La responsabilità politica di uno scrittore

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A dicembre sono stata a Roma (per la fiera della piccola e media editoria) e, per coincidenze più o meno fortuite, tutti gli incontri a cui ho partecipato sembravano volersi confrontare sulla stessa domanda: esiste una sorta di responsabilità politica dello scrittore? Essere responsabile vuol dire far fede a un impegno assunto; vuol dire anche accettare l’eventuale sanzione (morale, in questo caso) che ne consegue se l’impegno non viene mantenuto. È corretto, allora, parlare di responsabilità politica riferendoci alla scrittura?

Aslı Erdoğan è una scrittrice, giornalista e attivista turca per i diritti umani. A Roma per presentare il suo ultimo libro, Il mandarino meraviglioso, Asli dice: «Scrivere è un atto di libertà ma ti lega al tuo destino» perché la scrittura che asseconda un principio di libertà si assume le conseguenze della verità che racconta. D’altronde, aggiunge: «Se la voce della menzogna non fosse tanto forte non ci sarebbero totalitarismi». Ma è una responsabilità non così condivisa, nella misura in cui: «Sembra che la Turchia abbia un inspiegabile risentimento verso la sua stessa voce». Ecco perché, secondo Chiara Valerio: «Aslı Erdoğan è un simbolo di quanto la politica e la cultura siano profondamente collegate». 

Nello stesso giorno, nello spazio di un paio d’ore, sono in una sala diversa, un piccolo nido giallo fluorescente, ad assistere all’evento che sul programma s’intitola: “America oggi”: com’è essere Paul Beatty nell’epoca di Trump. La prima affermazione di Paul Beatty è: «Non mi considero uno scrittore politico ma la politica condiziona la nostra vita e, di conseguenza, influenza anche la mia scrittura». Entrando nell’argomento, Beatty prende un po’ le distanze dal comportamento di alcuni suoi colleghi. Quando Trump è stato eletto, molti scrittori hanno sentito la necessità di motivare il risultato delle elezioni nei loro libri, atteggiamento che Beatty non condivide. «Io sono un osservatore, non un analista politico». Alla Domanda (sempre la stessa, quella che ti lega al destino), Beatty risponde: «È un tema di cui parlo spesso nelle mie classi. Ma credo che la prima domanda che uno scrittore debba porsi è cosa può fare la scrittura per se stesso, come può cambiarti, invece di pensare a quanto può essere utile per gli altri». Quest’affermazione mi fa storcere il naso, lo ammetto (Lo schiavista non è un libro – anche – politico? «So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente» è un incipit politicamente irrilevante?). 

Durante la presentazione di Parole nella polvere, il romanzo dell’eccentrico Máirtín Ó Cadhain che ha lo stampo della comunità dei morti parlanti di Spoon River, il traduttore Enrico Terrinoni racconta che a metà dell’Ottocento la lingua irlandese venne abbandonata dagli abitanti a favore dell’inglese, rinascendo poi negli anni venti per «questioni politiche e necessità letterarie». Questo mi fa riflettere: non solo la scrittura (rappresentazione grafica della lingua per mezzo di grafemi), ma la politica influenza il linguaggio nel suo complesso, il modo che abbiamo di comunicare. Máirtín Ó Cadhain utilizza in Parole nella polvere una lingua complessa: antica ma attualizzata, riconcepita per adattarsi al presente, a dimostrazione che il presente è sempre il nostro meridiano. Il giorno dopo, dalle casse di Fahrenheit, il programma di Radio 3 in diretta dalla Nuvola di Fuksas, Fernando Aramburu assume una posizione molto netta: «Tutto ha valore politico oggi in Spagna: una canzone, un tweet e ancora di più un libro». Aramburu è a Roma per presentare Patria, il suo ultimo romanzo pubblicato dalla casa editrice Guanda.

L’ultimo giorno, cercando di ricomporre il puzzle e trarre una sorta di lezione comune, raggiungo al bar alcune blogger per una colazione d’autore con Valeria Luiselli. Valeria è una persona umile e disponibile, due qualità non così scontate, sia nella vita che nell’ambiente letterario. È a Roma per presentare il saggio Dimmi come va a finire. Nel 2015, impressionata dall’ondata di minorenni soli e senza documenti che cercano di raggiungere la frontiera, Valeria Luiselli inizia a collaborare, come interprete volontaria, con un’associazione di avvocati che difende i minori contro i provvedimenti di espulsione. Nel saggio, a partire dalle quaranta domande che compongono il questionario ufficiale, Valeria s’interroga su argomenti legati all’identità e al senso d’appartenenza.

Leggo il libro in treno, la mattina stessa. La sensazione è quella che si può avere quando si beve un bicchiere di grappa a piccoli sorsi: se lo butti giù d’un fiato non succede niente ma quando cominci a fermarti, quando il bruciore raggiunge la gola, continuare a bere diventa sempre più difficile.

Ho una sola domanda da porti, Valeria. Ma è lunga, te lo dico, e ho bisogno di leggere un passo dal tuo libro ad alta voce per spiegarmi meglio. (Due coordinate: nel passaggio che leggo, Luiselli e famiglia si spostano dal New Mexico verso l’Arizona, il viaggio che stanno compiendo va in direzione contraria rispetto a quello dei piccoli in cerca di un rifugio nella terra promessa. Sia Valeria che il marito – lo scrittore Álvaro Enrigue – si rendono conto che, se non è strettamente necessario, è meglio non specificare di essere messicani. Ma il passaporto non mente. Quando un poliziotto chiede spiegazioni, i due dicono di essere scrittori. Quello incalza: “E così venite fin quaggiù per trovare l’ispirazione?”. Sissignore, perché non è mai una buona idea contraddire l’uomo con la pistola e il distintivo).
Perché come si fa a spiegare che non è mai l’ispirazione a spingerti a raccontare una storia, ma piuttosto un misto di rabbia e lucidità? Come fai a dire: No, qui non troviamo nessuna ispirazione, troviamo un paese meraviglioso e lacerato, e in un modo o nell'altro adesso ne siamo parte, e dunque anche noi siamo lacerati, e proviamo vergogna, confusione e talvolta disperazione, e stiamo cercando di capire se possiamo fare qualcosa per rimediare a tutto questo.
Finisco di leggere e spiego a Valeria quello che m’è parso di capire del discorso di Beatty. Poi lo faccio: le giro la Domanda, la domanda del diritto e del dovere; parecchio scomoda perché, che tu te ne renda conto o meno, nella risposta c’è già una scelta. Valeria mi risponde (come testimonia la mia fedelissima collega):
«L’unico dovere dello scrittore è fare le cose per bene, scrivere bene» continua. «Ho scritto Dimmi come va a finire perché ho sentito il bisogno di mostrare un fenomeno che nessuno aveva mai raccontato». 

Più interessante è capire la genesi del libro, che meglio chiarisce la posizione della scrittrice sull’argomento. Valeria racconta che prima di Dimmi come va a finire stava scrivendo un romanzo. I temi di cui scrive, anche se assumono forme diverse, sono sempre gli stessi. Non è nuova l’idea per la quale uno scrittore sia destinato a orbitare intorno alle solite ossessioni. Oppure è sempre quella: un’unica, grande ossessione, declinata in modo diverso a seconda dei casi. Comunque, durante la stesura del romanzo, succede una cosa poco piacevole: Valeria si rende conto che la rabbia sta prendendo il sopravvento sulla storia. La scrittura subisce la violenza della sua indignazione per un fenomeno al quale nessuno sembrava voler prestare attenzione. Perciò decide di mettere da parte il romanzo e d’iniziare a scrivere un saggio. Ciò che è in discussione, infatti, non è la funzione della narrativa all’interno della letteratura ma il ruolo dello scrittore all’interno del panorama culturale. Valeria confessa che quello che meno le piace, da lettrice, è leggere chi: «scrive assumendo una posizione di arroganza intellettuale». Lo scrittore non ha il compito d’indirizzare il pensiero dei lettori e, secondo lo stesso principio, non dovrebbe utilizzare romanzi e racconti come altoparlanti. Però, se scrivere vuol dire anche osservare, uno scrittore non può distogliere lo sguardo. Non può prescindere dal contesto in cui scrive. Se c’è una responsabilità politica, allora, non è direttamente collegata alle risposte che lo scrittore riesce a dare, ma consiste nel provare a porsi (e porre) le domande giuste; su noi stessi e sul mondo, e sul tipo di rapporto che c’è tra noi e il mondo. Non come va a finire ma, appunto: io ti racconto una storia, dimmelo tu come va a finire.



Commenti

  1. Tutto giusto, fino quasi alla fine. Come immaginerai, non la penso nello stesso identico modo. Ho qualche domanda anche io, per te: esistono tempi in cui lo scrivere non sia politico? E poi: davvero basta porre le domande o farlo è tirare il sasso e nascondere la mano? Dare le proprie risposte è arroganza intellettuale o coerenza? E anche coraggio, a volte, perché significa non sottrarsi alle conseguenze delle domande che si pongono?

    Non sono d'accordo ma il post è bellissimo.

    Claudio Correggioli

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    1. Non siamo così lontani, invece. La differenza è che io non ho risposte abbastanza forti da affiancare alla sicurezza delle tue domande. Questo è un argomento che mi lascia ancora qualche dubbio perciò quello che faccio è ascoltare, confrontare, trarre delle conclusioni e di nuovo ascoltare, di nuovo confrontare. Come ho fatto a Roma. Capisco ma non condivido il discorso di Paul Beatty, per esempio: non è realistico (posso rispondere alla tua prima domanda in modo abbastanza sereno: no, non possono esistere tempi in cui lo scrivere non sia *anche* politico). Il ragionamento di Paul Beatty non funziona perché se la letteratura è la vita in valore assoluto e la politica è parte della nostra vita, il collegamento esiste e non si può ignorare. Non funziona, quindi, perché Beatty è uno scrittore, non funziona due volte perché è Paul Beatty, uno scrittore afroamericano. Non perché lui sia più responsabile di altri ma, insomma, tirarsene fuori è davvero difficile.

      Scegliere di fare una sola, lunga domanda a Valeria Luiselli è sintomo di quanto sia importante per me riflettere sulla questione. Quello che mi è piaciuto di ciò che ci ha raccontato è stato il momento in cui ha accantonato l’idea del romanzo per scrivere il saggio. Ha avuto la maturità di rendersi conto che la sua rabbia stava rendendo sterile la storia che voleva scrivere, quindi ha scelto di incanalare quell’emozione in un genere più adatto. Questa è una differenza fondamentale, uno scarto che vorrei venisse preservato. Ho pensato a Camus, a L’uomo in rivolta e a Lo straniero (due libri che ho amato, in modo del tutto differente). L’uomo in rivolta comincia così: “Che cos’è l’uomo in rivolta? (la domanda giusta). L’uomo in rivolta è un uomo che dice no (eccola, la risposta di Camus)”. Un saggio è fatto così: l’autore comincia da una tesi e passa il resto del tempo a dimostrartela. Il saggio è onesto: io so quello che andrò a leggere, così posso leggere L’uomo in rivolta, leggere di anarchia, posso condividere o meno, ma non mi sento messa all’angolo. Nel romanzo Lo straniero, invece, la rivolta è mia, diretta conseguenza di un percorso a cui giungo partecipando fino alla fine alle vicende di Meursault. Sono io che dico no (e adesso tu mi dirai: lo scrittore è stato abbastanza bravo da portarti a dire di no. È vero fino a un certo punto: lo scrittore scrive dalla sua posizione, è chiaro, ma il mio modo di leggere, la mia esperienza, le mie idee, possono portarmi più o meno vicino alle sue conclusioni. E non sottovalutare il potere delle domande: anche tu, con le tue, hai creato un percorso abbastanza serrato ma il punto interrogativo lascia un po’ d’aria, quello che il punto non fa).

      Però poi penso a 1984 di Orwell, a quanto sia stato importante nella mia formazione da lettrice, e allora credo trarre una lezione di massima è sbagliato. Forse, prima di cominciare a scrivere, bisognerebbe decidere che tipo di scrittore si vuole diventare, e poi agire di conseguenza, utilizzando i mezzi più adatti.

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  2. È da ieri sera che penso ad un comento intelligente, ma il terreno è scivoloso ed io sono più che mai confusa. È che sono troppo dentro cosa sia la letteratura impegnata (sempre che si possa definire tale) e se sia sinonimo di letteratura politica.
    «Il fatto di cercare e dire la verità rinvia, più che a una tradizione umanista, a una tradizione del secolo dei lumi. Voltaire è stato davvero il padre di quest’atteggiamento, ripreso più tardi da Zola… Il pericolo è stato di ricondurre abusivamente quest’atteggiamento a una posizione partigiana e politica. Voltaire e Zola, dunque, ma non Sartre.
    Come Voltaire e Zola, dunque, è mio dovere parlare, dire ciò di cui sono convinto. In nessun caso sono però uno scrittore impegnato, partigiano, in nessun caso sono un maestro di pensiero».
    Leonardo Sciascia, 1987.

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    1. Come hai detto tu: il terreno è scivoloso. Poi la questione si complica (riporto la domanda che hai lanciato su Twitter): «Esiste una responsabilità politica del lettore? Scegliere cosa leggere, dove acquistare i suoi libri, decidere se parlarne o meno, è un atto politico?»

      Se scrittore e lettore sono a un capo all’altro del filo, la questione riguarda tutti noi.

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