Ernest Hemingway: un debito di riconoscenza

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Hemingway alla sua scrivania durante un safari africano, 1953. Foto di Earl Thiesen.

Tutti hanno sentito parlare di Ernest Hemingway ma non tutti l'hanno letto davvero. 
Uno dei motivi che posso azzardare per giustificare questa tendenza è che forse non può suscitare grande curiosità qualcuno che è sempre stato imposto. Hemingway è un autore
didattico e questo, nel paese dei paradossi, non è un punto a favore. E poi c'è quella fissa per la pesca che non lo rende molto popolare. Io ho provato a conoscerlo partendo dai suoi romanzi, avvicinandomi con tanto rispetto e poca convinzione, ma l'ho lasciato quasi subito. Ho continuato a leggere altri autori, altri americani, cercando di ignorare quei rimandi continui che mi spingevano verso qualcosa che sembrava imprescindibile. Poi però ho cominciato a leggere racconti, coltivando una vera e propria passione per le short stories. E anche lì, Hemingway. La riconoscenza di tutti gli scrittori che avevo imparato ad amare aveva un solo comune denominatore. A quel punto non era una scelta o un'imposizione. Era più un pareggiare i conti. 

C'è un documentario del 1999, curato da Roberto Luraschi e Sabina Negri, dal titolo "Fernanda Pivano racconta Hemingway", trasmesso da Rai Storia nel luglio del 2012Nell'intervista Nanda parla un po' dello scrittore, un po' delle sue donne — Hemingway si è sposato quattro volte — della guerra, dell'Africa, di quello che successe, di come lui tornò che non era più lo stesso. A un certo punto, ricordando il giorno del suicidio, la Pivano si riferisce a lui dicendo: «Il cervello dello scrittore che ha cambiato il modo di scrivere di tutto il mondo»C'è un bagliore di commozione negli occhi di Nanda. Parla molto lentamente, ci mette qualche secondo in più prima di iniziare una nuova frase, quasi come se la parola giusta fosse una, solo quella, e ci volesse tantissimo tempo per trovarla. Ma perché questo scrittore è così importante? Com'era il mondo, prima?

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Da una scena de Il grande Gatsby, adattamento cinematografico del 1949.

Dopo la Grande Guerra, in America
Quando la prima guerra mondiale si concluse, l'America conobbe un periodo di grande prosperità. L'industria automobilistica, così come l'edilizia e il settore petrolifero, si svilupparono al punto da spingere l'economia verso una forte espansione. Aumentarono gli investimenti, aumentarono le speculazioni. I titoli azionari circolavano alla velocità della luce. I figli della guerra divennero gli adulti dei ruggenti anni '20, gli scintillanti e alcolici tempi del jazz. Gli uomini mascherarono il loro disagio da sopravvissuti con auto lussuose e casse di whisky acquistate illegalmente. Le donne accorciarono le gonne, tagliarono i capelli, indossarono rossetti scarlatti a prova di bacio e collane di perle a doppio filo. I giovani americani, i belli e dannati di Francis Scott Fitzgerald, ammiccavano al futuro con aria sognante e maliziosa. Il sogno durò poco meno di un decennio. L'illusione di un'economia florida si rifletteva nella stabilità dei prezzi sul mercato ma il potere d'acquisto delle famiglie non era cambiato: nei fatti, quella produzione massiccia non poteva più essere sostenuta. L'euforia speculativa degli anni precedenti si schiantò contro le reali condizioni del sistema finanziario e, in quel martedì nero che fu il 29 ottobre del 1929, la Borsa di New York crollò gettando le basi di una crisi economica su scala mondiale. 

Dopo l'America, a Parigi
Hemingway tornò dalla guerra con una medaglia d'argento al valor militare e un fiume di orrore da raccontare. Riprese a scrivere e a pescare. Nel 1920 sposò Hadley Richardson, una giovane pianista conosciuta a Chicago. L'anno successivo i due si trasferirono a Parigi. Hemingway prese a frequentare, su suggerimento dell'amico Sherwood Anderson, la scrittrice americana Gertrude Stein, che viveva in Francia dal 1902. Nei salotti parigini Hemingway incontrò artisti come Ezra Pound e James Joyce e si identificò in quel malessere che caratterizzava la generazione perduta, un termine preso in prestito dalla stessa Stein, riferito a quegli americani che avevano sconfitto la guerra ma continuavano ancora a lottare contro un stato emotivo di alienazione e smarrimento. 
Nel periodo in cui Hemingway abitò a Parigi, pubblicò diversi racconti su alcune riviste letterarie. Il primo fu Su nel Michigan, nel 1921 Questo, e gli altri a venire, faranno parte dei celebri Quarantanove racconti.

Dopo Parigi, in Hemingway
La lotta è uno degli elementi che ricorre spesso nella narrativa di Hemingway. Non a caso nelle sue storie si ripetono scene di caccia e di pesca, scontri nei quali l'uomo, come un animale in mezzo ad altri animali, combatte come se ne andasse della propria sopravvivenza. L'uomo sfida la natura, più spesso compete con se stesso senza rendersene conto. I personaggi di Hemingway gestiscono la tensione tra la vita e la morte, quel filo sottile che riconduce alla fragilità e alla precarietà dell'esistenza, con coraggio e dignità. Gli uomini descritti da Hemingway sono virili e parchi di parole, le donne sono poco più che orpelli seducenti e profumati. Allo stesso modo — ed è questa l'innovazione — la scrittura è asciutta, ruvida e precisa. Hemingway riesce a parlare di cose importanti utilizzando termini semplici, rudimentali, ma accessibili e familiari. Le frasi sono brevi, brevissime, quasi mozzate, alleggerite da quel fardello barocco che il culto della parola richiedeva agli scrittori di qualche generazione prima.

Dopo Hemingway, negli altri scrittori
Leggere i Quarantanove di Hemingway è stato come riascoltare tutti gli scrittori che avevo conosciuto esprimersi attraverso una sola voce. In Colline come elefanti bianchi, uno dei miei racconti preferiti, si ha l'impressione di leggere un primo Raymond Carver. C'è tutta la delizia del testo sotto al testo, quei rivoli quotidiani che si incagliano nelle apparenze di dialoghi innocui e ordinari. Ho ritrovato la rabbia di Richard Yates ne Le nevi del Chilimangiaro e la precisione chirurgica di Andre Dubus ne Il ritorno del soldato e in un paio di altre storie. Ho riconosciuto gli occhi del sergente di Salinger nel protagonista di Una semplice domanda, così simili a quelli del Nick Adams di Come non sarai mai. Nei racconti di Hemingway c'è Charles D'Ambrosio e ancora, più vicino a noi, sulle sponde de Il grande fiume dai due cuori, c'è Paolo Cognetti. Loro e molti altri hanno attinto da quello stile così essenziale e autentico per imparare a inventare storie come lui le inventava. 


Ecco perché non c'è bisogno che leggiate Hemingway ora, o domani, in nome di un'imprescindibilità che non scaturisce da vostra un'esigenza reale. Perché prima o poi sarete voi a scegliere di saldare quel debito di gratitudine nei confronti di chi, poco più, poco meno, ha cambiato il modo di scrivere di tutto il mondo.


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Quarantanove racconti, Ernest Hemingway. Mondadori, 2001. Traduzione di Vincenzo Mantovani.

Commenti

  1. Ottima analisi. "I Quarantanove Racconti" di Hemingway li lessi un botto di tempo fa -prima ancora di tutti gli altri- e forse il mio ricordo è un po' appanato e affaticato ma ciò che ben tengo a mente è la bellezza e allo stesso tempo la difficoltà nel penetrare in alcuni racconti. Infatti ricordo davvero solo pochi racconti, il resto è letteralmente scivolato via forse a causa della noia e della ridondanza dettata dalla presenza di numerose scene di caccia, pesca e guerra.
    Prima o poi lo riprenderò questo libro, giuro! :)

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    1. Ma non è detto che riprendendolo non ti annoierai di nuovo! A me non sono piaciuti tutti i racconti allo stesso modo e capisco quando parli di ridondanza, ma alcuni sono davvero belli. Al di là del gusto personale, io sono contenta di aver letto i Quarantanove perché finalmente sono riuscita - cosa che non ho provato con i romanzi - a dare un senso a quel concetto di imprescindibilità che mi rincorreva da un po' di anni.

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  2. Bel racconto su Hemingway e la scrittura.Io l'ho amato subito grazie a " Il Vecchio e il Mare "
    e ancor di più con " Festa Mobile ".Era un uomo che amava profondamente la vita in tutte le sue varietà,anche quelle più brutte.Ho sempre pensato che la sua fine è stata così in forte antitesi con quello che ha vissuto...

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    1. La sua storia è abbastanza forte. A un certo punto, quando avevano già iniziato con gli elettroshock lui disse: "Mi hanno rubato il mio capitale, mi hanno rubato la memoria". Vivere con questa consapevolezza era impossibile.

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  3. Ultimamente Papa Hem mi sta chiamando un po' troppo, mi sa che è il caso di rispondere, imprescindibilmente.

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    1. E rispondi, no? Fosse solo per cortesia!

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  4. Davvero bel post! Purtroppo è veramente difficile far capire quanto debito ha la letteratura contemporanea nei confronti di certi autori.
    P.S. Hemingway ha scritto anche un racconto ambientato nella mia città, La Spezia.

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    1. Grazie, sai che anch'io ho vissuto lì per qualche tempo?
      Può piacere o meno, ma il contributo di Hemingway alla letteratura credo sia fuori discussione.

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  5. Grazie, ritorno a casa (nel senso di letture) 49 romanzi...La luce del mondo, Colline come elefanti bianchi, La breve felice di Francis Macomber, tutto (molto) di quello che viene dopo è ri-lettura.

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