Una forma per riempire un vuoto

Fu allora che capii che le parole non servono a nulla; che le parole non corrispondono mai neanche a quello che tentano di dire. [...] Mi resi conto che la paura era stata inventata da qualcuno che non aveva mai avuto paura; orgoglio, da qualcuno che di orgoglio non ne aveva mai avuto. Mi resi conto che così era stato [...], che avevamo dovuto usarci l'un l'altro con parole, appesi per la bocca come ragni a una trave, che oscillano e si attorcigliano senza toccarsi mai. 
[...] 
Anche lui aveva una parola. Amore, lo chiamava. Ma era da un pezzo che avevo fatto l'abitudine alle parole. Sapevo benissimo che quella parola era come tutte le altre: semplicemente una forma per riempire un vuoto; che quando fosse venuto il momento, non ci sarebbe stato bisogno di una parola, per quello, più che per l'orgoglio e per la paura. 
[...]
Anse. Perché Anse. Perché sei Anse. Pensavo al suo nome finché dopo un po' vedevo la parola come una forma, un recipiente, e guardavo lui che si liquefaceva e ci si versava dentro come della melassa fredda che usciva dall'oscurità e si versava nel recipiente, finché il vaso rimaneva pieno e immobile: una forma significativa profondamente priva di vita come il telaio vuoto di una porta; e poi mi accorgevo di aver dimenticato il nome del vaso.
[...] 
E così quando Cora Tull mi diceva che non ero una vera madre, pensavo a come le parole vanno diritte in una linea sottile, rapida e innocua, e a come sia terribile che il fare proceda lungo la terra, rimanendoci aggrappato, così che dopo un po' le due linee sono troppo distanti perché la stessa persona possa passare da una all'altra; e che peccato, amore e paura sono soltanto dei suoni che la gente non ha mai peccato né amato né avuto paura ha per quello che non ha mai avuto e non potrà avere fintanto che non si dimenticherà delle parole.
(da Mentre morivo, William Faulkner)



Ho scritto tantissime cose, a proposito di questo. Le parole non corrispondono, mai, neanche a quello che tentano di dire. Ho letto cinque, forse dieci volte, queste pagine. Mi sembrano immense, infinite. E magiche, come animali mitologici in grado di cambiare il loro aspetto. Affascinanti, di un fascino spaventoso. Poi ho scritto. Ho scritto a penna, cosa che non faccio mai, perché mi sembrava un modo per rendermi più autentica; tentativo maldestro e sciocco di portare avanti una battaglia che sapevo già persa. Perché, appunto, niente è più approssimativo della parola stessa. Però ha funzionato, per un po'. La mia scrittura mi è apparsa diversa. Non tanto quello che c'era scritto, ma come l'avevo scritto. Non è servito a niente, comunque: la distanza tra il pensiero e la parola è incolmabile. È frustrante, alle volte, e parecchio deprimente. Rincorrere significati inesistenti, arrancare dietro termini che non hanno peso. Amore e paura sono soltanto dei suoni. Sarebbe meglio stare zitti, tutti quanti. Una platea stretta in unico, grande, silenzio. E poi dimenticare, le parole giuste. Mandare all'aria tutto il lavoro che, per secoli, gli uomini hanno cercato di fare: dare forma al mondo. Identificare: noi stessi, le nostre relazioni, per dare un senso, una connotazione, al nostro esserci in questo momento. Niente avrebbe il suo nome, e tutto sarebbe nuovo. Ci penso, a quanto sarebbe bello. Ma anch'io tendo a inseguire le parole, a volte credo di non aver fatto altro per tutta la vita. Ecco perché, alla fine, di quello che ho scritto non è rimasto niente. Neanche una parola. Perché niente è quello che penso.


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