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30 settembre 2013

L'incipit di «Orgoglio e pregiudizio»

È verità universalmente ammessa che uno scapolo fornito di un buon patrimonio debba sentire il bisogno di ammogliarsi.
Per poco noti che siano i sentimenti o le mire di un uomo di tal sorta, questa verità è così solidamente radicata nella mente delle famiglie circostanti, che subito, al suo primo apparire in una cerchia di vicini, egli viene considerato di diritto proprietà dell'una o dell'altra delle loro figliole.
(di Jane Austen - Mondadori, 2002)
Suggerito da apinaperniciosa.

Questione di feeling, giocando di prime impressioni.
Inviatemi i vostri incipit preferiti; raccoglieremo i più belli in questa rubrica.

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25 settembre 2013

Ripartono gli eventi alla Fnac di Napoli

In questo clima di malcontento diffuso, nel periodo in cui il nostro paese più arranca tra manovre improbabili e partiti politici in fase terminale, credo sia doveroso condividere tutto quello che di positivo riusciamo ancora ad ottenere. Il concetto di crisi, un termine che solo a pronunciarlo scolora pensieri e speranze, ci tiene tutti appesi ad un filo e chi ha ancora il coraggio di sognare viene costretto a vergognarsi del proprio ottimismo. Ed è sbagliato perché rinunciare ai propri obiettivi, anche solo con un atteggiamento passivo e sfiduciato, è quasi come creare terreno fertile per un futuro ancora più turbolento. È più facile a dirsi che a farsi, non c'è dubbio, e io sono la prima che spegne speranze come fossero lampade ma è proprio per questo che penso di essere adatta a parlarne, perché la crisi sta fermando anche i miei progetti e alterno momenti di fiducia a periodi di profondo pessimismo: rinunciare, riprovare, abbandonare. 

Credere ancora, ma credere in che cosa? Poi ieri, alla Fnac di Napoli, si è accesa una luce.
Suppongo che conosciate la situazione, la crisi, che ha colpito trasversalmente tutti i punti vendita Fnac in questi ultimi mesi; una sorta di roulette russa ha visto alternarsi avvisi di chiusura, presunte proposte di acquisizione, smentite, serrande sbarrate: uno stillicidio. Manifestazioni indette dai lavoratori della compagnia si sono avvicendate in diverse piazze, a ragione e sostegno di uno dei pochi riferimenti culturali che il nostro paese ci offre. Copio/incollo dal gruppo Salviamo Fnac:
Le lavoratrici e i lavoratori di Fnac esprimono la loro netta contrarietà per l'annunciata chiusura/vendita del ramo italiano della catena.
Oltre al posto di lavoro di più di 600 persone, è a repentaglio la sopravvivenza di un importante centro di aggregazione e diffusione della cultura che nel corso degli anni ha contribuito con le proprie iniziative alla crescita intellettuale delle città in cui è presente.
Numerosi artisti si sono mobilitati per sostenere la protesta: qui una carrellata di quelli che hanno deciso di "metterci la faccia".

E insomma, tutto questo succedeva primaIeri, a Napoli, gli eventi Fnac sono ripartiti da Samuele Bersani; il cantante ha scelto lo store in Via Luca Giordano per presentare il suo nuovo album Nuvola numero noveBelle cose, belle, belle davvero: bello lo scaffale di libri in fase di sistemazione, bello il flusso di gente che si è creato nella zona adibita all'incontro, bello il clima di ripresa, e le premesse, e le aspettative. E pure Samuele.

Samuele-Bersani-Fnac-Napoli

Vi lascio qualche scatto fugace e poco definito dalla mia fotocamera che ieri non è stata particolarmente collaborativa, ça va sans dire...

Samuele-Bersani-Fnac-Napoli
Samuele-Bersani-Fnac-Napoli 
Samuele-Bersani-Fnac-Napoli
Samuele-Bersani-Fnac-Napoli
Samuele-Bersani-Fnac-Napoli
Una piccola luce. Una piccola, piccola luce.



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23 settembre 2013

Leggere in inglese: the Phantom of the Opera

Ultimamente ho la testa altrove. Non ho ancora ben focalizzato dove sia ma in ogni caso non è qui: è in un futuro che non c'è ancora stato e probabilmente mai ci sarà. Quelle pieghe di esistenza che vengono ad esistere nel momento in cui l'incidente di percorso, l'imprevisto, ti conduce in una strada che non avevi preventivato. E tu sei lì, a pensare a quell'altra via, quella che avresti preso se avessi potuto scegliere; casi in cui la realtà si sdoppia e c'è quello che è e quello che doveva essere. Ecco, io sono lì, cercatemi lì, in quello che sarebbe stato, quello che non è. La doppia dimensione, uno spazio nel quale tutto è esattamente come avrebbe dovuto essere. E c'è da vivere, da immaginarsi un secondo dietro l'altro per continuare a restare in gioco. Io con voi non posso fingere, oramai è chiaro, quindi preferisco evitare di rifilarvi articoli surgelati e vi lascio scorrazzare per il web mentre io ricarico le batterie. Oltretutto, lo ammetto, sto leggendo poco e mi dispiace, però, tra le altre cose, sono riuscita ad infilare in questo periodo una lettura in inglese, la mia prima volta con un vero e proprio romanzo, e devo dire di esserne molto soddisfatta. 

Immagino che per alcuni di voi sia routine ma io, fino a pochi giorni fa, non avevo approcciato che un paio di racconti quindi lasciate che mi crogioli un po' nell'impresa. Pensavo peggio in realtà, il tutto è stato abbastanza scorrevole. Io ho scelto ad ispirazione The Phantom of the Opera e ho sbagliato perché logica vuole che si legga un testo di un autore della stessa lingua proprio per assaporare meglio sfumature e inclinazioni. 

Il fantasma dell'Opera è un romanzo di Gaston Leroux: libro francese di un autore francese ambientato in Francia e io l'ho letto in inglese. Logico, no? Il mio inglese non è perfetto quindi qualche parola mi è sfuggita ma, grazie alle magie dell'e-book, è possibile in un attimo recuperare le lacune utilizzando il dizionario. La storia non mi ha smosso alcunché: semplice, un po' ingessata. Molto belli alcuni passaggi, individuabili soprattutto nell'ossessione che lega Erik, il fantasma, a Christine:
— Christine, you must love me!
And Christine's voice, infinitely sad and trembling, as though accompanied by tears, replied: 
— How can you talk like that? When I sing only for you!
The man's voice spoke again: 
— Are you very tired?
— Oh, tonight I gave you my soul and I am dead!" 
— Your soul is a beautiful thing, child — replied the grave man's voice, — and I thank you. No emperor ever received so fair a gift. The angels wept tonight.
Insomma, una bella esperienza. Tant'è che è mia intenzione leggere altri romanzi in lingua inglese (magari rispettando la regola libro-autore questa volta) quindi se avete suggerimenti, consigli e proposte non esitate a palesarle.
the-phantom-of-the-opera-book-leroux


p.s.: nel caso foste interessati ad allenare il vostro inglese attraverso la lettura di questo romanzo, l'e-book The Phantom of the Opera è disponibile gratuitamente a questo indirizzo.
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17 settembre 2013

Che flusso di coscienza sia, ma con disciplina

Trascinandomi sulle ultime pagine de Le correzioni di Jonathan Franzen, riflettevo su quanto sia cambiato il mio modo di leggere negli ultimi anni. Un paio di passaggi, proprio di questo libro, mi hanno un po' infastidito: espressioni verbali soprattutto, non mi riferisco alla trama, situazioni che avrei preferito mi fossero state presentate in modo diverso, con parole diverse. So che corro il rischio di sembrare rigida entrando nel discorso in questo modo ma è quello che penso: quando un autore spinge su un argomento utilizzando un linguaggio troppo esplicito il mio interesse si spegne. Non mi riferisco tanto al testo di Franzen adesso, perché non ha niente di particolarmente eccessivo; mi è servito solo come spunto di riflessione in un contesto più ampio. Mi sembra, correggetemi se sbaglio, che si faccia un leggero abuso del termine flusso di coscienza in ambito letterario, dell'importanza dello scrivere sull'onda dell'emozione. Ho l'impressione che si correli una strana facoltà allo stendardo della spontaneità, come se la schiettezza bastasse a dare valore a un intero libro.

Iniziai a leggere, un paio di mesi fa, Il tropico del cancro di Henry Miller; qualche pagina, niente di più. Oggi sono ancora ferma a quel punto. Non conosco Henry Miller come scrittore (quello sarebbe stato il primo contatto con l'autore) ma, a mio parere, a mio gusto, a mio garbo, le prime pagine contengono così tanta volgarità che non sono riuscita a proseguire. Ripeto, non vorrei apparire bacchettona perché non lo sono affatto: io, per esempio, adoro Philip Roth, autore che sulla sessualità ci ha imbastito una carriera maestosa. È diverso però; come spesso accade non è tanto il cosa: è il come.

Prendiamo Gabriel García Márquez, prendiamo Cent'anni di solitudine: quanto sono caricati, pittoreschi, esagerati addirittura, gli incontri d'amore dei Buendía? Quanta passione esplode quando quei corpi si scontrano? Eppure non mi è capitato neanche una volta di associare quelle scene, anche le più esasperate, alla grettezza. Mai. Credo sia questa la differenza tra scrittore e scrittore. Basta un niente per portare il lettore dalla tensione di una vicenda coinvolgente alla seccatura più totale: una parola fuori posto, un termine non propriamente adatto, e tutta la struttura narrativa crolla. Io presto molta attenzione, almeno ci provo, ad usare correttamente le parole perché termini molto simili possono provocare reazioni completamente diverse.

Qualche anno fa non ero così interessata alle sfumature, probabilmente avrei collegato un brano troppo sfacciato ad uno stile  puro e sincero. Ma è un discorso che regge fino ad un certo punto, me ne rendo conto ogni giorno di più, perché la scrittura non è solo una serie indisciplinata di capitomboli verbali. David Foster Wallace utilizza il flusso di coscienza, anzi no, io credo che David Foster Wallace sia un flusso di coscienza: continuo, costante, ripetuto, moltiplicato. Ma in quel caos apparente regna un ordine ben preciso, si avverte durante la lettura che nulla è lasciato al caso; sembra di scorgere pensieri slegati dalla volontà dell'autore ma, al contrario, vengono presentati a noi nel modo esatto in cui lo stesso voleva che ci arrivassero. È sempre autentico, ma è controllato.

Questo è quello di cui ho bisogno ora come lettrice: di una scrittura che si occupi di me, che sia ricercata, che sia studiata. Adoro i flussi di coscienza, adoro che l'autore si spogli con spontaneità e malizia; che sottintenda però, che suggerisca senza mostrare; che sia io con l'immaginazione a dover svelare il resto.



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12 settembre 2013

Consigli a un aspirante scrittore di Virginia Woolf

È possibile imparare a fare lo scrittoreMi spiego meglio: esiste, secondo voi, un modo attraverso il quale poter apprendere l'arte dello scrivere oppure pensate che ci sia un talento innato che, a prescindere da ogni possibile perfezionamento, non possa essere in alcun modo trasmesso? Che ce l'hai o non ce l'hai, che non puoi barare. Il nocciolo duro, chiamiamolo così. In un saggio intitolato Natura e scopo della narrativa, l'autrice Flannery O'Connor esprime, senza mezzi termini, il proprio pensiero sull'argomento:
 [...] non esiste una tecnica da scoprire e applicare che renda possibile scrivere. Se frequentate una scuola dove si tengono corsi di scrittura, dovrebbero insegnarvi non a scrivere, ma piuttosto i limiti e le potenzialità delle parole, e il rispetto loro dovuto. [...] Ad ogni modo, credo che il compito dell'insegnante debba essere in gran parte negativo. Non può infondere in voi ciò che è dono, ma se ne riconosce la presenza, può cercare di distogliervi dal prendere una direzione palesemente errata. Possiamo imparare come non scrivere, ma è disciplina inerente non solo alla scrittura bensì a tutta la vita intellettuale. Una mente sgombra da falsa emozione, falso sentimento ed egocentrismo, si troverà se non altro il cammino libero da certi ostacoli. Se non pensate in modo dozzinale perlomeno, anche se non saprete scrivere bene, non sarà dozzinale la vostra scrittura.
Non credo che l'obiettivo di un autore si riduca al raggiungimento di uno stile accettabile, no? Ci sono persone che scrivono per denaro, ma quelle mettiamole da parte. Prendiamo in considerazione gli aspiranti per vocazione, quelli che iniziano a scrivere per smuovere le emozioni, le loro e le nostre: basterà loro la lettura di qualche saggio per carpire i segreti degli autori più famosi? Sapete quanto a me piaccia la saggistica di genere, ne abbiamo parlato spesso, e non è mia intenzione metterne in dubbio la validità, anzi, però potremmo annoverare tra le varie tecniche di apprendimento un'alternativa davvero interessante. Poi vi spiego, lasciate che continui questo meraviglioso (e oltremodo prolungato) preambolo. Stesso concetto, versante opposto: come si diventa un buon lettorePerché, e lo sapete meglio di me, anche leggere è un'arte, e mica tanto facile! O meglio, tutto dipende da cosa pretendete quando approcciate un romanzo, il livello di approfondimento che intendete raggiungere. Io, per dire, maschera e boccaglio, cerco di trattenere il respiro più a lungo possibile, sperando ogni volta di arrivare a scorgere il fondale. Ed è in questi casi che:
Leggere un romanzo è un'arte intricata e difficile. Dovete essere capaci non solo di una grande finezza nel percepire, ma anche di grande sfrontatezza nell'immaginare, se intendete fare uso di tutto ciò che il romanziere - quel grande artista - vi dà.
La finezza nel percepireBello. Magnifico. Ma come si ottiene? Come si imparaOgnuno ha il proprio modo, il proprio ritmo e soprattutto il proprio bagaglio di esperienze con quale confrontarsi. Perché sono quelle che noi spalmiamo sui libri e che ci tornano indietro ogni volta, è quella l'emozione che sentiamo; che sia violenza, che sia dolcezza, che sia malinconia: è la nostra vita, fatta a pezzi, che torna a noi attraverso la bocca di un altro e, quando questo succede, è difficile continuare ad essere obiettivi. Eppure è importante farlo, provare a formulare un giudizio oggettivo sulle nostre letture, avere gli strumenti per individuare il valore effettivo di un libro, riuscire a distinguere un puro slancio emotivo da una consapevolezza reale e concreta.
Sarebbe sciocco far finta che la seconda parte della lettura, il giudizio, il confronto, sia semplice quanto la prima - aprire la mente allo stormo impetuoso d'innumerevoli impressioni.
Continuare a leggere senza più avere il libro davanti, mettere le ombre-forme una vicino all'altra, aver letto e capito abbastanza da poter rendere questi confronti vivi e illuminanti - questo è difficile. 
È ancora più difficile spingersi oltre a dire: "non solo il libro è di questo tipo, ma ha questo valore. Questo non va. Questo va." per portare a termine la seconda parte del compito del lettore servono immaginazione, intuizione, istruzione al massimo grado, ed è difficile credere che una qualsiasi mente ne sia provvista a sufficienza.
E se invece di imparare provassimo a diventare quello scrittoreSe al posto di prendere appunti ci alzassimo dai nostri banchi e ci mettessimo dall'altra parte? Allo stesso modo, se riuscissimo ad essere quel lettore? Se provassimo ad entrare nella testa degli artisti, direttamente a contatto con la materia viva e pulsante, cosa potrebbe venirne fuori?

Consigli a un aspirante scrittore è un'antologia che racchiude alcuni passaggi tratti dai saggi di Virginia Woolf (Una stanza tutta per , tanto per citarne uno) ma soprattutto alcune pagine dei suoi diari. A primo impatto si potrebbe affermare che "non si può essere più sinceri con l'altro di quanto lo si è con se stessi". Ma, a pensarci bene, è davvero così? Veramente siamo in grado di raccontarci la verità senza alcuna manipolazione? Le attenuanti, i sensi di colpa mal celati, le esplosioni di rabbia contenute: nei diari c'è la verità ma c'è anche altro, molto altro. Considerate il quaderno di una donna, di una scrittrice, di una lettrice: riuscite ad immaginare quanta materia grezza si nasconda all'interno di quelle pagine?

Il libro si suddivide in tre parti: leggere, scrivere, pubblicare; le prime sezioni, la prima in particolare, è molto, molto bella. Assistiamo alle confidenze di un'autrice con una forte passione per i libri, leggiamo di articoli e recensioni che la stessa pubblica su numerose riviste dell'epoca, parliamo del rispetto che bisogna portare ogni volta che si giudica un libro anche esprimendo il più negativo giudizio.

Virginia è nata nella letteratura; dal padre, agli amici, fino al marito: tutto intorno a lei è arte. Una fortuna e un grosso peso insieme. Poi c'è la fatica dello scrivere; i suoi libri, uno dietro l'altro. Nei diari si legge dei giorni spesi su Mrs Dalloway, dei capitoli sulla pazzia, del timore di sembrare "troppo abile" a parlarne. Di Gita al faro, del romanzo più consapevole, della sperimentazione della scrittura a diversi livelli. Di Orlando, dello strano impulso del creare per divertimento. Il prossimo libro, che sarà sicuramente migliore.
Quando scrivo sono semplicemente una sensibilità.
Leggendo questi passi io ero Virginia Woolf e mi rendo conto che è più quello che ho assimilato inconsapevolmente che quello che ho imparato consciamente.
Ora che sei giovane, scrivi pure risme di stupidaggini. Sii sciocco, sii sentimentale, imita Shelley, imita Samuel Smiles. Credo le redini a ogni impulso, fai tutti gli errori di stile, grammatica, gusto, sintassi. Riversa in massa. Rovesciati. Lascia andare la rabbia, l'amore, la satira con tutte le parole che riesci a cogliere, costringere o creare, con qualsiasi metrica, prosa, poesia o borbottio che ti viene. Così imparerai a scrivere. Ma se pubblichi, la tua libertà sarà sotto scacco. Penserai a quello che penserà il pubblico. Scriverai per gli altri quanto dovresti scrivere solo per te stesso. E che senso avrebbe dominare il torrente impetuoso delle stupidaggini spontanee che è ora, e solo per qualche anno, il tuo dono divino per pubblicare compiti libriccini di versi sperimentali?
Una finestra sulla vita, sul mondo e sui pensieri di una grande scrittrice. 
Può farvi solo che bene.



consigli-a-un-aspirante-scrittore-Woolf-libro-coverVirginia Woolf 

Consigli a un aspirante scrittore 
Traduzione di Bianca Tarozzi e Giordano Vintarolo
Rizzoli
pp. 272
2012
ISBN 9788817058315
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7 settembre 2013

Le ore - The hours: un libro, un film

L'ultima volta che parlai di Virginia Woolf, di questo film e del libro dal quale è tratto, ero nel pieno svolgimento della prova orale del mio esame di maturità. Non avrei mai pensato di discuterne qui, dopo appena una decina d'anni, e in blog-visione soprattutto; è un'esperienza strana, extracorporea quasi. Ma lasciamo mantecare la malinconia degli anni passati e addentriamoci nella storia. Storia, tra l'altro, nata proprio perché l'autore, Michael Cunningham, ha voluto omaggiare una scrittrice a lui molto cara, Virginia appunto, traendo ispirazione per il suo romanzo da uno dei testi più celebri della stessa: Mrs Dalloway.

Tre donne, protagoniste indiscusse di tutto il romanzo: questa è la caratteristica nella quale possiamo individuare il primo accenno di particolarità. Mi è capitato poche volte di leggere libri nei quali le donne fossero colonne portanti di un'intera struttura narrativa; i personaggi maschili non influiscono, con la loro presenza, sulle personalità delle loro compagne ma le affiancano, più o meno consapevoli, nello sviluppo delle rispettive vicende personali. Le donne, collocate in tre epoche diverse, sono legate tra loro da una trama sottilissima di congiunzioni e similitudini; un filo conduttore, tra tutti, è rappresentato dal romanzo Mrs Dalloway (che inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi proprio The hours).

le-ore-Cunningham-libro
LE ORE di Michael Cunningham
Traduzione di Ivan Cotroneo
Bompiani
2001
pp. 176
the-hours-film-cover
THE HOURS di Stephen Daldry
Sceneggiatura di David Hare
Genere: drammatico
2002
114 min















È qui che si sostanzia l'obiettivo dell'autore: intrecciare e slegare tre realtà apparentemente diverse, eppure così vicine, esaltando la peculiarità della vita che può palesarsi in un solo giorno. Le ore, appunto. 

La prima donna di Cunningham è Virginia Woolf; l'idea di inserire l'autrice che ha ispirato il romanzo all'interno dello stesso mi è sembrata una trovata davvero azzeccata. L'autore trasporta nel suo libro la Woolf  in un giorno del 1923, anno nel quale Virginia è impegnata a scrivere proprio Mrs Dalloway (pubblicato in seguito, nel 1925); la vediamo alla scrivania, in cucina, in giardino, estranea al mondo, presa dal tormento di decidere quale sarebbe il finale più adatto per la protagonista del suo romanzo, Clarissa.

La seconda giornata è stata rubata, nel 1951, a Laura Brown; una donna, amata fino all'estremo da suo marito Dan e da Richie, il suo bambino. Incinta del secondo figlio. Infelice come non lo è mai stata. L'unica cosa che riesce ad allentare la sua sofferenza sembra sia la lettura; un romanzo in particolare, che sta leggendo e che pare placare un poco l'angoscia... riuscite a immaginare di quale libro si tratti?

L'ultima donna è Clarissa, ripresa in un giorno del 2001; sta organizzando una festa (piccolo parallelo con la Dalloway del romanzo) per il suo amico Richard, uno scrittore malato di AIDS. Sebbene Clarissa viva da quasi vent'anni con Sally, la sua compagna, resta ancora aggrappata al passato, a quando lei e Richard si amavano, in un luogo e in un tempo che ora sembra non esistere più. Una cosa, una sola, non è cambiata da allora: Mrs Dalloway, il soprannome col quale Richard chiama Clarissa.  

L'intera vita di una donna, in un giorno, un solo giorno;
e in quel giorno tutta la sua vita.

Il film, girato nel 2002, conta un cast d'eccezione: Nicole Kidman è Virginia Woolf (ruolo per il quale ha ottenuto il premio oscar come migliore attrice), Julianne Moore interpreta Laura Brown e una formidabile Mary Streep si cala nei panni ClarissaUna trasposizione, secondo me, molto riuscita; il romanzo, proprio per la sua struttura alternata di voci e situazioni, era particolarmente adatto ad assumere le sembianze di una sceneggiatura. E forse, seppur conceda all'autore tutto il merito che gli spetta, credo di aver quasi preferito il film. Le tre donne sono in egual modo intense ma quella che mi è rimasta più impressa è Virginia. Se vi è mai capitato di leggere biografia di quest'autrice, conoscete, oltre al suo talento, anche i disagi psichici; sbalzi d'umore, tra euforia e depressione, nevrosi ed emicranie, che la costringevano a letto per giorni interi:
Quelle volte il mal di testa esce dalla sua scatola cranica e va nel mondo. Tutto brilla e pulsa. Tutto è infetto di lucentezza, vibra di essa, e lei prega perché arrivi un po' di buio, come un viandante perso nel deserto prega per avere un po' d'acqua. Il mondo è in ogni parte privo di oscurità, come un deserto prega per avere un po' d'acqua. Non c'è oscurità nelle stanze con le imposte chiuse; non c'è oscurità dietro le sue palpebre abbassate. Ci sono solo diverse gradazioni di luminosità, maggiori o minori.
C'è chi afferma che le due cose siano collegate, genio e sregolatezza, e forse anch'io propendo per questa ipotesi. Ma sono solo supposizioni, niente di più. Noi sappiamo solo che nel marzo del 1941, esasperata, Virginia Woolf decise di togliersi la vita. Questa è la prima immagine con il quale il libro e il film si aprono a noi: la figura di Virginia che entra in acqua, la voce di Virginia che legge la lettera di addio per suo marito LeonardL'appello, ad un amore che mai avrebbe potuto essere di più:
I don't think two people could have been happier than we have been. 
V.

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4 settembre 2013

L'incipit di «Anna Karenina»

Le famiglie felici si rassomiglian tutte. 
Ogni famiglia infelice, invece, lo è a modo suo.
Tutto era sossopra nella famiglia Oblonskï. La principessa, avendo saputo che suo marito aveva una relazione con la governante francese che era stata in casa loro, aveva dichiarato a suo marito che ella non poteva più vivere sotto lo stesso tetto con lui. Questa situazione, che durava già da tre giorni, era penosa per gli sposi, nonché per tutti i membri della famiglia e per il personale della casa.
Tutti, parenti e domestici, sentivano che la loro convivenza non aveva più ragion d'essere, e come gli stranieri che il caso fa incontrare in un albergo siano più legati fra loro che non potessero esserlo, adesso, i membri della famiglia Oblonskï.
La moglie non usciva dalla sua camera; il marito era assente da tre giorni; i figliuoli gironzolavano per tutta la casa come dei derelitti. La signorina inglese era venuta a bega con la donna di servizio e aveva scritto ad un'amica di trovarle un nuovo posto; il cuoco, il giorno prima, se n'era andato all'ora del pranzo; la cuoca e il cocchiere reclamavano il fatto loro.
 (di Lev Tolstoj - Rizzoli, 2006)
Suggerito da Maria Teresa.

Questione di feeling, giocando di prime impressioni.
Inviatemi i vostri incipit preferiti; raccoglieremo i più belli in questa rubrica.

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3 settembre 2013

Le vite degli altri

Scrivere è, tra le altre cose, l'unico modo che ho per occupare un pezzo di mondo e dipingerlo a mia immagine. E questo blog, nato per ammazzare la noia di un ordinario mattino di novembre, è diventato adesso la mia casa sull'albero; un luogo, l'unico, dove le parole lavorano per me, dove non ho bisogno di spiegare, chiarire e giustificare. Il problema è che a volte la realtà mi attira a sé con così tanta violenza che questo nascondiglio si innalza fino a poggiarsi sulle nuvole e non c'è scaletta abbastanza grande che mi permetta di arrivare fino al cielo. Allora sapete cosa faccio in questi casi? Cambio pelle. Esco, mi perdo negli sguardi delle persone che incontro e me ne approprio: indosso i loro vestiti, i loro atteggiamenti. Perfetti sconosciuti che accompagno a vivere. M'immedesimo al punto da dimenticarmi anche di me. Col pensiero, io sono loro. 

L'altro giorno, per esempio, ero un ragazzo. Robusto, alto, capelli incolti fino alle spalle, una maglietta di un gruppo metal di qualche anno fa. Un stereotipo, mi sono detta, ma ho voluto comunque dargli una possibilità. Aveva un paio di jeans scoloriti, arrotolati alla caviglia, e delle converse. Nere. Siamo andati a casa, io e il ragazzo. A casa sua, casa nostra per un po'. Ho tirato fuori le chiavi dalla tasca posteriore dei suoi pantaloni e ho aperto il portone. Ho chiamato l'ascensore ma, nello stesso momento, ho imboccato le scale: la pelle degli altri si sgretola in fretta, dovevo far presto. A passi svelti sono arrivata al piano, ho aperto la sua porta, ho posato le sue chiavi sul tavolo della sua cucina. Ho aperto il suo frigo. L'ho richiuso: non era ancora ora di cena. Sono entrata nella sua stanza, mi sono abbandonata sul letto, all'indietro, e lì ci siamo separati. L'ho lasciato e sono tornata da me.

Sono brevi momenti, quelli che riesco a vivere. È un gioco. Potrebbe esserlo, se non fosse così efficace. Perché tornando nelle mie scarpe, dopo, mi sembra di ritrovarle leggermente più comode di come le avevo lasciate e mi piace pensare che forse qualcuno si è appropriato di me per una manciata di secondi, qualche minuto forse; per farsi spazio, per sdraiarsi in un'altra realtà. Un po' come faccio io; per allentare la tensione, per allargare il respiro. 



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