Leggere i classici non “serve” (sostiene Calvino)

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Francesco Musolino ha firmato un articolo su Il fatto quotidiano dal titolo: «Classici. Quello che gli scrittori (giovani) non leggono». Ha cominciato scrivendo: «Alzi la mano chi non ha mai mentito», riferendosi a quelle volte in cui diciamo di aver letto un libro e invece l’abbiamo solo sfogliato in libreria o studiato da qualche scheda di lettura. Ma se per il lettore non è grave ammettere di non aver letto Joyce, lo scrittore sente l’obbligo professionale di leggere sia Joyce che Proust, soprattutto quando è un esordiente e si presume abbia ancora parecchio da dimostrare. Perciò quando vengono interrogati sui classici, qualche volta gli scrittori mentono. Per contrastare questa tendenza, Musolino ha intervistato un gruppo di autori under 40 invitandoli a svelare carenze e idiosincrasie letterarie. E così Andrea Marcolongo, autrice di La lingua geniale, dice di non digerire Dostoevskij, Alessandro Mari ha abbandonato la Recherche dopo tre volumi perché: «Avevo capito il gioco» e Stefano Piedimonte rinuncia a Infinite Jest: «Come si fa a proporre al lettore un libro con duecento note a fondo libro?». Ultimo ma non ultimo Crocifisso Dentello, che confessa di aver usato citazioni di Virginia Woolf – di libri che non aveva letto – per fare colpo durante un appuntamento.

L’articolo di Musolino non aveva la presunzione di risolvere dilemmi esistenziali; era solo un modo – simpatico, provocatorio, riuscito o meno – di parlare di libri senza prendersi sul serio. Ma il popolo di internet non perdona l’ironia e dai social network si levano giudizi contro gli scrittori indegni. Su varie testate compaiono articoli dai titoli perentori come: «Scrivete qualche libro in meno e leggetene qualcuno in più». Crocifisso Dentello prova a difendersi: «Siamo giovani scrittori, mica collezionisti di classici» ma Francesco Giubilei dalle pagine del quotidiano Il giornale riflette sul fatto che: «Il problema (...) è proprio la qualità dei testi, specie se scritti da giovani. Prevale l’utilizzo di una sintassi povera con pensieri poco elaborati, lessico elementare, scarsa introspezione, carattere psicologico dei personaggi per nulla indagato, dialoghi inverosimili» e questa difficoltà sarebbe da imputare alla mancata lettura di alcuni classici.

La polemica lascia il tempo che trova perché, se è vero che i problemi individuati da Giubilei esistono, si corre il rischio di pensare che ogni lettore di classici sia anche un bravo scrittore: niente di più lontano dalla verità. Durante questo scambio di opinioni, il nome più citato è stato quello di Italo Calvino. Il suo Perché leggere i classici è stato elevato a difesa dei romanzi d’antologia. Allora ho pensato di leggere il libro, anche solo per capire se effettivamente Calvino la pensasse così.
Appena comincio a sfogliarlo mi rendo conto del primo malinteso: il libro non è un saggio sul perché leggere i classici ma è una raccolta di saggi su alcuni classici, piccola ma sostanziale differenza. La prefazione s’intitola Perché leggere i classici (originariamente era Italiani, vi esorto ai classici, un pezzo che fu pubblicato su l’Espresso il 28 giugno del 1981). Mi concentro su questa parte pensando di trovare l’incitazione a cui tutti fanno riferimento.

Calvino comincia a dare qualche definizione per inquadrare il significato di classico: «I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: “Sto rileggendo...” e mai “Sto leggendo...”. Sottolinea il concetto aggiungendo che: «Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire». Alla quinta riga della prima pagina (quindi neanche troppo avanti) leggo un’affermazione molto curiosa che già discosta il pensiero di Calvino da quello dei suoi presunti adepti.
Il prefisso iterativo davanti al verbo “leggere” può essere una piccola ipocrisia da parte di quanti si vergognano d’ammettere di non aver letto un libro famoso. Per rassicurarli basta osservare che per vaste che possano essere le letture “di formazione” d’un individuo, resta sempre un numero enorme d’opere fondamentali che uno non ha letto. 
Calvino riconosce l’impossibilità, anche per il lettore più diligente, di leggere tutti i classici (anche perché “tutti” è un numero abbastanza complicato da definire). Ma andiamo avanti, magari la frase che cerchiamo si paleserà nelle pagine successive. Calvino continua a compilare il suo elenco soffermandosi sull’idea che un classico è un libro sorprendente  – i classici devono essere «nuovi, inaspettati, inediti» rispetto all’idea che ci eravamo fatti per sentito dire. Naturalmente, aggiunge Calvino, questo vale per i classici “che funzionano”, quelli cioè «che stabiliscono (notare la forma attiva del verbo, è il classico a stabilire) un rapporto personale con chi lo legge».
Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore
E qui il discorso prende una piega interessante: Calvino non parla di classici come categoria definita e definitiva ma di stato in divenire, fatto di rapporti personali, parziali, attributi collegati alle reazioni del lettore. Pur affermando che gli insegnanti hanno il compito di alimentare la conoscenza degli scolari con un certo numero di classici, poi aggiunge che: «È solo nelle letture disinteressate che può accadere d’imbatterti nel libro che diventa il “tuo” libro». Perché un classico ti identifica, in rapporto o in contrasto ad esso, ti spinge a metterti in discussione e a riconsiderare le tue posizioni. Riflettendo sui libri contemporanei, Calvino afferma che: «Per poter leggere i classici si deve pur stabilire “da dove” li stai leggendo». Il lettore saprà quindi individuare il valore di un classico solo se sarà in grado di capire qual è il contesto dal quale lo sta guardando.

Continuo a leggere, sono all’ultima parte della prefazione e ancora non ho trovato quello che stavo cercando. Resta una domanda: a cosa serve leggere i classici?
Non si creda che i classici vanno letti perché “servono” a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici.
L’ironia di Calvino è nota ai suoi lettori ma il senso dell’affermazione è chiaro: la lettura dei classici non è necessaria; ci aiuta a stabilire chi siamo, da dove siamo partiti e dove siamo arrivati, ci permette di sviluppare uno spirito critico – come la musica, il cinema, il teatro, l’arte in generale. Ma il tono di questi saggi non è imperativo; perciò, giovane scrittore, se leggi Joyce ma non hai letto Proust Calvino ti perdona.

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William Faulkner, soltanto uno dei più grandi autori del nostro tempo, una volta disse che dell’Ulisse ne aveva solo sentito parlare e questo gli era bastato per esserne influenzato. In un’intervista del 1956 per il Paris Review, interrogato su Sigmund Freud, Faulkner rispose: «Everybody talked about Freud when I lived in New Orleans, but I have never read him. Neither did Shakespeare. I doubt if Melville did either, and I’m sure Moby Dick didn’t». Non aveva letto Freud, non aveva letto Shakespeare, forse Melville ma non era così sicuro (poi Moby Dick diventerà uno dei suoi libri preferiti, ma questa è un’altra storia). Secondo Faulkner, il miglior allenamento per scrivere è: «Leggere di tutto – robaccia, classici, buoni e cattivi, e vedere come funzionano». Ancora più concreto, quasi statistico, il pensiero di José Saramago, che nel suo romanzo L’anno della morte di Ricardo Reis chiarisce che: «Un uomo deve leggere di tutto, un poco o quel che può, da lui non si pretenderà più di tanto vista la brevità delle vite e la prolissità del mondo». E se non siete ancora convinti vi lascio un’ultima citazione, una delle risposte di Calvino alle Nove domande sul romanzo che la rivista Nuovi argomenti gli sottopose nel 1959 (a dimostrazione del fatto che fosse un maestro, tra le altre cose, nell’arte di non prendersi troppo sul serio):

«Amo Jane Austen perché non la leggo mai ma sono contento che ci sia».



Nota a margine: da questa lettura condivisa abbiamo scoperto che la maggior parte di quelli che hanno partecipato alla polemica citando il libro di Calvino non avevano letto il libro di Calvino. Divertente, no?

Commenti

  1. Io leggo (e rileggo) i classici perché non ho una storia decente da raccontare e spero me ne venga una imparando dai migliori

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    1. Non mi sembra un metodo efface ma chi sono io per giudicarti?

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  2. Quando scrivi che giovani autori di oggi, in riferimento a Giubilei, sono poveri di scrittura per scarso approfondimento, aggiungerei che mancano di talento e di un reale investimento di da parte dell'editore. Opinione personale.

    Penso che il lettore per eccellenza sia Calvino che davvero leggeva di tutto, astronomia, fisica. Di botanici ne aveva due in casa. Il resto è tutto nei suoi libri.

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    1. Calvino era un lettore vero, hai ragione.
      Mi sembra una generalizzazione forzata quella che si riferisce alla mancanza di talento. Sugli investimenti degli editori sono più d'accordo ma anche lì: le leggi del mercato non sono loro a stabilirle. "Crederci di più" è un motto che non basta a far andare bene le cose quando parliamo di attività imprenditoriali (e l'editoria lo è).

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  3. Purtroppo è così - i "giovani" sono sempre un bersaglio facile, per certa parte del popolo dei social e per certa stampa...

    In ogni caso i "classici" sono stati a loro volta delle novità, che hanno dimostrato una longevità incredibile - proprio quella che molti di noi scrittori in erba vorrebbero per i propri scritti: leggerli non fa male, ma è un percorso, non una norma di legge :)

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    1. Restano comunque i problemi sottolineati da Giubilei. Leggere i classici fa bene ma non basta. Io mi ritrovo nel pensiero di Faulkner: leggere tutto, lavorare tanto. Come hai detto anche tu è un percorso: il problema è che gli scrittori giovani (sto generalizzando e non si dovrebbe, ma è per far capire la mia posizione) non leggono affatto. Non sarà Proust, allora, a compensare le mancanze.

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  4. Jacob T. Rotter5 settembre 2017 21:45

    Bel pezzo!
    Va sempre così, di questi tempi: si parte dal parlare del più e del meno, e si arriva a vedere la pagliuzza nell'occhio del prossimo, senza pensare alla trave presente nel proprio, di occhio - vedi Vangelo di Matteo 7, 1-5. A proposito, qualcuno che ha mai letto la Bibbia? Io no, la fonte della citazione l'ho copiata da un blog, ma chi se ne frega. Mica scrivo romanzi! ;-)

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    1. È così (ma fa anche un po' parte del gioco): un modo come un altro per impegnare la pausa estiva ;)

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  5. Ottima riflessione! Anch'io leggendo ho pensato proprio come Andrea Torti: quelli che oggi sono classici in realtà erano opere innovative e di rottura per il loro tempo. Penso che ognuno scelga quelli più affini alla propria sensibilità, ma hanno spesso il dono - raro - di parlare all'anima nel profondo e di lasciarci un po' più "ricchi".

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    1. Grazie! È vero, e lo dimostra il fatto che Calvino fa riferimento ai "tuoi" classici. Nella pagine successive, infatti, ci sono i suoi classici preferiti.

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  6. Mi ha colpito la frase: Scrivete qualche libro in meno e leggetene qualcuno in più. Sì, ma quali libri far rientrare in questo "qualcuno"? Solo i classici, solo i libri che si presumono di qualità, solo novità a prescindere dalla qualità? Calvino scrive una santa verità, nel suo libro sui classici. Non ricordo la citazione precisa, ma il senso era: se leggere i classici è avere un faro verso cui orientarsi, leggere "l'attualità" è altrettanto importante perché aiuta a capire in quale mare stiamo nuotando.

    Collaboro con un sito di recensioni, e leggo pertanto una novità editoriale a settimana. Titoli che mi vengono assegnati, quindi totalmente casuali rispetto ai miei interessi. Di solito mi innamoro di 2-3 libri su 10, a dir tanto. Mi aiuta però a capire cosa si sta muovendo oggi in questo settore, quali storie emergono nelle scelte di case editrici medio/grandi, e a capire come il mio gusto personale si può incastrare nel mare in cui sto nuotando, appunto. E posso confermare che sì, leggere attualità aiuta.

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    1. Sono d'accordo: non si può prescindere dall'attualità. Vero è che c'è più rischio di prendere delle "cantonate" ma, come dice Calvino, leggere ci dovrebbe anche aiutare a capire dove siamo.

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  7. Non ho seguito in modo molto approfondito la polemica generata dall'articolo di Musolino, anche se sono convinta che i classici "facciano scuola" per uno scrittore esattamente come un cantautore non può prescindere dalla storia della musica o un artista dalla storia della pittura e della scultura. Detto ciò, il mio è un approccio calviniano, perché condivido la sua genuinità nel parlare di classici: essi hanno, come tutto ciò che viene dal passato e raccoglie eredità culturali, il compito di alimentare il pensiero, il senso critico, come giustamente ricordi, ma è innegabile che tutti i classici non si possano leggere ed è ipocrita pensare che un giovane scrittore possa avere una conoscenza di tutta la grande letteratura, ancorché questo non lo esoneri dalla necessità di costruirsi un bagaglio letterario importante. Nel suo libro, al di là del famoso elenco dei perché, Calvino ci suggerisce dei modi di leggere i classici, modi che sono del tutto personalizzabili, ci indica la via di alcuni particolari... letto come complemento o elemento di dialogo rispetto alle Lezioni americane, Perché leggere i classici ci rivela la profondità degli studi di Calvino, che, comunque, rimagono sempre accessibili e mai pedanti, ma non mi stupisco del fatto che anche in questa polemica cui accenni si siano distinti personaggi pronti a citare Calvino senza averlo letto, così come, di certo, molti avranno inneggiato all'importanza dei classici senza andare oltre i riassuntini. Del resto, sempre in ossequio ai perché di Calvino, è tipico del classico creare su di sé un "pulviscolo di discorsi critici" che continuamente esso si scrollerà di dosso.

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    1. Leggere i classici è sempre meglio che non leggerli, lo dice Calvino e lo penso anch'io. È importante, è chiaro, ma bisogna capire perché. Non penso che leggere i classici crei una condizione sufficiente per diventare un bravo scrittore, non credo che sia questa (solo questa) la causa di tutti i problemi evidenziati da Giubilei. Non credo che saltare qualche classico provochi danni irreparabili alla scrittura ma credo che esistano imprescindibili "di genere" (se vuoi scrivere racconti, per esempio, devi leggere Poe, devi leggere Kafka, devi leggere Tolstoj. Se non leggi Proust puoi sopravvivere) . Ripeto, un bravo scrittore è necessariamente un ottimo lettore e un ottimo lettore, per me, è uno che legge di tutto, proprio come ha detto Faulkner. Leggere solo classici è scartare l'attualità e noi, volenti o dolenti, siamo parte dell'oggi. Ma ci sono diverse cose che volevo sottolineare con questo post, che non è una campagna contro i classici. Innanzitutto: la facilità con la quale puntiamo il dito; salire in cattedra è diventato uno sport agonistico, soprattutto rispetto agli scrittori "giovani". Calvino è un maestro e un gran comunicatore. Il suo approccio è : io non ti dico che devi leggere i classici ma ti spiego perché potresti farlo, cosa ho visto io e cosa potresti vedere anche tu. È un concetto diverso dall'uso improprio che ne è stato fatto ed è questo il modo giusto di porsi. È un invito, e un invito non si rifiuta mai. Poi: Calvino ha i suoi classici preferiti perché il lettore è il percorso di lettura che ha fatto. L'idea, quindi, è che ognuno debba scegliere ciò che sente più affine, senza sentire l'obbligo morale di spuntare titoli da un'ipotetica lista. Scegliere, anche tra i classici, i "tuoi" libri.

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  8. Soprattutto non ti fa sentire colpevole di non aver letto tanti autori o averli letti e stabilito in seguito un "divorzio consensuale".
    Io parto da una formazione classica, è vero, ma anni addietro mi vergognavo un poco di non aver avuto un importante bagaglio di testi greci e latini (pur avendo frequentato il liceo classico), e anzi, se devo dire, vengo più attratta dalla letteratura straniera che da quella italiana (che cerco ogni tanto di recuperare). Quindi, come hai scritto bene tu, riportando la voce di Calvino, il giusto approccio deve essere compiuto solamente con amore. Poi riguardo al Calvino lettore, sto leggendo "Ho visto partire il tuo treno" di Elsa de' Giorgi, dove questa (attrice e scrittrice), parla della sua relazione con lo scrittore intrapresa nella seconda metà degli anni '50 e racconta di come Calvino pur adattandosi in vari ambiti, non riusciva a sentire sempre "suoi" quelli che poi diverranno dei capisaldi della letteratura.

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    1. Grazie Michela per questa chicca, ci piace scoprire il lato umano dello scrittore ;)

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