Emil Cioran e il sentimento dell'irreparabile

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In una conversazione del 1973 con Christian Bussy, Cioran ammise di avere una passione estrema per i libri di Dostoevskij. Era molto raro che si lasciasse intervistare, rarissimo che mostrasse un così vivo entusiasmo, così Bussy approfittò di ogni più piccola affermazione per entrare nella mente del suo interlocutore. Emil Cioran spiegò che ogni uomo ha una sorta di limite da rispettare se non vuol farsi del male, una linea di confine che lo tiene al sicuro, al di quà da ogni pericolo. I protagonisti di Dostoevskij «si distruggono perché vanno troppo lontano», hanno una sorta di fascinazione per l'estremo. Sanno di non avere scampo, ma sanno anche che non possono essere diversamente. La scelta, se di scelta si tratta, è tra azione e in-azione, tra la luce del sole e le pieghe del sottosuolo. Ma una vita al riparo da ogni tentazione è una vita vissuta?

Vivere è distruggersi. Non tanto per una carenza quanto per una pienezza pericolosa.

Distruzione è il termine che ho letto di più, fuori e dentro le righe di questa raccolta. E anche tutto quello che resta dopo: macerie, fumo, cenere e silenzio. Divagazioni come pensieri, in forma aforistica, che Emil Cioran compose tra il 1945 e il 1946. Sono intuizioni cupe, le più ombrose di tutta la sua filosofia. È la traccia di una disillusione profonda, l'annientamento di ogni speranza; nei confronti dell'altro, nei confronti di sé, della vita, della filosofia e del linguaggio.
(...) che tutto ritorni all'indicibile generale in cui giacevo, quando non mi ero ancora incamminato verso la vana superbia della parola.
Gli anni quaranta segnarono un punto di svolta nella vita di Cioran: nei mesi in cui concepiva le Divagazioni, il filosofo cominciò a pensare di abbandonare il rumeno (la lingua madre) per il francese. In Francia era arrivato nel '37, grazie a una borsa di studio. «Non si abita un paese, si abita una lingua», diceva. Il passaggio dal rumeno al francese non fu né rapido né indolore, ma necessario. Qualche anno più tardi, però, in una lettera indirizzata al fratello Aurel, Cioran confessò di sentire la mancanza del rumeno; meno nobile ed esatto del francese ma più sporco, forse più autentico. Non era un ripensamento, non sarebbe tornato sulla sua decisione, perché la questione era più complessa: Cioran soffriva dello scarto tra pensiero e parola, soffriva di ogni distanza che allontana l'idea – pura, perfetta – dalla sua più concreta manifestazione. Ogni cosa, esistendo, perde efficacia, fascino e bellezza. Così gli eroi, così gli idoli. E Dio?

Dio è una malattia del nostro cuore. 

Cioran si avvicinò al pensiero esistenzialista senza però riconoscersi davvero, per poi scostarsene del tutto negli anni della maturità. A differenza di Camus, per Cioran la rivolta è il sentimento degli illusi, di quelli che credono ancora che un'azione possa cambiare un destino già segnato: «nessuna rivolta muore in noi, ma tutte le rivolte vanno sconfitte, poiché sono impossibili, non apportano alcun rimedio, resta tutto da rimediare». Rispetto alle opere precedenti, nelle Divagazioni il sentimento della rassegnazione sembra essere l'unico possibile per sopravvivere all'assurdità del mondo. È un affanno inutile, suggerisce Cioran. Ma allo stesso tempo l'inazione è noia, desolazione, inquietudine, una forma più sottile di morte. Così si tormenta, in quella negazione viscerale che diventa più forte di ogni affermazione.
La mia presenza nel mondo è quella di non essere in nessun luogo. Da tutto mi separa qualcosa. Ogni sentimento è prossimo a quel che non è. I paesaggi e gli oggetti perdono il loro profilo nella prospettiva della loro assenza; la vista diventa il fattore distruttivo delle cose viste; l'occhio distrugge l'ultima parvenza di realtà; l'orecchio ascolta l'icona sonora della mancanza di suono. E l'amore si attornia della morte per una brama d'infinito – che lo nega. Il divenire dell'anima è il successivo annullamento.
Il titolo originale della raccolta è Razne. Nella nota del traduttore leggiamo che razna, in rumeno, vuol dire anche «digressione» o «dispersione». C'è un momento in cui il pensiero filosofico si sfrangia, quando entra nel gioco di affermazioni e negazioni, e affermazioni di negazioni, quando la Soluzione si sposta fuori dal labirinto. Le Divagazioni di Emil Cioran sono anche questo: uno smarrimento. Un modo di perdersi. L'unico modo, forse, di ritrovare la strada.
Il problema non è tanto come si possa morire per qualcosa, ma come si possa vivere per niente.


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Divagazioni, Emil Cioran. Edizioni Lindau, 2016. Traduzione di Horia Corneliu Cicortaş.

Ho letto questo libro insieme ad altri quattro blogger, compagni d'avventura per un progetto di lettura condivisa. Ne hanno scritto qui: La prima volta che ho letto Cioran (Federica Guglietta), Divagazioni a margine su Emil Cioran (Rossella Lo Faro), Intervista a Horia Corneliu Cicortaş (Diana D'Ambrosio), Emil Cioran: tra divagazioni e cannibalizzazione (Andrea Sirna). 

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