Se le parole sono importanti perché non usi proprio quelle che devi usare?


Oggi il mio capo ha preso una decisione. Ora, nel discorso che ha preparato per presentare la situazione e motivare le sue ragioni, ha usato parole come: meno (meno quanto?), temporaneo (temporaneo quanto?), soluzione migliore (migliore per chi?). Il punto è che questi, questi aggettivi e questi avverbi, non sono falsi ma non sono neanche veri. Sono parole che servono a girare intorno alla realtà, in un moto che si avvicina ma che non colpisce mai il bersaglio.

Il difetto del mio capo è quello che hanno tantissime persone: non usare le parole giuste. Giuste non vuol dire corrette, infatti le parole più comode sono spesso corrette ma non sono giuste perché non riportano per intero il senso del discorso. Certe volte è un atteggiamento adottato consapevolmente, per dare una flessione diversa a quel che si sta pensando, certe volte è proprio non saper fare altrimenti. Così accade che si dica una cosa che non è esattamente quella che si vorrebbe dire anche se a noi sembra di averla detta come l’abbiamo pensata, più o meno. E allora perché l’altro ci ha frainteso? Per la differenza che passa tra significato e significante, tant’è che si è soliti fare riferimento a una cosa a metà tra forma e sostanza che va sotto il nome di “significato verbalmente elaborato”. Quanto elaborato? Questo è il punto.

Le parole sono importanti, hanno un peso che va sostenuto e una responsabilità che va ammessa. E non sono intercambiabili perché veri sinonimi non esistono. I sinonimi sono termini che si affiancano a quelli primari, che arricchiscono il nostro vocabolario e ci danno la possibilità di rappresentare in modo più raffinato scarti infinitesimali tra un concetto e l’altro. Ma simile non è uguale; se c’è una distanza tra ciò che pensiamo e ciò che diciamo, ancora più chilometri separeranno il mittente dal destinatario se le parole che usiamo assomigliano ma non sono. Nella comunicazione verbale, però, la mimica tradisce (e racconta), in ogni caso è in grado di dare al linguaggio una base più articolata. La scrittura è un codice meno ricco, regolato da alcuni sottosistemi e supportato da un insieme finito di segni. Perciò sbagliare è più facile.

È un argomento sul quale torno spesso perché m’interessa e m’infiamma, una volta mi aiuto citando Wolfe, quando dice che la distanza è appena una parola, e un po’ Faulkner, estremista al punto da pensare che la parola è solo una forma per riempire un vuoto. Lo scrittore ha il compito di scegliere attentamente le parole che utilizza per fare in modo che il suo messaggio arrivi al lettore meno distorto e più sincero possibile. Essere chiari dovrebbe essere la priorità, perché non c’è alcun vantaggio nel creare confusione, cosa che invece può essere utile ai nostri politici. “Come suona?” dovrebbe essere una domanda successiva alla più pressante “Com’è?”, almeno per chi ha deciso di comunicare attraverso la scrittura. Chiaro non vuol dire semplice, come complesso non vuol dire complicato. Il rischio di utilizzare una scrittura troppo elaborata, piena di parole intelligenti che non hanno né contesto né motivazione, è di cadere nel baratro dell’antilingua, come la chiamava Italo Calvino. Lo spiega bene anche Stephen King in On writing.
Il problema di quello che volete dire è fondamentale. Se ne dubitate, pensate a tutte le volte che avete sentito qualcuno affermare: «Non so proprio come descriverlo», oppure: «Non è quello che intendo». Pensate a tutte le volte che voi vi siete espressi, di solito in un tono di lieve o profonda frustrazione. La parola è solo una rappresentazione del significato; anche nel migliore dei casi, la scrittura resta quasi sempre un passo indietro rispetto al pieno significato. Stando così le cose, perché in nome di Dio dovreste peggiorare la situazione scegliendo una parola che è solo cugina di quella che avevate veramente intenzione di usare?
Già, perché? La verità è che la responsabilità delle parole non è un’opzione. Perciò, a meno che tu non sia il mio capo o il prossimo candidato alle elezioni regionali, perché non cominci a dire (e a scrivere) proprio quello che vuoi dire?



Commenti

  1. In questo contesto, insieme alle parole di uso comune che ci vengono comode perché ci offrono "circa" lo stesso significato con un costo molto basso, metterei anche le frasi fatte. Il "torto marcio", i "giorni perduti", i "pugni di ferro" e tutte le miriadi di espressioni che usiamo senza accorgercene: un insieme di concetti che si sono consumati, utilizzandoli, proprio come fanno le saponette. Parole che hanno smesso di avere un significato importante e che chi scrive dovrebbe evitare perché ormai hanno perso la propria magia, consunte come sono. Chi scrive ha l'obbligo di dire cose che gli altri non sono in grado di dire, altrimenti cosa scrive a fare?

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    1. Proprio così. Qualche frase fatta può scappare (forse perché mentre si scrive si ha l'impressione che usare formule collaudate permetta di arrivare meglio al lettore). Ecco perché la riscrittura è un momento fondamentale.

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