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29 aprile 2013

Quando a leggere per noi ci pensano gli altri: gli audiolibri

È un periodo di sperimentazione quello che sto attraversando. Sto provando a superare ogni sorta di pregiudizio legato al progresso tecnologico che altera il concetto di lettura nel senso tradizionale del termine. Inizialmente con i libri in versione virtuale, gli ebook, e devo ammettere che sono rimasta piacevolmente colpita; per quanto io non abbia smesso di comprare cartaceo ho iniziato ad apprezzare pienamente i vantaggi del supporto digitale. Oltre all'indubbia praticità di una libreria a portata di borsa ho notato che leggo di più, quantitativamente di più. Non so a cosa attribuire esattamente questo fenomeno ma smetto di chiederlo e accetto il cambiamento con un reverenziale inchino. Sugli audiolibri ero ancora più scettica, ho sempre pensato che non fossero adatti a me.

Come ho già detto più volte perdo facilmente l'attenzione se la trama non riesce a coinvolgermi nell'immediato e pensavo che, se a leggere fosse stato qualcun altro, avrei avuto ancora più problemi a relazionarmi con i personaggi di questa o quella storia. Anche qui, su consiglio di mio padre, mi sono (parzialmente) ricreduta. Come l'e-book, anche l'audio-book ha vantaggi legati alla praticità dando inoltre la possibilità di operare in multitasking.

Molto importante è la scelta dell'audiolibro. Alcuni argomenti, alcune letture, non sono adatte ad essere ascoltate; mi riferisco soprattutto all'avvicendamento di voci, dialoghi e personaggi, a trame intricate, ad ambientazioni particolarmente mutevoli.  I tre audiolibri che vi propongo sono storie mediamente lineari ed è per questo che ho potuto apprezzarne il contenuto, indipendentemente dalla forma.



In nome della madre
A prescindere dalla Natività che ovviamente costruisce la storia stessa ma anche, e più in generale, a prescindere da ogni credenza religiosa, in nome della madre è la narrazione di un percorso, l'attesa di un evento. Non è centrale, per quanto sia importante, che i personaggi siano Miriàm di Nazareth, Iosef e Ieshu, il figlio di Dio. È l'umanità del concepimento che sottolinea il libro, la nascita di un figlio e le paure di una madre, l'attaccamento, primordiale e assoluto, verso una persona che persona ancora non è e l'aggravante, per Miriàm, costretta ad accettare la sua condizione al di là di ogni ragionamento. Il dolore della donna, infine, legato alla consapevolezza che Ieshu non sarà un uomo comune; la preghiera, straziante, rivolta a Dio affinché suo figlio non sia così speciale, che sia come tutti gli altri, che viva come tutti gli altri. Il libro è articolato in quattro stanze seguite da tre canti finali eseguiti dallo stesso Erri De Luca e da sua nipote Aurora. Fondamentale (mio padre insegna) è la voce che ci accompagna nella storia e chi meglio dello stesso autore può trasmettere lenfasi, le pause e le intonazioni corrette? 
A me è piaciuto molto.

in-nome-della-madre-De-Luca-audio-libroErri De Luca 
In nome della madre
Lettura di Erri De Luca
Musica di Erri De Luca
Voce di Erri De Luca e Aurora De Luca
Feltrinelli
2010
ISBN 9788807735011



Siddharta
Questa è stata una sorta di rilettura più che altro.
Ho sfogliato Siddharta più volte in passato, leggendone saltuariamente alcuni passaggi ed ho approfittato ora per farne un ripasso completo. Eppure, nonostante io già conoscessi la trama del libro, ammetto di aver trovato qualche leggera difficoltà. Il libro di Hermann Hesse è un agglomerato di filosofia, religione (e religioni), personaggi e simboli e simboli personificati; è un viaggio, fuori e dentro, l'animo umano. Concetti esistenziali si susseguono, parola dopo parola, ad una velocità sempre più incalzate ed è necessario soffermarsi in alcuni punti per capire a fondo ogni riflessione. Non credo che questa mia sconnessione sia attribuibile alla lettura di Enzo De caro ma penso che, come vi dicevo qualche riga più in alto, alcuni libri richiedano una lettura "autonoma" e Siddharta, secondo me, ne è un esempio. 

Siddharta-Hesse-audio-libroHermann Hesse 
Siddharta
Traduzione di Paola Giovetti
Lettura di Enzo De Caro

Musica di Riccardo Cimino
Verdechiaro edizioni
2009
ISBN 9788888285443



Il diario di Eva
Mi sono resa conto, scrivendo questo articolo, che i libri che ho preso sono tutti intrisi di un'atmosfera vagamente meditativo-religiosa ma, vi assicuro, è stato un puro caso. Il diario di Eva ci mostra un insolito Mark Twain che si presta a trascrivere i pensieri di Eva, dalla creazione fino al ratto delle mele e il conseguente allontanamento dall'Eden. Eva è rappresentata, nei libri a tema e non solo, come un simbolo; non c'è emozione o umanità che delinei la sua personalità, non è quasi eticamente corretto pensare che ne abbia avuta. La Donna di Twain invece trabocca di carattere e Angela Finocchiaro le regala, con la sua interpretazione, un aspetto ancor più sopra le righe: acuta, curiosa, chiacchierona, un po' svampita forse, sconveniente a volte. La luna che sparisce ogni volta, le stelle che non si fanno acchiappare, il fuoco che brucia e si consuma: Eva è attratta da ogni cosa, da Adamo soprattutto, che sembra un rettile ma forse non lo è, che è un uomo, ma che cos'è un uomo? E poi, cosa ne può sapere lei di queste cose? È troppo giovane, ha solo un giorno! Una lettura molto divertente dove però non mancano momenti di emozione e pensiero. E una punta di romanticismo, che ci sta come la ciliegina sulla torta. Delizioso.
diario-di-Eva-Twain-audio-libro
Mark Twain 
Il diario di Eva
Lettura di Angela Finocchiaro
Musica di Bebo Ferra
Full Color Sound
2006
ISBN 9788878460171




L'audiolibro, in conclusione, non è un supporto che mi sento di demonizzare. Suggerisco in ogni caso di utilizzare questi mezzi come alternative occasionali alla lettura e non come strumenti definitivi di sostituzione alla stessa perché  per quanto il progresso faciliti alcune operazioni, leggere procura uno stato di immedesimazione così profondo e assoluto che non è replicabile in nessun'altra condizione. Per chi fosse interessato a provare l'esperienza della lettura uditiva ma non sia così convinto da procedere ad un acquisto io consiglio Ad alta voce, un programma radiofonico di Rai Radio 3 che si basa sulla lettura a puntate di un classico della letteratura, italiana e straniera. Le puntate già andate in onda sono scaricabili nell'apposita sezione.
Nel caso, buone audioletture.



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27 aprile 2013

In villa di William Somerset Maugham

Vi è mai capitato di leggere un libro rassicurante? Di cercarlo proprio. È questa la sensazione che ho provato leggendo William Somerset MaughamIn villa è un racconto confortante perché nulla di quello che accade turba la normale previsione della storia; c'è anche il coup de théâtre alla fine, ma ciò non intacca l'atmosfera pacata di questo breve libro. 

Mary, rimasta vedova, si trasferisce a Firenze e alcuni amici, essendo fuori città, le offrono la possibilità di trascorrere questo periodo nella loro villa. È una donna molto bella, Mary; nel libro il suo fascino è esaltato più volte. Una bellezza consapevole, sfoggiata con estrema grazia e un pizzico di civetteria. Una bellezza contesa.

Edgar Swift è l'uomo maturo. Riccioluto e brizzolato, alto, magro, fiero, Edgar è pacato e gentile. Innamorato di Mary dalla notte dei tempi, approfitta della vedovanza sopraggiunta per informarla dei propri sentimenti e chiederla in sposa. Ha da poco ricevuto un'allettante offerta di lavoro e vuole portare la donna con sé. Adesso, i venticinque anni di differenza che li separano, non sembrano poi così tanti. Rowley Flint è il corteggiatore impertinente. Basso, tarchiato, smaliziato, Rowley è arrogante e spavaldo. Ha una rendita che gli consente di non lavorare e di sperperare il denaro in lussi e vizi. Ha amato mille donne, ne ha sposate solo due e il fatto che Mary non si conceda a lui così facilmente, a differenza di tutte le altre, non fa che accrescere il suo interesse. E per scherzo, per provocazione, butta giù una proposta di matrimonio che subito rinnega. Edgar sarà fuori Firenze per qualche giorno, periodo che concede a Mary per riflettere. Un avvenimento però, un imprevisto, metterà tutto in discussione. E le apparenze, capirà la donna in seguito, sono solo sembianze di personalità.

È un quadro, come vi ho sottolineato prima, abbastanza comune. 
Il finale, piuttosto prevedibile, non risulta fastidioso, anzi, la scrittura scivola, leggera e piacevole. I personaggi sono fortemente delineati, ognuno risponde ad caratterizzazione ben precisa e ammetto che Rowley mi ha strappato, con i suoi atteggiamenti provocatori e sfacciati, un paio di sorrisi.
Cara la mia Mary, sei una sciocca. Oh, lo so che di me non vuoi saperne, e sta bene, anche se credo che sarei stato un marito migliore di come pensi. Ma sei una sciocca a sposare un uomo con un quarto di secolo più di te. Quanti anni hai? Trenta, al massimo. Non sei di ghiaccio. Basta guardare la tua bocca, il calore dei tuoi occhi, le linee del tuo corpo per capire che sei una donna passionale e sensuale. [...] Questo corpo è fatto per l'amore, non ti permetterà di rinnegarlo. Sei troppo giovane per chiudere la porta alla vita.
Qualche volta possiamo anche concederci libri del genere. 
Il lieto fine, l'amore che trionfa. Ogni tanto.



in-villa-Maugham-libro-adelphiWilliam Somerset Maugham  
In villa
Traduzione di Franco Salvatorelli
Adelphi
1999
pp. 126
ISBN 9788845914560
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24 aprile 2013

L'isola della paura - Shutter Island: un libro, un film

Come mi è capitato di sottolineare più volte, il genere di libri che preferisco non trova alcuna coincidenza di specie con le pellicole cinematografiche che riescono a coinvolgermi. Non amo leggere thriller ma adoro guardare thriller, di stampo psicologico soprattutto. In linea con quest'affermazione, è chiaro che non avrei mai letto il romanzo di Dennis Lehane se non fosse stato la struttura portante di uno dei miei film preferiti, Shutter IslandIl libro, l'isola della paura, è stato pubblicato nel 2003 mentre il film, diretto da Martin Scorsese ed interpretato da Leonardo DiCaprio, è stato portato a termine nel 2010.
— Ma ha senso dimenticare il passato per assicurarsi il futuro? 
Chuck scosse la cenere nella schiuma.
— Questo è il problema. Cosa lasci quando spazzi il pavimento, Teddy? Polvere. Briciole che attirano le formiche. E lei, Teddy, quale orecchino ha dimenticato? Oppure adesso è finito anche lui nella pattumiera? 
— Lei chi? — disse Teddy. — Da dove salta fuori questa lei?
— C'è sempre una lei, non credi?

isola-della-paura-libro-Lehane
L'ISOLA DELLA PAURA di Dennis Lehane
Traduzione di Chiara Belliti
Piemme
2003
pp. 352
shutter-island-film-cover
SHUTTER ISLAND di Martin Scorsese
Sceneggiatura di Laeta Kalogridis
Genere: thriller psicologico
2010
132 min















L'agente federale Teddy Daniels è stato un militare durante seconda guerra mondiale. Sua moglie, Dolores, è morta nel '49 in un incendio attizzato dal piromane Andrew LaeddisÈ il 1954 quando Teddy si reca insieme a Chuck Aule, il suo nuovo partner, all'istituto psichiatrico Ashecliffe Hospital, luogo di cura per criminali particolarmente violenti, con l’intento di indagare sulla misteriosa scomparsa di Rachel Solando, una paziente accusata di aver annegato i suoi tre figli. I due agenti sono inoltre incaricati di controllare, in via ufficiosa, la natura dei trattamenti terapeutici adottati dallo staff medico per appurare che non si effettuino, come si sospetta, pericolose terapie sperimentali a danno dei pazienti.

La scomparsa della donna è apparentemente inspiegabile: ogni stanza è chiusa dall'esterno e l'intera struttura è debitamente sorvegliata; l'isola, oltretutto, è caratterizzata da ripide scogliere e fitta vegetazione, un'ambientazione del tutto sfavorevole ad ogni tipo di fuga. L'unico indizio a cui Teddy può appoggiarsi è un biglietto, un messaggio in codice, trovato proprio nella camera di Rachel:

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La legge del 4. Chi è 67? 
Mentre gli agenti si trovano a fronteggiare strane reticenze ed inspiegabili sotterfugi da parte dei medici della struttura, Teddy sogna Dolores ed apprende dalla stessa (cosa non ti combina lamore!) che Andrew Laeddis si trova anch'esso nell'istituto psichiatrico. Alla missione federale si aggiunge quindi un movente personale: la vendetta. Trovare Leddis e trovare Rachel, senza perdere se stesso.

L'asso nella manica di queste vicende è il rovesciamento della trama. Mi vengono in mente Number 23 oppure Slevin - Patto criminale, film nei quali "niente è come sembra"; a Lehane va tutto il merito di aver creato un romanzo nel quale la storia sembra contorcersi su se stessa ed avvilupparsi attorno ai personaggi. Ogni ruolo è invertito, il protagonista diventa niente di più che una misera comparsa.

Il film, in questo caso, è perfettamente in linea con le atmosfere del libro; ogni capitolo è stato, con le necessarie sintetizzazioni, degnamente rappresentato. Niente, della suspense che la storia richiede, è andato perduto. Il problema, a volerne trovare uno, risiede proprio nel punto di forza di questo romanzo; essendo una storia basata essenzialmente sul colpo di scena, la potenza narrativa che caratterizza la prima visione, o la prima lettura, tende ad affievolirsi, com'è giusto che sia, nei successivi approfondimenti. Leggendo il libro ho ritrovato con estremo piacere ogni minimo dettaglio ma non ho potuto affrontare le pagine con lo stesso stupore della prima volta.

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— Pensate alle bugie che i bambini raccontano ai genitori. Pensate a quanto sono elaborate. Basterebbe una bugia semplice per giustificare una assenza da scuola o una disubbidienza, invece loro le ricamano, le coloriscono. Non è così? 
Chuck ci pensò e annuì. — Sicuro. I criminali fanno lo stesso.
— Esatto. Il fine è quello di offuscare. Di confondere chi ascolta affinché questultimo, stremato, si convinca della loro verità. Ora immaginate di raccontare a voi stessi queste bugie.    
Immergetevi nella mente dell'agente Daniels. Che sia libro, che sia film, tuffatevi.
Occhio a non affogare però.
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20 aprile 2013

Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov

Esiste davvero? Un'obiettività di genere, intendo. È possibile affermare che un'opera sia indiscutibilmente un capolavoro? Mi riferisco ai classici per lo più, ai volumi stracolmi di erranti personaggi e sfavillanti aspettative da deludere. La lista dei 1001 libri da leggere prima di morire, per esempio. Questa è una reading challenge, una delle tante sfide attraverso le quali i lettori forti duellano a suon di pagine sfogliate, una sorta di accumulo culturale compulsivo, nel caso specifico un elenco di un migliaio di libri dai quali non si può prescindere. Non vi azzardate a porvi domande. Nessun atteggiamento critico verso le sacre liste. Perché proprio questi titoli? Chi li ha selezionati? In base a cosa? Nessun dubbio è concesso. È così e basta. Dovere morale è leggere. Perché?  Quali sono gli elementi, nel caso esistano, in grado di stabilire la genialità di un romanzo?

Queste domande mi si sono presentate spesso in passato, e ultimamente, con questo libro. Piero Dorfles (chi è Piero Dorfles?) apostrofò, tra un pugno di libri e l'altro, il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov come un grande capolavoro. Ora, lungi da me contrastare il parere di Dorfles che è persona densa di obiettivo sapere e verso la quale è diretta tutta la mia stima, ma mi domando piuttosto in base a cosa un romanzo assuma questi connotati (nel caso ve lo stiate chiedendo la risposta è si, il titolo è nella lista dei fantastici 1001).

Un pizzico di trama, prima. Woland, Satana per gli amici, decide di passare qualche giorno a Mosca insieme al suo seguito, un'accozzaglia di personaggi alquanto particolari. Uno spettacolo di magia nera, questo è il pretesto della visita. 

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Da sinistra verso destra: il suddetto diavolo, il gatto Behemoth e l'amico Korov'ev
(Illustrazione: Andrei Nabokov)
— Se non ho sentito male, lei stava dicendo che Gesù non è mai esistito? [...] Ah, com'è interessante! E, scusate se sono importuno, voi oltretutto non credete neppure in Dio?
È così che Woland, attratto dal tema della discussione, irrompe nelle vite dell'editore Michail Aleksandrovic Berlioz e del poeta Ivan Nikolaevic Ponyrèv. Da lì, un susseguirsi di eventi e situazioni, a tratti comiche, a tratti tragiche, si riversano su ogni personaggio che la storia riterrà opportuno coinvolgere. Ma il meglio deve ancora venire.
«Seguimi, lettore! Sia recisa la lingua infame al mentitore che ha negato l'esistenza di un amore autentico, fedele ed eterno sulla terra!»
L'amore autentico, quello di Margherita per il suo MaestroAnche il diavolo si ferma dinanzi a cotanto sentimento, al punto da accettare di favorire la sorte dei due amanti a patto che Margherita si presti ad essere sua accompagnatrice ad un ballo infernale da lui stesso organizzato.

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Uno scatto, a dimostrazione della sobrietà della serata
(Illustrazione: Pavel Orinyansky)


Questa è la storia principale, a sommi capi. Poi c'è il romanzo nel romanzo: il manoscritto del Maestro, il libro che stava terminando prima, il libro per il quale è stato allontanato da Margherita; la storia di Jeshua, di Ponzio Pilato e della codardia, il peggiore dei vizi umani.

Un libro piacevole. Il problema è che non stavamo parlando di scorrevolezza, parlavamo di capolavoro, di genio. Non credo che l'arte sia una questione di "dimensioni" e, allo stesso tempo, mi risulta difficile pensare che l'obiettività sia legata a un cognome. Cos'è che mi sfugge, allora? Può essere che l'obiettività non sia così razionale? E, avanzando una provocazione, possibile ci sia addirittura, in alcuni casi, una sorta di autosuggestione culturaleSe ci fate caso, è difficile trovare qualcuno disposto a schierarsi contro volumi così importanti. Quei pochi che lo fanno nascondono uno spirito rivoltoso e anarchico che, paradossalmente, accresce e conferma il parere a favore. Voler contrastare una tendenza per il semplice fatto che sia un'attitudine diffusa, indossare riccioli di lana scura e assumere le sembianze di una pecora nera in mezzo al gregge, non fa altro che aumentare l'altisonante reputazione del romanzo incriminato.

Io non nego che il libro di Bulgakov sia pieno di spunti interessanti, di ogni forma e genere. È inoltre dotato, senza dubbio, di una ricca simbologia sapientemente impiegata. Però. C'è sempre quel però. Una morale troppo esposta, forse. Avrei preferito qualche sussurro. E Margherita, e il Maestro, non li ho conosciuti abbastanza, non ci sono entrata così tanto, non così da innamorarmi di loro.



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Michail Bulgakov 
Il Maestro e Margherita
Traduzione di Emanuela Guercetti
Garzanti 
2012 (XXVII edizione)

pp. 450
ISBN 9788811360247
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16 aprile 2013

L'orgoglio dello scrittore: Fitzgerald a difesa di Gatsby

Ho di recente acquistato questo romanzo in una nuova versione. Non voglio soffermarmi sul libro in sé perché credo sia uno dei testi più conosciuti e acclamati di sempre; un'ovazione diffusa e persistente che, aggiungo, non mi trova in totale accordo. Comunque, non è questo il punto. La mia edizione contiene due aggiunte davvero interessanti: la recensione dell'epoca a cura del critico H. L. Mencken e l'introduzione che lo stesso Francis Scott Fitzgerald scrisse in occasione della  prima ristampa del romanzo.

L'autore iniziò la redazione de Il grande Gatsby nel 1911 ma consegnò le bozze definitive solo nel 1925; il libro fu pubblicato, la prima volta, il 10 aprile dello stesso anno. La critica, con qualche rara eccezione, fu impietosa; pur riconoscendo un miglioramento stilistico rispetto al precedente Tenera è la notte, il romanzo non ebbe l'accoglienza sperata. Nel 1934 fu ristampato dalla Modern Library.

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Copertina della prima edizione

Fitzgerald fu incaricato di scrivere una prefazione al romanzo e, amareggiato dalla pesantezza dei giudizi che avevano accompagnato la prima pubblicazione, si lanciò in un testo ricco di risentimento e rabbia; un'introduzione così parziale che lo stesso autore rinnegò:
Non mi piace. Leggendola di nuovo, mi sembra che difetti di confusione e di incoerenza, due qualità che la storia che ad esse segue riesce ad evitare
Quando Fitzgerald chiese alla casa editrice di poter apportare alcune modifiche al testo, la richiesta fu respinta perché le poche copie già messe in commercio non furono vendute e l'azienda decise di cancellare ogni ulteriore pubblicazione. Mi colpisce molto la forza delle parole con le quali lo scrittore si schiera a difesa di Gatsby; un testo così intriso di orgoglio da risultare quasi privo di professionalità. Un appello al lettore, affinché non si lasci sviare:
Vorrei infondere a quelli di loro che hanno letto questo romanzo un sano cinismo verso i critici contemporanei. [...] il vostro orgoglio è tutto quello che avete, e se lasciate che sia smontato da un uomo che ricava prima di pranzo un dozzinale orgoglio dallo smontarvi, vi state assicurando un mucchio di delusioni che un vero romanziere di professione ha imparato a risparmiarsi.
Accorato e spontaneo, infantile per alcuni versi.
[...] Dato che le pagine non sono state caricate con grandi nomi di grandi cose, e il soggetto non riguarda gli agricoltori (che erano gli eroi del momento), si è guadagnato un giudizio superficiale che non aveva niente a che vedere con la critica, ma era semplicemente un attacco da parte di uomini che avevano scarse capacità di auto-espressione per esprimere se stessi.
La prefazione continua più o meno su questi toni.È un testo che mi ha portato inevitabilmente a riflettere: qual è il giusto comportamento che un critico dovrebbe adottare quando si presta a commentare un'operaIo credo che il rispetto sia una componente imprescindibile. Nel momento in cui un autore si consegna ad un pubblico è implicitamente obbligato ad accettare ogni sorta di parere, per quanto negativo possa essere. Il critico però, il giornalista, oppure il blogger (per attualizzare il concetto) è tenuto ad analizzare  il libro con cognizione di causa; non mi riferisco tanto ad una titolarità tecnica di giudizio (io sono del settore quindi posso dire con certezza che) ma ad una sorta di titolarità morale (io ho letto con attenzione quindi potrei dire che). Un bagno di umiltà, anche. E un po' di tatto, che non guasta.

Il giornalista Laurence Stallings, ad esempio, si accanì ferocemente (ed eccessivamente, aggiungerei) contro Gatsby, affermando che le prove precedenti di Fitzgerald erano state "roba barbara" e ciò che le seguiva replicava quelle barbarie. Allo stesso tempo, l'umiltà è una caratteristica essenziale anche per lo stesso autore che dovrebbe essere il più imparziale giudice di se stesso; una critica valida, per quanto negativa, costituisce un'opportunità di miglioramento che non dovrebbe mai essere sottovalutata. Anche perché, come ammette lo stesso Fitzgerald:
Se si ha una coscienza pulita, un libro può sopravvivere - almeno nei propri sentimenti per esso. Viceversa, se uno ha la coscienza sporca, legge solo quello che si vuol sentir dire dalle recensioni. Inoltre, se uno è giovane e desideroso di imparare, quasi tutte le recensioni hanno un valore, anche quelle che sembrano ingiuste.
È evidente, in ogni caso, quanto i critici abbiano messo a dura prova l'autostima dell'autore. Lo stesso Mencken, nella sua recensione, sembra rendersene conto:
Scriverlo, io penso, è stato doloroso. L'autore ha scritto, stracciato, riscritto e stracciato di nuovo. Ci sono pagine costruite così ad arte che più immaginare che siano state improvvisate, più di quanto si possa immaginare di improvvisare una fuga.
In sostanza, il gioco delle parti impone che ogni partecipante rispetti le imposizioni derivanti dal proprio ruolo e collabori affinché si crei una relazione costruttiva. Il critico non dovrebbe, come successe all'epoca, assumere le vesti di un antagonista ma diventare un co-protagonista, un collaboratore. Al di là di tutto, io ho apprezzato lo slancio di Fitzgerald; uno scrittore che difende il proprio lavoro in questo modo appare, paradossalmente, così disarmato ed insicuro da risultare inattaccabile. Non vi pare?
Ma, per Dio! Era il mio lavoro, ed era tutto quello a cui mi ero dedicato. Ciò che avevo espunto da esso, sia materialmente che emotivamente, avrebbe potuto costituire un altro romanzo.


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12 aprile 2013

Piccoli crimini coniugali di Éric Emmanuel Schmitt

Non ne sono una divoratrice dei testi teatrali. Quello che mi impedisce di appassionarmi è proprio il cambio di scena; dettagli tecnici di ambientazione e posizionamento dei personaggi sono indicazioni essenziali per una rappresentazione ma deleterie per un costante livello d'attenzione. Non sento invece alcun bisogno di una voce narrante; ho letto diversi libri plasmati interamente sulla struttura del discorso diretto e ne sono rimasta affascinata. Eppure, per quanto un testo teatrale possa essere interessante, non riesce a coinvolgermi completamente e ancora oggi non sono riuscita a capire se questa sia un mio limite oppure se, più semplicemente, il testo teatrale ha bisogno di coinvolgere altri organi di senso per riuscire al meglio. Parliamo di Piccoli crimini coniugali, una rappresentazione vagamente noir.

Lui, Gilles, scrittore di romanzi gialli. Lei, Lisa, moglie pacata e devota. Gilles ha riportato un'amnesia a seguito di un incidente domestico accaduto in condizioni non particolarmente chiare e, dopo un breve ricovero in ospedale, torna a casa con Lisa. Quello che i due personaggi (attori?) mettono in atto è una piacevole schermaglia casalinga. Gilles mette in dubbio ogni informazione che Lisa gli fornisce. Chi sono io, veramente? Avevamo dei problemi? Che tipo di coppia eravamo? Io ti amavo? E tu, tu mi amavi?

Amore e odio si intrecciano provocando una vera e propria guerra di trincea dove il matrimonio, più che un'unione d'amore, acquisisce le sembianze di un'alleanza di partito. Tra recriminazioni e accuse, Gilles e Lisa si scoprono, di nuovo. La storia termina con un ritorno, o una tregua, come è più sensato credere.
La coppia è un’associazione di assassini, uniti fin dall'inizio dalla violenza di un desiderio che li proietta uno dentro l'altro, tra rantoli, sudore, miagolii, che si risolve in un armistizio, chiamato dai più piacere, solo per esaurimento delle forze. I due assassini sposandosi, firmano una tregua, ma solo per dirigere, uniti, la loro violenza contro la società, brandendo i frutti delle loro risse: i figli. E qui l'inganno rasenta il capolavoro! Perché d’ora in avanti, in nome della famiglia, sarà loro tutto permesso. I loro istinti brutali e licenziosi passeranno per un servizio reso alla specie umana. […] Quando guardate un uomo e una donna sull'altare davanti al prete o davanti al sindaco non vi siete mai chiesti chi dei due sarà il primo a uccidere l'altro?
Una lettura molto piacevole. Però piacevole è il sole tiepido di questa mattina, che ci prova ma non riesce ad accendersi. Ed è qui che mi sono posta il problema. Le tematiche trattate sono avvincenti: la coppia come campo di battaglia, l'amore, il troppo amore che diventa odio e il troppo odio che diventa amore. La trama racchiude tutti gli elementi giusti per poter infiammare gli animi, per corrodere più che scivolare ma questo non accade, non del tutto almeno. Mi sono quindi chiesta se alcune storie, come questa, abbiano bisogno di altro oltre alle parole. Se attraverso il palcoscenico i personaggi acquisirebbero il vigore che ora sfiorano appena oppure se io dovrei ammettere il mio limite e farmene una ragione.



piccoli-crimini-coniugali-Schmitt-libroÉric Emmanuel Schmitt 
Piccoli crimini coniugali
Traduzione di Alberto Bracci Testasecca
Edizioni e/o
2011
pp. 141
ISBN 9788876418815
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10 aprile 2013

Mendel dei libri di Stefan Zweig

Perché lui leggeva come altri pregano, come i giocatori giocano e gli ubriachi tengono lo sguardo fisso nel vuoto, storditi; il suo rapimento quando leggeva era così commovente che, da allora, il modo in cui gli altri leggono mi è sempre parso profano.
C'è la guerra in Austria. Tumulti e sommosse invadono le strade mentre testate giornalistiche si slanciano in notizie e smentite ma Mendel non se ne accorge neanche; seduto al Caffè Gluck, inforca gli occhiali e si immerge in saggi e romanzi. Il mondo è un rumore sordo, qualcosa che accade tra una pagina e l'altra. Non ha importanza, il fuori, non l'ha mai avuta. Nei trentanni passati ad esaminare testi e opere Mendel ha imparato a vivere, quasi che niente di quello che non sia stato scritto sia realmente esistito: è questa tenera inconsapevolezza, questa impronta quasi infantile, che conduce il protagonista nel cuore del lettore. Perché Mendel è creatura di raro splendore e nel leggere la sua storia non si può non provare uno slancio d'affetto, un impulso di difesa. Ci si schiera a favore di Mendel, a dispetto degli altri. Per proteggerlo, per preservarne l'innocenza, per custodirne la bellezza. Di quella meraviglia del mondo isolata dal mondo. Ha un po' il sapore di una fiaba, la storia raccontata da Stefan Zweig. Densa ma impalpabile, effimera. È un morso, cinquanta pagine appena, eppure non occorre una sola parola in più. Jacob Mendel, Mendel dei libri, mi ha riportato alla mente Hanta nella sua Una solitudine troppo rumorosa; personaggi, legati nel cuore e nel sangue, a inchiostro e carta. Affascinati come bambini, attratti più degli amanti.



mendel-libri-Zweig-adelphiStefan Zweig 
Mendel dei libri
Traduzione di Ada Vigliani
Adelphi
2008 pp. 53
ISBN 9788845922749
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7 aprile 2013

Questa è l'acqua di David Foster Wallace

Le raccolte di racconti mi mettono un po' a disagio. In linea di massima preferisco focalizzarmi su una storia alla volta. Ma il motivo importante non è questo: la cosa che più mi mette in difficoltà è la parzialità di giudizio che ne consegue. È inevitabile che le impressioni, a fine lettura, siano una sorta di media aritmetica delle singole valutazioni. Ma la statistica non è una scienza perfetta, il calcolo tralascia diverse specificità di genere che, nel mucchio, tendono a scomparire. Leggendo i racconti di David Foster Wallace ne ho avuto la piena conferma. La valutazione che io potrei fornirvi per tracciare un'opinione definitiva non renderebbe giustizia alla potenza narrativa che ho riscontrato nell'autore. Questo perché alcuni racconti, come è lecito supporre, mi sono piaciuti meno di altri. Ma ciò non vuol dire che io non abbia cercato e trovato lui, prima delle sue storie. 

Questa è l'acqua ne contiene sei, cinque racconti scritti tra il 1984 e il 1991: Solomon Silverfish, Altra matematica, Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta, Crollo del ‘69, Ordine, fluttuazione a Northampton; il sesto brano che titola la raccolta, Questa è l'acqua, è in realtà la trascrizione di un discorso tenuto dallo stesso Wallace ai laureati del Kenyon College il 21 maggio del 2005.

David è un flusso di parole, un getto di pensieri a emissione continuaNon ci sono pause, qualcuna forse, ma non abbastanza da riprendere fiato. Nella prefazione, Don DeLillo descrive i versi di Wallace come «frasi che sparano raggi di energia in sette direzioni»E ce ne rendiamo conto subito, già dal primo racconto: Wallace riesce a mischiare amore e morte con una passione che sgorga violenta e incessante. Ho letto Silverfish una prima volta e non sono riuscita a comprenderlo del tutto. Ero stranita e confusa ma sentito di doverlo rileggere, subito, una seconda volta. Non vi so dire bene perché. E poi la terza e la quarta. E la quinta, sempre più avidamente. Solomon e Sophie mi hanno inchiodata al muro.

Le tematiche affrontate in ogni brano sono le più disparate e la stessa struttura narrativa cambia da trama a trama. Altra matematica, per dire, è discorso diretto a tre fasi, un dialogo molto particolare tra nonno e nipote mentre il pianeta Trillafon è un monologo incentrato sulla depressione, sulla Cosa Brutta; su cosa sia, sul come agisca e su come il suicidio sia la formalizzazione di una morte già avvenuta.

È quasi una dichiarazione d'intenti quella che si concretizza quando David cita La campana di vetro di Sylvia Plath nel suo terzo racconto. Come ho detto a proposito della stessa Plath in questo articolo, anche qui, non è possibile leggere Wallace senza conoscere i dettagli della sua vita (e della sua morte). Sembra che lo stato depressivo costituisca il terreno fertile delle produzioni più geniali. Come se la difficoltà di vivere di alcuni scrittori, l'affanno di trascinarsi in un'esistenza che rinnegano, si trasformasse per loro in potenza, in energia. Come se, prima di morire, vivessero due volte. Ecco perché non mi è possibile relegare a un giudizio sommario quello che rappresenta questa raccolta: tralasciando il fatto che io sia, evidentemente e irrimediabilmente, attratta da autori psicologicamente devastati, il talento in questo caso è fuori discussione.

Un elogio a parte merita il discorso tenuto nel 2005 per i laureati di Kenyon. A me piacciono i discorsi, mi piace la tradizione secondo cui i giovani americani vengono scortati nel mondo da sermoni vigorosi e carichi di speranza. Poi c'è tutto il tempo per perderla, la speranza, ma lì, con il titolo accademico a pugno chiuso, la parola di incoraggiamento è tanto celebrativa quanto necessaria. La parola di Wallace, credetemi, ha una forza straordinaria. 
Sono passati vent'anni da quando mi sono laureato e nel frattempo ho capito poco alla volta che il cliché secondo il quale le scienze umanistiche «insegnano a pensare» in realtà sintetizza una verità molto profonda e importante. «Imparare a pensare» di fatto significa imparare a esercitare un certo controllo su come e su cosa pensare. Significa avere quel minimo di consapevolezza che permette di scegliere a cosa prestare attenzione e di scegliere come attribuire un significato all'esperienza. Perché se non sapete o non volete esercitare questo tipo di scelta nella vita da adulti, siete fregati. Un vecchio cliché vuole che la mente sia un ottimo servo ma un pessimo padrone. Questo, come molti altri cliché in apparenza fiacchi e banali, in realtà esprime una grande, terribile verità. Non è certo un caso che gli adulti che si suicidano con armi da fuoco si sparino quasi sempre... alla testa. E la verità è che erano quasi tutti già morti da un pezzo quando hanno premuto il grilletto. E date retta a me, il valore reale e schietto della vostra cultura umanistica dovrebbe essere proprio questo: impedirvi di trascorrere la vostra comoda, agiata, rispettabile vita da adulti come morti, inconsapevoli, schiavi della vostra testa e della vostra naturale modalità predefinita che vi impone una solitudine unica, completa e imperiale giorno dopo giorno.  
[…] Qui la morale, la religione, il dogma o le grandi domande stravaganti sulla vita dopo la morte non c'entrano. La Verità con la V maiuscola riguarda la vita prima della morte. Riguarda il fatto di toccare i trenta, magari i cinquanta, senza il desiderio di spararsi un colpo in testa. Riguarda il valore vero della vera cultura, dove voti e titoli di studio non c'entrano, c'entra solo la consapevolezza pura e semplice: la consapevolezza di ciò che è così reale e essenziale.  
[…] Farlo, vivere in modo consapevole, adulto, giorno dopo giorno, è di una difficoltà inimmaginabile. E questo dimostra la verità di un altro cliché: la vostra cultura è realmente il lavoro di una vita, e comincia... adesso. Augurarvi buona fortuna sarebbe troppo poco.

Questa è l'acqua, letto da David Foster Wallace.
Qui il testo in lingua originale. Qui in italiano. 




questa-è-l'acqua-Wallace-libro-raccontiDavid Foster Wallace 
Questa è l'acqua
Introduzione di Don DeLillo
Traduzione di Giovanna Granato
Einaudi
2009
pp. 170
ISBN 9788806199692
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