Quel qualcosa in più di chi la propria vita sa anche raccontarla

Per intavolare il discorso nel modo giusto dovrò rifilarvi un paio di premesse di apertura. La mia riflessione nasce dall'osservazione di un meccanismo morboso che è sempre esistito ma che negli ultimi tempi è diventato consuetudine: la strumentalizzazione del dolore. Quest'abitudine di sfruttare il dramma altrui per creare notizia non stupisce quasi più ma è, a mio parere, un'operazione così vile che dovrebbe indignarci ogni volta; utilizzare la vita degli altri per raggiungere i propri obiettivi è una delle forme più irrispettose che siano mai state concepite dalla mente umana. Ovvio che, se c'è chi strumentalizza, c'è anche chi permette che questo avvenga: peggiore è, infatti, chi utilizza la propria vita. Non è importante che il guadagno sia economico o sociale; esibire la propria sofferenza per raggiungere uno scopo è una mancanza di rispetto verso se stessi.

Permettetemi di sentenziare senza giusta causa, ma ho sempre creduto che un sentimento è tanto più profondo quando non emerge in superficie, quando si estende, come una malattia, in ogni cellula del corpo, quando anche respirare diventa faticoso. Com'è ipotizzabile tramutare tutto ciò in una merce di scambio? Questi sono i motivi per i quali tendo a non apprezzare gli scrittori, improvvisati o professionisti, che strumentalizzano il proprio dolore per creare un libro ad hoc e trasformarlo in un prodotto ad alto livello emozionale. Eppure è una pratica molto diffusa. Non bisogna andare troppo in là per trovare degli esempi: se avete buttato un occhio ai romanzi presentati dai protagonisti del reality Masterpiece vi sarete senz'altro resi conto che quasi tutti i brani erano basati su drammi personali. La giustificazione è che la scrittura è una cura, una valvola di sfogo che permette di elaborare l'angoscia, di appesantire la carta e alleggerire in cuore. Bene. Ma scrivere è sfogarsi? Solo questo? Che la scrittura sia un mezzo per esprimere se stessi è fuori discussione, ma non necessariamente un'elaborazione personale dovrebbe diventare una pubblicazione globale. Ci sono tanti, troppi, elementi che creano il soggetto libro. 

Però.
Ho terminato pochi giorni fa la lettura di una novella, Voci dalla luna (1984), di Andre DubusPer chi non lo conoscesse, Dubus è stato uno scrittore che ha sofferto molto nella sua vita (vi invito a leggere la biografia per rendervi conto di quanta tragedia sia celata nella sua penna) e uno degli eventi che lo condizionò maggiormente fu un incidente stradale, avvenuto nel 1986, che lo costrinse sulla sedia a rotelle. 

Il primo libro che ho letto è stato una raccolta di racconti, Ballando a notte fonda (1996), e me ne sono innamorata. Spinta dalla curiosità che mi assale quando alcuni autori riescono a trasportarmi nello stato di grazia del lettore soddisfatto, sono andata a cercare informazioni sulla vita di Dubus e mi sono resa conto che molte storie presenti nel libro contenevano tratti di esperienza vissuta, alcuni neanche tanto romanzati: diversi episodi sono stati raccontati dall'autore nel modo in cui sono effettivamente accaduti.

È difficile considerare la scrittura di questo autore prescindendo dai suoi drammi perché il dolore è il primo elemento che raggiunge il lettore. Quel che stupisce è che, al di là di ogni naturale aspettativa, i suoi racconti non si concludono con amarezza, ma lasciano sempre intravedere un barlume di speranza che, anche nelle peggiori situazioni, ci permette di tirare un timido sospiro di sollievo. È una sofferenza che brilla, quella di Dubus, e il contrasto tra dramma e luce sprigiona un'energia irresistibile.

Ecco perché ho voluto leggere un libro che fosse stato scritto prima dell'incidente: per cercare di capire se l'evento avesse condizionato lo stile, se l'avesse falsato, in qualche modo. Quello che ho riscontrato, se fosse mai possibile un confronto tra due testi così strutturalmente diversi, è che la tragedia ha purificato la scrittura dell'autore da tutte quelle barriere di compostezza che contraddistinguono i rapporti umani: il dolore non è affievolito dalla vergogna, dalle buone maniere e della rigidità dell'apparenza, ma si arricchisce di nuova intensità e giunge chiaro, diretto, libero e implacabile. Dramma e luce, ma anche umiltà e rispetto. Rispetto di sé. Dignità. La sofferenza, quando è così decorosa, è ancora più coinvolgente. 

Dubus è solo un esempio, ma ci sono diversi autori che hanno riversato la propria vita nei libri: mi viene in mente David Foster Wallace che ha scritto a più riprese della Cosa brutta, la depressione che poi l'ha portato al suicidio. Tanti altri, come e più di lui, hanno regalato ai lettori strappi di umanità. E allora sì, forse la vita può anche essere strumento di scrittura, spunto e materia grezza di racconti e storie. Ma c'è anche altro: quel qualcosa in più di chi la propria vita sa anche raccontarla. Con tutto il rispetto.



***
Voci dalla luna, Andre Dubus. Mattioli 1885, 2011. Traduzione di Nicola Manuppelli.

Commenti

  1. Argomento molto interessante, al quale vorrei apporre una piccola suggestione, sperando di non essere troppo fuori tema. Credo che molte persone piangano, si commuovano dinnanzi ad una rappresentazione della vita(tra felicità e dolore) costruita o bene raccontata in libri o tv, ma facciano fatica, se non proprio fuggano quando la vita è reale, quasi ad un passo dalla loro abitazione. Se davanti alla fiction o ad un articolo di giornale che parla di terre lontane ci si commuove, segno che quel sentimento è vivo, funzionante, spesso si ignora chi soffre ed è vicino. Perchè è malato e può contagiarmi, perchè è sfortunato e porta sfortuna parlarci, perchè se lo ascolto sono obbligato ad ascoltarlo sempre anche se non voglio e deprime anche me. La magia del racconto ci rende tutti più sensibili, versiamo calde e sentite lacrime, al massimo sei o sette, il giorno dopo ripartiamo. puro intrattenimento.Il dolore diviene quindi, ai nostri giorni(sempre per come la vedo io), un setimento che vive nel personale, un bacino oscuro da cui attingere nei momenti di malinconia o di eccessiva felicità. Giocoforza gli scrittori ne fanno uso, come i bravi attori che "attingono dal personale"per rendere più vera un'interpretazione. Con questo non voglio dire che giustifico tutta la tv del dolore sviluppata negli anni, ho sempre preferito spettacoli di comici e ballerine a cosiddetti "people show"che fanno passare la domenica indugiando su miserie umane e speculano con cinismo sui sentimenti inquadrando "la piagnona di seconda fila"per dare un surplis drammatico alla narrazione. Certo se ho molto sofferto e nessuno mi ha posto un fazzoletto, e ora che racconto la mia storia(o ne traggo spunto) ci sono un sacco di estranei che mi coprono di soldi per commuoversi senza coinvolgersi, magari faccio bene. Un po'cinico forse, ma anche appagante. Talk0

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Un appagamento che non dura poi molto secondo me, no?
      Dalla TV nascono le peggiori distorsioni che intaccano, poi, ogni settore: sei perfettamente in tema.

      Elimina
  2. Hera
    Masterpiece credo che funzioni come una sorta di terapia...
    La strumentalizzazione del dolore è un'arma potente in mano a chi produce programmi televisivi e fa pure ascolti, purtroppo.

    RispondiElimina
  3. "[...] non necessariamente un'elaborazione personale dovrebbe diventare una pubblicazione [...]"

    Questo, in effetti, è il punto. Uno dei miei libri preferiti è rielaborazione di un tragico evento personale... oddio, coinvolse un'intera città (bombardamento alleato di Dresda durante WWII), ma lui era lì dentro e quindi in un certo senso era anche "personale" - però non avrebbe mai passato le selezioni di Masterpiece, o sarebbe stato invogliato a scrivere un testo orribile.
    Non sono sicuro che ti piacerebbe ma per me è il top.
    E va ben oltre il semplice raccontare, che magari caratterizza un buon libro ma non un classico.

    E poi c'è il resto del mondo. Tutti possono essere scrittori, tutti possono utilizzare la parola scritta su carta, finta o vera che sia; è una conquista della nostra civiltà. Pubblicare un libro è cosa diversa ed è un peccato che le parole usate siano le stesse. Ma questo è un altro discorso.
    :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. È un discorso che si dovrebbe sempre fare però, perché sai cosa? Secondo me, se questo discorso venisse compreso da più persone il fenomeno dell'editoria a pagamento sarebbe tenuto più a bada (a questa conclusione ci sono arrivata per una serie di collegamenti logici che sono sicura non c'è bisogno che ti spieghi).

      Elimina
  4. Personalmente, sono molto diffidente nei confronti del fiorire dell'autobiografismo, che sembra puramente un modo per avere materia di cui parlare, dato che, a meno di non avere gravi problemi di dissociazione, tutti ci conosciamo e possiamo scavare alla ricerca dei nostri sentimenti ed esternare il nostro vissuto.
    Tuttavia i casi cui hai fatto riferimento, che non conosco così come non ho idea di cosa si scriva a Masterpiece, mi sembrano qualcosa di più: non un parlare del proprio dolore, ma costruire narrazioni in cui un sentimento personale possa emergere senza che, di necessità, si offra al lettore la propria storia: un conto, insomma, è narrare la propria sofferenza come oggetto di un libro, altra cosa è avvalersene come di uno strumento per creare narrazione di storie diverse. Credo che la differenza, come hai detto tu, stia nel modo di raccontare, nel saper trasformare una storia personale da una congerie di notizie buone per il pietismo mediatico ad un veicolo di significati più ampi e universali...

    RispondiElimina
  5. La volgarità di certe comparsate televisive presso la D'Urso o altri programmi finto-pietisti di quel genere nasce proprio dall'ostentazione del dolore come se fosse un fenomeno mediatico. Poi, per carità, se per qualcuno questo sfogo davanti alle telecamere è terapeutico lo rispetto: ognuno reagisce al dolore a modo suo, c'è chi impazzisce, chi si ritira in campagna e chi si inizia a viaggiare senza meta.
    Fatta questa premessa, credo che lo stesso valga per la scrittura: chi scrive solo per vanità, trasformando inconsciamente una tragedia personale in un metodo per mettersi al centro dell'attenzione, suscita un certo fastidio. Ma chi scrive il proprio dolore fregandosene se sarà un successo oppure, chi lo mette nero su bianco per se stesso, per il proprio equilibrio interiore, e non per avere il famigerato quarto d'ora di celebrità, allora riceve rispetto.
    Come distinguere le due tipologie?... A volte non è così facile.

    RispondiElimina
  6. È sempre la questione della sottile linea sottile di confine.
    Dobbiamo essere noi, con le nostre letture sbagliate, coi nostri abbagli e le nostre scoperte, a riuscire a distinguere tra "bene" e "male".

    RispondiElimina
  7. Per quanto riguarda i romanzi ad impronta autobiografica, credo che la differenza di qualità tra un autore e l’altro potrebbe proprio essere data dalla capacità di esprimere le proprie esperienze personali e il corrispondente dolore in modo riflessivo e decoroso (per dare stimoli e spunti utili a chi , leggendo, si ritrova a vivere la stessa situazione), e non in modo lamentoso, plateale o solo per far soldi.

    RispondiElimina

Posta un commento