SCRITTORI ALLO SPECCHIO – Sherwood Anderson e John Stockton

(Scrittori allo specchio mette gli scrittori di fronte ai loro personaggi per provare a capire dove finisce uno e inizia l’altro. È davvero così netto il confine tra verità e finzione?)

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Nel 1876 a Camden, nell'Ohio, un bambino venne al mondo e suo padre scoppiò a ridere. Oppure, l'8 marzo di parecchi anni dopo, a Panamá, quel bambino morì in un incidente che a raccontarlo sembra quasi uno scherzo. La nascita e la morte sono le coordinate con le quali, per convenzione, misuriamo la nostra vita. Ma esistono momenti che possono essere più principio e più fine di altri, che ci rappresentano meglio in quello che siamo stati o che possiamo diventare.

Quando Sherwood Anderson nacque un'altra volta
Sherwood era un imprenditore, titolare di una fabbrica di vernici. Il suo obiettivo non era tanto guadagnare quanto espandersi, crescere. In linea con il pensiero americano, il successo era soprattutto una questione di dimensioni. Ma il 28 novembre del 1912, in un giorno come tanti altri:
Ebbi improvvisamente la sensazione che dovevo smetterla di comprare e vendere. Mi sentivo insopportabilmente sporco. Ero per natura un narratore. Mio padre era stato un narratore e il fatto di non saperlo l'aveva distrutto. Il narratore non può perdere tempo a comprare e vendere. (...) Il cavallo non può cantare come un canarino, e il canarino non può tirare l'aratro come un cavallo e, se uno di loro cerca di farlo, diventa ridicolo.
Questa nuova consapevolezza fu scioccante, al punto che Sherwood cominciò a ridere senza un motivo apparente. Non era da lui prendere la faccenda tanto sul serio – se stesso, così sul serio; allo stesso tempo si rendeva conto che niente di più importante aveva mai preso posto nella sua mente. Forse stava diventando pazzo, forse la sua vita era stata un'assurdità fino a quel momento. Rideva, rideva di gusto, anche quando si rivolse alla segretaria dicendole: «Mia cara ragazza, è molto stupido, ma ho deciso che non voglio più avere a che fare con questa storia del vendere e comprare». La classica risata americana, spiega, quando racconta l'episodio nella sua autobiografia: «Devo ridere più che mai di ciò che amo, proprio a causa del mio amore. Ogni americano lo può capire». Era pallido e scosso ma sapeva che se non se ne fosse andato in quel momento non avrebbe mai più avuto il coraggio. Lo trovarono dopo quattro giorni, che vagava per le strade in stato confusionale. Si guardava intorno come uno che il mondo non l'aveva mai visto prima.

Quando Sherwood Anderson scrisse Riso nero
Era il 1925 e Anderson aveva cambiato vita da molto tempo. Soprattutto: si era arreso al suo bisogno d'inventare storie. John Stockton è un giornalista del New England, sposato con la collega Bernice. Un profilo troppo stretto spinge John a lasciare tutto per andare alla ricerca del vero sé. Da Chicago a New Orleans, seguendo il corso del Mississippi fino a raggiungere Old Harbor, il paese dove aveva vissuto da bambino, John abbandona ciò che è stato: cambia lavoro e diventa operaio in una fabbrica di ruote, cambia nome e diventa Bruce Dudley. È sereno, finché non incontra Aline. Anche lei in fuga: dall'Europa, che l'ha sedotta e poi l'ha tradita, e dal marito, che non riesce a vedere nel matrimonio qualcosa di più di un vincolo coniugale.

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Leggendo Riso nero non si può fare a meno di notare quanto il personaggio di John Stockton sia il risultato di una rielaborazione delle vicende personali dello scrittore americano. Pensandoci, anche uno dei protagonisti della raccolta Winesburg, Ohio – il giovane George Willard – ha questo ruolo. Sembra che Anderson abbia scritto sempre della stessa forza: quell'istinto di sopravvivenza che ti prende quando non riesci più a fingere di essere altro da quello che sei. Il concetto di riso nero si presta a diverse interpretazioni: è quello degli uomini di colore che lavorano nei campi, delle donne dalle labbra pronunciate e le braccia forti che sembrano aver capito tutto prima ancora che succeda. Il riso nero è nell'amarezza dei bianchi che hanno perso contatto con quello che di bello c'è nel mondo, è l'ironia di quegli uomini che per imparare le regole della guerra hanno dovuto dimenticare quello per cui andavano a combattere. Il libro è molto bello, pieno di spunti di riflessione. Pieno d'America, nonostante gli americani; un unico flusso di coscienza che attraversa diversi sentieri. Ma tutto può essere ricondotto a un solo principio, alla stessa fine:
In guerra o in pace, noi non uccidiamo l'uomo che odiamo. Tentiamo piuttosto di uccidere ciò che noi odiamo di noi stessi.
Quando Sherwood Anderson morì un'altra volta
Sherwood Anderson è stato uno dei più grandi scrittori americani. A dirlo non sono soltanto io ma, tra gli altri, due grandi autori: William Faulkner e Ernest Hemingway. Così Fernanda Pivano, nel suo Viaggio americano:
Quando incontrai Ernest Hemingway nel 1948, una delle prime cose che mi disse fu che il problema della sua generazione di scrittori era stato quello di liberarsi dell'influenza di Sherwood Anderson. La stessa cosa mi disse William Faulkner quando lo incontrai a Parigi nel 1952. Entrambi scelsero per liberarsene la forma più crudele, irridendolo con una satira (Torrents of springs l'uno, Mosquitos l'altro) che lo fece soffrire per tutta la vita: me lo disse l'ultima moglie di Anderson, Eleanor.
Un omicidio letterario, doppiamente grave se pensiamo che fu proprio Anderson a incoraggiare i due a scrivere, il primo a riconoscere il loro talento. È come se, in una sorta di rivisitazione del complesso di Edipo, i due scrittori avessero sentito il bisogno di uccidere il loro padre per svincolarsi dalla sua influenza e avere la libertà di conquistare la madre, la libertà di scrivere.

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Sherwood Anderson era un narratore. Ci si può improvvisare scrittori, azzardare qualche storia più o meno riuscita, ma un vero narratore ha il potere di trasportare le persone in un altro mondo, nel suo mondo. Niente più – e niente di meno –  di un modo di essere. Anderson racconta che da bambino aveva delle vere e proprie visioni, all'inizio lo spaventavano anche un po'. Sdraiato in un campo di fieno vedeva uomini e donne che esistevano, vivevano e si amavano, con la stessa intensità con la quale lui viveva, esisteva e cercava di amare. Anche di più. Aveva molto rispetto delle sue creazioni: era pronto a sopportare ogni giudizio su di sé ma non poteva accettare che qualcuno gli dicesse che i suoi personaggi erano inverosimili o insignificanti. Perché i suoi personaggi erano veri, in un certo senso. Semmai era stato lui, mediatore indegno, a non aver saputo rappresentarli nel modo giusto.

Il talento che riconosco a Sherwood Anderson è la capacità di raggiungere il cuore delle cose con una naturalezza estrema. Per esempio, in Riso nero c'è una frase:
Aline non aveva ancora figli. Si chiedeva perché. Forse Fred non l'aveva mai toccata abbastanza in profondità? C'era qualcosa dentro di lei che doveva ancora essere stimolato, risvegliato dal sonno?
È un concetto molto sottile: la possibilità che un bambino non nasca per una serie di congiunzioni legate all'atto della riproduzione ma che sia il frutto di qualcosa di più importante, più raro, come un tocco sacro. Di "verità suprema" scriverà anche William Faulkner, ma dovrà attingere al dramma, al pugno shakespeariano, per raggiungere quel tipo di profondità. Poi diventerà lo scrittore epico e definitivo che è stato ma è innegabile che su tutta la narrativa di Faulkner gravi un debito di riconoscenza nei confronti di Anderson. Su tutta la narrativa americana.
Non gli è mai stato dato il giusto posto nella storia della letteratura americana. Secondo me Sherwood Anderson è il padre di tutta la mia generazione.
(William Faulkner)


***
Riso nero. Cliquot edizioni, 2016. Traduzione di Marina Pirulli.
Storia di uno scrittore di storie. Mattioli 1885, 2015. Traduzione di Nicola Manuppelli.

Commenti

  1. Complimenti Maria per il ricordo di quel che fu e scrisse Sherwood Anderson. Grazie a te mi sono innamorata di questo scrittore leggendo "Winesburg, Ohio". Amo il suo stile, il suo modo di narrare così poetico e e spontaneo, e quest'ultimo libro non mancherà, vedrai.

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    1. Davvero? Ma che bello! Sono contenta che tu l'abbia letto, grata che tu abbia seguito un mio consiglio. È spontaneo, hai ragione. È che come se invece di leggerlo lo ascoltassimo raccontare le sue storie.

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