«La forza di restare». Lions, il romanzo di Bonnie Nadzam

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Ho deciso di leggere Lions per due ragioni: il concetto di potenziale e l'idea di abbandono. Sul risvolto di copertina del romanzo, il secondo di Bonnie Nadzam, c'è scritto: «Concepita per diventare una città dell'Ovest in via di sviluppo, Lions non è riuscita a trasformarsi nella realtà sognata dai suoi fondatori». Questo è il potenziale quando non si evolve in ciò che promette. Sono andata a cercare una definizione più precisa. Potenziale, nel linguaggio filosofico: «indica il momento precedente la piena e completa manifestazione o realizzazione». Sembra una questione di tempo, di tempo sbagliato: aveva tutte le carte in regola per, e invece no. Questo m'interessa. Ho seguito anche una certa attrazione che provo per i luoghi abbandonati, che ho riscoperto leggendo Absolutely Nothing, il reportage di Giorgio Vasta sui deserti americani. Grazie a quel libro ho imparato che c'è una differenza, semantica e sensoriale, tra rovine e macerie. È un problema di coscienza, è ciò che vale la pena salvare. Quando ho scelto Lions, quindi, sapevo esattamente cosa stavo cercando. Poi ho letto l'incipit: «Se avete mai amato qualcuno saprete che c'è un fantasma in ogni cosa»; ho pensato che questo poteva essere l'anello di congiunzione, ciò che fa diventare il potenziale un principio d'abbandono.

La storia d'amore è come potete immaginare che sia: lui, Gordon, è un ragazzo abbastanza semplice, legato a Lions da ragioni che non riesce bene a comprendere. Per gli stessi motivi lei, Leigh, desidera scappare più lontano possibile; sente che il mondo le sta promettendo qualcosa che però non riuscirà ad ottenere se resterà in città. Non è così originale, comunque piacevole. Più interessante è John Walker, il padre di Gordon, un uomo che sembra provenire da un'altra epoca, consacrato al lavoro e alla famiglia come se ne andasse della propria vita. La figura del genitore è quella su cui Bonnie Nadzam ha indugiato di più; la vedevo tratteggiare papà Walker con una sensibilità tutta speciale. Non a caso il romanzo si apre con una dedica a suo padre e a «tutti gli uomini che lavorano onestamente». Ma quello che ho apprezzato davvero è la voce di Lions, una specie di un ruggito soffocato nel cuore del Colorado. È una città che ha tradito ogni aspettativa. Oppure c'è un'altra versione: ha tradito perché è stata tradita.
L'errore di quella gente non fu capire quanto sarebbe stato arduo trasformare quel luogo in un giardino, bensì non accorgersi che lo era già al loro arrivo.
Bonnie Nadzam ha scelto di giocare con un nucleo narrativo non facile da maneggiare, soprattutto per una scrittrice così giovane. Lions tocca temi importanti, troppo adulti: la ricerca di un'identità – per se stessi, all'interno della famiglia e nella comunità, il rispetto per le tradizioni, l'onore e l'onestà, la necessità di valori, di sani principi. Eppure tutto questo c'è, e c'è nel modo giusto. Adulta è la nostalgia con cui viene raccontata la storia; il libro è pieno di rimandi al passato, rimpianti evocati attraverso un utilizzo massiccio dei verbi legati alla memoria: «Molti anni dopo avrebbe ricordato (...) si sarebbe resa conto (...) si sarebbe accorta (...) avrebbe tentato di richiamare alla mente (...)». Il nostro condizionale rafforza l'impressione di una situazione subordinata a una condizione implicita, che si è o non si è verificata. Eccolo di nuovo, il potenziale. È un atteggiamento tipico: guardare al passato per trovare il momento in cui tutto era perfetto e capire, perciò, che cosa è successo. Quello che ho capito io è che non esiste il passo falso ma una serie di passi, giusti o sbagliati, che ti portano in una direzione rispetto all'altra. Gli abitanti di Lions non sapevano di essere già quello che aspiravano a diventare. Al futuro avevano rinunciato da quando qualcuno piantò il cartello segnato a lettere rosse, gialle e blu sull'autostrada: Lions, città fantasma. Non ci credevano Boyd e May, né Annie, né Emery, né Georgianna. John Walker ci credeva, ma la sua caparbietà venne scambiata per «insensata fede dell'uomo che sparge semi su un terreno duro come la roccia». Leigh non ha mai creduto di poter essere se stessa a prescindere dal luogo in cui avrebbe vissuto. Anzi, troppo tardi ha capito che certe volte si è proprio dove si è scelto di restare.



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Lions, Bonnie Nadzam. Edizioni Black Coffee, 2017. Traduzione di Leonardo Taiuti.

Nota a margine: scrivendo l'articolo ho scoperto che Marc Augé ha pubblicato un libro nel 2014, già fuori catalogo, che s'intitola Rovine e macerie. Il senso del tempo. Conto di approfondire.

Commenti

  1. Cara Maria, trovo che in questo tuo pezzo ti sia davvero superata: sono rimasta estasiata dalla delicatezza con cui descrivi, restituendolo chiaramente, il significato profondo, la riflessione che questo bel romanzo ci propone. Che bello aver iniziato la giornata con questa tua lettura!

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    1. Grazie mille a te, Cristina. Sono contenta che ti sia piaciuto, soprattutto perché so che hai letto anche tu il romanzo quindi ogni parola che ho usato l'hai intesa nel modo giusto.
      Spero che la tua giornata continui in questa direzione!

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