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31 ottobre 2016

Ti racconto un racconto – The Yellow Wallpaper di Charlotte Perkins Gilman

(Una rubrica che è un po' una scusa per parlare delle mie storie preferite. Ti racconto un racconto, mi fermo a un certo punto. Lascio a te il compito di scoprire come va a finire.)

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A pensarci bene, c'era qualcosa di strano: una villa coloniale, una proprietà così ben tenuta eppure libera da tanto tempo. Che fosse in qualche modo occupata, come dire... infestata? Quando lei lo disse a suo marito John, lui scoppiò a ridere. Lei aveva sempre avuto la mania d'inventare storie, e questa era solo una delle sue tante fantasie. Erano andati lì per l'estate perché lei non era stata troppo bene nell'ultimo periodo. John era uno psicologo e pensava che la moglie avesse un piccolo esaurimento nervoso, ma si sarebbe ripresa in fretta se avesse seguito i suoi consigli. John pensava che la capacità d'immaginazione di sua moglie la indebolisse, le consigliò di utilizzare le sue energie per guarire. In realtà a lei sarebbe piaciuto lavorare, anche solo per distrarsi un po', ma John era imperativo su certi argomenti, così amorevole su tutto il resto che anche solo il pensiero di contraddirlo la faceva sentire in colpa. Avrebbe preferito una stanza che affacciasse sul giardino, la casa aveva un giardino bellissimo, ma John decise che la camera adatta a lei era quella al primo piano. Dopotutto non era così terribile: l'arredamento era spartano ma accettabile. Solo quella carta da parati, così di cattivo gusto. Era di un colore repellente, rivoltante: una sorta di giallo sporco e un po' sbiadito, una sfumatura che cambiava appena sotto la luce diretta del sole. Forse John non credeva che lei stesse così male. O forse sì, ma non quanto lei sentiva di stare male. John le dava dei fosfati, qualcosa del genere. Eppure passavano i giorni e lei era sempre stanca, stanca di pensare, di essere sola e di essere lì, in una stanza così silenziosa e così stretta, stanca di quella carta da parati così opprimente. Il motivo che si riproponeva sulla carta creava delle forme un po' arrotondate, come dei bulbi oculari. Si alternavano lungo tutta la parete: occhi impassibili, occhi ovunque. Sembrava che saltassero fuori dal muro. Lei non aveva mai visto tanta espressione in qualcosa di così inanimato. John a casa non c'era mai, e anche se ci fosse stato non avrebbe parlato con lei della sua malattia. Lui avrebbe pensato a tutto, avrebbe fatto sempre il suo bene, diceva. Anzi, avrebbe riso delle sue insicurezze, di tutte le sue paure. Avrebbe riso di lei, come in quel momento ridevano tutti gli occhi che la fissavano dalle pareti. La carta da parati nascondeva un'altra trama, in una sfumatura di un giallo più cupo. Era particolarmente irritante, benché non si riuscisse a vedere spesso, non così chiaramente. Era come una forma umana, sembrava una donna, china verso il basso che strisciava dietro il disegno. C'erano cose, in quella carta da parati, che nessuno sapeva, a parte lei.

***

The Yellow Wallpaper è un racconto di Charlotte Perkins Gilman del 1892. È una storia angosciante eppure molto semplice, un racconto di appena 6.000 parole scritto in soli due giorni dopo che l'autrice ebbe un grave attacco di psicosi post-partum. Tendenzialmente autobiografico, potremmo azzardare. La carta da parati gialla nasconde una doppia denuncia: contro la terapia del riposo, la cura del Dottor Silas Weir Mitchell alla nevrastenia, e contro i soprusi familiari (è stato rivalutato come uno dei primi racconti di stampo femminista). E poi è una storia di ossessioni, un testo del terrore tra i più famosi. Uno tra i miei preferiti, senza dubbio.

L'illustrazione è di Lucy Dillamore.


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28 ottobre 2016

Emil Cioran e il sentimento dell'irreparabile

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In una conversazione del 1973 con Christian Bussy, Cioran ammise di avere una passione estrema per i libri di Dostoevskij. Era molto raro che si lasciasse intervistare, rarissimo che mostrasse un così vivo entusiasmo, così Bussy approfittò di ogni più piccola affermazione per entrare nella mente del suo interlocutore. Emil Cioran spiegò che ogni uomo ha una sorta di limite da rispettare se non vuol farsi del male, una linea di confine che lo tiene al sicuro, al di quà da ogni pericolo. I protagonisti di Dostoevskij «si distruggono perché vanno troppo lontano», hanno una sorta di fascinazione per l'estremo. Sanno di non avere scampo, ma sanno anche che non possono essere diversamente. La scelta, se di scelta si tratta, è tra azione e in-azione, tra la luce del sole e le pieghe del sottosuolo. Ma una vita al riparo da ogni tentazione è una vita vissuta?

Vivere è distruggersi. Non tanto per una carenza quanto per una pienezza pericolosa.

Distruzione è il termine che ho letto di più, fuori e dentro le righe di questa raccolta. E anche tutto quello che resta dopo: macerie, fumo, cenere e silenzio. Divagazioni come pensieri, in forma aforistica, che Emil Cioran compose tra il 1945 e il 1946. Sono intuizioni cupe, le più ombrose di tutta la sua filosofia. È la traccia di una disillusione profonda, l'annientamento di ogni speranza; nei confronti dell'altro, nei confronti di sé, della vita, della filosofia e del linguaggio.
(...) che tutto ritorni all'indicibile generale in cui giacevo, quando non mi ero ancora incamminato verso la vana superbia della parola.
Gli anni quaranta segnarono un punto di svolta nella vita di Cioran: nei mesi in cui concepiva le Divagazioni, il filosofo cominciò a pensare di abbandonare il rumeno (la lingua madre) per il francese. In Francia era arrivato nel '37, grazie a una borsa di studio. «Non si abita un paese, si abita una lingua», diceva. Il passaggio dal rumeno al francese non fu né rapido né indolore, ma necessario. Qualche anno più tardi, però, in una lettera indirizzata al fratello Aurel, Cioran confessò di sentire la mancanza del rumeno; meno nobile ed esatto del francese ma più sporco, forse più autentico. Non era un ripensamento, non sarebbe tornato sulla sua decisione, perché la questione era più complessa: Cioran soffriva dello scarto tra pensiero e parola, soffriva di ogni distanza che allontana l'idea – pura, perfetta – dalla sua più concreta manifestazione. Ogni cosa, esistendo, perde efficacia, fascino e bellezza. Così gli eroi, così gli idoli. E Dio?

Dio è una malattia del nostro cuore. 

Cioran si avvicinò al pensiero esistenzialista senza però riconoscersi davvero, per poi scostarsene del tutto negli anni della maturità. A differenza di Camus, per Cioran la rivolta è il sentimento degli illusi, di quelli che credono ancora che un'azione possa cambiare un destino già segnato: «nessuna rivolta muore in noi, ma tutte le rivolte vanno sconfitte, poiché sono impossibili, non apportano alcun rimedio, resta tutto da rimediare». Rispetto alle opere precedenti, nelle Divagazioni il sentimento della rassegnazione sembra essere l'unico possibile per sopravvivere all'assurdità del mondo. È un affanno inutile, suggerisce Cioran. Ma allo stesso tempo l'inazione è noia, desolazione, inquietudine, una forma più sottile di morte. Così si tormenta, in quella negazione viscerale che diventa più forte di ogni affermazione.
La mia presenza nel mondo è quella di non essere in nessun luogo. Da tutto mi separa qualcosa. Ogni sentimento è prossimo a quel che non è. I paesaggi e gli oggetti perdono il loro profilo nella prospettiva della loro assenza; la vista diventa il fattore distruttivo delle cose viste; l'occhio distrugge l'ultima parvenza di realtà; l'orecchio ascolta l'icona sonora della mancanza di suono. E l'amore si attornia della morte per una brama d'infinito – che lo nega. Il divenire dell'anima è il successivo annullamento.
Il titolo originale della raccolta è Razne. Nella nota del traduttore leggiamo che razna, in rumeno, vuol dire anche «digressione» o «dispersione». C'è un momento in cui il pensiero filosofico si sfrangia, quando entra nel gioco di affermazioni e negazioni, e affermazioni di negazioni, quando la Soluzione si sposta fuori dal labirinto. Le Divagazioni di Emil Cioran sono anche questo: uno smarrimento. Un modo di perdersi. L'unico modo, forse, di ritrovare la strada.
Il problema non è tanto come si possa morire per qualcosa, ma come si possa vivere per niente.


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Divagazioni, Emil Cioran. Edizioni Lindau, 2016. Traduzione di Horia Corneliu Cicortaş.

Ho letto questo libro insieme ad altri quattro blogger, compagni d'avventura per un progetto di lettura condivisa. Ne hanno scritto qui: La prima volta che ho letto Cioran (Federica Guglietta), Divagazioni a margine su Emil Cioran (Rossella Lo Faro), Intervista a Horia Corneliu Cicortaş (Diana D'Ambrosio), Emil Cioran: tra divagazioni e cannibalizzazione (Andrea Sirna). 

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20 ottobre 2016

«Che senso ha vivere se alla fine non si muore?» Su Zero K di Don DeLillo

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Gli scrittori scrivono sempre la stessa storia. Anche se percorrono strade diverse per arrivarci, tornano nella stessa stanza. Una stanza che nasconde una domanda o una risposta, comunque un'ossessione. Se questo è vero, se lo scrittore rincorre ciò che più lo tormenta, Don DeLillo scrive soprattutto della morte, del ruolo della morte in quel contesto che diventa la vita. 
L'elemento fondamentale della vita è il fatto che essa ha una fine.
In Zero K, Don DeLillo riprende un discorso cominciato trent'anni fa con Rumore bianco. Questa volta, però, ipotizza un mondo nel quale l'essere umano non si accontenta di un anestetico, ma cerca una soluzione reale al problema della morte. In una base nel deserto del Kazakistan, un gruppo di scienziati aiuta alcuni uomini, i più ricchi, a «possedere la fine del mondo» sfruttando processi di crioconservazione. Il nome del progetto è Convergence. Convergere, ossia: riunirsi in un unico punto. Un punto di partenza? Un nuovo inizio? L'obiettivo di Convergence è ottenere il controllo sulla morte, conquistare la libertà di decidere, se non quando nascere, almeno quando e come continuare a vivere. Non è soltanto l'idea di aggirare la natura finita dell'uomo a motivare i partecipanti, ma è una vera e propria riconsiderazione del concetto di esistenza, «la trascendenza, la promessa di un'intensità lirica al di fuori dei parametri dell'esperienza normale». È una sorta di fondamento religioso, una fede che confida nel potere supremo della scienza. Al risveglio, i nuovi nati avranno un corpo sano, perfetto. E parleranno una lingua, che ancora non esiste, che sarà unica e universale.
Tempo, destino, possibilità, immortalità.
Questi sono i discorsi che ascolta Jeff quando arriva alla base la prima volta. È lì per assistere al passaggio della sua matrigna Artis, malata di sclerosi multipla. Jeff prova a parlarle – la voce di lei è un sussurro, un pensiero appena espresso – e non riesce a capire fino a che punto Artis sia ancora se stessa, quanto sia ancora coinvolta dal mondo, e quanto di lei resterà dopo, quando nascerà di nuovo. Quando diventerà... cosa diventerà? E cosa sarà, nel frattempo, nella capsula d'ibernazione?
Buttate via la persona. La persona è la maschera, il personaggio inventato in questa miscellanea di rappresentazioni sceniche che costituiscono la vostra esistenza. La maschera cade e la persona diventa quello che siete nel senso più vero. Tutto uno. L'io. Cos'è l'io?
Nella vita moderna la morte esiste in modo più opprimente rispetto al passato, iniziamo a sentire la sua presenza prima ancora di riuscire a vedere la sua ombra. Siamo stati noi a darle questo spazio, lasciando che la tecnologia diventasse così importante. Ci siamo ridotti a uno stato virtuale, svuotandoci da ogni consistenza. «La vita contemporanea è così incorporea che ci si può infilare un dito dentro». La tecnologia è una forza della natura, una contraddizione in termini che però esprime bene il tempo che stiamo vivendo: è inarrestabile, come un uragano, una tempesta. Il progresso tecnologico ci rende più presenti in ogni luogo e più assenti in noi stessi, ecco perché sentiamo sempre la mancanza di qualcosa che non riusciamo a definire. Niente è reale, in senso stretto: cominciamo relazioni con persone che non abbiamo mai visto, ci consoliamo negli abbracci di gente che non abbiamo mai conosciuto. Eppure non possiamo dire che niente esiste; accade qualcosa, in una dimensione che però è a metà tra la nostra realtà e la realtà di un altro.
 La tecnologia è animata da un desiderio di morte?
Zero K è una riflessione al limite, come campo finito di possibilità: i limiti del corpo, i limiti del potere, (economico, ma non solo), i limiti della libertà, della vita e dalla morte, i limiti della tecnologia, dell'uomo rispetto alla tecnologia, i limiti del linguaggio, dell'approssimazione della forma rispetto alla pienezza della sostanza. Se per Carver «le parole sono tutto quello che abbiamo», DeLillo sembra suggerirci che le parole sono tutto quello che siamo. E noi siamo limitati, tanto quanto è limitata la nostra capacità di comunicare. A proposito di ossessioni, quella di Jeff per le parole è una vera malattia.
Era già da un po' che facevo questa cosa: cercare di definire la parola che designava oggetti o anche concetti. Definisci lealtà, definisci verità. Fui costretto a smettere perché la cosa rischiava di uccidermi.
Circoscrivere il significato di un oggetto, di un evento, di una relazione, rinchiuderlo in un spazio finito di parole, è un modo di possederlo, di (avere l'illusione di) controllarlo. È questo che cerca di fare Jeff, che cerchiamo di fare anche noi quando proviamo a definire le nostre emozioni. Rispetto alla morte, per esempio. Cerchiamo di conoscerla il più possibile, ci avviciniamo quel tanto che basta per provare a capirla. Per sentirci un po' più vivi, anche. Ma forse non è la morte, la fine della vita, a spaventarci, forse non vogliamo vivere per sempre. È solo che non sappiamo che cosa ci accadrà, veramente, dopo. E la verità è che non sappiamo neanche se vogliamo saperlo.
È nella natura umana voler sapere di più, sempre di più, sempre di più – ho detto. – Ma è anche vero che quello che non sappiamo ci rende umani. E quello che non sappiamo non ha fine.


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Zero K, Don DeLillo. Einaudi, 2016. Traduzione di Federica Aceto.

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11 ottobre 2016

Tu più di chiunque altro. Miranda July e il temperamento artistico

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Quando uno comincia a definire artista un individuo dotato di temperamento artistico, nascono i più penosi malintesi. I tipi dotati di temperamento artistico cominciano sempre con l'arte, proprio nel momento in cui l'artista ha l'impressione di trovare finalmente un po' di riposo. Il più delle volte colpiscono esattamente il nervo, in quei due, tre, cinque minuti in cui l'artista dimentica l'arte; il tipo con sensibilità artistica comincia con van Gogh, Kafka, Chaplin o Beckett. In quei momenti penso realmente al suicidio; quando io comincio a pensare soltanto alla cosa che faccio con Maria, o a un bicchiere di birra, a foglie che cadono in autunno, al Mensh-argere-dich-nicht o a qualcosa di assolutamente sciocco e banale, magari sentimentale, subito c'è qualche Fredebeul o Sommerwild che comincia con l'arte. Esattamente nell'attimo in cui io raggiungo la sensazione straordinariamente eccitante di essere del tutto normale, borghesemente, banalmente normale come Karl Edmods, Fredebeul o Sommerwild cominciano a parlare di Claudel o di Jonesco. 
Ho segnato questo passaggio mentre leggevo Opinioni di un clown. Mi è sembrato interessante anche se sul momento non avevo inteso proprio bene che cosa volesse dire. Solo: una persona che ha temperamento artistico, una sensibilità d'artista, non è per forza un artista. Una differenza sottilissima. Poi ho letto i racconti di Miranda July, quelli della raccolta che s'intitola Tu più di chiunque altro, e la citazione di Heinrich Böll è diventata qualcosa di un po' più concreto.

Miranda July è scrittrice, musicista, regista e attrice. Nel 1998 ha creato la sua prima performance multimediale e nel 2014 ha lanciato Somebody, un'app basata su un sistema che unisce tre utenti: un mittente, un destinatario e un ambasciatore; il terzo, trovandosi nelle vicinanze del secondo, comunica a voce le parole scritte dal primo, con un tono più giusto e, secondo necessità, un po' più coraggioso. Un'altra cosa, che riguarda la promozione dei suoi libri: se cliccate qui verrete indirizzati al sito che Miranda July ha creato per la raccolta No one belongs here more than you, quella di cui vi sto parlando. Vedrete il piano cottura sul quale Miranda, con un pennarello nero di quelli grossi, scrive, cancella e riscrive. Fa un po' d'intrattenimento prima di arrivare al punto del discorso, che è il più comune buy here. È un'idea molto semplice ma originale, che – contravvenendo ai normali standard pubblicitari – diventa ancora più efficace, una vera strategia di direct marketing 2.0.

Ora, tutto questo è sbagliato? Dipende.

C'è una storia molto bella in questa raccolta, la storia di una ragazza che ama il suo vicino di casa, che però è fidanzato con un'altra. Non è proprio amore, è più un'infatuazione, l'idea di un innamoramento, secondo me. Il titolo è La veranda in comune. I due sono seduti insieme, sulla veranda, e parlano del loro lavoro. Ad un certo punto lui cade in avanti, ha un attacco epilettico. Lei lo guarda, si avvicina e si addormenta. Mentre dorme sogna di loro due insieme. Il sonno, più precisamente l'atto di addormentarsi, è un espediente narrativo che hanno utilizzato diversi autori. Mi è venuto in mente Salinger che fa addormentare il sergente X sulla lettera della piccola Esmé. «Finalmente si addormenta». O, prima ancora, il Santiago di Hemingway, che sul finire del racconto «si addormentò e sognò l'Africa». È un atto di abbandono totale, di fidarsi e affidarsi: a qualcuno, a qualcosa, a quello che succederà. Una specie di riconfigurazione col mondo. Questo racconto mi è piaciuto moltissimo.

Però, al di là di qualche eccezione come questa, l'impressione è che ogni storia assomigli un po' a una performance. È come se Miranda strizzasse l'occhio, come se ammiccasse di più in alcuni passaggi. Miranda July è senza dubbio una persona con una forte sensibilità artistica, che riversa il suo estro in ogni cosa che fa. In un'intervista rilasciata nel 2015 al New York times, ammette di esser solita lavorare su più pieces allo stesso tempo, «so the whole time I was writing this book, I was also working on this performance». Tu più di chiunque altro raccoglie i racconti pubblicati su Harper's Magazine e sul New Yorker negli ultimi anni. Racconti più o meno riusciti, che per me vuol dire più o meno raggiungibili. È tutta una questione di ponti, di comunicazione più che di espressione. E questo discorso vale sempre, ma per i racconti vale ancora di più.



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Tu più di chiunque altro, Miranda July. Feltrinelli, 2009. Traduzione di Delfina Vezzoli.

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