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27 maggio 2016

Ti racconto un racconto – L’isola a mezzogiorno di Julio Cortázar

Articolo di Andrea Siviero

(Non mi sono fermato a un certo punto: ho spoilerato il finale. Ma questo è un racconto particolare: l’inquietudine che lascia al lettore è celata nella sua architettura, nel suo meccanismo di orologeria. In fondo è un racconto a più livelli: quello che mi sono limitato a raccontare per esteso è solo il livello più visibile.)
 

Un aereo della linea Roma-Teheran sorvola tre volte a settimana le isole greche. Marini, uno steward, si accorge che ogni volta, attorno a mezzogiorno, l'aereo sorvola sempre la stessa isola. Se ne accorge un giorno mentre «era cortesemente inclinato sui posti di sinistra e stava sistemando il tavolino di plastica per posarvi sopra il vassoio del pranzo […] quando nell'ovale azzurro del finestrino entrò il litorale dell'isola, la frangia dorata della spiaggia, le colline che salivano verso l’altopiano desolato». La visione dell’isola è una folgorazione, Marini non riesce a staccare gli occhi dall'oblò dell’aereo finché l'isola non è più visibile. L’innamoramento è tutto nel primo sguardo; e che sia innamoramento per un altro essere umano o per un luogo poco importa: il passo successivo è il corteggiamento. Così fa Marini. Ad ogni passaggio sull'isola raccoglie sempre nuovi dettagli, impara a riconoscerla tra le mille isole greche «l'isola aveva una forma inconfondibile, come una tartaruga che avesse appena tolto le zampe dall'acqua»; descrivendola a un radiotelegrafista ne scopre il nome: Xiros; grazie ad alcuni libri impara a conoscerne la geografia e la storia. Presto l'isola a mezzogiorno diventa una vera e propria ossessione per lo steward «volare tre volte a settimana su Xiros era tanto irreale quanto sognare tre volte a settimana di volare a mezzogiorno su Xiros». L'isola assume i contorni metafisici del sogno, la realtà inizia a sgretolarsi in un’ossessione innocente, ma incontrollabile. Per Marini diventa naturale immaginarsi sull'isola, tra i pescatori che osservano il passaggio nel cielo blu «di quell'altra irrealtà». Il passo successivo per Marini è raggiungere davvero l’isola. Allora programma una vacanza, un collega accetta di prestargli la parte di denaro che gli serve per il viaggio, e così lo steward, mentre sta osservando per l'ennesima volta l’isola a mezzogiorno, già si vede a contrattare l'affitto di una casa con un pescatore chiamato Klaios. Ma l'ossessione per l'isola, che a quel punto sarebbe dovuta evaporare con la realizzazione del sogno di essere lì, non si esaurisce: Marini si ambienta in fretta, inizia a imparare qualche parola in greco, riesce a farsi capire, aspira a diventare uno del posto. Un giorno è in spiaggia, ha ormai deciso di restare lì per sempre con Klaios e gli altri pescatori, sta pensando a come convincerli: «una sera o l’altra, quando ormai lo avessero conosciuto bene, avrebbe parlato di rimanere e di lavorare con loro»; è ancora una volta mezzogiorno: «guardò il suo orologio e poi, con un gesto d'impazienza, lo strappò dal polso e lo mise nella tasca del costume. Non sarebbe stato facile uccidere l'uomo antico, ma lì dall'alto, vibrante di sole e di spazio, sentì che l'impresa era possibile». Ma è il richiamo della realtà a manifestarsi nel ronzio dei motori dell'aereo. L'aereo della compagnia di Marini sta attraversando lo spazio di cielo sopra l'isola quando si avvita su se stesso e precipita in mare. Marini si getta in mare cercando di salvare disperatamente un sopravvissuto. Gli abitanti dell’isola accorrono alla spiaggia e trovano soltanto il cadavere di uno sconosciuto.

***

Alcuni racconti di Cortázar seguono un modello matematico noto con il nome di anello di Möbius. «Le superfici ordinarie, ossia le superfici che nella vita quotidiana siamo abituati ad osservare, hanno sempre due facce, per cui è sempre possibile percorrerne idealmente una senza mai raggiungere l'altra, se non attraversando una linea di demarcazione costituita da uno spigolo (chiamato "bordo"): si pensi ad esempio alla sfera, al toro, o al cilindro. Per queste superfici è possibile stabilire convenzionalmente un lato "superiore" o "inferiore", oppure "interno" o "esterno". Nel caso del nastro di Möbius, invece, tale principio viene a mancare: esiste un solo lato e un solo bordo. Dopo aver percorso un giro, ci si trova dalla parte opposta. Solo dopo averne percorsi due ci ritroviamo sul lato iniziale. Quindi si potrebbe passare da una superficie a quella "dietro" senza attraversare il nastro e senza saltare il bordo ma semplicemente camminando a lungo ¹». Per Cortázar non esistono due facce opposte della realtà separate da un bordo che occorrerebbe forare per passare da una parte all'altra; i piani della realtà possono essere raggiunti procedendo sempre sulla stessa superficie. Così un uomo che osserva un’isola dal finestrino di un aereo può essere incredibilmente traslato nel piano della realtà rappresentato dall'isola stessa. Per obbedire al modello matematico il passaggio è segnato da uno slittamento, mai da una rottura. Così, nel caso de L’isola a mezzogiorno è l’immaginazione di Marini a permettere lo slittamento dall'aereo all'isola. Fino a qui niente di strano. Ma la vita sull'isola è così vivida nei suoi dettagli (il nome dei pescatori, l’esattezza nella descrizione dei luoghi, degli odori, delle sensazioni) che non può essere pura immaginazione: l'immaginazione non può arrivare a una descrizione così minuziosa dell’esperienza: ecco l’altra faccia dell’anello di Möbius. Cortázar utilizza gli strumenti del linguaggio per ricreare lo slittamento di piani. Il risultato è inquietante: qual è allora la realtà? L’aereo? L’isola? Entrambe? Sono entrambe irrealtà come suggerisce a un certo punto il racconto? 

Julio Cortázar (1914-1984) è considerato un maestro del racconto fantastico. L'isola a mezzogiorno è contenuto nella raccolta Tutti i fuochi il fuoco (Einaudi) traduzione italiana a cura di Ernesto Franco.




¹ citazione da wikipedia. 
Progetto grafico di Aleksej Polyvyanyj.

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24 maggio 2016

Tanta era la giovinezza

Guardò il proprio scrittoio con sopra una confusione di libri, di fascicoli, di carte, i segni del lavoro. Lavorava in pieno la città, a quell'ora, sopra, sotto e intorno a lui, nella medesima casa uomini come lui lavoravano, e nella casa di fronte lavoravano e nella casa vecchissima di via Foppa che si intravedeva in uno squarcio tra le case, e dietro ancora, nella case invisibili e più in là, più in là, nella caligine, per chilometri e chilometri, lavoravano. Carte, registri, moduli, telefonate, quietanze, mani ingombre di penne, di arnesi, di matite, intente a una vita, a un incastro, a un'addizione, a un innesto, a una saldatura, a un estratto conto, a un fissaggio, sterminio di formiche frenetiche assetate di benessere eppure i loro pensieri, oh, gli veniva da ridere, tutto intorno, per i chilometri e chilometri suddetti, pensieri simili ai suoi, sconci e squisiti, per la misteriosa voce che chiama alla propagazione della specie, trasumanata in vizi strani e brucianti, perché mai nessuno aveva il coraggio di dirlo? pensieri di lei, di lei, di quella bocca speciale, di quelle labbra fatte in un certo modo, di una prospettiva di muscoli tesi, ricordi?, morbidi e fluidi, in una curvatura diversa da tutte le altre, di una piega, di una pienezza, di una concavità, di un caldo, di un umido, di una cedevolezza, di uno sprofondamento, di un abisso cocente. E i giornali parlavano di irrigidimento sovietico, interpellanze alla Camera per l'Alto Adige, assicurazioni di Nenni circa l'autonomia del PSI, incendio del cinema Fiamma, crisi della giunta regionale siciliana, che pazzesca buffonata.

(da Un amore di Dino Buzzati. Mondadori, 2001. pp. 22-23)


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20 maggio 2016

I Cattolici di Brian Moore

Scrivo come scrivo perché sono (non sebbene sia) cattolica.

Le parole di Flannery O'Connor, che molto dicono sulla sua scrittura, altrettanto rivelano della sua personalità. La frase avrebbe funzionato lo stesso se fosse stata «sono come sono perché sono cattolica» perché la spiritualità è parte di quello che siamo; quando non ci crediamo, e anche, e soprattutto, quando ci crediamo. Ma credere non è la prova più difficile: il passo successivo è sincronizzare la vita interiore con il mondo esterno. E infatti, Flannery aggiunge: «Sono una cattolica singolarmente dotata di coscienza moderna, della specie che Jung definisce astorica, solitaria e colpevole. Esserne dotati all'interno della Chiesa significa portare un fardello, l'inevitabile fardello del cattolico consapevole».

Brian Moore, nel suo Cattolici, immagina una piccola comunità relegata su un'isola al largo della costa irlandese. Un luogo inaccessibile, quasi respingente. Le montagne, il mare e i venti contrari: la natura sembra lottare per tenere fuori tutti gli altri, dentro soltanto loro. E loro sono i monaci dell'abbazia di Muck. I monaci hanno sempre vissuto nel rispetto della dottrina così come la chiesa l'aveva concepita. Ma un nuovo Concilio Vaticano, il IV, impone un cambio di rotta: Roma esige un cattolicesimo teso al secolarismo, la confessione individuale deve essere abolita e la messa tradotta nella lingua di ogni popolo. I religiosi di Muck non condividono le ragioni del cambiamento e scelgono di restare fedeli al rito tradizionale, attirando l'attenzione di turisti e televisioni di tutto il mondo. Il Vaticano invia padre Kinsella al monastero con il compito di condurre il gregge sperduto d'Irlanda sulla nuova e più retta via.
«Sapete come chiamiamo un posto come questo in Irlanda? Un posto dimenticato da Dio. Ecco dove vi trovate ora, in un posto dimenticato da Dio». 
Il confronto che emerge dal romanzo di Moore è parecchio interessante: Tomás O'Malley, l'abate dell'isola, giustifica la disobbedienza della sua comunità senza troppa convinzione. Non crede sia necessario un aggiornamento delle pratiche religiose ma non ha una sicurezza così forte per contrastare le disposizioni del Vaticano. Da anni ha smesso di rivolgersi a Dio, rassegnato al decadimento di una religione che non corrisponde più a quella che sentiva da giovane, e anche solo il pensiero di unire i palmi e pregare è diventato insopportabile. I monaci, invece, considerano la presenza di padre Kinsella una violazione ingiustificata: il latino, dicono, è la lingua di Dio. Il mistero dell'eucarestia non ha bisogno di essere svelato, né tradotto, per essere compreso. Perché adattare la messa agli uomini e al tempo se non parla né agli uomini e né al tempo? Abbiamo bisogno di trovare una nostra identità attraverso la Fede o stiamo cercando una fede qualsiasi che realizzi un'identità collettiva? Cosa otterremo attualizzando i nostri rituali? Padre Kinsella non si pone alcuna domanda: è affascinato dalle motivazioni dei monaci ma è troppo anestetizzato dalla responsabilità del suo mandato per mettersi in discussione.
«Penso che la messa sia, per me come per la maggior parte dei cattolici oggi, un fatto simbolico. Non credo che il pane e il vino vengano trasformati sull'altare nel corpo e nel sangue di Cristo, se non in senso puramente simbolico. Di conseguenza non credo che Dio sia davvero presente nel tabernacolo, come si pensava una volta.»
L'abate si girò e diede le spalle alla finestra, la testa inclinata su un lato, i lineamenti aquilini interrogativi.
«Non è straordinario?», disse l'abate. «Eppure voi mi sembrate un giovane molto coscienzioso.»
«In che senso straordinario, abate? È la fede di oggi.»
«O la mancanza di fede», disse l'abate. «Forse sono nato nell'epoca sbagliata. Uno non è tenuto ad avere una grande fede, giusto?»
Kinsella sorrise. «Forse no.»
Kinsella porta avanti il concetto di un Dio tra gli uomini, e in questo contesto la chiesa non è più che una casa, il luogo dove questo avviene, e la messa è solo un momento di condivisione. Non c'è niente di sacro, o mistico. Niente di misterioso. Ma senza il mistero, l'inspiegabile, può esistere una dimensione spirituale? Anche questa è una domanda che non troverà risposta, ma provare a rifletterci è un buon inizio.


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Cattolici, Brian Moore. Edizioni Lindau, 2016. Traduzione di Pier Maria Allolio.

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5 maggio 2016

Manuale di sopravvivenza per un #SalTo16 sostenibile

Il delirio è uno stato confusionale acuto e perciò, cito wikipedia, delirare significa: «uscire dalla dritta via della ragione». Non a caso, delirio è il termine più utilizzato per descrivere la patologia che si sviluppa nei soggetti che decidono di partecipare al Salone del libro di Torino. I sintomi del delirio da Salone compaiono già in fase di pianificazione, quando ci si rende conto che si dovrà fronteggiare un programma di questa portata:
Sono oltre 1.000 gli editori presenti al Salone 2016. I convegni e dibattiti in programma sono a oggi 1.222, cui andranno ad aggiungersi quelli del Salone Off. Trentasette le Sale Convegni e Laboratori, compresa le nuove Sala Romania e Sala Babel. (...) oltre 500 gli operatori internazionali accreditati all'International Book Forum, di cui più di 250 stranieri provenienti da 41 Paesi
Ma i numeri non devono spaventarvi perché vivere il Salone non è difficile se sai come farlo. Basta organizzarsi bene e scartare senza rimpianti. Ecco perché ho creato il Manuale di sopravvivenza per un #SalTo16 sostenibile: una guida (in PDF) che potrete scaricare, stampare e portare con voi. Il meglio del Salone concentrato in un foglio A4. Ho cercato d'immaginare un'esperienza a impatto zero, piacevole senza troppo sforzo, indicando alcune tra le tante proposte. Non ho scelto gli eventi in base alla risonanza mediatica degli attori coinvolti e potreste notare qualche grossa mancanza rispetto al palinsesto ufficiale. Ho deciso di inserire gli incontri che piacciono a me, quelli a cui io parteciperei se fossi a Torino per tutta la durata della fiera. 

Cosa c'è nel manuale?
Gli eventi: tre incontri (+1) per ogni giorno di Salone. +1 è l'evento alternativo, un'opzione che può sostituire quella, tra le altre, che meno preferite;
Informazioni di base (Quando? Dove? Come ci arrivo?);
– Qualche consiglio;
Spazio per gli appunti;
– Tanto simpatici e abbastanza inutili omini stilizzati

CLICCA E SCARICA IL MANUALE

Il Salone del libro è un'esperienza delirante ma è anche un'occasione per incontrarci tutti nello stesso posto e vivere di quello che più ci appassiona. Cinque giorni di libri; i postumi sono compresi nel biglietto d'ingresso. Io sarò a Torino nei giorni di sabato e domenica. Cerchiamo di sfiorarci, se capita.



(Stampa il file in fronte/retro, orientamento orizzontale, e piega il foglio per ottenere tre sezioni)
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