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23 ottobre 2015

Ti racconto un racconto – Il nuotatore di John Cheever

(Una rubrica che è un po' una scusa per parlare delle mie storie preferite. Ti racconto un racconto, mi fermo a un certo punto. Lascio a te il compito di scoprire come va a finire.)

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Era un giorno di mezza estate, una domenica pomeriggio, il sole era caldo. Proprio una bella giornata. Solo, una schiera di nubi all'orizzonte, quasi a formare il profilo di una città in lontananza. Ned Miller era sdraiato lungo il bordo della piscina, nel giardino dei Westerhazy, — una mano nell'acqua, nell'altra un bicchiere di gin —, ascoltava le chiacchiere dei suoi amici. Tutti bevevano troppo, o si lamentavano di aver bevuto troppo. Neddy conservava ancora una presenza giovanile, il suo corpo era snello e teso come quello di un ragazzo. Lasciò che la sensazione dell'acqua tra le dita si mescolasse al tepore concesso dal sole. Pensava: volendo, procedendo in direzione sud-ovest, potrei addirittura raggiungere casa a nuoto, attraversando tutte le piscine della zona. Chi c'era prima? I Graham, gli Hammer, i Lear, gli Howland e i Crosscup. Poi i Bunker, i Levy e i Welcher. Avrebbe dovuto passare la strada statale, ma a quell'ora non avrebbe dovuto esserci molto traffico. La piscina pubblica, gli Halloran, i Sachs, i Biswagner, la piscina di Shirly Adams, i Martin, i Clyde. E casa. Era una giornata stupenda e sembrava magnifico che una cosa del genere fosse anche solo ipotizzabile: tutta quell'acqua, che aspettava soltanto di essere attraversata. Nessun ci aveva mai pensato? Un grande fiume. Lucinda, l'avrebbe chiamato, come sua moglie. Un aereo volteggiava nel cielo, come un bambino su un'altalena. Era una bella idea, un'impresa quasi eroica, si disse, ed era veramente la giornata adatta per una bella nuotata. Si tolse la maglietta e si gettò in piscina: «Il sentirsi avvolto e sostenuto da quell'acqua verdognola gli sembrava non tanto un piacere quanto un ritorno a una condizione naturale, e gli sarebbe piaciuto nuotare senza costume, ma questo non era possibile, in considerazione del suo progetto». Immergersi in acqua era come tornare a uno stato di purezza assoluto. Ned attraversò il giardino e raggiunse la casa dei Graham, che lo accolsero con un sorriso largo e un bicchiere pieno. Tante persone, tante voci: una festa continua, la vita della borghesia americana. Proseguì. Un paio di case erano vuote; Neddy si tuffava, percorreva la lunghezza della piscina, si sollevava facendo forza sulle braccia (non usava mai la scaletta), attraversava le siepi che dividevano una proprietà dall'altra e raggiungeva la vasca successiva. Giunto dai Levy aveva già percorso la metà di Lucinda. «Si sentiva stanco, pulito, e contento di essere solo in quel momento, in pace con tutto». Un tuono: era in arrivo un temporale. Un altro boato, le nuvole iniziarono ad addensarsi. Ancora tuoni, poi, il rumore dell'acqua che scrosciava da una quercia dietro di lui. Neddy si riparò sotto un gazebo; amava i temporali, in un modo che non riusciva a spiegarsi. Il suono, il profumo. Adorava la pioggia che si scagliava con violenza sulla terra, a voler distruggere ogni cosa. Dopo la tempesta, l'aria diventò fredda. Neddy raggiunse la casa dei Welcher ma non trovò nessuno. Gli arredi da giardino erano accatastati l'uno sull'altro e coperti da una tela cerata. Erano partiti? Avevano messo in vendita la casa, se ne accorse dal cartello piantato all'ingresso. Quando era successo? Neddy ricordava di aver avuto un invito a cena dai Welcher appena una settimana prima. O era quella prima ancora? Comunque, non aveva importanza: aveva una missione da compiere. Arrivò alla statale, le macchine sfrecciavano in un senso e nell'altro. Era sul ciglio della strada, in costume da bagno, i piedi scalzi tra lattine, cocci e fango. Iniziò a chiedersi cosa avrebbero potuto pensare le persone, vendendolo. L'avrebbero preso per pazzo, certamente, o anche peggio. Forse lo era. Perché non tornava indietro? Non aveva alcun obbligo, nessuna promessa fatta a nessuno. Era solo una stupida idea che gli era venuta in mente in un fiacco pomeriggio d'estate. Non era capace di voltarsi e andarsene? Perché quella folle impresa era diventata una cosa così importante da mettere a tacere ogni buonsenso? Non aveva risposte. Solo, doveva continuare. «Nella distanza di un'ora, più o meno, aveva percorso una distanza che rendeva impossibile il suo ritorno». 

***

Il nuotatore (The swimmer) è uno dei racconti più belli scritti da John Cheever, il Čechov dei sobborghi newyorkesi. È apparso sul New Yorker il 16 luglio del 1964 e, più tardi, nella raccolta del 1978. È forse una delle prime storie ad aver trattato in modo così incisivo l'ipocrisia della middle class degli anni cinquanta. Neddy, attraversando Lucinda, compie un vero e proprio viaggio. Tutto cambia, fuori e dentro di lui: il tempo, le persone, ad un certo punto anche il suo corpo non sembra più lo stesso. Vasca dopo vasca, Neddy acquisisce una consapevolezza che raggiungerà il suo culmine sul finale, in una scena davvero drammatica. Ricorda un po' quel sapore amaro che lasciano certe storie di Richard Yates. Nel 1968, Frank Perry e Sidney Pollack ne fecero un film, Un uomo a nudo. Neddy era interpretato dal premio Oscar Burt Lancaster. La mia copia è un'edizione fuori catalogo, pubblicata dalla Fandango nel 2000 (i testi sono tradotti da Marco Papi). Ma Il nuotatore è disponibile in digitale, nella collana Zoom di Feltrinelli, oppure potete trovarlo nella raccolta completa di John Cheever, pubblicata dalla stessa casa editrice nel 2014. Qui, l'autore legge il suo racconto e qui il testo in lingua originale.

L'illustrazione del nuotatore è di Gianluigi Toccafondo. 

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20 ottobre 2015

I venerdì da Enrico's di Don Carpenter

C'è sempre un punto dal quale si dovrebbe partire per iniziare a raccontare una storia. Il principio, per esempio, o la fine. Qualcosa che sia in grado di spiegare il resto. Il problema è che quel punto io non lo vedo mai perché tutto mi sembra importante. E allora comincio dal centro, vado avanti, indietro, mi sposto di nuovo, seguendo le connessioni. Come questa volta, per questo libro. Qual è il punto nella vita di Charlie Monel? Non è Hollywood; finire a scrivere per il cinema è solo una delle tante conseguenze. Sua figlia Kira? Potrebbe essere sua moglie, Jamie. Averla amata, nonostante lei fosse una scrittrice come lui. Averla tradita, quando si è reso conto di non riuscire a sopportare che fosse una scrittrice migliore di lui. Prima ancora? Anche solo averla conosciuta. Scrivere un libro, la presunzione del Grande Romanzo. Ma non ci sarebbe stato nessun libro se non avesse partecipato alla guerra di Corea. Allora la guerra? Sua madre, la madre di Charlie. Il gruppo di Portland, gli amici scrittori. La scrittura, uno stillicidio regolare. E se il punto non fosse Charlie, né il suo libro? Se il punto del romanzo non fosse dentro la storia, ma fuori, nella vita dell'autore. Se il punto di Charlie fosse Don Carpenter?
I venerdì da Enrico's è un libro che parla di scrittori, di molti scrittori. Eppure il suo non sembra mai un mondo chiuso, perché nessuno dei personaggi, perfino quelli i cui libri vengono pubblicati, riesce a inserirsi in questo o quell'ambiente "letterario". Rimangono tutti degli emarginati e degli aspiranti, caratterizzati dalle loro difficoltà anche soltanto a credere di poter aspirare alla vocazione letteraria, men che meno di poterla rendere una carriera. ¹ 
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Don Carpenter nacque in California, nel 1931. A sedici anni si trasferì con la famiglia a Portland e nel 1951 si arruolò nell'aviazione per combattere la guerra in Giappone. All'epoca, scriveva per la rivista Stars and Stripes. Nel 1955 tornò nell'Oregon, si sposò, e dopo qualche anno andò a vivere con sua moglie Martha in California: era il periodo in cui i reduci della beat generation sbarcavano a North Beach, era la San Francisco dei primi anni sessanta, quella che spalancò le porte alla Summer of Love. Il primo romanzo che scrisse fu Hard Rain Falling (1966), basato sulle avventure di un orfano di nome Jack Leavitt. Altri libri, dopo, ma nessun successo: apprezzato dalla critica, non ebbe mai grosso riscontro dal pubblico. Don Carpenter non era particolarmente stravagante, non così eccentrico. Non era un personaggio come Kerouac o Ferlinghetti. Neanche tanto hippy come il suo amico Richard Brautigan. Ma con Richard, Carpenter condivideva la sensazione d'alienazione da ogni contesto letterario; Brautigan parlava addirittura di Mafia Letteraria dell'East Coast, cercando di giustificare il fatto che i suoi libri fossero così diffusi in altre parti del mondo, ma non in America. Questi erano alcuni degli argomenti su cui si discuteva ai tavoli dell'Enrico's, un locale aperto da Enrico Banducci nel 1958 che divenne subito uno dei punto di riferimento di tutta la gioventù di San Francisco; artisti come Barbra Streisand e Bill Cosby iniziarono lì la loro carriera.

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Don Carpenter, Richard Brautigan and Enrico Banducci, Enrico's Cafe, 1981. By Roger Ressmeyer.
I venerdì da Enrico's è tutto questo: un insieme di punti che formano una storia. In questo caso, la storia di un gruppo di scrittori: Charlie Monel, sua moglie Jamie, Stan Winger, Dick Dubonet e Kenny Goss. Jamie Froward scriverà un paio di libri fortunati, ma questo non le impedirà di sentirsi fuori contesto come gli altri. Il libro nasce da una collaborazione a distanza, nel tempo. Don Carpenter scrisse il romanzo ma non riuscì mai a completarlo. Qualche tempo fa, sua figlia Bonnie riconsidera l'idea di pubblicare il manoscritto e l'editor Jack Shoemaker affida la revisione a Jonathan Lethem. Lethem era un grande ammiratore di Carpenter, fin dal giorno in cui lesse il suo primo libro, al quale arrivò per caso quando, negli anni novanta, lavorava in una libreria dell'usato. Jonathan ha dato maggior organicità al testo, assecondando il ritmo e rispettando la struttura già concepita da Carpenter. Molto di quello che c'è scritto è vero (nel libro compare anche Richard Brautigan, col suo vero nome. Qualcuno pensa che Carpenter abbia iniziato a scrivere con l'idea di raccontare della loro amicizia). La frustrazione, frutto dell'eterno conflitto tra vita e scrittura, inspessì le sbarre di una prigione che, secondo Carpenter, è propria della condizione umana: «Voglio dire, siamo tutti prigionieri. Ci svegliamo tutti alle tre del mattino dicendoci. "Come faccio a uscirne? Posso ricominciare da capo? Posso fare qualcosa per essere un altro?"». Brautigan provò a uscire dalla sua gabbia, togliendosi la vita nel 1984. Carpenter resisterà altri dieci anni dalla morte del suo amico, per poi arrivare a scegliere per sé la stessa conclusione.
Nulla è puro come credevi che fosse da bambino. La scrittura, per esempio. O l'amore.


***
I venerdì da Enrico's, Don Carpenter. Frassinelli, 2015. A cura di Jonathan Lethem.
Traduzione di Stefano Bortolussi.
¹ Dalla postfazione di Jonathan Lethem.

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13 ottobre 2015

La fine della guerra

«Come sta andando?» chiese Charlie con calma, senza ansia. Bill si drizzò a sedere e posò il manoscritto. «Sei pronto a leggere un grande romanzo?» disse increspando le labbra in un sorriso. «Sei pronto a impazzire per un libro?»
«Si» disse Charlie sorridendo. Cominciava a sentirsi meglio. Bill rovistò attorno a sé e riemerse con una grossa, irriconoscibile catasta di pagine tenute insieme da larghi elastici. «È il mio?»
Bill gli porse il manoscritto. «Mi sono preso la libertà di farlo ribattere. Era un po' un disastro, sai.» 
Charlie lo soppesò. Non potevano essere più di cinquecento cartelle. Delle almeno millecinquecento che lui aveva presentato nel complesso. «Quanto ti trattieni in città?» domandò a Bill. «Posso leggerlo o richiamarti, o magari ci vediamo da qualche parte.» 
«Stai scherzando?» ribatté Bill. «Voglio che tu lo legga adesso, qui». 
Charlie obbedì passivamente, sedendosi e sfilando gli elastici. Non voleva leggerlo lì. Ne avrebbe scorso qualche pagina, avrebbe detto qualcosa di gentile e poi si sarebbe portato a casa il malloppo. «Bel titolo, scherzò». Era il suo, La fine della guerra. Il problema non era il titolo, il titolo piaceva a tutti. Cominciò a leggere il primo paragrafo. Squillò il telefono e Bill rispose senza neanche abbassare la voce, prendendo appuntamento con qualcuno. Charlie proseguì a leggere, il volto una maschera di torpore. Qualcuno bussò e Bill balzò in piedi, scambiò qualche borbottio alla porta e tornò con un altro voluminoso manoscritto impacchettato con spago e carta da regalo. Charlie andò avanti a leggere, sentendosi ghiacciare il cuore in petto. Non riconosceva quasi nulla, a parte i nomi dei personaggi e qualche parolaccia sparsa. Il resto era stato modificato così a fondo che nel leggere provava una sensazione di vertigine, quasi stesse per svenire. Lesse mentre Bill parlava al telefono, aspettando di vedere se i plateali interventi di riscrittura si interrompessero, magari dopo il primo capitolo. No. Andavano avanti, pagina dopo pagina di cose che lui semplicemente non riconosceva e che non gli piacevano per niente. Stava gradualmente perdendo la pazienza. Il suo romanzo era stato trasformato in un mucchio di merda. Smise di leggere, il manoscritto sulle ginocchia. Trasse un gran respiro, cercando di riprendere il controllo. 
«Allora?» chiese allegro Bill. «Che ne pensi?»
Charlie rifletté a fondo. Non aveva nulla contro Ratto. Bill aveva solo cercato di rendersi utile. Si era impegnato a fondo per trasformare il manoscritto di Charlie in un romanzo pubblicabile. E forse ci era riuscito. Era sufficientemente scorrevole. Fin troppo, in realtà. Aveva un bel tono furbetto. Poteva essere un buon esempio di letteratura commerciale, non più inutile di un ammasso di parole sulla carta. 
«Allora?» L'espressione di Bill era quella di chi è pronto a ricevere un complimento. 
Charlie sospirò. «Eh.» Posò con delicatezza il manoscritto sul pavimento e si alzò. «Non posso farlo, Bill.» Sorrise imbarazzato, gli occhi a terra. «Vi restituirò quello che mi avete dato. L'anticipo. Mi dispiace.» 
La sorpresa sul volto di Bill Ratto non avrebbe potuto essere più completa.
(da I venerdì da Enrico's di Don Carpenter, Frassinelli, 2015. pp. 205-206. Trad. di Stefano Bortolussi)


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9 ottobre 2015

Il fascino della Southern Literature

Incontro un ostacolo prima ancora di cominciare, provando a delineare appena qualche contorno, e mi dico che le cose complicate non piacciono a nessuno. Ma è così importante, quello che sto scoprendo, e potrebbe essere utile a qualcuno. Qualcuno che potrebbe incuriosirsi e sentire la voglia di approfondire. A qualcuno, addirittura, potrebbe anche piacere. Questo, a giustificazione del fatto che sto per intraprendere un percorso pieno di vicoli ciechi e false partenze. Al di là delle classificazioni, perché quelle mi interessano poco. Il problema è che la letteratura del Sud è uno stato d'animo e non è mai facile appropriarsi delle sensazioni degli altri. Una cosa che ho capito è che non riusciremo mai a comprenderla se ci limitiamo a osservarla dall'esterno. Allora dobbiamo prendere spunto da Flannery O'Connor: «Personalmente affronto i problemi letterari proprio come faceva la governante cieca del Dottor Johnson quando versava il tè: metteva il dito nella tazza». Flannery è una scrittrice che citerò spesso nei miei racconti del sud, perché meglio rappresenta il genere di cui voglio parlarvi. La letteratura del Sud si fatica a comprendere, forse spaventa anche un po'. Io voglio provare a renderla più accessibile, meno misteriosa. O, meglio: voglio cercare di trasmettere il fascino di quel mistero.

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È solo una cartina. Move on - (www.wikipedia.com)

Una definizione indefinita

Il termine southern literature fa riferimento alla letteratura che descrive la vita negli Stati Uniti del Sud (South Carolina, Georgia, Florida, Alabama, North Carolina, Virginia, Tennessee, Mississippi, Louisiana, Texas, Oklahoma, Kentucky, West Virginia e Arkansas), che nasce da scrittori vissuti in quei territori o, ancora, scrittori vissuti in altri luoghi ma che trattano argomenti affini a quelli sviluppati dai Sudisti. Di solito, si distingue in base a quattro periodi storici: antebellum literature, post-bellum literature, the "renascense" literature e il recente postmodernismo. Caratterizzata da temi, strutture, messaggi e trame simili, la letteratura del Sud assume poi mille sfumature diverse. Immaginatele un po' come tanti emissari di un grande lago; the slave narrative, the plantation novel, the southern pastoral literature, the counter-pastoral literature, southern modernism, southern grotesque e "grit lit" (grit come gritty, grintoso, e come grits, fiocchi d'avena). Ma le etichette non sono più che convenzioni, un modo di tenere assieme la ricchezza e la diversità di questa parte d'America rappresentata da tre secoli di scrittura.

Un poco di storia

Il primo vero libro americano è del 1608, ed è La vera relazione di ciò che è accaduto in Virginia (A True Relation of such occurrences and accidents in Virginia), il diario di John Smith, il capitano britannico che fu il presidente del primo insediamento inglese nell'America settentrionale. L'istituzione della schiavitù iniziò qualche anno dopo, con la prima importazione degli africani nel 1620, e proseguì fino al 1865, con il passaggio del XIII emendamento della Costituzione degli Stati Uniti a seguito della Guerra civile. Nella seconda decade del diciannovesimo secolo, se il Nord industrializzato si orientava verso l'abolizione della schiavitù, l'economia del Sud si basava ancora sull'agricoltura e gli schiavi venivano impiegati nella maggior parte delle piantagioni. La southern slavery literature trasferì nella scrittura il dibattito sulla liceità dello schiavismo: c'era chi considerava gli schiavi come parte integrante del processo di sviluppo e chi contestava la supremazia di una razza sull'altra. Il libro che divenne il simbolo della lotta contro la schiavitù fu La capanna dello zio Tom (Uncle Tom's Cabin) di Harriet Beecher Stowe, pubblicato nel 1852. Così importante nella storia dell'epoca, che tutta la produzione letteraria pro-schiavismo fu definita anti-Tom literature (un esempio è The Sword and the Distaff, il libro di William Gilmore Simms pubblicato qualche mese dopo il romanzo di Stowe).


Poco dopo la sconfitta subita nella Guerra civile, il Sud attraversò un periodo di crisi. Subentrò, negli uomini e nella letteratura, un senso di nostalgia. È il periodo della Lost Cause (la "causa persa"), termine coniato dallo scrittore Edward Pollar. Il genere southern pastoral nacque per esprimere la tensione tra la memoria del passato e l'esperienza del tempo presente. Gli scrittori idealizzavano, attraverso i loro libri, il Sud rurale e la cultura perduta. Tra il 1920 e il 1930, la letteratura del Sud conobbe un nuovo inizio grazie alle opere dei modernisti. Il southern modernism denunciava la perdita dei valori e la decadenza dell'autorità, sia religiosa che governativa. Intere famiglie rinunciarono alla vita campestre per raggiungere le grandi città industrializzate e il progresso tecnologico divenne, secondo gli uomini rimasti fedeli alle campagne, la causa principale della corruzione dell'animo umano. Ancora nostalgia del tempo perduto ma un uso della lingua del tutto nuovo: la linearità della classica struttura narrativa lasciò il posto ad architetture più flessibili e innovative (questi sono gli anni di William Faulkner). Ai modernisti, si affiancarono i rappresentanti del southern humor, scrittori che espressero il loro disagio attraverso l'ironia, utilizzata per documentare la cecità e l'egoismo della classe borghese. Tra questa, la letteratura più inquietante è la southern gothic (o grotesque) literature. Secondo la definizione classica, la letteratura gotica si differenza dalla più generica tradizione letteraria del Sud per l'uso di personaggi eccentrici, grotteschi, compromessi in situazioni d'alienazione o violenza.

Southern gothic, 2001 - Maggie Taylor

Questo è, più o meno. Queste sono le definizioni ufficiali, le stesse che andremo a mettere in discussione volta per volta; un'altra cosa che ho imparato è che, se è vero che ogni scrittura è diversa dall'altra, questo vale ancor più per gli autori del Sud. Anzi, molto spesso uno scrittore fa categoria a sé.

In un'intervista rilasciata per un documentario girato negli Stati Uniti, lo scrittore Tom Franklin (Alabama, 1962) spiega che la letteratura del Sud è così violenta, così nera, così cupa, perché «nel mezzo di un conflitto il cuore umano è più a nudo». La letteratura del Sud nasce dai contrasti perché la storia del Sud è la storia di una battaglia eterna. È una letteratura che si è scontrata contro ogni barriera – sessuale, razziale, religiosa – ma soprattutto è una cultura che lotta contro se stessa, divisa tra l'istinto di ribellione e un forte spirito conservatore. È una letteratura disturbante, che racconta di territori desolati nei quali la natura è alternativamente paradiso o inferno. Ma vi assicuro che incontreremo scrittori meravigliosi. Io vi racconterò la vita di alcuni di loro, i miei preferiti, vi parlerò di qualche libro che hanno scritto, quelli che penso siano i migliori per cominciare a conoscerli. Dovete solo concedere loro una possibilità, e, se riuscite, dovete fidarmi un po' anche di me.


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2 ottobre 2015

Si può recensire un tramonto? Il parere di Emanuele Trevi

Avevamo di fronte un'ufficialità "culturale", incarnata dall'università e dal giornalismo di prestigio, dai salotti e dai premi letterari... In quella dimensione, la letteratura e l'esperienza estetica avevano la fissità marmorea e un po' demente delle istituzioni. Macchine sociali produttrici di consenso, di prestigio, di modelli di affermazione esclusivamente individuali. Disperatamente, molti di noi cercavano altro. Non l'istituzione letteraria ma la letteratura come segno, traccia scritta di forme d'esistenza.
Il senso della vita si nasconde tra le pieghe della letteratura, nella zona indefinita in cui s'incontrano le cose che si scrivono e le cose che accadono. Ma, se a livello emotivo riusciamo a percepire questo spazio, possiamo descriverlo a parole? Tracciare i confini di un'ombra: è questa la missione impossibile che affronta Emanuele Trevi nelle sue Istruzioni per l'uso del lupo, una meditazione sul senso della critica letteraria scritta in forma di lettera per l'amico Marco Lodoli. È una sfida persa in partenza, come egli stesso ammette, ma è qualcosa su cui val la pena riflettere, al di là delle conclusioni.

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Se non tutto può essere descritto, non vuol dire che niente esiste; vuol dire soltanto che il linguaggio non è sempre in grado di esprimere, con una definizione istituzionale, ogni nostra sensazione. «Là dove fallisce, la lingua perde la sua naturale arroganza»: questo è il punto da cui partire. Le parole non sono più che maschere: nel momento in cui proviamo a definire qualcosa, stiamo già privando la stessa del suo significato. Stiamo depotenziando un concetto, mortificandolo. Ancor più, se ci affidiamo all'uso di termini convenzionali. La critica letteraria ha bisogno di svincolarsi da ogni rigidità accademica, così da riuscire a raggiungere la più fedele interpretazione del lupo. 

Il lupo è il morso della verità che si svela, l'angoscia e la felicità, «l'esperienza del bello e del panico». 
Ogni volta che un uomo ha pensato "adesso quella cosa mi annienta" stava già facendo letteratura, senza saperlo, come il famoso prosatore di Molière. Stava facendo qualcosa, insomma, che nasce dall'incontro fra la scoperta di essere minacciati e la necessità di continuare, in ogni modo, a respirare.
I libri possono essere letti con distacco (questi, i libri che si affrontano con la saggezza a differenza delle letture col batticuore) ma il giudizio che ne ricaviamo non dovrebbe limitarsi a stabilire se un romanzo sia bello o brutto, appassionante o poco interessante. E invece è questo che accade, su riviste più o meno prestigiose, su blog più o meno autorevoli. La buona critica dovrebbe puntare a qualcosa di più, perché la buona letteratura è qualcosa di più; ha a che fare con «la verità della vita di un uomo, e la verità della vita di un uomo sta in ciò che più teme». 
Temo che il nostro modo di pensare la vita sia troppo anestetico, e questa parola mi cade dalla penna molto a proposito, perché indica due cose: fuga dal dolore e fuga dalla bellezza.
Abbiamo imparato a osservare ogni cosa da una distanza di sicurezza, allontanando ogni reazione emotiva perché abbiamo capito che «l'unica arma di difesa è la giusta indifferenza»Analizziamo le storie come se non ci appartenessero, come se non fosse anche la nostra vita, quella che leggiamo. Termini precisi e appropriati, lingue affilate e nessun dubbio: il critico letterario, come e più di un chirurgo. Ogni romanzo, ogni capitolo, ogni frase: tutto diventa oggetto di un insindacabile, e sterile, giudizio. Ma come facciamo ad avere tutta questa fiducia nelle parole? Relegando la letteratura a un esercizio di scrittura, azzardando anche un voto (una stella? due stelle?), noi allontaniamo l'arte dal suo circostante, la esiliamo dal mondo. Così, però, ci spaventa meno. Definire, in un certo senso, è riuscire a controllare. Modernismo, realismo magico, postmodernismo, post-postmodernismo, minimalismo e massimalismo isterico. Ecco perché ai critici piacciono tanto le etichette, per lo stesso motivo per il quale gli scrittori le odiano: perché il lupo è in trappola. 

I critici letterari dovrebbe tener conto che c'è tutta una zona oscura che non potrà mai essere riprodotta attraverso le parole, dovrebbero essere coscienti che la bellezza è inafferrabile, ed è proprio il suo carattere effimero a renderla così preziosa. Questo potrebbe essere il primo passo verso una riflessione più autentica perché, forte di questa nuova consapevolezza, la critica potrebbe smetterla di rilasciare sentenze da quarta di copertina e provare a spiegarci, per esempio, perché il lupo ci fa così paura.
Ciò che avviene nella letteratura è il miracolo di un inchino reciproco, di uno sfiorarsi di labbra tra l'anima e il mondo. Dentro questo incontro (...) ci sono tutti i sentimenti del mondo.
Come possiamo avere la presunzione di giudicare tutti i sentimenti del mondo senza usare il sentimento?




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Istruzioni per l'uso del lupo, Emanuele Trevi. Elliot edizioni, 2012. 

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