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28 febbraio 2013

I pesci non chiudono gli occhi di Erri De Luca

Erri De Luca non mi ha mai convinta. Ho letto alcuni suoi libri, in passato, con il preciso intento di scovare tra le pagine l'autore di cui milioni di persone si perdevano a tessere infinite lodi. La prima volta con Il giorno prima della felicità, poi Il peso della farfalla, fino a La doppia vita dei numeriLetture piacevoli. Nessun brivido però, mare calmoFino ad oggi. 

De Luca torna con la mente e con la penna a cinquant'anni prima, quando un'estate gli offrì un passaggio nell'età adulta. Ritrova se stesso a dieci anni; non proprio un bambino, non ancora un ragazzo. Congetture e riflessioni sprofondano fragorosamente in ruzzoloni d'ingenuità infantile. La testa immersa nei libri, i piedi piantati a terra; è figlio di una realtà problematica, incrostata sulla pelle come salsedine delle spiagge di Ischia. Qualcosa sta cambiando, dentro di lui: si sente cresciuto. La trasformazione spirituale tuttavia non è ancora stata seguita da un sviluppo costituzionale completo e questo lo disturba al punto tale da avere la sensazione di essere intrappolato, costretto a vivere in una  zavorra di carne dalla quale non si sente rappresentato. La testa è avanti, il corpo resta indietro. Rompere il guscio è l'unico modo attraverso il quale pensa di potersi liberare. Distruggere il bozzolo, per rinascere uomo.
Non mi fa paura farmi male, essere ferito. Non mi importa. Il mio corpo non mi sta a cuore e non mi piace. È infantile e io non sono più così. Lo so da un anno, io cresco e il corpo no. Rimane indietro. Perciò pure se si rompe, non importa. Anzi, se si rompe, da lì dovrà venire fuori il corpo nuovo. 
Tra i primi tumulti esistenziali anche un accenno di amore si rivela a lui in quella stagione rovente, attraverso gli occhi di una ragazzina risoluta e attenta. Un sentimento sconosciuto, letto soltanto attraverso i comportamenti degli adulti, anima misteriosamente cuore, gesti e parole. Temi importanti si rincorrono tra le onde: giustizia e onore e lealtà. I ragazzini, mantenendosi per mano, si espongono alla vita. La purezza dell'infanzia è capace di raggiungere isole che un adulto non riesce più a vedere. 

Lo stile, più di ogni altra cosa, mi ha folgorato: ogni periodo è poesia più che narrazione, i pensieri si fondono ai versi in una delicatezza disarmante. È un libro molto bello. Delicato, che basta voltarsi e già non c'è più. 



i-pesci-non-chiudono-gli-occhi-De-Luca-libroErri De Luca
I pesci non chiudono gli occhi
Feltrinelli
2011
pp. 112
ISBN 9788807018558
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27 febbraio 2013

Un caffè con: William Shakespeare

Non è detto che gli autori più conosciuti siano ad oggi meno stupefacenti. È un pensiero comune, legato per lo più al concetto della svalutazione (conseguenza dell'inflazione, fenomeno di stampo economico applicabile anche ad alcuni prodotti letterari).  Per farla facile: questo lo conoscono tutti, passiamo ad altroCome se, in qualche modo, fosse un demerito essere celebri. Come se alcuni scrittori, appesantiti da secoli di gloria, non avessero più cartucce nel loro caricatore. E invece no. William Shakespeare, per esempio. Ho trovato il Sonetto 42 appuntato in un libro che qualcuno mi prestò tempo fa. L'argomento trattato è il classico tradimento "a doppia mandata": la donna e il migliore amico. Entrambi vi trovate ed io vi perdo tutti e due. 

Un triangolo amoroso che calca uno scenario alquanto ordinario e uguale mediocrità avrei riconosciuto a questi versi se l'autore non avesse aggiunto un ingrediente insolito: l'illusioneIl tradito raggiunge un livello di disperazione tale che un abbaglio di giustificazione sembra l'unica arma in suo possesso in grado di placare il bruciore dell'infedeltà. Una spiegazione che però non ha alcuna base logica.

William-Shakespeare
(Stratford, 26 aprile 1564 – Stratford, 23 aprile 1616)
Che tu abbia lei non è tutto il mio tormento
eppur si sa che l'ho teneramente amata;
ma che lei abbia te è quanto più m'accora,
una sconfitta in amore che mi brucia dentro.
Amabili colpevoli, così voglio scusarvi:
tu ami lei perché ben sai ch'io l'amo;

e così per amor mio ella pure m’inganna
lasciando che il mio amico lami per amor mio.
Se perdo te, tal perdita è per lei un vantaggio
e se perdo lei, è il mio amico a trovar tal perdita:
entrambi vi trovate ed io vi perdo tutti e due
e voi, per amor mio, m'infliggete questa croce.
Ma eccone la gioia: lui ed io siamo una sol cosa:
o dolce inganno, ella dunque ama me soltanto.


Effetti allucinogeni da troppo amore? Comunque sia, una delizia per gli occhi.
Buon proseguimento di giornata.

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21 febbraio 2013

Caduta libera

Grida con tutto il fiato che ha in gola ma la voce è intrappolata alla bocca dello stomaco.
Da questo se ne rende conto, che sta sognando.
Un urlo vuoto.
Apre gli occhi.
Sono le 3.21.

Sospira.
Alza la testa dal cuscino e si mette seduto.
Si porta una mano alla tempia.
Massaggia lentamente.
Lievi pressioni costanti.                                                                                      

I piedi a contatto col pavimento gelido.
Un leggero brivido.
Prosegue a tentoni verso la cucina.
Accende la TV, la spegne.

Apre il frigo, lo chiude.

Il bagno, il rubinetto.
L’acqua gli scorre tra le mani.
Avvicina il viso e lo immerge lentamente.
Dagli zigomi, agli occhi, fino al mento.
Riemerge.

Si guarda allo specchio.
Di solito non lo fa.
Le gocce d'acqua gli rigano il volto.
Ha le palpebre gonfie.
Un paio di rughe agli angoli degli occhi.

Si volta di scatto. 
Torna a guardarsi.
La mascella è serrata.
I denti spingono l'uno verso l'altro.
È appena dolore.
Appoggia le mani ancora bagnate sul lavandino.
I nervi cominciano a tendersi.
Ogni muscolo è in contrazione.
Il cuore inizia a pompare velocemente.
Arriva al cervello ad un ritmo vertiginoso.
Eppure non riesce a muoversi.
Adesso respira affannosamente.
Non distoglie lo sguardo.
Lo sente arrivare, dal fondo.
Non sa perché, ha smesso di chiederselo.
Osserva il suo corpo contrarsi.
È quasi precipitare.
Gonfia i polmoni.
A reagire, per una volta.
E controllarsi.
A spingerlo fuori.
E liberarsi.
Urla. 

Un urlo vuoto.
Apre gli occhi.
Sono le 3.21.


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19 febbraio 2013

La casa delle belle addormentate di Yasunari Kawabata

La scrittura orientale esprime ideologie e simbolismi quasi mistici, e questa storia non ne fa eccezione. La casa delle belle addormentate racchiude un mondo delicato; lasciare pregiudizi all'ingresso è l'unico modo per addentrarsi in quelle stanze. Leggere Yasunari Kawabata* è un'esperienza onirica; emergerete dalla storia con un senso di intorpidimento diffuso. 

Quando di lì a poco parve a Eguchi che il fragore delle onde si facesse più intenso,
fu perché quella giovane gli aveva rubato il cuore.

Eguchi ha sessantasette anni. Durante l'ultima visita, Kiga lo mette al corrente di un segreto:
— Sai, c'è chi ha preparato per noi donne che continuano a dormire, senza mai aprire gli occhi.
Con quel noi l'amico intende riferirsi ad uomini a cui l'età avanzata ha tolto ogni possibilità di amare materialmente una donna, appesantendo la vita di rimpianti e rassegnazione. Eguchi tuttavia non si riconosce in quella definizione; il vigore che lo ha caratterizzato in passato si è affievolito ma è non ancora scomparso del tutto affinché lui possa considerarsi parte della categoria. Si presenta alla locanda inizialmente spinto dalla curiosità: cosa ci può mai essere di così entusiasmante nel dormire accanto ad una donna inerme? Svolti i convenevoli di rito con la proprietaria della casa, Eguchi si avvia nella stanza.
— Non cercate di svegliare la ragazza. Per quanti sforzi facciate, non si sveglierebbe.
Tende di velluto rosso costeggiano le pareti, una donna giace nel letto al centro della camera.
Non fingeva, si udiva inequivocabile il respiro profondo di chi è immerso nel sonno. All'imprevista bellezza della ragazza, il vecchio trattenne il fiato
Passato lo smarrimento iniziale, l'uomo sfiora quel corpo assente eppure così vitale. L'immobilità della donna lo destabilizza. Le sensazioni che affluiscono in lui sono mutevoli e contrastanti. Vorrebbe svegliare la ragazza, baciarla, stringerla fin quasi a soffocarla se fosse necessario, purché apra gli occhi. Sarebbe disposto a violare le regole della locanda, a concretizzare i desideri di tutti i clienti che hanno frequentato quel luogo, ad accogliere in lui e per loro la vitalità di quella giovane.

Il desiderio e poi la vergogna, l'imbarazzo di aver pensato di abusare di un corpo che non avrebbe potuto reagire, l'istinto di difendere quell'anima disarmata, di proteggerla, anche da se stesso. Eguchi si perde nelle palpebre serrate di quel volto addormentato, rincorre immagini e ricordi che apparentemente non hanno alcun legame con la situazione. La madre, la moglie e le figlie: sembra che la giovane riesca a contenerle tutte insieme. Il corpo della ragazza, veicolo inconsapevole di pensieri, è in grado di raccontare ad Eguchi la sua stessa vita. E il lettore, nascosto nelle pieghe del velluto, non può far altro che scostare la tenda ed ascoltare.



la-casa-delle-belle-addormentate-Kawabata-libroYasunari Kawabata 
La casa delle belle addormentate
Traduzione di Mario Teti
Mondadori
2001
pp. 224
ISBN 9788804496106



*Kawabata è uno degli scrittori nipponici più noti al mondo, oltre ad essere stato il primo giapponese a vincere il premio Nobel per la letteratura nel1968.

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16 febbraio 2013

Il blogging, ossia: condivisione in pubblica rete

blogging-blog-start-from-scratchÈ un fenomeno strano, quello del blogging. L'aspetto che più mi inquieta (e allo stesso tempo mi affascina) è il bisogno di condividere impressioni e pensieri riservati, di quella riservatezza che neanche sotto tortura si dispenserebbe mai. Eppure, ogni giorno, milioni di sentimenti vengono liberamente spiattellati in rete. Personalità eccentriche e narcisiste si espongono volontariamente al comune giudizio (e mi ci metto anch'io; ci sono caduta con tutto il mio 36 di scarpe!). Mi sono chiesta molto spesso cosa si celasse dietro questa particolare esigenza e credo di essere arrivata ad una sorta di conclusione. Credo sia una questione di alibi. Mi spiego meglio.

Partiamo dal presupposto che esistono diverse tonalità di intimità. Possiamo classificare il livello di segretezza di un pensiero in base ad una scala di valori a tre dimensioni:
- lieve;
- media;
- alta.

L'intimità lieve si sedimenta soprattutto nella classica chiacchierata tra colleghi in sala mensa; cibi precotti e un paio ovvietà. Se vi capita di essere particolarmente in vena potreste aggiungere un pizzico di enfasi al discorso ma il risultato non cambierà granché. Né più né meno che semplici conversazioni di circostanza atte a stemperare tensioni, intrattenere relazioni e scaldare surgelati.

Dopo il lavoro un amico vi propone un aperitivo. Il secondo livello: la chiacchierata al bar. Il vostro interlocutore vi coinvolge nei suoi patimenti d’amore informandovi con precisione certosina e dovizia di particolari (rigorosamente non richiesti, tra l'altro): «Te lo giuro, non ho mai sofferto così tanto come in quest'ultimo periodo. Annuendo a ritmo costante vi rendete conto che, a pensarci bene, l'inizio del cosiddetto "ultimo periodo" del vostro amico risale più o meno a quando vi siete conosciuti, che equivale a circa 15 anni fa. « Ti capisco»biascicate a bocca piena (gli arachidi stracolmi di batteri sono una tentazione!). Non è il caso di contraddirlo, non stasera, sta soffrendo troppo. La prossima volta magari (o anche no).

Dopo l'aperitivo vi trascinate a casa. La chiacchierata da "io sono lo psicologo di me stesso". Il livello ad alta tensione. Mi riferisco a discorsi interiori a mezza bocca, rivelazioni esistenziali. Le fatidiche questioni irrisolteIl problema sta tutto qui: quando ci si confronta con se stessi su temi particolarmente importanti si tende a scappare, a tergiversare, a nascondere la testa sotto la sabbia. Ponendo però che, per puro caso, si arrivi alla giusta conclusione di un ragionamento è comunque un attimo a smontarla con scuse e giustificazioni perché è ancora un abbozzo mentale, non è una dichiarazione formale. Eccolo, l'alibi: « No, io sbaglio a pensarla in questo modo, perché poi bisogna considerare anche il resto». Il resto di che? Il resto della Nutella che ho lasciato in cucina. E finisce lì.

L'unico modo attraverso il quale possiamo proteggere e definitivizzare (?) le scomode verità a cui siamo giunti è, paradossalmente, condividerle. Perché, va da sé, una realtà comunicata non può essere ritrattata.

Perfetto. Una volta capito il cosa, c'è da risolvere il come. Come certificare le nostre sensazioni? Troppo personali per la mensa, troppo private per il bar. Allora perché non aprire un blog e rivelarsi al mondo intero? (non fa una piega!). «Tutti leggeranno il blog, non ti vergogni?». ALT!!! Tutti chi? Esclusi i parenti resta solo il cinese di turno che sbaglia URL. E comunque dire tutti è come dire nessuno. Come dire "ci vediamo la prossima volta". E buona notte al secchio.

Morale della favola: attenzione a cosa pubblicate sui vostri blog, il cinese è dietro l'angolo!



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14 febbraio 2013

Un caffè con: Dylan Thomas

Leggendo Sulla Strada di Jack Kerouac sono incappata nella prefazione di Fernanda Pivano, datata ottobre 1958 e intitolata la beat generationLa generazione americana degli anni 50 è nota soprattutto per una forma accesa di agitazione esistenziale espressa attraverso un forte spirito di ribellione verso i valori tradizionali della società civile. Nel descrivere gli esponenti del movimento, la Pivano afferma:
In realtà non è così facile definirli. Se si cerca di capirli attraverso i loro idoli ci si trova a dover esaminare soprattutto il poeta Dylan Thomas o il jazzista Charlie Parker o l'attore James Dean, tutti eroi di passioni violente e di morti tragiche.
Non conoscevo Dylan Thomas prima di oggi ma ho sempre avuto una morbosa curiosità verso le ideologie della cosiddetta gioventù bruciata ed è per questo che appena ho letto il nome del poeta mi sono messa subito alla ricerca dei sui componimenti. 

Dylan-Thomas
(Swansea, 27 ottobre 1914 – New York, 9 novembre 1953)

Questo pane che spezzo.

Questo pane che spezzo un tempo era frumento,
questo vino su un albero straniero
nei suoi frutti era immerso;
l'uomo di giorno o il vento nella notte
piegò a terra le messi, spezzò la gioia dell'uva.

In questo vino, un tempo, il sangue dell'estate
batteva nella carne che vestiva la vite;
un tempo, in questo pane,
il frumento era allegro in mezzo al vento;
l'uomo ha spezzato il sole e ha rovesciato il vento.

Questa carne che spezzi, questo sangue a cui lasci
devastare le vene, erano un tempo
frumento ed uva, nati
da radice e linfa sensuali.
È il mio vino che bevi, è il mio pane che addenti.






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4 febbraio 2013

E le storie non sono cose vere

Per un pelo! Perdere il treno è una cosa che detesto.
A nessuno fa piacere, lo so, ma io ne soffro di più. 
È una cosa che non posso proprio accettare. 
Non è per la questione di non arrivare in orario, non solo almeno. 
È quasi come se la vita ti scorresse davanti agli occhi e tu per un attimo, uno solo, non sei riuscito a prendervi parte. Sei costretto a restare giù, ai bordi dell'esistenza, ad aspettare la prossima corsa. Se ci sarà, la prossima.
Sono melodrammatica nei miei ragionamenti, me ne rendo conto. Ci sto lavorando.
Vagone 8, posto 52, lato finestrino.
— Scusi, posso?
— Si prego.
— Grazie.
Ripongo il bagaglio sul ripiano e prendo posto. 
Ho un paio di libri da leggere che ovviamente ho dimenticato di tirar fuori dalla valigia prima di riporla e la mia rigida discrezione mi impone di non alzarmi di nuovo per non infastidire i passeggeri. E va bè.
I passeggeri. 
Accanto a me, sulla destra, c'è un uomo sulla sessantina, azzarderei sessantasette anni (mi piace puntare al rilancio sulle caratteristiche anagrafiche degli sconosciuti!). 
A braccia conserte è di colpo scivolato in un coma irreversibile che ha tutte le premesse di durare almeno per le prossime dieci fermate e questo non mi dispiace affatto; mi ha inconsapevolmente tolto dall'incombenza di prendere parte ad una conversazione di cortesia che non avevo alcuna voglia di affrontare.
Di fronte ho una donna. Lei ha trent'anni, ne sono certa. 
Conserva ancora una sorta di splendore adolescenziale ma alcune increspature le arricchiscono il volto di esperienza, di attese e compromessi. E poi è mamma.
Accanto a lei infatti, con lo sguardo fisso al finestrino, una bambina.

8 anni e mezzo. Lei me lo dice.
— Sono Lea e ho 8 anni, 8 e mezzo.
— Ciao Lea.
Inclinazione del capo di 20 gradi e sorriso di circostanza. 
Non che non mi piacciano i bambini ma quando viaggio ho uno stato d'animo particolare.
Mi sento più lupo solitario che razza da branco.

È passata un'ora circa. Per le 15:30, ritardi allucinanti compresi, dovrei essere in stazione.
La donna guarda l'orologio e si avvia fuori dallo scompartimento.
— Vuoi qualcosa da mangiare, Lè?
— Si mamma.
— Cosa?
— Fai tu. Niente formaggio però.
— Stai buona qui.
— Ok.
— Mà?
— Eh?
— Coca.

Guardo distrattamente il paesaggio che fugge.
La piccola si sporge appena dal sedile e agita la mano destra a due palmi dal mio viso.
— Hey, ti posso chiedere una cosa?
— Dimmi.
— Che ci vedi tu lì?
— Lì dove?
— Fuori.
— Montagne? Strade? … palazzi?
— Grazie, eh.
— Perché, cosa ci vedi tu?
— Io ci vedo le storie.

Non te le aspetti queste uscite, da una bambina. 
La guardo meglio. Ha degli occhi enormi. Verdi, quasi grigi. 
"Occhi grigi come la strada, nascon fiori dove cammina."
— Oh! Ti sei incantata?
— Stavo pensando. Forse tu riesci a vedere più di me perché hai gli occhi grandi.
— No no, — risponde seria  — sono grandi normali.
Touchè.

Lei continua, le gambe a penzoloni:
— A me piace viaggiare.
— Dove state andando tu e la mamma?
— Stiamo andando da papà.
— Ecco perché ti piace viaggiare. Torni dal tuo papà.
— No. Cioè sì, papà. Ma non mi piace viaggiare per questo. Io vorrei non arrivare mai.
— Non vorresti arrivare mai? E perché?
— Te l'ho detto...
— Le storie dal finestrino dici?
— Eh.
— Fammi capire bene.
Scatta dal seggiolino:
— È tipo come un film, però uno vero. La gente è vera. E si muove, fa le sue cose. E io la posso guardare. Alla gente non piace essere guardata, lo sai? Mamma me lo dice sempre: Lea, smettila di fissare la gente! Ma io non è che la fisso, io la guardo. A me piace guardarle, le persone, e mi piace pure parlarci, però di più a guardarle. Quando camminano, ma anche quando non camminano però. E se li vedi bene puoi indovinare quello che stanno pensando e pure quello che si dicono, ed è bello, da qui è sempre bello quello che dicono. 
Si avvicina e continua, a voce bassa però, quasi fosse un segreto:
— E vedo le storie. Tutte le storie. Tutte le storie di tutti.
È appena un sussurro:
—  Io le vedo. Le penso e le vedo. Anche se non esistono. Non le dico a nessuno però. Perché lo so che sono solo storie. E le storie non sono cose vere.

Le storie non sono cose vere. 
Intervengo, quasi a ribellarmi da una verità troppo pesante:
—   E chi lo dice che non sono cose vere, le storie?

La porta scricchiola.
—   Lea!
—   Ciao mà.
—   Sempre a parlare, eh? 
Si volta verso di me:
— Devi scusarla, è una chiacchierona incredibile. Se le rispondessero, parlerebbe anche con gli alberi! Spero non ti abbia infastidito...
—   No. Assolutamente.
Assolutamente.


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2 febbraio 2013

Follia di Patrick McGrath

Il titolo. Così li scelgo, i libri. Più della copertina, scavalcando la popolarità dell'autore e sfuggendo quasi alla trama. A volte mi capita di prendere un abbaglio, ma non è stato questo il caso: Follia mantiene tutto il turbamento psicologico che promette. Il titolo originale, Asylum, esprime ancor di più l'atmosfera tormentata del testo: Asylum come asilo, rifugio, luogo di protezione ma anche come ospedale psichiatrico, istituto per malati di mente. Due concetti che non hanno niente da spartire, eppure il romanzo di Patrick McGrath li contiene entrambi. 

Ambientato in Inghilterra negli anni 50, Follia titola un'ossessiva storia d'amore nata nell'istituto Mental Health Act tra Stella Raphael, moglie del nuovo vicedirettore e psichiatra criminale Max Raphael, e il paziente Edgar Stark, artista frustrato accusato di uxoricidio. È Peter Cleave (collega di Max, amico di Stella e psichiatra di Edgar) a raccontare le vicende accadute nel manicomio inglese. In prima persona, con un apparente distacco emotivo. 
Le storie d'amore catastrofiche contraddistinte da ossessione sessuale sono un mio interesse professionale da molti anni. Si tratta di relazioni la cui durata e la cui intensità differiscono sensibilmente, ma che tendono ad attraversare fasi molto simili: riconoscimento, identificazione, organizzazione, struttura, complicazione, e così via. 
Follia-McGrath-libro
Follia
Patrick McGrath
Adelphi
1998
pp. 294
Stella si trasferisce presso l'istituto con il figlio Charlie a seguito dell'assunzione di suo marito ed entra in contatto con Edgar perché quest'ultimo, approfittando dell'autonomia concessagli dalla semilibertà, si offre di restaurare la serra della famiglia Raphael. Stark è un uomo sfrontato e diretto e la donna resta affascinata dalla sua schiettezza, dal suo estro castrato, dai suoi comportamenti beffardi e provocatori.

             — E lei da quanto tempo è qui? 
             — Cinque anni, ma uscirò presto. Ho ucciso mia moglie. 
             — Perché? 
             — Mi tradiva. 
             — Mi spiace. 

Di passione violenta è la natura della dipendenza che si introduce furtivamente nel cuore di Stella, vittima inconsapevole di un uomo in apparenza razionale ed equilibrato.
Tornò il giorno dopo, e il giorno dopo ancora. Lui le parlò di suo figlio, del figlio che aveva lasciato senza madre, Leonard, si chiamava così, e adesso aveva più o meno l'età di Charlie, anche se non lo vedeva più da cinque anni. Era stato affidato ai parenti della moglie, i quali avrebbero fatto di tutto perché il ragazzo non venisse mai a sapere chi era suo padre. Una storia perfetta per suscitare le simpatie di una madre. Peccato che fosse falsa. Edgar non aveva figli.
Stella Raphael è accecata da Edgar e tutto quello che l'uomo le dice appare stranamente logico e coerente. Non se lo spiega lei, perché lui sia lì; non riesce a scorgere nessuna tendenza nevrotica che accomuni Stark agli altri pazienti dell'istituto. È incuriosita e attratta allo stesso tempo. E lui ricambia, con un sentimento così intenso che lei non pensava esistesse realmente. Parlare d'amore è un azzardo però. L'amore, quello vero, sottende una relazione tendenzialmente sana. Il rapporto tra i due protagonisti è invece basato sull'idealizzazione reciproca, la sublimazione di un legame che  non troverà il riscontro atteso nella realtà.
Come me, come tutti noi era stato folgorato dalla sua bellezza, ma lui era andato più a fondo di noi, l'aveva idealizzata e poi aveva dovuto lottare contro il caos delle sue stesse passioni quando si era ritrovato nell'impossibilità di nutrire l'immagine che aveva creato.


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