Leggere la cecità con gli occhi di José Saramago

Per mia colpa, mia grandissima colpa, ammetto di non essere una rilettriceNon integrale, almeno. Parziale sì, parziale tanto. Tanto che capita di riprendere Jane Eyre e cercare sempre lo stesso passo: quello nel quale Rochester si traveste da chiromante per carpire il mistero celato negli occhi della timida insegnante. Quelle volte, più uniche che rare, in cui mi sale l'onda romantica. Stesso discorso quando sfoglio Cime tempestose. Ma in linea di massima non sono incline alle riletture complete; se un libro mi è piaciuto preferisco conservare quella prima emozione e se un testo non mi ha impressionato è difficile che lo rivalorizzi in un secondo momento. 

In generale, io non cambio idea. O meglio, io cambio sempre idea. È difficile che io abbia una sola idea per più di cinque minuti, motivo per il quale non posso mai modificarla. In genere. Con i libri no. Con i libri è tutto o niente, e subito. Non è presunzione, è una deduzione logica fondata su una ventennale frequentazione, turbolenta e passionale, con il mio essere me. Ed è una mia coerenza, non una coerenza globalizzata, perché se quel libro a me non è piaciuto, continua a non piacere a me, una bambina distratta che, tunica a sacco e ginocchia sbucciate, si unisce in coda a quel possente corteo che ci schiera tutti a difesa della carta stampata. Per questo non dubito del mio parere. 

Convinzioni a parte, sapevo che un paio di romanzi avrei dovuto riprenderli prima o poi: uno era Cecità di José Saramago; arrivata all'ultima pagina, mi ero resa conto di non aver dato il giusto peso alla narrazione. E, in effetti, ho scovato cose, tante, in questa seconda trasferta, che prima non avevo considerato. 

In un'epoca imprecisata, in un paese sconosciuto, un uomo diventa cieco da un momento all'altro; dopo di lui, come un'epidemia, la cecità si diffonde tra tutti gli abitanti. Non c'è motivazione che riesca a spiegare il fenomeno: nessuna malattia, nessuna contaminazione. C'è solo il dopo, e dopo è il caos: è l'umanità che si ribella alla civiltà, è la sfida per la sopravvivenza, è l'annullamento di ogni forma di dignità. 

Nel 1998, l'autore ottiene il Nobel per la Letteratura perché "con parabole sostenute da immaginazione, compassione e ironia ci permette ancora una volta di afferrare una realtà illusoria". Affascinante è la potenza simbolica che caratterizza questo romanzo così celebre: la stessa cecità diventa manifesto dell'incapacità umana di distinguere quello che gli occhi non mostrano. Attraverso piccoli espedienti, Saramago ci suggerisce che la condizione umana è precaria. I personaggi, per esempio, non hanno nome: la moglie del medico, la ragazza dagli occhiali scuri, il bambino strabico, il vecchio con la benda nera; ognuno di loro incarna una descrizione generica che può rappresentare tutti e nessuno. La personalizzazione del singolo è direttamente collegata agli attributi che possiede: sottraendo anche uno solo di questi elementi, l'intera costruzione crolla. 

Una donna, immune ai sintomi del contagio, è l'unica testimone di quel che accade alla popolazione: violenza e degrado spogliano gli abitanti di ogni parvenza sociale, rendendoli selvaggi e feroci come e più degli animali. 
Non dimenticarti di quello che siamo, ciechi, semplicemente ciechi, ciechi senza retoriche né commiserazioni, il mondo caritatevole e pittoresco dei poveri ciechi è finito, adesso è il regno duro, crudele e implacabile dei ciechi.
Ogni frase ha una doppia valenza e, seguendo la scia dei simboli tracciata da Saramago, mi sono trovata spesso a riflettere sul significato primo di ogni figura. Ma c'è qualcosa che continua a sfuggirmi: la cecità di Saramago è bianca. Perché accecare i personaggi col bianco? Cosa può significare? Ho sottolineato, per arrivare a una diagnosi, tutti i passaggi nei quali i protagonisti parlano della loro disabilità:
È come se stessi in mezzo a una nebbia, è come se fossi caduto in un mare di latte, Ma la cecità non è così, disse l'altro, la cecità dicono sia nera, Invece io vedo tutto bianco. [...] Si ritrovava immerso in un biancore talmente luminoso, talmente totale da divorare, più che assorbire, non solo i colori, ma le stesse cose e gli esseri, rendendoli in questo modo doppiamente invisibili. [...] Vedo lo stesso bianco, per me è come se la notte non ci fosse. [...] Come in un lenzuolo bianco. [...] E mi dice che è avvenuto all'improvviso, Sì, dottore, Come una luce che si spegne, Più come una luce che si accende. [...] Dice di vedere tutto bianco, una specie di biancore latteo, che gli si attacca, spesso, che gli si attacca agli occhi. [...] Per costoro la cecità non significava vivere banalmente circondati da tenebre, ma all'interno di uno splendore luminoso. 
Il bianco è associato alla luminosità - splendore luminoso - e il mal bianco sembra uno svelamento più che una copertura. Come se la notte non ci fosse, come se le tenebre lasciassero spazio alla luce, alla chiarezza. Possibile che la cecità sia un modo grazie al quale i ciechi acquistano, attraverso la perdita della vista, la capacità di guardare davvero le cose? Sembra un flagello divino, una dimostrazione che assume al tempo stesso le sembianze di un avvertimento e di una lezione.

La scena più intesa si presenta nelle ultime battute della storia, quando la donna che ha sempre visto e continua a vedere si rifugia, con suo marito, all'interno di una chiesa: 
Alzò la testa verso le colonne slanciate, verso le alte volte  [...]. Ora mi sento bene, ma nello stesso istante pensò di essere ammattita, o forse, scomparsa la vertigine, di avere le allucinazioni, non poteva essere vero ciò che le mostravano gli occhi, quell'uomo inchiodato alla croce con una benda bianca a tappargli gli occhi, e, lì accanto, una donna col cuore trafitto da sette spade e con gli occhi tappati anch'essi con una benda bianca, e non c'erano soltanto quest'uomo e questa donna in simili condizioni, tutte le immagini della chiesa avevano gli occhi bendati, le sculture con una striscia di tessuto bianco legata intorno alla testa, i dipinti con una spessa pennellata di pittura bianca, e laggiù c'era una donna che insegnava a leggere alla figlia, e tutte e due avevano gli occhi tappati, e un uomo con un libro aperto su cui era seduto un bambino, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo col corpo trafitto di frecce, e aveva gli occhi tappati, e una donna con una lanterna accesa, e aveva gli occhi tappati, e un altro uomo con ferite alle mani, ai piedi e al petto, e aveva gli occhi tappati, e un altro uomo con un leone, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con un agnello, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con l'aquila, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo che dominava con una lancia un uomo a terra, con le corna e i piedi fessi, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con una bilancia, e aveva gli occhi tappati, e un vecchio calvo con un giglio bianco in mano, e aveva gli occhi tappati, e un altro vecchio appoggiato a una spada sguainata, e aveva gli occhi tappati, e una donna con una colomba, e tutte e due avevano gli occhi tappati, e un uomo con due corvi, e tutti e tre avevano gli occhi tappati, c'era soltanto una donna che non aveva gli occhi tappati, perché li porgeva sopra un vassoio d'argento.
È senza dubbio uno dei brani più violenti di tutto il libro. Proviamo a fare ordine: la donna che vede, la moglie del medico, entra in chiesa e si accorge che tutte le immagini sacre sono state bendate. L'unica figura che è sprovvista di benda è santa Lucia, la donna che porta, offre, i suoi occhi su un vassoio. A chi? All'umanità? La santa sembra porre la propria vista al servizio del mondo così come la moglie del medico presta la propria capacità ai bisogni dei compagni. Il passo continua:
Se è stato il prete a tappare a tappare gli occhi alle immagini [...], quel prete dev'essere stato il più grande sacrilego di tutti i tempi e di tutte le religioni, il più giusto, il più radicalmente umano, colui che è venuto finalmente ad affermare che Dio non merita di vedere.
Non sembra sia  Dio a rifiutarsi di guardare, ma è l'uomo che, sentendosi abbandonato, vieta al divino di posare gli occhi sulle proprie disgrazie, perché, forse, un Padre che non è riuscito a proteggere i propri figli non merita di vedere, non è degno di giudicare le conseguenze di quello che avrebbe potuto evitare.

Tante, troppe domande. Ho provato a rispondere a qualcuna, ma ora, a quadro concluso, ho quasi paura a mettere insieme i pezzi.



Cecità-saramago-libro-feltrinelli
José Saramago
Traduzione di Rita Desti
Feltrinelli
2010
pp. 288
ISBN 9788807721823

Commenti

  1. Ce l'ho lì, come ben sai. (Poi dicono che nessuno parla dicendo "come ben sai"...)
    Però, forse, quasi quasi, leggo prima l'altro. ;)

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    1. Sono d'accordo, anche perché quello volevo leggerlo anch'io!

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  2. Che grandissimo libro. L'ho adorato.
    Anche io non sono una rilettrice, più che altro perché ho paura che, un libro bellissimo, possa poi non piacermi più come la prima volta, tendo ad evitare la delusione.
    Questo libro, però, ciclicamente mi torna in mente e, ogni tanto, faccio un pensierino sulla rilettura.
    Credo comunque sia meglio di no, oltretutto questo è un libro molto duro, faticavo ad andare avanti nella lettura a causa dell'orrore in cui vivevano i personaggi e, forse, non ci voglio ritornare lì con loro.
    Ma quanto mi è piaciuto.

    Valentina
    www.peekabook.it

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  3. Ho fatto a pugni con la (non) punteggiatura di Saramago per 40 pagine, poi ho iniziato a godermi la lettura di questo capolavoro :)
    Che dire, un'allegoria riuscitissima della tendenza umana alla sopraffazione e all'abominio.

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    1. Eh, allo stile bisogna un po' abituarsi, il passaggio da una voce all'altra non è tanto agevole a primo impatto, poi però s'impara!

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  4. La cecità bianca di saramago mi ricorda sempre il "girasole impazzito di luce" di Montale. Una cecità bianca è peggiore del buio, mi sa, non dà tregua.
    PS: Io sono una maniaca di rilettura, ho riletto spessissimo i Miei Libri!

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    1. Vero. Non mi ci ero applicata, però sì, in effetti i versi di Montale possono ricordare lo splendore luminoso di Saramago (poesia che adoro, tra l'altro).

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  5. Ero una rilettrice da bambina, quando non esistevano ancora le librerie di catena e nella mia città c'erano solo cartolibrerie. Insomma, una carestia di libri inimmaginabile. Rileggere era l'unica soluzione, l'ho fatto per anni.
    Poi il mondo è cambiato (dio, come son vecchia) e ho messo un punto alla riletture. Da quando posso leggere ogni volta una storia nuova, mi sembra uno spreco fermarmi su libri già provati... ma a volte questa cosa mi dispiace.
    Vabbè, Cecità è uno di quelli che ho letto e mai rileggerei. Uno di quei libri che rappresentano per me l'alta letteratura, quella che unisce la perfezione della forma al contenuto e che scava in profondità, e che racconta l'uomo com'è e che...
    Non so. La sua lettura mi ha distrutta, ma al tempo stesso elevata. E insomma, non lo rileggerò perché non ce la farei ad affrontare, stavolta con coscienza, quell'inferno bianco: forse lo ricordo fin troppo bene per pensare di ritornarci.
    Riassumendo, quello che volevo dire è questo: sei stata coraggiosa a ritornarci!

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    1. Su e giù per l'inferno, una faticaccia!

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  6. Uno tra i libri più belli di questo scrittore; hai fatto benissimo a rileggerlo e credo che più avanti nel tempo lo riprenderò in mano anch’io. Difficile capire esattamente cosa intendesse Saramago con “cecità bianca”, forse il termine gli era sembrato simbolicamente efficace per esprimere al meglio quell’ottundimento mentale che a periodi, e in ogni cultura, condiziona ampi strati del genere umano. Credo che il buio o le tenebre non avrebbero sortito lo stesso effetto… Immaginiamoci per un attimo di essere immersi, con gli occhi aperti, in un mare di latte denso e vischioso e di un bianco così intenso da risultare urtante: credo sia impossibile descrivere a parole la sensazione di smarrimento che ne deriverebbe, sensazione che ben presto si trasformerebbe in vera e propria “follia” se il fenomeno continuasse a perdurare. Forse il nero (il buio) delle tenebre non darebbe lo stesso fastidio, permetterebbe comunque di riposare la mente, raccogliere le idee, riflettere… La donna che vede, l’unica che vede, sembra infatti essere la sola a non aver perso la razionalità, proprio perché non offuscata da quel bianco lattiginoso. Il bianco mi fa venire in mente anche l’effetto della gomma che cancella dal foglio ogni traccia di matita, ogni segno d’inchiostro… quasi volesse offrire al genere umano la possibilità di fare tabula rasa e di riscrivere nuove regole, di dare l’avvio a nuove strutture sociali magari basate su valori diversi, su etiche morali più appropriate… possibilità che però l’uomo, puntualmente e come al solito, disattende. Un libro comunque da leggere e rileggere, perché spinge a riflessioni che non possono esaurirsi in una sola portata.

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  7. Una volta, qualche anno fa, dopo aver finito un libro lo ricominciavo quasi subito e lo rileggevo lentamente per acchiappare quei dettagli che nella frenesia della prima lettura avevo tralasciato. Adesso invece non rileggo mai i libri, a volte ne prendo in mano uno e cerco qualche passaggio, mi immergo in qualche pagina. Ora sono curiosa, quale sarebbe il secondo libro che vorresti leggere di nuovo?

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    1. Il maestro e Margherita di Bulgakov. Ne parlai tempo fa sul blog in maniera non tanto entusiasta; vorrei "riprovare".

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  8. Saramago è uno dei mille autori che mi riprometto di iniziare a leggere presto prestissimo, e che poi non inizio mai. Ne hai parlato così bene di Cecità che mi hai fatto venire una grandissima voglia di leggerlo. E' in top alla mia wishlist ora. Grazie mille!! :)

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    1. Ma quanto mi fai felice. Ispirare la voglia a leggere un libro, un libro così poi, che è tutt'altro che una passeggiata, è una soddisfazione!

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  9. È uno dei tanti libro che dovrei rileggere. Così come “Le intermittenze della morte”, dello stesso autore; incipit incredibile che insieme alla copertina mi costrinse all’acquisto e alla lettura immediata. Però, a distanza di pochi anni, di Le intermittenze della morte non ricordo più nulla (tranne l’incipit, appunto). Non so se dipenda dalla mia labile memoria ma dopo pochissimo tempo, a parte rari casi, del libro mi resta solo una sensazione; è difficile che ricordi bene la trama o le caratteristiche salienti dei protagonisti. Sì, forse dovrei rileggere e rileggere…

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    1. Siamo in due. A meno che un libro mi coinvolga totalmente, anch'io perdo pezzi di trama per strada.

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