maiora!». Locuzioni che Fausta ha studiato alla facoltà di lettere, richiamate alla mente quando sopraggiunse la necessità di dare un nome al progetto.
Vorrei che le parole dei nostri libri accompagnassero i lettori nella loro vita… ecco qui: le parole che volano assieme a loro. Pensare alla seconda parte del motto diventa inevitabile ed ecco che ci ricolleghiamo alla parola stampata sulla carta. Il logo è una conseguenza di questa idea. Un libro le cui pagine si sfogliano al vento.
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Abbiamo passato la maggior parte del tempo a parlare di carta, di qualsiasi forma o genere. Il libro, secondo Fausta, non agisce soltanto attraverso la vista: è prima di tutto un oggetto, ecco perché gran parte del loro lavoro si concentra sulla scelta della materia prima. Per i bambini è più semplice capire questo tipo di approccio, perché ogni loro esperienza comincia dalle mani prima di arrivare agli occhi. E su questa idea, di un libro che sia bello da sfogliare e che torni un po' alla sua funzione materiale, si basa un po' tutta la loro produzione. Una delle cose più interessanti che ho scoperto nel loro catalogo sono i Libri da parati: racconti illustrati che si aprono, si leggono e si dispiegano fino all'ultima facciata che diventa una tavola da incorniciare e appendere alle pareti. È un lavoro che nasce dalla collaborazione tra un illustratore e uno scrittore, ogni volta diversi, che sommano le singole creatività su un foglio tipografico impiegando i materiali più ricercati; carta ricavata dagli scarti del caffè o costellazioni in vernice fosforescente danno vita a opere uniche.

Le idee si muovono, crescono e si evolvono attraverso un confronto costante tra tutti gli elementi coinvolti nell'attività della casa editrice. Le persone, a prescindere dai ruoli. E allora mi sono detta che forse quello di Fausta, insieme ad altri piccoli e grandi progetti che scelgo di raccontarvi, è qualcosa di vero in cui, a prescindere dall'età, possiamo ancora provare a credere.



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Apre l'articolo una delle illustrazioni di Alessandro di Sorbo del libro da parati Le luci alle finestre.

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14 dicembre 2016

A colazione con Valeria Luiselli

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L'idea è che lo scrittore parli attraverso i libri che scrive. Di conseguenza, ogni contatto con il lettore diventa superfluo, addirittura deleterio, se pensiamo all'ombra che serve per alimentare il mistero del genio. È una delle tante convinzioni del nostro tempo, che prende spunto da un ipotetico pudore attributo alle generazioni precedenti. La verità è che gli scrittori hanno sempre avuto un rapporto diretto con i lettori, non così diverso da quello che possiamo immaginare oggi. Charles Dickens partecipò a più di cinquecento presentazioni, a destra e a sinistra dell'Atlantico. Un articolo di Simon Callow, intitolato appunto Dickens the performer, tende a sottolineare proprio come Dickens rendesse le sue opere delle grandi interpretazioni, messe in atto di fronte a un pubblico sempre più affascinato. Non credo sia necessario che gli scrittori sentano il richiamo del palco come Dickens, ma è importante che si aprano al confronto, se ne hanno l'occasione.

Una delle forme più moderne di scambio è la colazione letteraria, un nuovo format che quest'anno ho avuto l'occasione di sperimentare a Più libri più liberi, la fiera della piccola e media editoria di Roma. È una dimensione interessante: un autore incontra un gruppo circoscritto di lettori (più o meno professionali) e si misura con le singole esperienze di lettura, avendo così un riscontro diretto. Una situazione perfetta, informale ma funzionale, utile per entrambe le parti. In una di queste mattine ho incontrato Valeria Luiselli, autrice che avevo conosciuto poco tempo prima leggendo La storia dei miei denti. In questo libro, per esempio, l'intervento dei lettori è stato fondamentale: concepito come un romanzo a puntate, gli operai della fabbrica Jumex si organizzavano ogni settimana per leggere un capitolo ad alta voce e commentarlo insieme. Le registrazioni delle sedute di lettura venivano inviate a Valeria che, sulla base delle reazioni del pubblico, calibrava l'uscita successiva.
M'interessava l'identificazione del valore degli oggetti a prescindere dal contesto. Ho pensato alla narrazione come un ordito dove gettare un nome e vedere come cambiava. 
Valeria ha appena trentatrè anni, ma ha già avuto una vita molto intesa. Nata a Città del Messico nel 1983, a due anni si trasferisce con la famiglia a Madison, negli Stati Uniti. Il padre è un diplomatico, la madre lavora per delle organizzazioni non governative, così cambiano casa e città molto spesso. Valeria torna in Messico per un breve periodo, poi va a vivere in Costa Rica, in Corea del Sud e per quattro anni in Sudafrica. Di nuovo in Messico, in India, in Spagna e in Francia. Dopo la laurea in filosofia, porta a termine il dottorato in letterature comparate alla Columbia University, a New York, dove vive ancora oggi con il marito, lo scrittore Álvaro Enrigue. Le abbiamo chiesto come si pone nei confronti della letteratura latinoamericana: se avverte l'influenza (il peso?) di una certa tradizione, oppure se, figlia della sua esperienza globale, non ha alcun riferimento letterario.
I messicani sono ossessionati dalle tradizioni ma io preferisco un approccio più libero, la scrittura è il mio spazio di assoluta libertà.
Scrivendo, ci ha rivelato, non obbedisce ad alcuna regola: è l'unico posto dove si permette di esprimere il suo carattere ribelle. Non crede alle storie che nascono da intenzioni propagandistiche, soprattutto politiche, perché sono piene di arroganza, o peggio ancora, poco credibili: «Il mio obiettivo è conservare la sensibilità, scrivere libri che rispondano alla verità». Una verità che raggiunge per immersione, dedicandosi completamente alla storia che scrive, tutti i giorni per più ore al giorno, tant'è che a volte sente così tanto i personaggi su di sé che ha la sensazione di parlare con la loro voce. «Scrivere è come avere una doppia vita, forse anche più interessante di quella vera».

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L'ultima domanda è di Valeria, curiosa di sapere cosa pensiamo del suo Gustavo Sánchez. Se fosse italiano, per esempio, in che città vivrebbe? E se parlasse in dialetto? Che età avrebbe? Che tipo è, secondo voi? Me lo raccontate?



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9 dicembre 2016

I Collezionabili di Valeria Luiselli, questi fantasmi della letteratura

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Questa è la storia dei miei denti: il mio trattato sui pezzi da collezione, i Collezionabili, come li chiamo io, sui nomi propri, e sul riciclaggio radicale. Prima viene l'Inizio, poi il Centro, e poi la Fine, come in un qualsiasi altro racconto. Il resto, come dice un mio amico, non è altro che letteratura. 
Gustavo Sánchez Sánchez si è appena presentato e ha già detto una bugia: non esiste qualcosa, nella sua storia, che non sia letteratura. Gustavo, Autostrada per gli amici, nacque con quattro denti. Il padre non era tanto convinto che fosse suo figlio, un po' bruttino per gli standard della famiglia, finché non gli venne detto che la genetica è influenzata da Dio, e allora si convinse, o soltanto si rassegnò. A ventun anni, Gustavo era un vigilante in una fabbrica di succhi di frutta, aveva una dentatura orribile e uno spiccato talento nel fornire supporto psicologico ai colleghi. Qualche tempo dopo, per un insieme più o meno fortunato di eventi, lasciò tutto (il suo lavoro, la sua donna, il suo bambino – Siddhartha Sánchez Tostado) per diventare «il miglior banditore d'asta del mondo». L'unico scopo di Gustavo era guadagnare abbastanza per rifarsi i denti, il successo fu un effetto collaterale inaspettato. A differenza degli altri banditori, si accorse che il segreto di un'asta vincente si nascondeva nel coinvolgimento emotivo delle parti, in quel tipo di relazione che il venditore riusciva a creare tra il bene oggetto della vendita e il compratore. Forte di questa convinzione, si impegnò a fare del suo lavoro un'arte, dichiarandosi prima di tutto un collezionista di storie. Storie vere, oppure no. Fine del racconto.

Il resto è fatto dai grandi nomi della letteratura che trovano spazio nelle aste paraboliche, iperboliche e allegoriche di Gustavo. Il libro di Valeria Luiselli è divertente, piacevolmente grottesco, volutamente citazionista, eccentrico fin dal concepimento. Nel gennaio del 2013, Valeria Luiselli fu incaricata di scrivere un testo per il catalogo di una mostra che si sarebbe tenuta alla galleria d'arte Jumex, finanziata dall'omonima fabbrica di succhi di frutta, situata nel quartiere popolare di Ecatepec alla periferia di Città del Messico. L'idea era riflettere sul collegamento, se esiste, tra un'opera d'arte e un succo di frutta, tra la galleria e la fabbrica. Più in generale: sul valore intrinseco/estrinseco di un oggetto.
Il gioco che ci si prefissa nel libro è, dunque, quello di spostare gli oggetti dal contesto che dà loro valore e autorità – una specie di processo duchampiano al contrario – e vedere come questo influisce sul suo significato e interpretazione. I nomi propri che appaiono in questo libro sono, ugualmente, decontestualizzati dal loro contesto originale.
L'idea di una storia nata su commissione ha lasciato interdetti alcuni lettori, accaniti sostenitori della necessità di un'ispirazione che preceda il processo creativo, come un'esigenza che parte da dentro, dentro lo scrittore, e non viceversa. Io invece penso di aver apprezzato il libro proprio per questo: mi è sembrato un esperimento riuscito, all'altezza delle intenzioni. John Barth, che è un po' il papà del postmodenismo, ci ha insegnato che «la letteratura riguarda quasi sempre anche se stessa», che la letteratura può essere il motivo, il punto di partenza. E se scrivere vuol dire mettere in relazione due sensibilità, chi dice che da stimoli diversi non possa derivare lo stesso risultato?


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La storia dei miei denti, Valeria Luiselli. La nuova frontiera, 2016. Traduzione di Elisa Tramontin.

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