La trilogia dell'assurdo di Albert Camus: Caligola

Tenendo conto delle altre opere che, insieme al mito di Sisifo, appartengono alla cupa costellazione dell'assurdo, potremmo allora ipotizzare che l'assurdo sia l'esperienza umana nella sua centrale e costitutiva relazionalità (cioè l'uomo si scopre per quello che è nel deludente rapporto col mondo e cogli altri).
Nessuna delle tre opere che conta la trilogia dell'assurdo può essere considerata una lettura leggera, e c'è così tanto da dire su ognuna di esse che racchiudere tutto in un solo articolo mi sembrava riduttivo. Ve ne parlerò in base all'ordine in cui le ho lette perché non c'è nessun obbligo di approcciare prima l'una o l'altra; il termine trilogia non è collegato alla presenza di un intreccio narrativo suddiviso in tre tempi ma si sostanzia nella presenza di alcuni concetti comuni. 

Le tre opere che fanno parte della trilogia dell'assurdo sono:
- Un testo teatrale (Caligola);
- Un romanzo (Lo straniero);
- Un saggio (il mito di Sisifo).
***

Non lasciarmi, Drusilla. Ho paura. 
Ho paura dell'immensa solitudine dei mostri. 
Non andartene.

Caligola è il testo teatrale più bello che io abbia mai letto. Esordisco così perché non riesco a immaginare altro modo per trasmettervi la bellezza di quest'opera. Camus ha impiegato vent'anni (dal 1937 al 1958), alternando stesure e rielaborazioni, per creare un testo vivo e doloroso nel quale amore e disperazione si sovrappongono in una violenta armonia. 

L'imperatore Caligola, afflitto dalla morte della sua amata Drusillaperde il controllo di sé e inizia a comportarsi da vero e proprio despota. Da pazzo, come lo definiranno alcuni. Il dolore della perdita si trasforma per l'imperatore in furia ceca che rigetta su chiunque osi contraddirlo e arriva anche a tormentare sudditi e servitori con richieste fuori da ogni apparente logica:
CALIGOLA - Elicone!
ELICONE - Che c'è?
CALIGOLA - (Con voce seria e stanca) Voglio la luna.
ELICONE - La luna? Per farne che?
CALIGOLA - È una cosa che non ho.
ELICONE - Bene. Cercherò di procurarmela.
CALIGOLA (infantile)  Come vedi, non chiedo mica l’impossibile.
ELICONE - Certo. Farò del mio meglio. Ma prima devo dirti qualcosa d'importante.
CALIGOLA (senza ascoltarlo) Tieni presente che l’ho già avuta.
ELICONE - Chi?
CALIGOLA - La luna.
ELICONE - Sì, certo. Ma lo sai che c'è una congiura per ucciderti?
CALIGOLA - Io l'ho avuta completamente. Soltanto due tre volte, è vero. Ma insomma sì, l'ho avuta. [...] Era una bella notte d'agosto. Lei ha fatto un po' di storie. Io ero già a letto. All'inizio era tutta insanguinata sull'orizzonte. Poi ha cominciato a salire, sempre più leggera, con rapidità crescente. Più saliva, più diventava chiara. Infine è diventata come un lago d'acqua lattiginosa nel centro della notte animata dal fremito delle stelle. Allora, nel caldo, è venuta da me, dolce leggera nuda. Ha superato la soglia della camera e con maestosa lentezza si è spinta fino al mio letto, ci è scivolata dentro e mi ha inondato di sorrisi e bagliore. Perciò vedi, Elicone, posso dire senza esagerare che l'ho avuta.
Torture psicologiche che in realtà Caligola rivolge verso sé stesso: tanto più l'imperatore si infiamma nel pieno del suo delirio di onnipotenza, tanto più velocemente si spegne in rivoli di tristezza e desolazione. Una sofferenza così acuta che il lettore non riesce a provare astio nei suoi confronti ma soltanto una grandissima pena e una forte compassione.

Caligola, così come ogni personaggio di Albert Camus, vive la condizione di estraneità.
Estraneità intesa come alienazione, rappresentata in questo caso dall'incapacità di stabilire un collegamento tra se stessi e il mondo esterno. La comune consapevolezza dell'assurdità dell'esistenza è ugualmente insopportabile, ma muove nei protagonisti reazioni diverse; rispetto all'immunità sentimentale che avvolge Meursault ne Lo straniero, nell'imperatore Caligola questa condizione suscita un moto di rivolta così incontrollato da risultare folle. Quasi folle.
Ma non sono pazzo e posso dire perfino di non essere mai stato così ragionevole come ora. Semplicemente mi sono sentito all'improvviso un bisogno di impossibile. Le cose così come sono non mi sembrano soddisfacenti. [...] È vero, ma non lo sapevo prima. Adesso lo so. Questo mondo così com'è fatto non è sopportabile. Ho bisogno della luna, o della felicità o dell'immortalità, di qualcosa che sia demente forse, ma che non sia di questo mondo.
Magnifico.



Caligola-Camus-libro-coverAlbert Camus

Caligola
Bompiani
2000
pp. 112
ISBN 9788845245954

Commenti

  1. ...l'immensa solitudine dei mostri. Ha paura dell'immensa solitudine dei mostri. Che potenza espressiva, in una semplice frase: mi ha colpito come uno schiaffo.
    Le tue recensioni sono sempre una gioia (perdonami la definizione riduttiva), e riesci sempre a mettere in evidenza il gioiello espressivo, il nodo più carico di tensione del testo che stai leggendo. Brava, brava, brava.
    Ho sempre considerato Camus noioso. Perché me l'hanno presentato come noioso a scuola, e io distratta da altro, non ho avuto la forza di contrastare questa presentazione e farmi nascere la curiosità di constatare. Ora mi è fiorita, dopo aver letto quella frase, che mi farà riflettere ancora un po'.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E' una frase immensa anche perché, a pensarci, ha una doppia interpretazione. Il concetto di "mostro" può essere collegato sia al ricordo di Drusilla che tormenta Caligola, sia all'imperatore stesso che, per esempio, inizia ad emettere con efferata crudeltà sentenze di morte verso i suoi sudditi per puro divertimento. Quindi paura in relazione al passato, testimone di una felicità conquistata e persa, e paura collegata al presente, a quello che Caligola si rende conto di essere diventato ma che, allo stesso tempo, non riesce a combattere. (Mi sono innamorata, non so se si nota!)

      Elimina
  2. Concordo, è veramente magnifica. Una delle poche opere per cui ho pianto. Mi piacerebbe vederla rappresentata (anzi, a voler essere del tutto onesta, mi sarebbe piaciuto vederla rappresentata da Carmelo Bene).

    Parte di ciò che mi ha colpita così a fondo è stato il rendermi conto di quanta pena, di quanta compassione stessi provando per quello che, sostanzialmente, è un maniaco che ha causato così tante morti.
    Eppure la sua sofferenza è tale, che mi sarebbe stato impossibile provare altrimenti. E' terribilmente umano.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Vero. Camus è riuscito a manipolare i sentimenti del lettore al punto di capovolgerli. Provare pena per un uomo così crudele è impensabile, eppure così accade.
      Ammetto di aver avuto difficoltà a scegliere quali pezzi condividere perché l'avrei riportata per intero (vogliamo parlare, per esempio, del discorso finale con Cesonia? Magnifico!).

      Elimina
  3. Uno dei più bei testi teatrali mai scritti (insieme al Macbeth secondo mua).
    Caligola è l'essere umano, folle e in gabbia.
    grandissimo.
    :)

    RispondiElimina

Posta un commento