Inganno di Philip Roth

— Io scrivo, tu comincia.
— Come si chiama questa cosa?
— Non so. Come la vogliamo chiamare?
— Questionario sul sogno di fuggire insieme.
— Questionario sul sogno di fuggire insieme di due amanti.
— Questionario sul sogno di fuggire insieme di due amanti di mezza età.
— Tu non sei di mezza età.
— Come no?
— A me sembri giovane.
— Sì? Bè, questo dovrà saltar fuori dal questionario, sicuro. Entrambi gli aspiranti sono tenuti a rispondere a tutti i quesiti.
— Comincia.
Mi sono imposta di dormire qualche ora per interporre un po' di tempo tra la fine del libro e la scrittura di questo articolo, ma mi riesce ancora difficile essere obiettiva. Non sono una critica letteraria e i miei giudizi sono mossi da semplice passione amatoriale. Pertanto, peccando di passionalità, posso azzardare che Inganno di Philip Roth è una meraviglia. Mi rendo conto che non è un capolavoro, ha mille smagliature. Non è niente di particolare, non è alta letteratura. Ma a me è piaciuto, anche nelle mancanze. 

Due adulteri hanno una relazione tra loro. Questo è. Lui, Philip, è uno scrittore americano di mezza età trasferito a Londra con un nuovo libro da terminare; lei è una donna inglese sui trent'anni, brillante e spontanea, impantanata in un matrimonio umiliante del quale non riesce a liberarsi. Centocinquantuno pagine: un solo, lunghissimo, dialogo. Nessuna descrizione, nessun intermezzo, nessuna introduzione. Roth socchiude la porta della stanza del peccato e ci permette di origliare, ci concede di assistere a ogni scambio di battute tra i due amanti ed elimina qualsiasi tipo di ponte chiarificatore. È compito del lettore ricostruire il come, il dove e il quando di ogni scena. Ma i dialoghi sono così coinvolgenti che l'identificazione spazio-temporale passa in secondo piano.
— Eri meravigliosa. Lo scrittore dovresti essere tu, sai.
— Neanche per sogno. Mai. Non potrei.
— Perché no?
— Non sono abbastanza cattiva. Sono insufficientemente aggressiva. Insufficientemente sfrenata. Insufficientemente capricciosa, velenosa, infantile eccetera. Ho degli scrupoli.
— Ma forse neanche tu sei così gentile come sembri.
— Temo di esserlo, invece. È grottesco. Sono inglese. E sono ancora più gentile di quanto sembro.
Potrei aggiungere molto di più ma non voglio dilungarmi oltre per evitare di svelare particolari aggiuntivi che potrebbero intaccare la vostra prima volta con questo libro. Ma è chiaro che se il 25 dicembre io sono qui a parlarvene un motivo ci sarà.
— Sono sicuro che non ti è sfuggito niente di tutto questo. D'altronde quella era la nostra vita, così come io pensavo che avrebbe potuto essere. La nostra vita, anche.
— L'avevo capito. Sì, l'avevo capito. È una storia così strana.
— Lo so. Nessuno ci crederebbe.


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