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28 ottobre 2014

Non abitiamo più qui: l'effetto Dubus

Quanto personale mi è concesso in una recensione? Quanta emozione ci posso mettere affinché voi riusciate a capire il sapore di un libro ma io resti fedele alle mie sensazioni? È una domanda che mi pongo spesso. Vorrei essere più razionale, avere un approccio distaccato. Vorrei che non fossi io a trascinarvi nella lettura, ma che fosse il libro, a parole sue, ad attrarvi a sé. Vorrei essere più universale e meno particolare. Più oggettiva e meno soggettiva. E, soprattutto, vorrei riuscire a capire perché, tra tutti, Andre Dubus è quello che meno me lo permette.

Ogni volta è una sensazione chiara, riconoscibile, familiare, che però non riesco a interpretare. Non tutti i libri mi sono piaciuti allo stesso modo ma l'effetto è sempre quello. È l'effetto Dubus. È una presa allo stomaco, leggera e salda. È calore, è bruciore. Poi è freddo. È caldo e freddo insieme. È tristezza, una tristezza embrionale. È speranza, illusione. È tutte e tante cose, che non vi so spiegare. La sento arrivare, come un colpo d'aria. Alle spalle, mentre stiracchio le maniche del maglione per arrivare a coprirmi le punte delle dita infreddolite. Quando leggo le prime righe di un racconto, o anche prima, quando mi ripeto il titolo, e prima ancora, quando so che di lì a poco inizierò una nuova storia. Preferisco leggerlo quando in casa non c'è nessuno, mi faccio piccola e aspetto che l'effetto Dubus si amplifichi come un eco. Che prenda possesso della stanza. Che mi riscaldi il cuore, ancora una volta.

Non abitiamo più qui è il primo pubblicato dalla case editrice Mattioli 1885, il primo col quale Andre Dubus è sbarcato in Italia. A seguire, in ordine cronologico, abbiamo potuto apprezzare il racconto lungo Voci dalla luna e due raccolte: Il padre d'inverno e Ballando a notte fonda. Il libro racchiude tre racconti – Non abitiamo più qui, Adulterio e Cercando una ragazza in America – basati sulle vicende di due coppie di trentenni: Jack e Terry e Edith e Hank.

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Jack e Hank sono amici, Jack e Edith sono amanti. Terry cederà ad Hank soltanto dopo, quando scoprirà che il marito – come lei sospettava – la tradisce con l'amica. I tre racconti prendono in possesso un personaggio alla volta e ne traducono il punto di vista. Il primo a parlare è proprio Jack, intrappolato nel vuoto di un matrimonio sgualcito. Terry prova a riempirlo con le torte per i compleanni dei bambini, ci versa dentro la biancheria pulita, i piatti per la colazione, ma il vuoto diventa sempre più ingombrante, prepotente. È Edith che colma quello spazio. Edith, che si concede a Jack dopo l'ennesimo tradimento di Hank. Edith, che prova a contenerli tutti. Edith, che è innamorata di Jack, e anche di Hank.
In un matrimonio esistono diversi tipi di bugie la cui malignità uccide pian piano ogni cosa: quel giorno io stavo sperimentando l’intera gamma, che andava dalla bugia bell'e buona dell'adulterio, fino all'accurata selezione d'informazioni che avviene quando tra due persone iniziano ad esserci argomenti di cui non si può più parlare. È dura dire quale delle due cose uccida prima, ma direi questa selezione degli argomenti di conversazione, perché è una resa: eviti di toccare le ferite e di conseguenza eviti di toccare le profondità del cuore.
Dubus è spesso equiparato ad un chirurgo perché, attraverso le sue storie, è in grado di scavare nell'animo umano e di tirare fuori qualcosa di autentico. La bellezza assoluta, o la bruttezza, a seconda. È sempre un passo avanti, un gesto in più. Immaginate una situazione, immaginate le conseguenze; Dubus ne scriverà la fine. Lui sapeva quello che c'era dopo i vissero felici e contenti. Dubus conosceva i nuovi inizi, gli eterni ritorni. Lui si portava avanti, rischiarando quelle zone d'ombra dove noi andiamo a rintanarci, dove seppelliamo le cose non dette, le scomode verità, quelle che non abbiamo neanche il coraggio di raccontare a noi stessi.

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I giochi dei grandi è un film indipendente del 2004, diretto da John Curran, basato su due dei racconti del libro (We Don't Live Here Anymore e Adultery). Jack, Hank, Edith e Terry sono interpretati da Mark Ruffalo, Peter Krause, Naomi Watts e Laura Dern. È stata una visione piacevole: rivivere i tentativi di Terry di tenere a galla il suo matrimonio mi ha riportato un po' alle atmosfere del libro. Forse è proprio lei, Laura Dern, quella che mi è piaciuta di più. Non che gli altri abbiano peccato di interpretazione, ma era davvero difficile riprodurre l'intreccio che ha immaginato Dubus. I racconti hanno una struttura emozionale più complessa e anche il tradimento diventa altro oltre a se stesso. È più complicato; i rapporti tra i due uomini, tra le donne, tra ogni uomo e ogni donna non sono così netti.

Non è solo odio, o rancore, o risentimento. È anche passione. È fame. È caldo, ma è anche freddo. È tutte e tante cose, che ancora non vi so spiegare.



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Non abitiamo più qui, Andre Dubus. Mattioli 1885, 2009.
Traduzione di Nicola Manuppelli e Gian Fulvio Nori.
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21 ottobre 2014

Il mio viaggio americano con Fernanda Pivano

Esistono due tipi di lettori: quelli attratti dallo scrittore-spirito e quelli da scrittore-materia. Mio padre, per esempio. Mio padre è uno da scrittore-spirito. Lui pensa che un autore non dovrebbe mostrarsi ai lettori ma dovrebbe trattenere il suo potenziale di mistero, tenersi alla larga da ogni tipo di evento socialmente compromettente e preservare la sua identità dal fenomeno dell'incarnazione. Perché – il genitore aggiunge – la persona non deve mai intaccare, sporcare, coi suoi difetti terreni, l'immagine aleatoria, mistica, trasfigurata, che lo scrittore conquista attraverso i suoi romanzi. Io, che sono figlia di mio padre, non sono d'accordo. Io sono proprio una da scrittore-materia. Io voglio conoscere la persona dietro lo scrittore. Voglio sapere chi è, come parla. Voglio conoscere i suoi difetti, le sue carenze, i suoi limiti. Perché sapere che Fitzgerald ha scritto il Grande Gatsby è un conto, ma pensare che un certo Francis ha tradotto a parole il sogno americano e che poi l'ha distrutto in ogni suo romanzo con una precisione stilistica tendenzialmente ossessiva, che questo fosse sintomo di un malessere profondo, di una sorta di isterismo di conquista, un fenomeno di costume, globale, celato dalle gonne di donne ammiccanti e dai calici stracolmi di gin, che fosse anche questo, soprattutto questo, l'età del jazz. Ecco. La luce verde che pulsa dall'altra parte della baia, per me, assume tutt'altro significato.

Il viaggio americano di Fernanda Pivano è stata il mio ponte sulla terra promessa. Ogni scrittore che lei ha incontrato, io l'ho conosciuto attraverso i suoi articoli. Fitzgerald, Hemingway, Cowley, Faulkner, Kerouac, Carver, Pynchon e Miller, solo per citarne alcuni; di ognuno di loro, Fernanda ha raccontato uno spaccato di vita e l'ha consegnato a noi, lettori, affinché potessimo apprezzare lo scrittore per intero, umanità compresa. È stato un vero e proprio viaggio, quello mio con Nanda. Abbiamo conquistato l'America, condividendone le glorie e patendo in ogni crollo. Nanda mi ha raccontato dei giovani di Woodstock, di quanto fossero «belli fuori, con la pelle liscia, gli occhi splendenti, ma soprattutto belli dentro, pieni di sogni e di speranze, sicuri che con le nostre canzoni avremmo trasformato il mondo ed eliminato per sempre l' odio e le guerre». Ho capito la beat generation, ma l'ho capita davvero; l'ho sentita anch'io quella frenesia del fare, nelle scarpe, nelle mani.

I funerali della scrittrice vennero celebrati il 21 agosto 2009, tre giorni dopo la sua scomparsa. «Ciao signora America, ciao signora Libertà, ciao signorina Anarchia», fu questo il saluto che Don Gallo porse alla nostra Nanda. Perché lei, la scrittrice italiana con gli occhi a stelle a strisce, è un po' di tutti. Fernanda Pivano è patrimonio nazionale. Parlarvene ancora sarebbe come profilarvi il video delle vacanze, un po' come quando gli amici ti regalano la calamita da attaccare al frigo. I viaggi non si devono vivere per bocca di altri.

Che sia come più la desiderate, la vostra America.



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Viaggio americano, Fernanda Pivano. Bompiani, 2001.

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14 ottobre 2014

Il lettore, della famiglia dei culturalidi

lettore-libri

Il lettore è un animale appartenente alla famiglia dei culturalidi. Tipicamente, i lettori abitano nelle librerie ma possono anche adattarsi a circoli ed eventi culturali. In confronto ad altri animali, i lettori hanno uno spiccato bisogno di solitudine; preferiscono gestire le proprie attività lontano dai più comuni poli d'attrazione per evitare ogni tipo d'ingerenza che possa compromettere la pratica della lettura

I lettori leggonoI lettori possono passare molto tempo a leggere durante la giornata, stando nella stessa posizione per circa 3/4 ore. In genere, il periodo di massima immobilità è quello successivo al tramonto; raffiche intermittenti di grande attività avvengono durante le ore notturne fino all'alba, quando il lettore, indisturbato, può dedicarsi interamente alla sua preda. Nonostante questo, se si dovesse rendere necessario, i lettori possono attivarsi in qualsiasi momento per procacciarsi altro cibo. I lettori sono animali onnivori; si nutrono principalmente di romanzi, ma non disdegnano i racconti, i saggi e le riviste di settore.

Il lettore è un animale tendenzialmente feroceDopo il politico, è considerato il più grande bugiardo tra tutte le altre specie che compongono la fauna sociale. 

La nostra guida di sopravvivenza "A un lettore forte tu non credere mai" vi aiuterà a decifrare i comportamenti di questo bizzarro essere e a prevenirne gli attacchi. Riportiamo, a titolo esemplificativo, alcuni frasi standard che il lettore utilizza per circuire i suoi simili:

— Voglio dare soltanto un'occhiata
Se permetterete al vostro lettore di entrare in contatto visivo con una pila di libri, perderete ogni controllo su di lui. Il lettore cadrà in una sorta di ipnosi dalla quale sarà difficile farlo uscire. Non risponderà a nessuno stimolo esterno. Non vedrà, non sentirà, non penserà ad altro. L'unico modo per cavarvi fuori da questa situazione è quello di prendere un libro, attirare l'attenzione del lettore, mostrargli l'oggetto, farglielo toccare - per alcuni sarà necessario annusarlo - e trascinare l'animale fuori dal negozio. Con calma. 

— Questo lo devo leggere
Attenzione, qui la bugia non è nell'intenzione di lettura. È il questo che vi farà cadere nel tranello. Il lettore vuole leggere TUTTO. Questo è solo l'intermezzo tra quello di prima e quello di dopo. Non cedete, non guardatelo negli occhi, non fatevi intimorire. 

Leggo solo fino al punto e poi andiamo
Credere a questa frase è l'errore tipico delle persone che non sono abituate a trattare con i lettori. Ne hanno visto qualcuno, conosciuto qualche altro, ma non hanno avuto il tempo di approfondire certe abitudini. Il punto a cui il lettore ha intenzione di fermarsi NON ESISTE. È un modo, vile, per prendere tempo, per depistarvi, per sottomettervi. Non accettate alcun compromesso. Controllatelo. Posizionatevi dietro di lui e con movimenti rapidi ma decisi strappategli il libro dalle zampe. Il lettore urlerà, imprecherà. Voi lasciate che si sfoghi. Promettetegli di passare in libreria, prima di tornare a casa. Una bugia per una bugia.

Non comprerò libri fino a ....
Il lettore, se si sentirà minacciato, inizierà a profilarvi giuramenti a false scadenze. 
"Non comprerò libri fino a Natale", "Non comprerò libri per i prossimi due mesi". 
Sta mentendo! Provate a chiedergli le condizioni del veto. Vi accorgerete che ci sono delle clausole sommerse che autorizzano al lettore di includere, nel periodo di astinenza, alcuni libri che a suo parere non possono essere conteggiati come acquisti puri: libri in offerta, saggi, libri in prestito, libri introvabili che miracolosamente sono comparsi in catalogo. Il lettore è un essere infimo. Se manterrà la promessa di non comprare libri, troverà comunque il modo di procurarseli. Attenzione alle liste: stilerà elenchi su elenchi dei libri che più desidera - in media superano le centinaia - e li spargerà ovunque. Non stupitevi se nel vostro panino troverete, al posto dell'hamburger, il catalogo Feltrinelli. 

— Io non ho abbastanza libri
Voi non saprete mai quanti sono effettivamente i libri che possiede un lettore; questa vostra mancanza sarà la leva sulla quale l'animale si farà forza per giustificare l'acquisto di altro materiale. In questo caso è necessario un intervento d'urgenza: rovistate nei cassetti, sotto il letto, tra i vestiti, nella lavastoviglie. Chiamate tutti i membri del branco con quale il lettore è solito identificarsi - gli amici, i parenti - e fatevi riconsegnare tutti i libri che l'animale ha dato a prestito. Controllate la sua carta di credito, per sincerarvi del fatto che non ci siano ordini in arrivo. Ora, la parte più difficile. Trascinate il lettore verso un piano d'appoggio e rovesciate sul tavolo tutti i libri che avete trovato nelle fasi di ricerca. Mettetelo di fronte al fatto compiuto. Non sorridete, non esultate. Nessuna emozione dovrà trasparire sul vostro volto. Il lettore, dopo due o tre secondi di smarrimento, inizierà a giustificarsi. "Ma questo non è mio", "Me l'hanno regalato, non conta", "Questo neanche lo volevo". Lanciategli un ultimo sguardo di disapprovazione e uscite dalla stanza. Neanche una parola.


Questi sono i punti salienti delle ricerche effettuate sul lettore e sulle sue abitudini. Altro ancora la scienza deve sperimentare per comprendere a pieno questa particolare creatura, ma gli studi condotti fino a questo momento sono abbastanza concordi nell'affermare che:

Non importa che tu sia un fidanzato, un marito, un fratello, 
un ex militante che ha servito la patria con indomito coraggio... 
se hai un libro tra le mani e vedi un lettore affamato... 
SCAPPA!




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10 ottobre 2014

Le braci di Sándor Márai

«Eccessivamente romantico» si giudicò l'autore. Se avessi letto prima questa sorta di autocritica, non l'avrei preso in considerazione: il romanticismo fine a se stesso è una cosa dalla quale rifuggo con orrore. Per fortuna me ne sono accorta solo ieri, quando Le braci si erano spente da tempo, lasciandomi un flebile ma persistente sentore di fumo. Non ho pensato per un solo momento che fosse un libro romantico. È che forse io non ci ho capito niente ma, più che sentimentale, mi è sembrato un romanzo intenso, addirittura feroce nell'ultima parte. Questo mi ha fatto riflettere sul concetto di letteratura come esperienza. È un fatto, una situazione che osserviamo con una lente distorta dal nostro vissuto. Ognuno di noi legge quello che più gli assomiglia.

Sebbene sia un romanzo pubblicato per la prima volta nel 1942, io l'ho trovato attuale nei temi, nelle riflessioni e in ogni collegamento azione-pensiero. Meno nello stile che, in alcuni tratti, dimostra a pieno la maturità che ha. Ma quest'aspetto non mi ha infastidito, anzi: la scrittura di Sándor Márai, gravata dal quel peso di leggero dramma che contraddistingue le opere d'altri tempi, mi è sembrata perfetta. Azzeccata, come se la storia di Henrik e Konrad non si potesse raccontare in nessun altro modo.
Vissero insieme sin dal primo istante, come gemelli nell'utero materno. Non ebbero bisogno di stringere patti di amicizia come fanno di solito i ragazzi della loro età, che indulgono con passionalità enfatica a rituali ridicoli e solenni, nella forma inconsapevole e grottesca in cui il desiderio si manifesta tra gli uomini quando decide per la prima volta di strappare il corpo e l'anima di un'altra persona al resto del mondo per possederla in maniera esclusiva. Il senso dell'amore e dell'amicizia è tutto qui. La loro amicizia era seria e silenziosa come tutti i grandi sentimenti destinati a durare una vita intera. E come tutti i grandi sentimenti anche questo conteneva una certa dose di pudore e di senso di colpa. Non ci si può appropriare impunemente di una persona, sottraendola a tutti gli altri.
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Una luce mansueta è tipo di rapporto che lega i due protagonisti. Henrik è sempre stato un uomo espansivo, dinamico e divertente. Ma era anche un soldato – alcuni di loro lo sono davvero, nell'anima – e non sentiva il peso di allinearsi alla dottrina militare. Era un onore. In fondo, era tutta la sua vita. Era ricco, di quella ricchezza congenita che non ti lascia immaginare che, forse, non tutti hanno le tue stesse possibilità. Era buono, generoso. Il suo denaro sarebbe stato il denaro di Konrad, se solo quest'ultimo avesse voluto. Konrad era un diverso. Nascondeva la sua sensibilità alla maggior parte della gente, scrutando il mondo dalla feritoia di quel possente muro d'orgoglio che si era costruito in tanti anni di sofferenza. Era povero, di quella povertà dignitosa che ti spezza il cuore. Disdegnava il modo di vivere di Henrik, le sue occasioni, i suoi vestiti e le sue donne. Ma quanto avrebbe voluto essere lui. Non erano fratelli: loro si erano scelti.
Non c'è nulla di più delicato di una relazione come questa. Tutto ciò che la vita darà più tardi sentimenti teneri o desideri brutali, passioni impetuose e vincoli fatali sarà più rozzo e più disumano.
Il 15 agosto del 1940, Konrad invia una lettera a Henrik per informarlo di essere giunto in paese. Non si vedevano da quarantun'anni. Il generale ordina di preparare la cena, premurandosi che tutto sia acconciato come l'ultima sera in cui erano ancora tutti insieme. Lui, Konrad e Krisztina. Ogni persona, ogni stanza, ogni singolo respiro era rimasto sospeso, in attesa di quell'incontro.
Le maniglie delle porte conservavano il tremito di una mano, l'emozione dell'attimo in cui essa aveva esitato a completare il suo gesto.
Vi dicevo di quanto io l'abbia trovato attuale. La questione che si sviluppa tra le pieghe della storia è basata su una serie di domande che hanno a che fare con la verità, con il ruolo che essa assume nei rapporti e con il valore che detiene nel tempo. Una, in realtà, potrebbe contenerle tutte: quanto è importante la verità? Davvero, quanto è importante? Esula da ogni contesto? Dopo quarant'anni, è fondamentale sapere quello che è accaduto? Nonostante il tempo? Nonostante l'amore? È importante sapere che i nostri dubbi erano fondati? Che le persone a cui eravamo più legati ci avevano effettivamente tradito? Vince la verità, nonostante tutto? Cosa ci resta, dopo? La certezza di aver avuto ragione. E poi? Cos'altro?
Sei tornato perché non potevi fare diversamente. E io ti ho aspettato perché nemmeno io potevo fare diversamente. E sapevamo entrambi che ci saremmo incontrati ancora una volta, e che poi sarebbe stata la fine. Della vita, e naturalmente di tutto ciò che ha dato un senso alle nostre vite e le ha mantenute in tensione fino a questo momento. Perché un segreto come quello che esiste fra te e me possiede una forza singolare. Una forza che brucia il tessuto della vita come una radiazione maligna, ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione. Ti costringe a vivere.
La forza di guardare l'altro negli occhi, di leggere le sue colpe. La forza di chiedere perdono, senza doverlo dire a parole. Sentirsi ancora parte di quello è stato, per un attimo soltanto. Forse è questo il momento più importante, anche più della verità.
Le finestre come braci, prendevano ancora a prestito la vampa del tramonto.


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Le braci, Sándor Márai. Adelphi, 2008. A cura di Marinella D'Alessandro.
(l'autocritica, nel caso, potete leggerla qui)

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7 ottobre 2014

L'incipit di «Abbiamo sempre vissuto nel castello»

Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott'anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l'anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l'Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti.
(di Shirley Jackson - Adelphi, 2009)
Suggerito da Andrea del blog Le mele del silenzio.

Questione di feeling, giocando di prime impressioni.
Inviatemi i vostri incipit preferiti; raccoglieremo i più belli in questa rubrica.

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