Come penne di pavone

Nel letto di uno dei tanti alberghi dove avevano fatto l'amore, Sabina stava giocando con le braccia di Franz:
— È incredibile, — disse — i muscoli che hai.
Franz fu contento di quel complimento. Si alzò dal letto, afferrò una pesante sedia di quercia per una gamba e la sollevò lentamente.
— Non devi avere paura di nulla, — disse — Ti proteggerei in ogni situazione. Un tempo sono stato campione di judo.
Riuscì a distendere il braccio in alto tenendo la pesante sedia sopra la testa e Sabina disse:
— È bello sapere che tu sei così forte.
Nel profondo dell'anima aggiunse però ancora qualcosa: Franz è forte, ma la sua forza si rivolge soltanto verso l'esterno. Nei confronti delle persone con le quali vive, alle quale vuol bene, è debole. La debolezza di Franz ha nome bontà. Franz non darebbe mai ordini a Sabina. Non la comanderebbe mai, come Tomáš, di poggiare a terra lo specchio e di camminarci sopra nuda. Non è che gli manchi la sensualità, quello che gli manca è la forza di dare ordini. Ci sono cose che si possono realizzare solo con la violenza. L'amore fisico è impensabile senza violenza. Sabina guardava Franz camminare su e giù per la stanza tenendo alta la sedia; la scena le sembrava grottesca e la riempiva di una strana tristezza. Franz poggiò la sedia a terra e vi sedette rivolto verso Sabina.
— Non che mi dispiaccia essere forte, — disse — ma a che mi servono questi muscoli a Ginevra? Li porto come un ornamento. Come penne di pavone. Non ho mai fatto a pugni con nessuno.
Sabina continuava nelle proprie malinconiche riflessioni: e se avesse avuto un uomo che le dava degli ordini? Un uomo che voleva dominarla? Quanto tempo l'avrebbe sopportato? Nemmeno cinque minuti! Ne derivava che nessun uomo le andava bene, né uno forte né uno debole.
Disse:
— Perché la tua forza non la usi qualche volta contro di me?
— Perché l'amore significa rinunciare alla forza — disse Franz piano.
Sabina capì due cose: primo, che si trattava di una frase bella e vera.
Secondo, che con quella frase Franz si squalificava dalla sua vita erotica.

(da L'insostenibile leggerezza dell'essere di Milan Kundera. Adelphi, 1989. Traduzione di Giuseppe Dierna)



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